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Epistula

 

 

 

La Musica nella Scuola Italiana

Premessa storica

 

La presenza della musica in Italia, nella scuola, sia in senso culturale-sociale, sia professionale, annovera da tempo inveterato manchevolezze, equivoci e disaggiornamenti.

Paesi arretrati civilmente e socialmente, poveri di storia, disinformati sui grandi processi evolutivi del sapere, nel corso del Novecento, hanno riconquistato posizioni, si sono dati un’organizzazione, hanno compiuto investimenti al punto di surclassare quell’Italia che i più presuntuosi e sprovveduti continuano a considerare, in mala fede, il miglior paese del mondo soltanto perché ha scritto con i suoi geni parte della storia universale.

La conoscenza dell’arte musicale, in tutte le latitudini, vive uno dei momenti più squallidi della storia italiana.

Occorre un enorme sforzo riformatore ed organizzativo per porre rimedio a ciò, non a tempi brevi, ma per innescare una strategia che consenta, almeno, di poter competere con paesi più progrediti e più sensibili artisticamente.

Si espone un’analisi, estremamente succinta, da approfondirsi, degli aspetti problematici:

 

L’educazione musicale nella scuola pubblica.

Esiste soltanto nella scuola media inferiore per due ore settimanali di lezione. Assente nella scuola materna, elementare ed in tutte le scuole superiori, università compresa. L’inserimento nella scuola media inferiore, al pari di un cuneo, è improprio e interviene in una fascia di età, dagli undici ai quattordici anni, inadeguata. Gli aspetti intuitivi, percettivi e della fonazione sono già induriti e rallentati e nei giovani altri interessi prendono il sopravvento. Occorre istituire l’educazione alla musica, con programmi adeguati e docenti professionalmente preparati, sin dalla scuola materna proseguendo nella scuola elementare ed estendendo l’arco conoscitivo a tutte le scuole di ogni ordine e grado con orari di lezione appropriati. Soltanto in tal modo si potranno avere future generazioni civilmente educate in musica ed in grado di fruire dell’arte musicale, non quella che viene spacciata per autentica dai mass-media, la leggera o come definir si voglia, ma quella portatrice di valori e consacrata dalla qualità. Inutile aggiungere che la cultura musicale di base deve accostarsi a conoscenze artistiche late: pittura, scultura, architettura, ecc. ecc..

 

Le scuole musicali.

Si distinguono in pubbliche o civiche e private. Le prime sono gestite (meglio, in genere, sopportate) dalle amministrazioni comunali e vivono vita grama per mancanza di fondi (la retribuzione oraria si aggira sulle ventimila lire lorde!) e per limitata qualità didattica, spesso determinata dai criteri di assunzione quanto mai labili e confusi. Svolgono una funzione importantissima, pur non rilasciando titoli giuridicamente validi, colmando il vuoto che esiste a livello culturale e sociale. A volte sono disorganizzate per l’assenza di una corretta chiave di lettura del loro compito e delle loro funzioni. L’obiettivo frequente è quello di far soldi e smerciare esclusivamente lezioni musicali surgelate. Si potrebbero definire aree di parcheggio per giovani svogliati, posati dalle famiglie occupate in altri interessi. Non godono, a differenza di quanto accade in tutti i paesi civili, di sostegni da parte dello Stato. Le amministrazioni sono esclusivamente interessate non solo di avere bilanci alla pari, ma anche di lucrare. Se efficienti e bene organizzate assolverebbero ad una funzione culturale indiscutibile e opererebbero per individuare eventuali potenziali talenti.

Le scuole musicali devono essere una bottega secondo l’antico principio del ‘ impara l’arte ....’. In esse si studia la musica e si pratica la stessa, cioè si apprende e si produce; non è concepibile che si assimili teoria e pratica senza mai porre in mostra l’appreso: Ma così è. Né si giustificano i famigerati saggi scolastici offerti per far godere famigliari, parenti ed amici.

 

Le scuole professionali (Conservatori di musica ed Istituti musicali pareggiati)

Assommano a circa un’ottantina (e molti centri aspirano ad averle) soltanto perché non hanno i costi di esercizio per gli alunni al pari delle scuole private. Sono esageratamente troppe considerando che sono, in realtà, una fabbrica perversa che produce diplomi sconsideratamente senza la presa di coscienza che non c’è lavoro (o ce n’è pochissimo) per i musicisti in Italia. Come potrebbe esserci esistendo tredici orchestre delle Fondazioni liriche e sinfoniche, una della RAI, ventitré non stabili dei teatri di tradizione, dodici delle istituzioni concertistico orchestrali e tredici cori delle Fondazioni liriche - sinfoniche? Una saggia politica d’investimenti dovrebbe produrre personale professionale musicale solo in rapporto ai posti effettivi di lavoro; ma l’Italia è il paese che fabbrica cento professori di clarinetto quando, forse, non ne serve nemmeno uno. Non si potrebbe, poiché il personale dei Conservatori e degli Istituti pareggiati è inamovibile sino alla pensione, utilizzarlo, nel nome della tanto conclamata e taumaturgica ‘flessibilità nei posti di lavoro’ nelle scuole pubbliche o nelle scuole musicali gestite dallo Stato? In tal modo si ridurrebbero i disoccupati e si incentiverebbe lo studio della musica.

Il recente tentativo di riforma, che ha avuto un travaglio quasi secolare, si è rivelato dopo sconsiderati compromessi un grande pasticcio. Il problema è rappresentato dalla poca chiarezza che sussiste nell’assunzione di provvedimenti supportati da progetti inidonei. Semplicemente non si è capito ciò che serve ad un musicista per renderlo preparato e colto nelle discipline connesse all’espressione della sua arte professionale.

