| La psiche del cavallo possiede un'innata immagine del capobranco, è un'acquisizione di specie che lo fa reagire all'individuo il cui comportamento comunica, alla sua maniera, autorevolezza, forza e determinazione, oltre che rispetto, possessività e affetto. Nel momento in cui, per astrazione, tra l'immagine da noi rappresentata e quella innata si produce l'incastro, il cavallo diventa gerarchicamente sottomesso e ci si affida, rispettoso e fiducioso, delegandoci la responsabilità del comando. La tecnica che ci permette di ottenere ciò è presto descritta: esprimiamo autorevolezza imponendo al cavallo di percorrere la periferia del tondino, poi gli infondiamo fiducia attraendolo al suo centro dove lo educhiamo alla confidenza con noi e all'obbedienza alle nostre richieste. All'atto pratico, però, ci sono cavalli che non vogliono muoversi in circolo e cavalli che fuggono in preda al panico non appena accenniamo ad andargli incontro; cavalli che minacciano di calciarci e cavalli che non ne vogliono sapere di staccarsi da noi; cavalli che non ci rispettano affatto e altri che ci temono fortemente; cavalli docili e altri ribelli, cavalli obbedienti e altri no, cavalli coraggiosi e cavalli paurosi. Pur essendo la tecnica semplice nelle sue linee teoriche procedurali, sono le sue variazioni pratiche per adattarla alle reazioni individuali del cavallo con cui trattiamo che la rendono complessa. Se il cavallo non vuole muoversi in circolo alla periferia del tondino, dobbiamo convincerlo esprimendo più autorevolezza; se invece fugge in preda al panico, calmarlo infondendogli fiducia; se minaccia di calciarci, fargli capire che non deve difendersi da noi e se ci contatta rispettoso e fiducioso, cercare di non deluderlo. Ogni cavallo ha la sua personalità e come nell'uomo questa ha tratti di specie e individuali, influenze genetiche ed ambientali. E' attraverso la primaria conoscenza della personalità di specie dei cavalli, e dei modi e limiti in cui si esprime nei comportamenti, che si potrà agire poi sulle differenze comportamentali individuali, ed ancor più comprendere quali caratteri del comportamento sono frutto d'eredità genetica e quali acquisiti dall'ambiente di vita. La procedura di adomesticamento, nelle sue linee generali, rimane sempre la stessa: il cavallo si fa girare in circolo intorno a noi per chiedergli rispetto e lo si accosta rispettosi per suscitargli fiducia; saranno però le sue variazioni pratiche, dipendenti dalla specifica personalità del cavallo a permetterci di avere successo, in breve tempo, con tutti i cavalli. La filosofia e i principi su cui si basa la pratica del metodo di ammansimento dei cavalli che ho definito "dei sentimenti", non sono dettati dalla volontà manipolatoria con cui s'affronta da millenni il rapporto con i cavalli. Non si tratta di condizionare meccanicisticamente, per mezzo di stimoli sensoriali, reazioni motorie riflesse, bensì d'intervenire con un'appropriata comunicazione corporea sulla psiche del cavallo, dove sono riposte le funzioni innate che muovono i comportamenti: le motivazioni istintive, i modelli ideali della realtà e i sentimenti. Lorenz ha fatto presente che negli animali esistono strutture nervose che dal versante interno producono impulsi per la disinibizione di comportamenti, e ha chiamato questa attività "produzione endogena, spontanea, automatico-ritmica, di stimoli". Ciò significa che il cavallo non reagisce semplicemente agli stimoli provenienti dall'ambiente, ma in virtù di una spontanea e innata energia interiore persegue scopi, agisce, e per estensione ha pulsioni, appetenze, desideri. La psiche del cavallo, seguendo modalità dettate da un programma genetico di specie, produce impulsi spontanei che attivano comportamenti finalizzati al raggiungimento di oggetti biologici come grandi spazi naturali, cibo, individui della propria specie. L'incontro con questi oggetti biologici gli permette di provare qualcosa che appartiene al versante interno delle esperienze. Nella sua psiche, l'unica che detiene, pur nell'apparente impenetrabilità, l'intimo segreto dei comportamenti, il cavallo possiede