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Musica e Spettacolo in Italia
Premessa La musica ‘nello spettacolo’ in Italia non ha mai avuto una specifica considerazione. Già il fatto che lo Stato abbia inserito la gestione delle forme di spettacolo all’interno del defunto Ministero del Turismo e dello Spettacolo la dice lunga. Né il referendum abrogativo dello stesso che lo ha soppresso, ma di fatto nulla è cambiato, ha risolto il problema. E’ mutato il nome ma le leggi, la sede, i funzionari e le norme hanno tramandato un’abitudine che ha trascinato sul lastrico le attività musicali italiane supportate finanziariamente dallo Stato. Senza parlare delle norme esasperate allo spasimo burocraticamente che rendono l’espletamento di una banale pratica un’azione da capogiro tale da scoraggiare ogni istituzione. Lo Stato, dimagritosi nei fondi destinati allo Spettacolo per la presenza di sanguisughe insaziabili (leggi: gli ex Enti lirici oggi Fondazioni), ha costretto le istituzioni a rifugiarsi negli sponsors, novelli salvatori della patria artistica, i quali, a poco a poco, dissanguatosi hanno vieppiù ridotto gli stanziamenti per cui, limitato lo Stato, esausti gli sponsors, le attività musicali non hanno avuto più padri. Né le energie finanziarie dei fruitori, i biglietti d’ingresso, hanno consentito la sopravvivenza degli spettacoli. Di conseguenza, gradualmente, le istituzioni o sono fallite, o sono morte. Al presente lo spettacolo musicale è privilegio di ricchi (chi frequenta abitualmente i teatri?) o di presenti per caso (sponsors, politici, divi, giornalisti, vip, ecc. ecc). E poi, se anche gli spettacoli fossero offerti gratuitamente dallo Stato chi presenzierebbe se il popolo non ha cultura musicale? La realtà è un cane che si morde la coda: mancano i luoghi della musica (perché sempre ci si deve rifugiare nei luoghi sacri anche per eseguire musica profana?), le orchestre, i cori, le occasioni di fruizione ma, anche ci fossero, non ci sarebbe il pubblico. L’equazione può tornare ad una sola condizione: presenza del pubblico colto in musica e mezzi per fruire e godere della stessa.
Fondazioni lirico-sinfoniche Provengono dagli estinti enti lirici che, prima e dopo la Legge 800, hanno dissanguato il fondo finanziario per lo spettacolo facendo la parte del leone e lasciando le briciole per le altre attività considerate ‘cenerentole’. Non solo: perpetui e costanti ripiani finanziari di Stato hanno legalizzato sprechi e avallato assunzioni di favore per cui, ora, sono veri pachidermi che non si sa più come gestire. I costi di esercizio sono mostruosi e gli esiti artistici non sempre di altissimo livello. Non sono autosufficienti ed abbisognano di collaboratori esterni (direttori d’orchestra, cantanti, registi, assistenti musicali, ballerini, scenografi) che sono nelle mani di agenzie le quali si dividono i budgets dei teatri. Dopo la riforma e la conseguente trasformazione in Fondazioni le cose non sono migliorate, anzi, in alcuni casi peggiorate. Ora il ‘deus ex machina’ è il Sovrintendente che possiede i pieni poteri travestito da manager. Anche il Consiglio di Amministrazione, con il suo rappresentante ministeriale, assiste ed approva con pochi margini per intervenire nelle decisioni trovandosi frequentemente dinnanzi al fatto compiuto. Si consideri che raramente nei vari Consigli di Amministrazioni delle Fondazioni c’è qualcuno che capisce di musica e, quando c’è, si trova in minoranza. Come già espresso, la piaga più grande è rappresentata dallo strapotere delle agenzie, nazionali ed internazionali che, con le multinazionali video-discografiche, sono i veri padroni dei teatri italiani. I cachets pagati dai teatri italiani sono fra i più alti del mondo e, neanche nell’Europa comunitaria, esiste un calmiere che obblighi i Sovrintendenti a corrispondere cachets proporzionati alla media europea. Inoltre i sindacati artistici, molti e divisi, condizionano pesantemente la gestione ed è, quindi, impossibile realizzare un vero e serio discorso artistico di alto livello. Il direttore artistico, scelto insindacabilmente dal Sovrintendente, ha poco peso: in genere legalizza ciò che il Sovrintendente desidera. La programmazione è di routine, concepita per accontentare il pubblico: l’offerta di opere rare, in