narrazione descrittiva suddivisa in scene
completa delle necessarie indicazioni su tempi storici, personaggi,
vicenda, elementi scenografici e costumi, attrezzerie, animali; vengono
riportati i dialoghi, i rumori e le musiche (elementi narrativi); la
stesura è sottoposta a regole universali, quali la titolazione e
l’ambientazione (interno/esterno) di ogni scena numerata in ordine
progressivo; le cartelle sono dattiloscritte su una parte sola, numerate,
con non più di 25 righe a spaziatura 1,5 con carattere tipo Courier o
Courier New e impostazione grafica detta all’americana, che prevede dalle
80 a massimo 130 cartelle, con successione di scene e dialoghi senza
cambio pagina fra una scena e quella successiva.
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Non si opera alcuna distinzione di sesso.
Archètipo, ovvero il primo esemplare, modello di riferimento che s’applica
alla tipologia dei Personaggi utilizzati nella narrazione ispirati da
idee, modelli eterni, immateriali, immutabili e perfetti. Stereòtipo,
quindi forma, modello, prototipo, sagoma, stampo, cliché, standard;
elemento narrativo convenzionale, cristallizzato, individuato come unità
precostituita nella lingua e nell’immaginario collettivo (e quindi in
mutamento secondo le consuetudini sociali di ogni epoca).
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Gli approcci possibili sono due, ovvero quello
che si potrebbe definire di tipo “latino” in cui la maggior rilevanza è data
alla vicenda o quello di tipo anglosassone in cui l’accento è posto sul
personaggio (nella sua unicità di Protagonista, ovvero nella sua
scomposizione di Protagonista/Antagonista): nel primo caso il Personaggio è
cristallizzato (uguale a sé stesso), altrimenti tende a cambiare come il
resto del Mondo. Il lavoro sul Personaggio è a tre dimensioni, considerando
gli elementi notevoli che lo caratterizzano dal punto di vista fisico,
storico, psicologico (ogni personaggio ha poi un elemento caratteristico,
che emerge da almeno una delle tre dimensioni). Si debbono coniugare le
scelte con la struttura narrativa senza far trasparire la volontà
dell’autore, giacché il personaggio agisce per proprio conto. Sebbene si
goda della sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore, non si
può accettare il non spiegabile, quindi occorre prestare molta attenzione al
rapporto fra il personaggio e l’ambiente in cui si muove (intenso come
fondazione di un mondo credibile, non necessariamente verosimile). I
Personaggi vengono disposti ed intervengono nell’ambito della storia secondo
un ordine gerarchico che fa riferimento al punto di vista scelto per
raccontare la storia, indipendentemente dai ruoli (reali o narrativi) che
assumono, quindi la maggior visibilità è sempre del Protagonista.
Update
Intervista a Claudio Braggio tratta
dalla rivista PROVE APERTE
Settembre 2005 , pagine
32 e 33
www.proveaperte.it

(copertina tratta dal sito
ufficiale "proveaperte.it)
Mestieri
di
Maurizio De Pillis
Claudio Braggio
IL DRAMATURG
Nell’oscuro linguaggio economico
si direbbe “ottimizzazione dei processi produttivi attraverso la
razionalizzazione dell’organigramma di un’impresa con particolare
attenzione alla definizione dei compiti, detta job description”.
Capito qualcosa?
Insomma, si tratta - in
un’impresa - di definire bene chi fa cosa.
Ancora nebbia?
Allora provate a leggere quanto
afferma Claudio Braggio parlando della necessità di rivedere i ruoli del
teatro - l’impresa di cui sopra - alla luce di una figura altamente
professionalizzata chiamata dramaturg! In Italia è pressoché
sconosciuta, ma nei paesi anglosassoni, in Germania e in Francia è
addirittura una figura istituzionale.
Come testimoniato dal suo
interessante curriculum artistico, da tempo Claudio Braggio ha fatto del
dramaturg un suo oggetto di studio e di pratica.