l'innata e inconsapevole motivazione a condurre una vita sociale che soddisfi la sua necessità interiore di provare affetti e sentimenti. Il cavallo è un animale sociale che nella vicinanza con i propri simili trova appagamento e rassicurazione, quiete e protezione, sentimenti di benessere a cui istintivamente anela. Ma c'è una condizione affinché in natura sia ammesso in un gruppo di conspecifici: il rispetto dell'autorità che domina sugli altri e la sottomissione obbediente alle regole da lui dettate. Il capobranco è l'autorità, il padre. Forte e determinato sia nella lotta per la sopravvivenza, quando si tratta di difendere il branco dall'assalto dei predatori, che in quella per la supremazia, se altri cavalli ne insidiano la posizione di dominio. Possessivo e protettivo nei confronti di giumente e puledri ma pronto a cacciare via quest'ultimi quando, giunti all'età della maturità sessuale, per via delle modifiche fisiche e caratteriali sopraggiunte, ne mettono in discussione il ruolo. L'immagine dello stallone forte e sicuro di se e quella della giumenta tenera e protettiva appartengono alla psiche collettiva dei cavalli, veri e propri archetipi in senso junghiano, e il territorio di pascolo è un luogo ancestrale, il loro eden. Qui da puledri crescono felici, protetti e amati, fino al giorno in cui giovani adulti vengono cacciati dallo stallone capobranco. La doma di un cavallo inizia con il trauma della cacciata dal branco: la fuga senza fine, con senso d'angoscia, alla periferia del territorio, (tondino) farà riemergere dal profondo della sua memoria arcaica la figura autorevole del padre stallone. Dopodiché lo condurremo all'interno del simbolico territorio di branco, dove, nel suo centro rassicurante, attraverso l'esperienza ritualizzata della nascita, farà l'incontro emozionale con la madre giumenta. Anche i cavalli, come l'uomo, possono trascendere il semplice appagamento dei bisogni organici di sopravvivenza per via d'innati modelli esistenziali verso i quali inconsciamente anelano. E' un fatto che nel corso della "doma dei sentimenti" essi cedano sempre, docili e obbedienti, ad una nostra rappresentazione con cui ci proponiamo prima come figura autorevole, e poi affettuoso-protettiva in un simbolico territorio naturale. Ciò non può essere meccanicisticamente riferito a stimoli producenti riflessi senso-motori, perché negli animali in cui la realtà viene elaborata ad un livello superiore, quello psichico, dobbiamo necessariamente considerare, per interpretarne pienamente i comportamenti, anche le innate spinte interiori all'appagamento di bisogni esistenziali. Il cavallo, come animale di branco è naturalmente portato a sottomettersi ad individui della propria specie che gli dimostrino chiaramente la loro dominanza. Ciò nonostante esistono differenze tra i sessi e da soggetto a soggetto. E' illuminante a questo proposito considerare quanto sia più difficile ammansire un cavallo maschio, forte e autoritario, che incarna in sé quelle qualità comportamentali che ci serve rappresentare per ottenere rispetto. Nella memoria di un cavallo sono perciò fissate informazioni che gli permettono di riconoscere individui dotati di un complesso di qualità. Nella realtà ciò avviene attraverso il fondersi, in un inconfondibile insieme, delle impressioni prodotte dai segnali comportamentali con cui tali individui colpiscono i suoi organi sensoriali. Attraverso l'elaborazione centrale di percezioni ottiche, tattili e acustiche, prodotte da gesti sicuri, contatti amichevoli, toni pacati, egli si forma un giudizio su di noi che fissa in un nucleo percettivo d'immagini, contatti, suoni ed emozioni. Il capobranco ideale deve essere autorevole e nello stesso tempo rispettoso e protettivo, la sua immagine mnestica è innata nel cavallo e il suo riconoscimento avverrà attraverso le qualità che si manifesteranno ai suoi sensi. La doma dei sentimenti è un approccio evolutivo al rapporto con i cavalli che nella pratica tiene conto della loro appartenenza, nella scala zoologica, alla stessa classe dell'uomo, quella dei mammiferi superiori, per via di caratteristiche