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LIBRO BIANCO Fra tutte le multinazionali discografiche la Decca ha il privilegio di presentare un catalogo "vocale" particolarmente scadente per non parlare di vera e propria opera di mistificazione. E' risaputa la incompetenza dei gerenti dell'industria discografica che si affidano spesso ai vari maneggioni chiamati "produttori". E' così che manca totalmente la ricerca della qualità (che pur in minima parte esiste in questo secolo strampalato), ma ad essa si crede di supplire con una pompatura pubblicitaria a largo raggio secondo la legge dell'inversamente proporzionale: a minor qualità corrisponde maggior pubblicità. La sfortuna della Decca è costituita dalla presenza di una discografia del bel tempo passato (anche se quantitativamente non esorbitante) che dimostra per contrasto, ampiamente, il grado di aberrazione uditiva che Decca vuole propinarci ed imporci! Ma, veramente, essa può pensare che l'amante del Bel Canto italiano abbia completamente dimenticato cosa significhi "emissione vocale" e non si accorga che la "vociaccia rauca" spinta dalla gola non ha niente a che vedere con il suono vocale, cioè con il Canto? E' il caso dei due ultimi e più strombazzati esemplari della Decca del momento: Pavarotti e Bartoli. La nostra analisi, pur sommaria, potrà sembrare impietosa, ma è l'ora di finirla; ne va di mezzo il concetto stesso di vocalità della grande tradizione italiana del Canto! Come si fa a voler imporci a tutti i costi la mancanza totale di intonazione, del piano (quello vero e non il bluff della voce mancante che ritorna in gola), del legato (quello vero e non lo strascico di gola...) della omogeneità, della morbidezza, della varietà dei coloriti, mancanza che è frutto di carenza di ciò che in termine tecnico si chiama "appoggio"? Non parliamo di virtuosità e di stili...! Quanto all'ultimo aborto, Bartoli, l'operazione della Decca raggiunge l'acme della ridicolaggine. A confronto di Pavarotti, dotato da natura della materia prima, la voce, questa Bartoli manca proprio dell'elemento base. Ma questo è niente. Anche Schipa non era stato grandemente dotato da madre natura, ma conosceva l'arte di sopperire a tale mancanza. La poveretta Bartoli, che cerca di imitare il mezzosoprano, invece si ritrova in un mare di guai...! Senza voce, non conoscendo l'abc della emissione, si butta come può; naturalmente - visto che non può eseguire il repertorio ottocentesco del mezzosoprano, si rifugia nell'ultima spiaggia, cioè si fa passare per specialista di Mozart e Rossini (e adesso anche della early music…), cioè due autori che praticano una tale scrittura vocale da poter essere eseguiti anche da gente, come si dice, senza né arte, né parte! Il fatto che sul piano vocale ed artistico vengano
ridicolizzati non interessa proprio a nessuno, tanto sono morti da tanto tempo
senza eredi...! Ciò che interessa è invece il fatto che con tale repertorio
Bartoli non rovinerà ciò che non ha e manterrà più a lungo quelli che le sono
attorno... Che poi la vocetta, a furia di essere spinta, già abbia il
tremolizzo, che manchi di acuti (si fa per dire...) e di gravi (il Do
centrale è già grave?...), che mangi le tante note in preda a fame arretrata
senza contare quando sgallinaccia (come dicevano gli antichi) alla "moresca" (talebana...),
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