In quest’intervista ne definisce
i contorni lanciandola nell’asfittico panorama del teatro italiano sotto
forma di proposta dal sapore rivoluzionario.
D. - In quale circostanza e
perché ti sei avvicinato alla figura del dramaturg ?
R. - Per fare bella figura
potrei dire che s’è trattato di una felice intuizione, perché la
questione l’ho avuta sotto gli occhi per lungo tempo, ma in realtà debbo
molto alle ricerche fatte per la preparazione dell’intervento ufficiale
“Tecniche e valori scambio fra cinema e teatro (senza dimenticare
la televisione)” che ho tenuto al convegno “Le Buone Pratiche: una Banca
delle idee per un nuovo teatro” organizzato da Franco D’Ippolito, Mimma
Gallina e Oliviero Ponte di Pino, il 6 Novembre 2004, un Sabato, alla
Civica Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi, dove si sono ritrovati
oltre quattrocento operatori teatrali d’ogni parte d’Italia per
ascoltare i molti relatori invitati. Ricordo quella giornata come
un’ottima occasione di confronto, intensa e ricca di buoni contenuti, da
cui sono tornato arricchito da molti nuovi spunti e ben deciso ad
approfondire quell’intuizione che in parte era compresa nel mio
intervento.
D. Come sviluppi la tua attività
artistica?
R. - Alcune delle attività
di studio, ricerca e di proposta le sviluppo nell’ambito di Commedia
Community, associazione culturale dal nome programmatico che ho fondato
assieme a due amici che da tempo operano nel settore cinematografico
ovvero Cristina Storaro, di ben nota famiglia cinematografica, e Claudio
Papalia, il quale è anche Presidente di Fert (Filming with a
European Regard in Turin) e direttore del Book
Film Bridge, il mercato per lo scambio dei diritti tra editori,
produttori indipendenti e broadcaster avviato nel 2004 alla Fiera
Internazionale del Libro di Torino. Ora stiamo organizzando
insieme una giornata di studio sulle forme brevi narrazione audiovisiva
per televisione e web che terremo a Gavi Musica e Cinema, dopo la metà
di Settembre, dove tratterò anche del parallelo fra dramaturg e
sceneggiatore traendo spunto dal lavoro svolto con gli allievi del corso
di regia televisiva e videoclip organizzato da Cristina presso
l‘associazione Cultura e Sviluppo di Alessandria, il cui buon risultato
è stata la realizzazione, quest’Estate, del videoclip per la canzone
“L’Ultimo Testimone” degli Yo Yo Mundi.
D. - Definisci dramaturg!
R. - Il Piemonte, dove
vivo, secoli prima di Cristo era popolato dai Liguri, che pare avessero
sviluppato una sorta di dramaturg o quanto meno una figura con il
compito di custodire e raccontare le storie del villaggio, giacché non
avevano fatto affidamento sulla scrittura. Scherzo! Ma la definizione
del dramaturg ci sta, soprattutto in questa nostra epoca dove al
contrario siamo subissati da informazioni ed oppressi dalla
conservazione di informazioni e documenti, che finiamo poi col
dimenticare. Attualmente la figura del dramaturg è presente
soprattutto in Germania e nei Paesi anglosassoni, dove è
istituzionalmente presente in teatri stabili assumendo così la
definizione di dramaturg residenziale. I compiti che può assumere
sono molti, non necessariamente compresenti, e considerano la scrittura,
ma anche la ricostruzione di testi e pure la valutazione di testi nuovi,
senza dimenticare la traduzione e l’editing e l‘adattamento di
testi non teatrali, quindi la redazione di note critiche e di sala e la
formulazione di proposte in merito al repertorio della compagnia ovvero
al programma del teatro stabile, ma il dramaturg compie anche
ricerche storiche e scientifiche in merito al testo ed al contesto in
cui viene collocata la messinscena, inoltre viene considerato una
risorsa per gli attori e tiene i collegamenti fra gli autori ed il
regista ovvero opera una sorta di collegamento fra il testo ed il
regista, interviene sulle questioni produttive, si occupa della
comunicazione, eccetera.