morfologiche e funzionali simili di organi e apparati, tra cui l'apparato nervoso definito da Lorenz "apparato guida del comportamento". La capacità dei cavalli di reagire in maniera appropriata a sensazioni di piacere e disagio provocate da premi e punizioni; di agire per tentativi ed errori; di comprendere, per astrazione, il comportamento d'individui di specie diversa; d'intuire i rapporti di causa-effetto; di generalizzare; di trattenere informazioni nei circuiti neuronali della memoria; di associare nello stesso nucleo percettivo mnestico tutta la configurazione di stimoli in cui gli appare un'esperienza significativa; di provare emozioni, sentimenti ed affetti, varia solo nel grado, non certo nel genere, rispetto ad analoghe capacità umane. La doma dei sentimenti è propedeutica ad un corretto "utilizzo equestre" del cavallo, che deve sempre essere preceduto dalle sue tre fasi: la richiesta di rispetto, la richiesta di fiducia e la messa in confidenza. Ogni azione equestre che le preceda, dal lavoro alla corda alla conduzione alla mano, dalle pratiche di governo fino alla sellatura e monta, è indaginosa, rischiosa e spesso inefficace. La sua corretta applicazione è rispettosa dei principi etici che devono guidare le nostre azioni nei confronti degli animali posti ad un alto livello nella scala zoologica evolutiva. Nella pratica di ammansimento di un cavallo dobbiamo mirare all'educazione dell'istinto di lotta e di fuga e perciò, dal lato dei sentimenti, dell'aggressività, paura e diffidenza. L'aggressività di un cavallo si educa suscitando rispetto, quando ci avrà percepiti come autorità dominante avrà molte remore a lottare con noi. Per il cavallo, mammifero sociale, è istintiva la conoscenza dei comportamenti che in un rapporto gerarchico deve tenere il sottomesso verso il dominante. Quando il cavallo in una contesa accetta la superiorità del contendente gli porge il fianco, in segno di soggezione, comunicandogli, attraverso il chiaro linguaggio simbolico della postura, che non vuole ne difendersi da lui ne sfidarlo. La paura e la diffidenza di un cavallo, invece, si educano suscitando fiducia e confidenza. Quando saremo riusciti a far capire al cavallo che da noi non deve temere nulla di male, smetterà anche di sfuggirci. Solo quando il cavallo avrà appreso che non deve fuggire da noi né sfidarci - ribadisco ancora che i comportamenti che ne conseguono esprimono fiducia e rispetto - possiamo passare alla confidenza e all'amicizia. Rispetto, fiducia e confidenza sono i sentimenti che guidano le relazioni all'interno di un branco e nel cavallo la spinta istintiva verso i consimili è guidata da innate immagini qualitative e comportamenti di specie. Egli, come altri animali sociali, deve poter riconoscere le qualità gerarchiche degli individui con cui s'incontra, per sottrarsi all'aggressività dei soggetti dominanti e, onde non scendere verso i gradini più bassi della scala gerarchica, per dominare, all'occorrenza, quelli ritenuti più deboli. Dice Lorenz: "per gli animali superiori che vivono in comunità è necessario ai fini della pacifica convivenza, che ognuno degli individui che ne fanno parte sappia quale degli altri è più forte o più debole di lui. L'ordinamento gerarchico all'interno di un branco è d'estrema importanza ai fini della conservazione della specie, perchè fa da argine alle lotte tra i suoi membri." Il cavallo dominante acquisisce diritto di priorità sul cibo e sul sesso e al suo passaggio il cavallo sottomesso deve scansarsi. Dominanza e subordinazione sono espressi con un linguaggio comportamentale istintivo che comunica gli stati emozionali d'aggressività e soggezione, sono questi che vengono colti dalle straordinarie capacità percettive dei cavalli. La percezione sensoriale, funzione guida del comportamento dei cavalli, permette di cogliere la relazione tra il se e la realtà fisica ambientale attraverso le sensazioni, i sentimenti e l'emozioni che suscita. In essa s'integrano le immagini dei comportamenti sociali di dominio e soggezione con le sensazioni, i sentimenti e l'emozioni che provocano. E' come se i sentimenti d'aggressività