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www.geocities.com/feyerabend_geymonat
Feyerabend
e la critica all’esperienza:
il ‘caso Galileo’
Abstract
del saggio: Le ‘interpretazioni naturali’
nella scienza Firenze, 1997 |
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Importanti
eventi storici si sono verificati perché alcuni pensatori sono andati
‘contro il metodo’, comportandosi come degli ‘opportunisti’.
Questa, sostiene Feyerabend, è ormai una banalità tra gli storici della
scienza” e tra gli scienziati stessi, ma non tra i filosofi della scienza.
Secondo Feyerabend proprio Galileo,
considerato il ‘padre’ del metodo sperimentale, per primo andò ‘contro
il metodo’. Egli, grazie alla sua straordinaria abilità nel considerare
più alternative allo stesso tempo, e al suo grande senso di tolleranza
nei confronti delle tradizioni sconfitte, riuscì a cambiare le nostre
interpretazioni ‘naturali’ con altre ‘innaturali’: questa sostituzione
fu il punto di forza del suo progetto, più che le considerazioni dinamiche
e le osservazioni astronomiche. Il ritratto che Feyerabend ci
offre di Galileo è allora una esaltazione della creatività e dell’audacia
intellettuali: la questione della corretta interpretazione dei fenomeni
del moto, e quella affine dell’interpretazione dei fenomeni telescopici,
ha dunque per Feyerabend un rilievo che va oltre lo stretto ambito della
storia della scienza. Non sono strutture precise e
universalmente valide che determinano il progresso, ma “brandelli
di sistemi” tra loro inconciliabili: “davanti a noi si ergono non
superbe cattedrali, ma rovine cadenti, mostri architettonici la cui
precaria esistenza viene faticosamente prolungata dagli architetti con
sgraziati puntelli. Questa è la realtà scientifica”.
1. Feyerabend, la critica
all’esperienza e il metodo galileiano
La presa di coscienza che importanti eventi storici, come la rivoluzione copernicana o la teoria quantistica, si sono verificati perché alcuni pensatori sono andati ‘contro il metodo’, comportandosi come degli ‘opportunisti’, è ormai diventata -secondo Feyerabend- “una banalità tra gli storici della scienza” e tra gli scienziati stessi, ma non ancora tra i filosofi della scienza. A causa di questa sorta di ‘miopia’ da parte dei filosofi, Feyerabend ritiene auspicabile che la filosofia della scienza scompaia e venga sostituita dalla storia. Poiché “le scoperte sono eventi storici”, vale a dire poiché non possono esser previste da principi che si estendono nel tempo, tutto quello che si deve fare, consiglia Feyerabend, è di dare una occhiata alla storia: “le ‘persone ragionevoli’ che costruirono quella storia, violarono costantemente i precetti introdotti dalle ‘persone ragionevoli’ che cercavano di dare una spiegazione teorica”. Sul terreno storico è possibile, allora, mettere in crisi le radicate certezze degli epistemologi. I capitoli dedicati a Galileo, servono dunque a Feyerabend per chiarire questa idea. Il ritratto che Feyerabend ci
offre di Galileo è una esaltazione della creatività e dell’audacia
intellettuali: esse si manifestano quando egli contesta le posizioni
degli aristotelici e stabilisce una nuova connessione tra Copernico
e i sensi attraverso il principio di relatività o attraverso l’uso di
strumenti ottici che correggono le osservazioni ad occhio nudo, e quando
mette così in luce i metodi sommersi, i presupposti e le assunzioni
tacite insite nella fisica aristotelica. La questione della corretta
interpretazione dei fenomeni del moto, e quella affine dell’interpretazione
dei fenomeni telescopici, ha dunque per Feyerabend un rilievo che va
oltre lo stretto ambito della storia della scienza. Essa, infatti, è
per Feyerabend una occasione privilegiata per scoprire, come un caso
paradigmatico, i metodi che di volta in volta hanno reso possibile
la creazione di una nuova teoria. 2. Il ‘caso Galileo’
Il ‘caso Galileo’ non serve a
Feyerabend per sfidare gli storici della scienza sul loro terreno, né,
d’altra parte, “per tentare di confermare o di falsificare una specifica
metodologia o una determinata filosofia della scienza”, come hanno fatto
gli epistemologi, quanto per mostrare una serie di manchevolezze
nella filosofia della scienza professionale, per “distruggere l’idea
stessa di un metodo” e di una ragione considerati indispensabili quando
si parla di concetti scientifici. Da questo punto di vista la provocazione
di Feyerabend agli epistemologi delle scuole più svariate ha perfettamente
senso, mentre non ne avrebbe tentare, come vorrebbero alcuni filosofi
della scienza, di cancellare le ‘irritanti’ pagine di Feyerabend
sulla scienza galileiana etichettandole come semplice “idealismo
stravagante”. Così, nota P. Rossi in P.K.