D. - Quali le differenze con lo
sceneggiatore cinematografico e televisivo?
R. - Ecco, questo è proprio
il punto di novità su cui intendo agire ed avanzare proposte, poiché
credo non vi siano grandi differenze tra il dramaturg e lo
sceneggiatore modernamente intesi e considero che entrambi debbono
svolgere una serie di compiti e riassumere in sé alcuni ruoli che nel
tempo sono stati letteralmente occupati da registi, scenografi,
letterati, direttori artistici o di produzione, eccetera; spesso per
risparmiare qualche soldo, facendo così un servizio tutt’altro che buono
al testo oppure alla storia narrata ovvero a quella tensione, a quel
necessario ed auspicabile confronto creativo che si deve generare fra
autore, quindi anche il dramaturg, ed il realizzatore, ovvero il
regista, ma senza ignorare le altre figure creative come l’autore della
fotografia, lo scenografo, il compositore, eccetera.
D. - Perché ritieni ci sia la
necessità del dramaturg ?
R. - Ecco, quei compiti e
quei ruoli di cui ho accennato, sono nello specifico tanto l’analisi
testuale, quanto lo sviluppo delle linee di ricerca storica,
scientifica, sociologica, eccetera al fine di offrire alla
rappresentazione quel felice bilanciamento chiamato “verosimiglianza”
che rende probabile anche la più incredibile delle storie, offrendo così
divertimento puro allo spettatore. Tuttavia, il dramaturg può
offrire molto di più e dovrebbe esser messo in condizione, con strumenti
e risorse adeguate, di poter fare un’analisi sistematica, continuativa
dei testi e delle storie che giacciono negli archivi, nelle biblioteche,
nei musei, nella memoria della gente, che nel nostro Paese sono spesso
ingiustamente dimenticate. Quindi la necessità del dramaturg sta
molto anche nel bisogno sociale di non disperdere un patrimonio di idee
e di storie, che possono rivivere, e far trovare o ritrovare emozioni
sul palcoscenico; ma per quanto mi riguarda aggiungo anche nel settore
dell’audiovisivo in virtù della sempre auspicabile contaminazione fra le
arti.
D. - Chi in Italia può definirsi
tale?
R. - Nel settore creativo
si crea spesso confusione o commistione fra ruoli e definizioni, anche
perché una buona attenzione giustamente deve esser rivolta all’opera che
si vuol rappresentare. Mi piacerebbe che la figura del dramaturg
venisse riconosciuta e quindi adottata da tutti i teatri in modo stabile
e con compiti definiti come accade per il direttore artistico, ma ho
l’impressione che oggi in Italia sia un ruolo pressoché clandestino, che
spesso deve convivere con altri e trovare puntuale riferimento in una
determinata opera e non già, come dovrebbe essere, in un complesso di
attività continuative e stabili. Creda sarebbe bene se il dramaturg
fosse messo in condizione di operare in modo ampio, invece accade che
questa figura emerge quando si creano situazioni di condivisione,
specialmente nell’ambito delle attività di una compagnia. Sono
pochissimi, temo, eppure se non ogni teatro, auspico che in ogni zona ne
vengano formati e messi in condizione di operare. A proposito, ora ci si
può rivolgere anche a Commedia Community.
D. - Non credi che con la
tradizione del fare teatro in Italia, i molti compiti che dovrebbe avere
il dramaturg sarebbero in sovraesposizione con i compiti di altre
figure, incluso il regista, e che quindi questa discussione possa
rivelarsi accademica correndo il rischio di divenire, procedendo per
sinonimi, retorica e inconcludente?