e timore fossero in grado di trasmettersi con estrema precisione, da una psiche all'altra, attraverso la loro naturale espressione comportamentale. Non si tratta di telepatia o extrasensorialità, la capacità di percepire gli stati d'animo dal comportamento fa capo alla loro fisiologica organizzazione nervosa. Gli organi di senso di un cavallo, in particolar modo l'occhio e l'orecchio, colgono nei più minuziosi particolari i segnali di movimento e acustici, e attraverso le individuali risposte emozionali che suscitano prendono vita le risposte comportamentali. La comprensione sensibile degli altrui sentimenti d'aggressività e timore non può che essere la capacità d'interpretarli per tramite di sensazioni e sentimenti suscitati dai comportamenti che l'esprimono. E' con questa straordinaria intelligenza istintiva che deve confrontarsi chi vuole domare un cavallo. Il cavallo giudica il livello gerarchico dell'uomo e la sua pericolosità dalla qualità dei segnali che emette: da come si muove, dalle posture e posizioni spaziali che assume, dai suoni che produce, da come lo contatta. I suoi organi di senso ricevono i segnali e li trasmettono alle strutture nervose che contengono le informazioni capaci di decodificarli e disinibire le risposte comportamentali. La reazione al percepito può essere istintiva e incondizionata, come quando allo stato naturale il cavallo fugge eccitato ai tipici segnali d'attacco di un animale predatore, o appresa per associazione e perciò condizionata, come quando allo stato domestico tenta di sottrarsi con la fuga, oltre che alla frusta e all'uomo che lo ha percosso, dal luogo in cui è stato percosso. La percezione sensoriale in un cavallo è intuitiva, mette automaticamente relazione le sensazioni e i sentimenti provati con l'immagine di ciò che direttamente li suscita. L'intuizione del rapporto tra la causa (oggetto fisico o biologico che provoca sensazioni o sentimenti) e l'effetto (sensazione o sentimento provato) rende immediatamante manifesto al cavallo, perchè collegato con gli obbiettivi di sopravvivenza o migliore esistenza verso cui è autoregolato geneticamente, anche il rapporto tra il fine da raggiungere e i mezzi idonei a sua disposizione. Se il fine del cavallo, come d'altonde di ogni essere vivente superiore, è il mantenimento del proprio benessere psicofisico, e invece il contatto con l'uomo gli provoca paura, disagio e dolore, il mezzo per sottrarsi a ciò non può che essere la fuga o l'alienazione. Altre funzioni al servizio della percezione sensoriale sono l'astrazione e la generalizzazione. Esse permettono al cavallo di raggruppare entità diverse che possiedono caratteristiche simili in medesime categorie, ad esempio uomo che percuote e predatore oppure uomo rispettoso e autorevole e capobranco. Il capobranco e il predatore sono archetipi della percezione, immagini psichiche innate che nella realtà si rivelano al cavallo, intuitivamente e per astrazione, attraverso il "sentito", inteso come ciò che osserva e ode: per mezzo di sensazioni, sentimenti ed emozioni che i loro gesti, posture, suoni e contatti incondizionatamente suscitano. Per l'educazione di un cavallo al rispetto e alla fiducia facciamo perciò affidamento su due straordinarie capacità innate di questo animale, funzioni di strutture nervose preposte alla conoscenza della realtà: di percepire intuitivamente dai comportamenti i sentimenti e le intenzioni e di cogliere per astrazione, dal comportamento di una vasta gamma d'individui, l'espressione dei sentimenti aggressivi e rassicuranti. Nella pratica di addomesticamento di un cavallo, attraverso l'alternanza di comportamenti rituali impositivi e pacificatori, gli faremo comprendere l'intenzione d'instaurare con lui un rapporto d'amicizia su basi gerarchiche. Imposizioni e pacificazioni rituali sono fondamenti della doma dei sentimenti: con le imposizioni otteniamo che il cavallo ci conceda rispettosamente il fianco, attraverso le pacificazioni gli facciamo comprendere che dal nostro accostamento al fianco non deve temere nulla. La conoscenza dei segnali rituali impositivi e pacificatori, la loro