Uno dei nodi drammatici è rappresentato dalla specializzazione post-diploma: non esiste nessun corso che offra la possibilità di aggiornamenti fondamentali per l’acquisizione di alti livelli professionali. Un tampone a ciò è stato realizzato da alcune forti scuole private che organizzano corsi di alto perfezionamento (costosi!) e si sostituiscono allo Stato conferendo prestigio senza valore giuridico; i loro attestati sono più importanti dei consacrati diplomi musicali perché nobilitati da illustri docenti.

Negli scorsi anni la persecuzione del doppio impiego per i musicisti ritenuti impropriamente dei baroni o una casta eletta ha determinato la fuga dai Conservatori e dagli Istituti pareggiati di tutti i migliori musicisti rifugiatisi, per migliori condizioni finanziarie nelle orchestre o nei cori. La scelta fra pratica della professione musicale ed insegnamento non esiste in nessun paese del mondo; anzi, le due attività sono incastonate e costituiscono la condizione ‘sine qua non’ per assumere incarichi didattici. Semmai l’interpretazione doveva riguardare la duplicità delle mansioni ed il relativo corrispettivo finanziario, non il distinguo, improprio e pernicioso. Ora esiste una categoria che insegna e non sa suonare o cantare ed un’altra che canta e suona e non sa insegnare!

 

Strutture parallele all’educazione musicale sociale.

Sono rappresentate dai cori e dalle bande musicali amatoriali. Non hanno mai goduto di considerazione da parte dello Stato e costituiscono un ghetto di entusiasti cultori dell’arte musicale che praticano con il cuore. Anche gli enti locali, appena hanno potuto, se le sono scrollate d’addosso per non corrispondere poche lirette confinandole, con autoritarismo, nell’associazionismo povero e senza risorse.

 

Albo professionale dei musicisti

Non c’è perché la categoria, al pari di altre artistiche, .... non è! Sono secoli che ‘l’artista’ .... è, socialmente, considerato ... matto! Ma così non è. Esistono, anche, gli artisti, ... con la testa. E la dignità, morale e spirituale, che alberga in essi, forse, meriterebbe qualche cosa di più. Vedremo l’apparizione dell’albo professionale, non inteso come privilegio di casta, bensì quale espressione di giusto riconoscimento di valore professionale?

 

6) Contraddizioni.

Quante ne esistono! Ecco un piccolo elenco provocatorio:

Si consegue il diploma di organo e composizione organistica per ‘servire la Chiesa’ e poi si scopre che occorre saper suonare la chitarra e comporre canzonette ... nel nome del volontariato e del pluralismo.

Il criterio della ‘chiara fama’ è uno strumento per veicolare ignoranti ed impreparati.

La furbizia ‘ delle tessere’, male inveterato del ‘Bel paese’, è più che mai in auge: tutti i direttori di Conservatorio o di Scuole musicali (e ‘a latere’ di Fondazioni o Istituzioni musicali varie, didattiche e non), sono stati ‘scelti’ o ‘eletti’ perché in possesso di requisiti ‘simpatizzanti’.

Gli artisti ‘veri’ sono scomodi ed indesiderati perché ‘fuori dal sistema’.

Ogni sostegno per ‘fare qualcosa’ passa attraverso l’Istituto della raccomandazione.

Dopo secoli di privilegi di casta, oggi, per studiare la musica a livello culturale si è ritornati allo stesso punto: chi ha denari studia, chi non li ha ... rimane ignorante;

oppure si iscrive al Conservatorio, che ha bisogno di allievi per sopravvivere e prende tutti.

Il musicista studia, al minimo, cinque anni dopo la scuola dell’obbligo (i cantanti) e poi si merita un diploma. C’è anche chi studia dieci anni e poi si merita lo stesso diploma. Ma c’è anche chi studia, venti, trenta anni e più e accumula diplomi. Ma per acquisire una laurea in musica che si deve fare? Esistono laureati ‘brevi’ (che vergogna!) che ‘fregano’ con il loro illustre titolo i musicisti. Perché? La risposta è ovvia: in un paese che non ha e non vuole cultura musicale, né sociale, né professionale i musicisti sono quelli che, al pari di ‘secoli bui’, cantano e suonano nelle osterie e nella metropolitana con il piattino dinnanzi per ricevere qualche spicciolo dalle persone generose, sensibili e caritatevoli.

I mass-media, RAI in testa seguita dalle emittenti private, temute e parimenti insensibili, hanno fatto credere che ‘LA MUSICA’ è quella rocckettara e ‘rompipalle’ al punto che tutti ci hanno creduto e ci sono cascati. Vedi il parto demenziale dell’On. Veltroni che inventa la ‘Legge sulla musica’ confondendo musica leggera con musica popolare. Complimenti! Non è egli in mala fede, ma furbo e diabolico, perché sa che il terreno è fertile per diffondere il messaggio perverso.

Il fatto è che i veri musicisti classici sono fuori posto e devono studiare seriamente la musica ‘alla moda’.

La S.I.A.E. (Società Italiana Autori ed Editori) vuole denari per l’esecuzione, di musiche tutelate, in ambito scolastico e didattico pubblico, quando non si perseguono fini di lucro.

Libri specialistico-musicali, dischi e video di musica classica sono tassati quali beni di lusso.

Nella valutazione dei titoli nelle graduatorie per l’insegnamento nei Conservatori di musica e negli Istituti pareggiati il titolo di studio specifico (diploma) non ha valore determinante (si può anche non possedere) ed è surclassato dal possesso dei titoli artistici che è valutato ‘a discrezione’ della Commissione (con i guasti che ne conseguono).

 

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