R. - Mi occupo della
questione dramaturg da poco tempo, come ho precisato all’inizio
dell’intervista e la sto affrontando con un taglio particolare, qual è
appunto la visione dello sceneggiatore, ma indubbiamente quando si
tratta di teatro occorre considerare che le compagnie si appoggiano
molto al regista, il quale nel tempo s’è accaparrato il ruolo di
dramaturg, anche se molte volte in realtà si limita a fare un
adattamento ovvero ad operare dei tagli al copione per renderlo
compatibile con gli attori che ha disposizione. Ho avuto notizia e sto
cercando documentazione in merito ad incontri e convegni sulla figura
del dramaturg, che sono stati organizzati anche non molto tempo
fa in Italia, ma la questione mi appare ancora troppo trattenuta al solo
ambiente teatrale e credo sia necessario farla emergere. Scontrarsi con
la tradizione o con la prassi può diventare, come dici, pura retorica e
poi il mio spirito pratico mi guida verso le forme moderne di
narrazione, che debbono fare i conti coll’audiovisivo non soltanto come
mezzo espressivo autonomo, ma anche in relazione alla contaminazione con
altre arti, dove metto il teatro al primo posto. Il dramaturg può
svolgere la funzione di ponte tra il testo e il realizzatore, ma può
anche esser utile quando si opera una trasposizione da romanzo a teatro,
da teatro a cinema, ma anche viceversa, perché no? E, quindi, fondersi
con lo sceneggiatore, avendo caratteristiche simili e quindi ben
compatibili.
D. - Nella tua intensa attività
divulgativa inerente al dramaturg, hai trovato consensi o
contrasti? Di chi?
R. - Più che consensi posso
dire d’aver suscitato qualche curiosità, ma che sono ancora troppo deboli
per sortire effetti positivi, e quasi sempre più da operatori del settore
cinematografico che da quello teatrale; infatti la creazione
dell’associazione culturale Commedia Community trova gran parte della sua
ragion d’essere proprio nella domanda d’attenzione al gener commedia, sia
essa teatrale o cinematografica, che proviene soprattutto da chi realizza
e produce film. In Italia il dramaturg è pressoché sconosciuto e
credi che talvolta lo si confonda con un semplice collaboratore del
regista e la sua collocazione attualmente non appare ben chiara. Quanto ai
contrasti, direi che subisco nulla più che le resistenze che patiscono
tutti quanti s’impegnano in una qualunque attività artistica. Le
difficoltà vere dei mestieri dello spettacolo, di qualunque mestiere dello
spettacolo, è che si deve lottare ogni giorno per farsi conoscere e poi
per mantenere viva l’attenzione, badando di schivare le frecciate malevole
di quelli che vorrebbero stare al tuo posto, ma senza poter vantare almeno
le stesse doti e coltivando più l’invidia che l’abnegazione. Questo vale
tanto per i professionisti quanto per chi si dedica alle attività
artistiche per dilettoe per tutti quanti l’importante è non demordere.
D. - Hai fatto più volte
riferimento all’Associazione Commedia Community come all’ambito in cui
prendono forma le tue iniziative artistiche e di studio, un’incubatrice di
idee. Cosa avete in cantiere?
R. - Con l’Associazione
Commedia Community stiamo aprendo a collaborazioni ed una di queste si
dovrebbe concretizzare con il “Teatro degli Specchi” del regista
teatrale Hermes Beltrame, con il quale sto lavorando come dramaturg su
un testo particolare e nuovo, che racchiude in sé molte cose diverse.
Questo progetto lo si potrebbe definire una sorta di
conferenza-spettacolo ed una prima ipotesi prevede addirittura che salga
anch’io sulla scena, non già come attore, ma appunto come dramaturg
e con funzioni di guida. L’ho intitolato “Rapsodia Teatrale” e tratta
soprattutto delle tecniche di scrittura, ovviamente con una buona
attenzione a quella cinematografica ed al genere commedia. Esploriamo
terreni di confine e lo facciamo con uno spirito che si rivolge
costantemente alle varie forme di umorismo, che non appena vengono
citate dal “dramaturg-guida” sono immediatamente esplicitate dagli
interventi di quattro attori, che non vengono mai annunciati, giacché
irrompono nel discorso. Sto lavorando al testo che è costituito da molti
brani non teatrali, anzi si tratta di miei creazioni originali, ma sono
poesie e brani di saggi o racconti o sceneggiature; anche se vi sono due
pezzi teatrali, un monologo ed un dialogo strappati da altri contesti.