sapiente alternanza frammista a pause, per permettere al cavallo di riflettere sul contenuto dei messaggi inviati, e il loro adattamento alla personalità individuale del cavallo, ci permetterà di avere successo con tutti i cavalli. Il cavallo si addomestica in un tondino, luogo dove scompare il tempo e lo spazio assume un valore simbolico, quello che conta al suo interno è la capacità di gestire l'intensità e la qualità dei segnali che gl'invieremo per dargli modo di coglierne l'esatta associazione con i nostri pensieri e sentimenti. Il cavallo sa che incontrare un individuo dominante in uno spazio limitato, dove la via di fuga è impedita da barriere invalicabili, lo espone al pericolo d'aggressione fisica, ma conosce anche il linguaggio con cui comunicargli che riconosce la sua superiorità gerarchica, capace d'inibire l'aggressività del contendente. Come mettere in fuga un cavallo è un segnale di dominanza, così fuggire indica sottomissione. L'occupazione del centro del territorio è un segnale di dominanza, dice Lorenz "il territorio non dobbiamo rappresentarcelo come un area topograficamente delimitata, esso esprime più che altro il fatto che la propensione alla lotta è per ogni animale più forte nel luogo che gli è più familiare, appunto il centro del territorio". La fuga alla sua periferia provoca invece senso di pericolo, insicurezza, agitazione. Avere in mano una cordicella o una frusta lunga con la quale poterlo repentinamente toccare a distanza aumenta di molto la nostra autorevolezza. Sia il comportamento di fuga che quello impositivo-minaccioso fanno parte del linguaggio universale con cui in natura si stabiliscono le gerarchie sociali. Mettiamo il cavallo in fuga lungo la periferia del tondino emettendo particolari segnali: sollevando repentinamente le braccia e/o srotolando verso il posteriore la longhina, e lo manteniamo in fuga incalzandolo da dietro, all'altezza dei glutei. Il contatto pacificatore è uno sfioramento sulla guancia o sul collo (carezza), azione culminante di un avvicinamento, con movimenti lenti e pacati, secondo una traiettoria perpendicolare all'asse lungo del corpo, all'altezza della spalla. Lo sfioramento deve essere preceduto da una richiesta di olfattazione e immediatamente seguito dal nostro allontanamento. Gli comunichiamo così le nostre intenzioni pacifiche. Se sapremo dosare l'intensità dei comportamenti impositivi e pacificatori, adattandoli alle reazioni provocate, quindi alla particolare personalità del cavallo con cui trattiamo, tutti i cavalli prenderanno a percorrere dietro di noi il territorio del tondino con un caratteristico atteggiamento, quello che assumono i subordinati quando seguono il capo negli spostamenti sui vasti territori naturali di pascolo. Il cavallo possiede un innato programma comportamentale finalizzato alla risposte territoriali e gerarchiche, in altre parole sa per istinto, se si trova in un territorio che qualcuno rivendica come suo possesso, occupandone autorevolmente il centro, quali sono le alternative che gli si prospettano: o gli si contrappone lottando, o fugge via, o assume comportamenti di sottomissione. Altre possibilità non gli sono date. Posizionandoci al centro del territorio e imponendo al cavallo di percorrerne la periferia stiamo rivendicando il dominio sul territorio e perciò la nostra condizione d'individui dominanti. Da questo momento o il cavallo accetta la nostra imposizione, e perciò prima o poi il patto di sottomissione, o prova a scontrarsi con noi. Per quanto riguarda l'eventuale reazione aggressiva del cavallo, dobbiamo tenere presente che egli, essendo un predato, un animale da fuga, è reattivo d'istinto a rapidi segnali di movimento e di contatto, sarà perciò molto facile, nel caso in cui la tentasse, respingerlo di nuovo in fuga alla periferia del tondino srotolandogli contro repentinamente la longhina con cui siamo entrati. Più frequentemente i cavalli reagiscono a deboli segnali impositivi e, a volte, addirittura spontaneamente, fuggendo spaventati al galoppo. In questo caso dobbiamo calmarli accovacciandoci al centro del territorio, non fissarli con