Galileo e le interpretazioni naturali presenti nella dinamica aristotelica
Feyerabend e il caso Galileo
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6. Galileo e le interpretazioni naturali presenti nella dinamica aristotelica

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Al tempo di Galileo, l'argomento che doveva convincere dell'impossibilità del moto della Terra era quello di Tycho Brahe. Questi sosteneva come l'osservazione mostrasse che i corpi che cadono dall'alto di una torre (oppure quelli scagliati in alto da un cannone e che ricadono poi a terra) lo fanno per linea retta e perpendicolare alla Terra, cosa che non dovrebbe accadere se la Terra si muovesse.
Tuttavia, Galileo riesce a difendere la teoria copernicana, mettendo in discussione non il contenuto sensibile dell'osservazione fatta, ma la sua 'realtà' o 'fallacia'.

L'esempio che Galileo propone nel Dialogo è l'inganno della vista che avviene quando, camminando di notte, sembra di essere seguiti dalla Luna, "apparenza che, quando il discorso non s'interponesse, purtroppo manifestamente ingannerebbe la vista". L'adulto che vuole, per esempio, rieducare il bambino riguardo tale apparenza, deve mostrare come essa sia intimamente legata a una particolare interpretazione. Si parla di 'apparenza' perché, come sostiene Feyerabend, le cose "non sono solo 'date', ma vengono anche 'lette' in certi modi: e modi diversi di lettura sono preminenti in ideologie diverse". Ciò che inganna (e che deve essere quindi sostituito) non è, allora, la presenza di una falsa impressione, ma il fatto che l'impressione porta quasi automaticamente ad un giudizio, ad una interpretazione naturale: è questo giudizio che deve essere cambiato. Questa è una mossa legittima se si è disposti ad ammettere che il fenomeno 'osservazione' non è composto da due atti distinti, cioè da una sensazione priva di ambiguità e da parti di linguaggio che esprimono tale sensazione, ma da un solo atto "consistente nel dire, per esempio, in una certa situazione d'osservazione: 'la Luna mi segue' oppure 'la pietra cade a perpendicolo'".

Della stessa opinione è anche N.R. Hanson. Egli, infatti, ritiene che l'atto della visione sia costituito da due componenti psicologiche, il 'vedere come' (le immagini spesso sono copia di originali) e il 'vedere che' (il 'vedere che' inserisce all'origine del nostro vedere la dimensione conoscitiva: "ci salva dal dover procedere ogni volta a reidentificare tutto ciò in cui il nostro sguardo s'imbatte"). Il fatto che Tycho e Simplicio vedessero il Sole che si innalza, mentre Galileo e Keplero vedessero l'orizzonte che si abbassa, non sarebbe stato possibile se dietro l'atto della visione non ci fossero delle teorie (geocentrismo per i primi, eliocentrismo per i secondi) che ci fanno organizzare diversamente quel che si vede: "il semplice fatto di vedere è in realtà una impresa 'carica di teoria' [theory laden]".
Non si può dire che essi fanno le medesime osservazioni, pur servendosene in modo diverso, perché questo non spiegherebbe le controversie che li dividono. Se le osservazioni non dipendessero da diverse organizzazioni concettuali e anche da un fattore linguistico ("anche se non c'è niente di linguistico nel meccanismo di formazione delle immagini nell'occhio"), non potrebbero neppure essere usate con esiti radicalmente contrastanti da osservatori reciprocamente in disaccordo.
Quest'unità di percezioni e credenze, secondo Feyerabend, è il risultato di un processo di addestramento che ha inizio nell'infanzia e che ha come conseguenza quella di ritenere che i fenomeni parlino da soli. Galileo riuscì a scalzare la presunzione di una tale immediatezza dei fenomeni, una delle più salde radici psicologiche del realismo ingenuo, solo attraverso la proposta di un nuovo tipo di esperienza più complessa.

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Copyright Tiziana Valtolina - 2002.
Ultimo aggiornamento:13-jan-02

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