L'interpretazione di Geymonat del metodo galileiano
Feyerabend e il caso Galileo
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7. L'interpretazione di Geymonat del metodo galileiano

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Nel suo Galileo Galilei Geymonat ha più volte ribadito come Galileo, pur condividendo l'idea di Aristotele di anteporre l'esperienza ad ogni discorso, si fosse anche reso conto che l'esperienza non ci offre, insieme con i dati, anche la loro giusta interpretazione ma che, al contrario, spesso è possibile avvertire una contraddizione tra certi fatti e una data teoria.
"Di qui la necessità di spogliare i fatti (in sé incontrovertibili) dalla veste in cui li avevamo inconsapevolmente avvolti; di qui la necessità di provocare dei fatti nuovi, più precisi, che siano afferrabili nella loro realtà, al di fuori di ogni rivestimento tradizionale". Per provocare tali fatti, cioè 'esperienze non equivoche', come li definisce Geymonat, Galileo avrebbe fatto uso di dispositivi tecnici (i piani inclinati per le leggi del moto naturalmente accelerato, il cannocchiale per le osservazioni dei corpi celesti) che gli avrebbero permesso di "non fermarsi alle prime apparenze qualitative (già cariche di pericolosissime interpretazioni tradizionali)".

Geymonat in più di un'occasione insiste su come Galileo partisse sempre dall'esperienza (i "fatti in sé incontrovertibili") per provare la verità effettuale delle sue teorie. Sono, dunque, i 'fatti' che svolgono un ruolo fondamentale all'interno del rapporto teoria/esperienza. I dati sono sempre collegati ad altri dati: queste relazioni possono essere presentate in modo grossolano, se nella fase interpretativa si infiltrano errori (o pregiudizi), o in modo rigoroso, se tali errori vengono rimossi portando il ragionamento ad un livello più alto di astrazione attraverso la matematica. Ciò che è allora decisivo per Geymonat è il rigore con il quale lo scienziato raccoglie i dati, e il suo rimprovero ai nuovi filosofi della scienza e, in particolare a Feyerabend, è quello di non aver constatato che l'elaborazione delle teorie corre parallela alla precisazione dei dati, e che non vengono prima i dati e poi, successivamente, la teoria, né prima la teoria e poi i dati. Se si dà troppo peso alla componente teorica, al punto da sostenere che ogni singola teoria si crea i propri dati, non si può comprendere come siano stati strumenti tecnici particolarmente sofisticati a mettere in luce dati neppure ipotizzati.

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Copyright Tiziana Valtolina - 2002.
Ultimo aggiornamento:13-jan-02

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