lo sguardo ed emettendo ritmicamente un suono grave come hooooo, quasi sussurrandolo, fino a che non saranno passati dal galoppo concitato ad un'andatura più equilibrata. A volte il cavallo a cui stiamo imponendo di percorrere la periferia del tondino assume, nel percorrerla, un'andatura al trotto rilevato portando la testa e la coda alta, come se volesse comunicarci: "ehi, modera le maniere, non sono un tipo che si spaventa facilmente!". Altri cavalli per mettere alla prova la nostra determinazione rimangono fermi mostrando indifferenza e a volte, assumono un comportamento tipico, definito in etologia "comportamento di sostituzione" o "comportamento conflittuale": abbassano la testa e si mettono tranquillamente a pascolare, fanno finta di brucare l'erba anche se nel tondino non c'è un filo d'erba. Occupando simbolicamente il centro del territorio, imponendo al cavallo ritualmente la direzione di fuga ed inibendogli l'eventuale, seppur rara, reazione di lotta, stabiliamo la nostra dominanza. Al cavallo rimangono ora due possibilità: o cimentarsi in una fuga senza fine o sottomettersi pacificamente a noi. Dato che la fuga da noi in un territorio chiuso e circolare non può compiersi, il cavallo che sceglie questa risposta comportamentale finisce per provare un forte disagio che terminerà quando si convincerà che non abbiamo intenzione di fargli del male. Al che rallenterà la corsa fino ad arrestarsi di fianco. A questo punto, con molta calma, avvicineremo il cavallo lateralmente, a livello della spalla, e con movimenti lenti e sicuri lo sfioreremo sulla guancia o sul collo allontanandoci immediatamente con un particolare comportamento di richiamo. Porteremo così il cavallo a comprendere le nostre pacifiche intenzioni e nel contempo lo indurremo a seguirci. Se il cavallo non si convince a seguirci e rimane come imbambolato in posizione di fianco, possiamo agganciare la longhina alla capezza e con delicate trazioni laterali chiedergli di seguirci al centro del territorio. E' importante che il cavallo memorizzi il centro del territorio come luogo di piacere e sicurezza e che associ questi sentimenti alla nostra presenza accanto a lui. L'associazione tra l'immagine del luogo, la nostra figura e il particolare tono affettivo dei sentimenti provati, predisporrà il cavallo a starci accanto quando successivamente lo educheremo alla confidenza con noi ( desensibilizzazione o assuefazione). Una volta portatolo al centro del tondino lo dobbiamo accarezzare sul corpo con l'intento di evocargli le stesse senzazioni di rassicurazione che tutti i cavalli provano alla nascita quando vengono lambiti dalla lingua della mamma. Non si può pretendere docilità e obbedienza da un cavallo che non ci rispetta o che lo fa solo perché gli facciamo paura, la mancanza di rispetto genera comportamenti di sopraffazione e la paura di fuga. Con un cavallo che ha un innato o acquisito timore dell'uomo dobbiamo essere estremamente rassicuranti affinché il timore si trasformi in fiducioso rispetto. Con un cavallo estremamente sicuro di se e aggressivo, invece, dobbiamo dimostrare molta fermezza, che esprimeremo, nel linguaggio comportamentale impositivo, mettendolo in fuga alla periferia del tondino. Solo previa acquisizione del rispetto del cavallo possiamo passare alla fiducia e confidenza. Con la doma dei sentimenti ci proponiamo di educare il cavallo alla docile obbedienza attraverso azioni incondizionate su comportamenti, pensieri e sentimenti. Affrontiamo il cavallo in libertà in un'area recintata circolare di 16-18 mt di diametro con fondo in sabbia (tondino) con l'intento di educarlo a muoversi in circolo alla periferia, fermarsi e cambiare di mano, farsi accostare porgendoci il fianco, seguirci per tutto il territorio, rimanere fermo e rilassato quando ci muoviamo nelle sue vicinanze o lo contattiamo. Quando assumerà questi comportamenti (a volte bastano pochi minuti, altre alcune ore) avremo posto le basi del rispetto, fiducia e confidenza, e nel contempo lo avremo predisposto a girare alla corda, a farsi condurre alla mano e alle pratiche di governo. Raggiunti e rafforzati gli