D. - Perché l’avete chiamata
“Rapsodia Teatrale“?
R. - L’abbiamo chiamata
“Rapsodia Teatrale” pensando alle tre cose che Socrate invidiava ai
Rapsodi, che erano recitatori di professione, che in questo caso
dovrebbero essere lo stesso Beltrame assieme a quelli che considero tre
nuovi talenti, ovvero Cinzia Alba, Elisa Sartore ed il molto comico
Moreno Mantoan. Comunque, tornando alle tre cose che Socrate invidiava
ai Rapsodi, la prima è che grazie alla loro arte essi debbono apparire
il più belli possibile, la seconda è che trascorrono il tempo in
compagnia di molti ed eccellenti poeti e la terza è che sono tenuti a
conoscere bene il pensiero dei poeti, non fermandosi solo alle parole.
Direi che sintetizza in modo efficace il lavoro, giacché non si tratta
semplicemente di passaggi legati alle varie forme espressive della
poesia, della letteratura, del cinema, del teatro, bensì di buone
attenzioni a tecnica, ritmo, struttura presentate in forma spettacolare.
L‘argomento principale o forse piuttosto la causa incidente è data dal
tentativo di dare qualche indicazione su come si costruisce un testo,
facendo riferimento in particolar modo alla sceneggiatura
cinematografica, così si svelano e si dà qualche pratica dimostrazione
delle tecniche che vengono utilizzate.
D. - In tutto questo discorso in
cui auspichi una riattribuzione dei ruoli, che posto hanno i generi?
R. - In tutto questo
discorrere di cinema, che poi diviene rappresentazione teatrale c’è
molto teatro leggero, umoristico, con assaggi di cabaret per suscitare
quelle forme di messaggio sociale che sono il sorriso, il riso e la
risata. Per l’appunto, mi dichiaro sostenitore dell’umorismo come forma
di comunicazione. Il sorriso, come pure il riso e la risata sono forme
di messaggio sociale, che in modo particolare vengono suscitate dal
genere commedia, ma non necessariamente ci si deve fermare a quest’ambito.
Credo che si dovrebbe lavorare molto su questo settore e più che
auspicare, soprattutto grazie a Cristina Storaro e Claudio Papalia
stiamo organizzando iniziative ed incontri di carattere teorico-pratico,
che sono in fase di progettazione, ma stanno già suscitando vivo
interesse da parte di molti professionisti e neofiti tanto in ambito
cinematografico quanto in quello teatrale. Un buon segno.
DIVENTARE DRAMATURG
L’Associazione culturale
Commedia Community organizza sotto il patrocinio della Regione
Piemonte e dell’Amministrazione Provinciale di Alessandria alcuni
workshop/workout di cui il primo verrà attivato entra la fine del 2005 e
gli altri a seguire ie ogni qualvolta si sarà concluso un ciclo di
produzione; per informazioni inviare un mail a
[email protected]
ovvero a
[email protected];
è gradito anche se non necessario l’invio di un curriculum vitae; i
workshop/workout saranno finalizzati alla realizzazione di cortometraggi
a soggetto e vi saranno sessioni dedicate alla scrittura ed altre a
carattere teorico-pratico con professionisti del settore cinematografico
o televisivo (producer, registi, direttori della fotografia, montatori,
eccetera); per quanto concerne la parte di programma connessa con la
scrittura sarà considerata in termini pratici la questione dello
sceneggiatore-dramaturg.