prima esecuzione o ripresa moderna, inedite o raramente eseguite è un salto nel buio e il ristagno è d’obbligo. Si può affermare che "di teatro verista si muore!" I teatri fanno gola a molti perché possiedono risorse; sono, ovviamente, più esposti alle corruzioni, alle tangenti, alle raccomandazioni, agli intrallazzi. Negli anni ’70 ci furono scandali, arresti, denunce e poi ... tutto ritornò come prima. Queste ‘palle al piede’ della musica italiana necessitano di moralizzazione, riorganizzazione, controlli, austerità di gestione, livello artistico, impegno, rigore e serietà ma, soprattutto, di persone abili e capaci, professionalmente ineccepibili e non corrotte. Il FUS (Fondo unico per lo spettacolo) deve essere assolutamente gestito democraticamente poiché non esistono nell’arte musicale i buoni ed i cattivi. E’ ora di smetterla con i privilegi accordati soltanto all’Opera ed al sabotaggio nei confronti di tutti gli altri generi musicali. E, sempre in tema di privilegi, è stato risibile il tentativo furbo della Legge Veltroni sulla musica (caduta per fortuna!) di finanziare la musica leggera che, come si sa, gode di pubblico che paga profumatamente i ‘concerti’ in stadi gremiti, di utili finanziari ingenti, di spazi a iosa sulle emittenti radiofoniche e televisive pubbliche e private, di proventi dall’industria discografica. Inoltre deve essere gestito il privilegio della inamovibilità artistica delle maestranze musicali: come vige nelle serie istituzioni mondiali, periodiche verifiche devono vigilare sul livello artistico-professionale e giusti premi di produzione e di avanzamento di carriera devono essere riconosciuti a chi merita.
Associazionismo artistico E’ l’anima pulsante e viva, sincera, genuina ed autentica della realtà musicale italiana. E’ colpevole di essere povero. L’ultima invenzione degli enti locali è quella di non elargire contributi a pioggia confondendo la partita di bocce o la sagra degli arrosticini con ‘la MUSICA’, quella autentica che è guidata da eterni illusi che credono, ancora, nella giustizia musicale terrena. Non ci si accorge che la linfa vitale della realtà italiana, quella che ancora non conosce lo schifo della corruzione, delle tangenti, del compromesso, del ‘un favore a te ed un favore a me’ è rappresentata dall’associazionismo puro (che brutto termine disgregativo!) che alberga sia nel professionismo (e chi l’avrebbe mai immaginato considerando che certi dittatori-baroni sono ascoltati da chi comanda) , sia nella dimensione amatoriale (spesso ritenuta squalificante e disonorevole). Si restituisca a questa dimensione il dovuto. In parole povere ‘ognuno impari (e se non ci riesce qualcuno provveda ad insegnarglielo) a stare al posto suo’, o con nobiltà o dimessamente. Ne trarrà profitto ‘il sistema’, o di destra, o di sinistra. Ma l’arte, quella che i puri (pochi, invero al presente!) leggono con caratteri maiuscoli, non è una prostituta; non è di parte ma ‘E’!. La sua salvezza dipende dallo sforzo e dall’impegno delle persone pulite, di fede e trasparenti (che brutto termine adusato ai tempi nostri impropriamente!). Se ne accorgerà il novello Stato?
Riflessioni generali. Perché ‘la musica vada bene in Italia’ (si perdoni il taglio semplicistico) occorre rimboccarsi (se si vuole o si ritiene) le cosiddette maniche. Perché non è assolutamente vero ciò che ci hanno fatto credere politici stupidi, ignoranti ed insensibili. ‘La MUSICA’ (sempre quella a carattere in stampatello) VA MALE, ANZI MALISSIMO. Offre l’immagine di un fallimento inconsapevole e perverso figlio di nessuno. Si tratta di riflettere se interessa o meno. Il guaio è che il guaio è lato e diffuso. Cercare di porre rimedio è impresa disperata o quasi. Ma chi si è assunto l’onore o l’ardire di guidare il paese, o traghettarlo verso il meglio non può volgere il capo. Deve scegliere. O accetta la sfida culturale, sociale o professionale che s'intenda oppure abdica. E’ questione di scelta. Per non recitare il ruolo antistorico, ma forse sempre attuale della Cassandra di turno che predice sventure ma non offre rimedi, si ascoltino persone ‘che sanno il fatto loro’, fidi consiglieri, ‘vergini’ ed all’altezza professionale. Non potrà che scaturirne la speranza. |
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