Il desiderio di approfondire lo studio sul comportamento dei cavalli è nato in seguito a un'esperienza che un giorno ha colpito i miei sensi incantandoli: ho visto cavalli considerati riottosi che trattati in un determinato modo, tutto sommato molto dolce, tutti, e con le medesime risposte comportamentali, finivano col cedere docili e obbedienti alle richieste di un addomesticatore. Osservai che le azioni da lui compiute erano piene di significato: una sorta di linguaggio arcaico con cui instaurava, dopo poco tempo dal primo contatto con il cavallo, un rapporto di rispettosa e serena complicità. All'eccitazione iniziale per il fatto che stavo apprendendo un'arte antica per ammansire i cavalli - le cui sottigliezze sono da sempre gelosamente custodite e oculatamente tramandate - seguì la considerazione che la ripetizione meccanica di gesti e azioni necessarie, senza la profonda comprensione del loro significato di comunicazione e del preciso modo in cui influivano sui comportamenti del cavallo, non mi avrebbe messo nella condizione di poter essere a mia volta efficace. Potevo usare il linguaggio comportamentale con cui si chiede ai cavalli rispetto, fiducia e confidenza, mi era evidente che loro erano in grado di comprenderlo e di rispondere con coordinazioni motorie ereditarie eloquenti di questi sentimenti, eppure non ero ancora pienamente soddisfatto. Dovevo capire il significato profondo di questa comunicazione, penetrarne l'essenza e utilizzarla in maniera etica, perché la manipolazione dei sentimenti di un essere vivente in grado di provarli è una cosa riprovevole. Dico questo perché tutt'oggi accanto a "domatori" che legano i cavalli al palo (staccione, palenque, giudice) nel tentativo di acquisirne il rispetto, esistono macellatori che li convincono ad entrare fiduciosi nelle sale di macellazione attirandoveli con le carezze. Gli uni cercano l'obbedienza immediata e assoluta brutalizzando il cavallo, gli altri la fiducia mostrandosi benevolenti. Essi "sanno" che il cavallo è un animale i cui comportamenti sono guidati da particolari funzioni psicologiche di adattamento, i sentimenti, e non si fanno scrupoli nel manipolarle con mezzi e per fini che se vogliamo usare un eufemismo non sono certo favorevoli alla natura del cavallo, alla sua integrità psico-fisica. Con la doma dei sentimenti ci mettiamo dalla sua parte, teniamo conto delle sue conoscenze istintive, trattiamo con quell'eredità genetica che permette al cavallo di comprendere in maniera innata un linguaggio chiaro e antico i cui idiomi sono veri e propri simboli, nel senso letterale del termine "qualcosa che rimanda a qualcos'altro": forme comportamentali espressive di sentimenti e intenzioni. Considero necessario accostarsi ai cavalli nell'assoluto rispetto del loro straordinario istinto sociale e gerarchico, che li rende sensibili a una speciale categoria d'esperienza: il capobranco, ovvero l'autorità; caratteristica che ha permesso all'uomo nei secoli d'impiegarli al suo servizio in attività di vario genere. Oggi che i cavalli non sono più indispensabili alla nostra sopravvivenza dobbiamo riconoscergli il merito di averci alleviato il lavoro, permesso di coprire lunghe distanze, sfamato nei momenti di carestia e, perché no, di averci fatto anche divertire: sollevandoci dalla noia di giornate trascorse da soli o solamente in compagnia di altri uomini.
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