obiettivi del metodo anche la prima sellatura e la prima monta non saranno più pratiche per uomini che mettono alla prova il loro coraggio o l'incoscienza. Deve considerarsi finito il tempo delle fruste, rodei, palenque, staccioni, strumenti di epoche in cui il cavallo veniva strappato al branco e piegato con la forza all'obbedienza, utilizzati da uomini che non si facevano scrupoli nel mettere a repentaglio la propria incolumità né quella del cavallo, e tanto meno di affidare alle cure del macellatore i soggetti non adatti al metodo. Oggi il rispetto dei cavalli è diventato conoscenza etologica e certezza di un origine comune tra le nostre specie (Darwin, Lorenz). E' grazie a un bagaglio comune di funzioni atte alla conoscenza, ereditate da un antico progenitore, che possiamo comunicare ad un cavallo la nostra benevola autorevolezza. Attraverso un linguaggio simbolico, primordiale, fatto di comportamenti impositivi e pacificatori, raggiungeremo in breve tempo l'obbiettivo di farci porgere il fianco senza resistenze ne difese. L'acquisizione nel corso dell'evoluzione d'informazioni genetiche necessarie al progetto costruttivo di strutture funzionali al linguaggio verbale, ha fatto si che la nostra specie abbia trasferito nelle espressioni linguistiche ciò che nei sui antenati primitivi e animali era d'esclusiva pertinenza dei comportamenti: esprimere stati interiori, affetti e sentimenti, e comunicare intenzioni. "Porgere il fianco" e "piegare il capo" sono perifrasi che nel nostro linguaggio verbale, figurato, stanno ad indicare i sentimenti di soggezione e sottomissione. Un cavallo non può che manifestarli attraverso comportamenti, porgendo il fianco e piegando il capo. E' la sua maniera d'esprimere il riconoscimento di superiorità gerarchica di un conspecifico. Il nostro linguaggio verbale oltre a comunicare gli stati d'animo e le intenzioni, capacità presente anche negli animali attraverso l'istintivo linguaggio corporeo, è evoluto nel tempo in altre importanti funzioni: la descrittiva e l'argomentativa. Sono queste che hanno permesso alla nostra specie di elevare sia la coscienza introspettiva che la conoscenza della realtà, offrendole pertanto grandi chance in quella che in natura è la funzione primaria del comportamento: permettere l'adattamento alla realtà ambientale. La nostra espressione verbale "L'ho attratto con una carezza" descrive alla lettera ciò che accade, a volte nello stesso istante in cui compiamo il primo passo d'allontanamento, dopo aver sfiorato con una carezza un cavallo d'indole timida e socievole. Utilizzando il linguaggio corporeo espressivo di sentimenti e intenzioni, il cavallo viene a noi: letteralmente attratto dalla carezza. La carezza è un gesto perfettamente leggibile dalle parti più antiche del cervello dei cavalli (paleocortex) dove sono racchiusi i centri delle emozioni e degli affetti che, a seconda della qualità delle esperienze sensoriali, inviano impulsi per la disinibizione dei comportamenti aggressivi, di fuga o d'attrazione. Se vogliamo addomesticare un cavallo dobbiamo conoscere il valore di comunicazione di determinati comportamenti, ci eviterà fraintendimenti e permetterà di provocare specifiche reazioni del cavallo come risposta ai nostri comportamenti. Il cavallo ci porgerà il fianco e piegherà il capo a comando solo quando avrà acquisito rispetto e sicurezza di non essere frainteso, perché nell'assumere queste posture egli offre le sue parti deboli, collo e fianchi, rimanendo indifeso. Egli, in caso di dubbio, preferisce l'allerta o la fuga, l'istinto di sopravvivenza gielo impone. La docilità e l'obbedienza, qualità dei comportamenti, si ottengono da un cavallo suscitandogli rispetto e fiducia, qualità psicologiche che prendono forma di comportamenti quando il cavallo arriva a porgerci il fianco. E' questo un obiettivo primario della doma dei sentimenti: riuscire a frequentare ambedue i fianchi del cavallo senza che ciò gli provochi né comportamenti di fuga né di lotta. Come ulteriori obiettivi deve seguirci nel territorio di addomesticamento (tondino), percorrerne a comando la periferia e, sempre