Vi segnaliamo anche l' intervista di
Fabio Falzone e
Antiniska Pozzi a Claudio Braggio
pubblicata dalla
rivista on line HIDEOUT
http://www.hideout.it
( Luglio 2005 )
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Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi RICETTARIO DI
SCRITTURA CREATIVA - Zanichelli, 1980
Age (Agenore Incrocci) SCRIVIAMO UN FILM – Pratiche, 1990
Rodolfo Tritapepe LE PAROLE DEL CINEMA - Gremese, 1991
Syd Field LA SCENEGGIATURA - Milano, 1994
Linda Seger COME SCRIVERE UNA GRANDE SCENEGGIATURA - Dino Audino, 1996
Jan Rofekamp COME VENDERE UN CORTOMETRAGGIO - Lindau, 1997
Chris Vogler IL VIAGGIO DELL’EROE La struttura del mito ad uso di scrittori
di narrativa e cinema - Dino Audino, 1998
Giuseppe Ferrara MANUALE DI REGIA - Editori Riuniti, 1999
Daniel Arijon L’ABC DELLA REGIA (in 2 volumi)
Grammatica del linguaggio cinematografico - Roma, 1999
Pietro Germi GIOVENTÚ PERDUTA del 1947
IL BRIGANTE DI TACCA DEL LUPO IL FERROVIERE del 1955
L’UOMO DI PAGLIA del 1958
UN MALEDETTO IMBROGLIO del 1959
DIVORZIO ALL’ITALIANA del 1962
SEDOTTA E ABBANDONATA del 1964
SIGNORE E SIGNORI del 1965
SERAFINO del 1968
ALFREDO, ALFREDO del 1972
Lars von Trier BREAKING THE WAVES (Le onde del destino) del 1996
DOGME 2 – IDIOTERNE (Idioti) del 1998
EUROPA del 1991
DANCER IN THE DARK del 2000
Thomas Vintenberg DOGME 1 - FESTEN (Festen - Festa in famiglia) del 1998
Salvatore Piscicelli QUARTETTO del 2001
Gillo Pontecorvo (Gilberto di Pontecorvo)
LA BATTAGLIA DI ALGERI del 1966
Mario Monicelli L’ARMATA BRANCALEONE del 1966
Elio Petri INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO del 1970
Bob Fosse CABARET del 1972
ALL THAT JAZZ (All that jazz-Lo spettacolo continua) del 1974
Mel Brooks YOUNG FRANKENSTEIN (Frankenstein Junior) del 1974
Ridley Scott THE DUELLIST (I Duellanti) del 1977
Terry Jones MONTY PYTHON'S THE MEANING OF LIFE (Monty Python's Il senso
della vita) del 1983
István Szabó REDL EZREDES (Il colonnello Redl) del 1985
Louis Malle LACOMBE LUCIEN (Cognome e nome: Lacombe Lucien) del 1974
AU REVOIR LES ENFANTS (Arrivederci ragazzi) del 1987
Kenneth Branagh HENRY V (Enrico V) del 1989
Steven Soderbergh KAFKA (Delitti e segreti) del 1991
Quentin Tarantino PULP FICTION del 1994
Kevin Smith CLERKS (Clerks-Commessi) del 1994
Mathieu Kassovitz LA HAINE (L’odio) del 1995
Al Pacino (Alfredo James Pacino) LOOKING FOR RICHARD (Riccardo III - Un
uomo, un re) del 1996
Neil Jordan MICHAEL COLLINS del 1996
Bernard Tavernier CAPTAIN CONAN (Capitan Conan) del 1996.
Cristopher Nolan FOLLOWING del 1999
George Clooney CONFESSIONS OF A DANGEROUS MIND (Confessioni di una mente
pericolosa) del 2002
Mi fa piacere aggiungere all’elenco i lavori della produzione
cinematografica dei registi Vittorio De Sica, Federico Fellini, Woody Allen
(Allen Stewart Konigsberg) ed i lungometraggi interpretati dai Fratelli Marx
(Groucho, Harpo, Chico, Zeppo).
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