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La
critica del metodo scientifico nell'opera di P.K. Feyerabend.
Il 'caso Galileo'
Tra i filosofi della scienza contemporanei Feyerabend
è, forse, quello cui meno si adatta una tale etichetta e questo non solo
perché lui stesso ha sempre rifiutato di essere considerato più di un
professore universitario o -al massimo- di un ‘propagandista’,
ma perché nei suoi numerosi articoli e libri ha espresso le sue idee in
continua evoluzione, mostrando il peso che su di lui hanno esercitato
posizioni diverse, piuttosto che una salda e radicata filosofia.
L’arma che
Feyerabend utilizza maggiormente per portare avanti questo suo programma
è l’ironia che serve, sia a ridimensionare la portata degli argomenti
di cui tratta (perché ciò che veramente conta per il Nostro “non è né
la razionalità, né la scienza, né la libertà -astrazioni come queste hanno
fatto più male che bene- ma la qualità della vita degli individui”),
sia ad abituarci a guardare
alla storia della scienza senza gli occhiali deformanti di qualche metodologia.
Feyerabend, cioè, ci serve per prendere atto che tutti i metodi
vanno criticati.
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Nel primo
capitolo si intende fornire un rapido resoconto delle
sue tesi. Il pensiero feyerabendiano
si snoda lungo tre tappe fondamentali. Si parte dalla critica all’empirismo.
Con gli anni la critica di Feyerabend investe l’idea stessa
di razionalità che, imponendo regole oggettive valide un po’ per
tutto, ha creato quel terzo mondo esclusivamente razionale di Popper,
che ha eliminato tutti i fattori irrazionali (come l’ingegnosità, la creatività,
la persuasione), veri e unici responsabili del progresso. L’eccessiva
rigidità e astoricità dei canoni popperiani (ma anche lakatosiani
e kuhniani) sono responsabili dell’attuale ristagno della scienza.
Compito dell’epistemologia anarchica feyerabendiana è, allora, quello
di riportare alla luce i ‘metodi sommersi’, che hanno determinato
le rivoluzioni della fisica moderna, della relatività e della meccanica
quantistica.
La maggiore libertà sostenuta dagli scienziati ‘anarchici’ si ripercuote,
poi, anche a livello istituzionale. La parola nelle decisioni importanti
della società non spetta più a distanti ‘pensatori’, ma deve venire da
‘amici’, cioè dai cittadini stessi, e si deve postulare l’uguaglianza
di tutte le tradizioni. La scienza, così, diviene solo una delle tante
forme di conoscenza e, quindi, prima di imporre le sue soluzioni deve
conoscere anche le altre culture.
Poiché la maggiore debolezza della filosofia della scienza contemporanea
risiede nel fatto di procedere in modo astorico, Feyerabend dedica numerose
pagine all’opera galileiana per mostrare
come “la scienza moderna e la sua metodologia iniziò come ribellione
di poche persone contro modelli di pensiero ben stabiliti” e come Galileo
dovette far uso di trucchi psicologici, retorica, persuasione e ipotesi
ad hoc per poter affermare la sua nuova dinamica e cosmologia che
contraddicevano l’esperienza e congetture ragionevoli. Galileo, così,
agì come un anarchico, cioè in modo irrazionale nei termini delle teorie
del Seicento, e per questo fu uno dei più grandi scienziati di tutti i
tempi.
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Nel
secondo capitolo della tesi si sottolinea
quello che, per Feyerabend, è l’aspetto più importante dell’opera di Galileo,
cioè la sua propaganda, legata a ‘trucchi’ come lo stile,
la teoria dell’anamnesi, l’utilizzo
di ipotesi ad hoc. Essa “ha una importanza essenziale” per Galileo
perché serve a creare e mantenere interesse per teorie implausibili. I
nuovi fenomeni celesti e le nuove idee del moto non erano accettate dal
senso comune, ma Galileo riuscì a convertire entrambe in favore di Copernico,
grazie alle sue abilità di propagandista. Organizzando in modo nuovo alcuni
vecchi fatti, eliminandone altri e costruendo nuove connessioni tra linee
concettuali diverse, riuscì a fare accettare la sua nuova scienza, basata
su un tipo d’esperienza “creata quasi dal nulla”.
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Nel terzo
capitolo si analizzano le critiche sia di storici
che filosofi della scienza a una tale interpretazione di Galileo. Secondo
questi Galileo non ha mai dimostrato di fare uso di alcun tipo di propaganda
per portare avanti le sue idee, cioè non si comportò come un anarchico;
chi veramente fa uso dell’inganno è solamente Feyerabend che fornisce
una ricostruzione storica di Galileo del tutto illusoria.
Inoltre non si possono accettare le conclusioni di Feyerabend, cioè l’idea
che nella scienza giochino un ruolo determinante fattori irrazionali e
personali.
Ho cercato di mostrare come Feyerabend non accetti -com’è sua abitudine-
nessuna di queste critiche. Ai primi risponde mostrando come i presunti
‘fatti’ usati per confermare l’ipotesi
copernicana (come la teoria delle maree e le fasi di Venere) non rendessero
affatto più plausibile il moto della Terra. Galileo, quindi, non disponeva
di nessuna prova in favore delle sue tesi. Il grande merito di Galileo
fu quello di utilizzare materiali provenienti dal passato e adattarli
per confermare il copernicanesimo, cosa che i suoi predecessori non avevano
fatto.
Lo stesso argomento vale per il cannocchiale: non fu Galileo a
inventarlo - come nota Geymonat - ma fu il primo
ad “accorgersi dell’enorme interesse delle cose viste” che, ancora una
volta, confermavano la teoria copernicana solo se si trascuravano (come
inspiegabilmente fecero i contemporanei di Galileo) le differenze tra
la luna di Galileo e quella che si poteva vedere ad occhio nudo.
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In una breve
appendice alla
tesi, si analizzano alcuni punti di contatto tra la
fisica classica e la fisica
contemporanea. Se oggi -come al tempo di Galileo- ci troviamo
alle prese con interpretazioni di tipo filosofico (strumentalistiche)
della fisica, occorre sperare che gli scienziati come i fisici prendano
spunto da Galileo che, affrontando esclusivamente argomenti fisici e tralasciando
quelli filosofici, propose una interpretazione realistica della
sua nuova fisica. Se per ottenere ciò, come abbiamo detto, egli è dovuto
ricorrere a ipotesi metafisiche, allo stesso modo devono (o dovrebbero)
operare gli scienziati contemporanei, senza lasciarsi impressionare -come
purtroppo accade- da argomentazioni filosofiche precostituite, che negano
che la fisica atomica sia qualcosa di più di un semplice strumento di
previsione.
Feyerabend mostra anche che l’opposizione che Galileo ottenne da parte
della Chiesa non è poi molto diversa da quella che i moderni fisici, biologi
e scienziati incontrano attualmente. Oggi -come allora- non è sufficiente
portare avanti le idee con argomentazioni, occorre anche adattarle
all’ideologia e istituzioni del momento, se non si desidera essere
allontanati dalla comunità scientifica. Se oggi il controllo non è più
così rigido come al tempo di Galileo, ciò è segno solo di una minor rigidità
verso ciò che è diverso, non di un mutato atteggiamento nei suoi confronti.

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