a comando, fermarsi e raggiungerci al centro. Libero da ogni vincolo non deve spaventarsi, sobbalzare, allertarsi o fuggire, se eseguiamo movimenti bruschi, emettiamo suoni acuti o lo tocchiamo improvvisamente. Raggiunti questi obiettivi comportamentali possiamo considerare il cavallo educato nei sentimenti e perciò predisposto ad essere educato alle eventuali richieste equestri. La generica docilità e obbedienza che vogliamo ottenere da un cavallo come obiettivo dell'addomesticamento, corrispondente sul versante interiore al rispetto e alla fiducia, deve necessariamente oggettivarsi in compotamenti e pronte risposte a comandi. La doma dei sentimenti è un metodo di addomesticamento naturale dei cavalli perché rispettoso della sola vera natura di ogni individuo, l'integrità fisica e psicologica. E' frequente vedere cavalli "domati" che appaiono agitati e confusi al contatto con l'uomo e con il mondo. La causa di ciò è un approccio sbagliato: li s'incolpa di resistere, di lottare e difendersi, mentre non fanno ch'esprimere la loro natura. Per avere cavalli psicologicamente sereni, anziché "vincerne" le titubanze, l'aggressività, i rifiuti, le paure, dobbiamo rispettarne la personalità e comprenderne il linguaggio comportamentale, dopodiché prestargli attenzione, educarli, "convincerli". Solo riservandogli un'attenzione consapevole ed esclusiva non si sentiranno macchine al nostro servizio o, peggio ancora, prede nelle fauci di un predatore. Nel cavallo, come in altri animali sociali, compreso l'uomo, l'adattamento psicologico alle particolari esigenze di un determinato ambiente di vita, si compie pienamente quando sono tali da consentirgli di manifestare sentimenti e comportamenti istintivi sociali. L'assunzione forzata di comportamenti "contro natura" è la causa del disadattamento. Cavalli costretti a passare la vita nell'angusta solitudine di un box o a interagire con proprietari la cui unica maniera di comunicare è attraverso azioni violente, possono sviluppare tic (comportamenti stereotipati) e fobie (cavallo sull'occhio) che evidenziano i disagi interiori provocati dall'impossibilità di manifestare la propria natura. In molti di loro, a causa di ciò, subentra uno stato di profonda apatia e inazione, in altri, invece, l'eccitazione e il continuo movimento fanno da spia al disagio psicologico. Solo rispettando le disposizioni naturali dei cavalli possiamo in breve tempo porre le basi di un rapporto naturale, altrimenti ogni tentativo di orientarne la volontà sarà destinato a suscitare reazioni di lotta e di fuga. Se il cavallo non ci raffigurerà come superiori gerarchici, se non avrà fiducia e confidenza con noi, se in altre parole non ci si affiderà, possiamo stare sicuri che non si predisporrà psicologicamente all'obbedienza e mostrerà continui rifiuti, resistenze, difese. I principi e la pratica della doma dei sentimenti dovrebbero essere conosciuti da tutti coloro che desiderano accostarsi con rispetto a questi intelligenti e sensibili animali. L'obbiettivo di questo particolare metodo di addomesticamento è rendere il cavallo sereno, fiducioso, rispettoso e obbediente, atteggiamenti mentali e qualità dei sentimenti che devono risultarci evidenti dai suoi comportamenti. |
| Il cavallo e l'addomesticamento |
| In fondo il cavallo è una creatura amabile e collaborativa, con una dolcezza di carattere che troppo spesso ha causato lo sfruttamento della specie da parte dell'uomo. Un animale meno socievole avrebbe rifiutato qualunque forma di coinvolgimento e avrebbe mandato a far fagotto gli aspiranti cavalieri - Desmond Morris |
| Utlizzando un'adeguata comunicazione comportamentale possiamo suscitare nel cavallo rispetto, fiducia e confidenza |
| Nella comunicazione con il cavallo, finalizzata all'addomesticamento, ci presentiamo come l'analogo di un capobranco naturale: individuo dotato di qualità complesse che il cavallo riconosce d'istinto dai segnali con cui colpisce il suo apparato cognitivo. Simbolizzeremo un'autorità che sia al contempo forte, rispettosa e benevola, per suscitare rispetto e fiducia e predisporlo così alla docile obbedienza. |