Feyerabend. Un ricordo e una riflessione
(in «Atque», 10, 1994-’95), “non avremmo affatto ripulito un vecchio
ritratto da inutili croste, otterremmo solo un ritratto irrimediabilmente
impoverito”, che ci renderebbe forse impossibile scoprire come, in quali
circostanze e in quali modi personali si sono raggiunti risultati di
grande rilievo nelle scienze. Una attenzione alla questione
della presenza di interpretazioni naturali nella scienza, ed in particolare
a quelle che Galileo riconobbe alla base della fisica
aristotelica e di cui volle liberarsi, possono farci comprendere
meglio il senso della polemica di Feyerabend contro il metodo scientifico.
Alla discussione prenderà parte anche un filosofo della scienza come
Geymonat che, sebbene abbia sempre mostrato di non
sentirsi particolarmente vicino alla filosofia di Feyerabend, tuttavia
per il ‘caso Galileo’ avanza idee, sotto alcuni aspetti, molto vicine
a quelle feyerabendiane, ferme restando le conclusioni diverse cui esse
lo portano. Ma per giungere a parlare di
quelle “operazioni della mente che seguono da vicino i sensi”, ossia
le interpretazioni naturali (secondo la definizione
data da Bacone, che Feyerabend accetta -anche se con delle riserve-
e ripropone in Contro il metodo),
è necessario iniziare almeno accennando al percorso che ha portato Feyerabend
a concentrare su di esse il proprio interesse. Concetti come la pregnanza
teorica dei fatti, la dipendenza contestuale dei termini e, quindi,
l’incommensurabilità dei concetti fungono, infatti,
da premesse dalle quali acquista senso parlare di classificazioni nascoste
presenti entro ogni teoria scientifica. 3. Le teorie scientifiche
e l’incommensurabilità dei significati
Fin dai suoi primi scritti Feyerabend
ha sempre cercato di mostrare come l’ideale di una scienza perfettamente
razionale, capace di evolversi secondo traiettorie stabili e attraverso
l’applicazione costante di uno stesso modello, è solo un’illusione.
Gli empiristi, egli pensa, hanno
ingenuamente creduto nell’esistenza di fatti neutrali (oggettivi) che
determinano il significato e consentono il controllo delle teorie, mentre
i razionalisti critici non hanno capito che le rivoluzioni
scientifiche avvengono in effetti grazie a scienziati che “non sanno
quello che fanno”. Per Feyerabend le cose stanno
diversamente. Se guardiamo con sufficiente attenzione alla storia
della scienza, ci accorgiamo
che essa, accanto a sistemi teorici altamente sofisticati e a forme
di pensiero antiche e fossilizzate, contiene anche anticipazioni vaghe
e incoerenti di future idee. Purtroppo, si lamenta Feyerabend, non è
questa l’immagine che troppi filosofi e scienziati hanno proposto e
che continuano a proporre della
scienza: essi sembrano interessarsi quasi esclusivamente ai dettagli
di una teoria e al loro progressivo accumularsi, e perdono così di vista
la centralità che assume il momento della proposta di nuove idee
fondamentali. Non sono strutture precise e universalmente valide
che determinano il progresso, ma “brandelli di sistemi” tra loro
inconciliabili: “davanti a noi si ergono non superbe cattedrali, ma
rovine cadenti, mostri architettonici la cui precaria esistenza viene
faticosamente prolungata dagli architetti con sgraziati puntelli. Questa
è la realtà scientifica”. Secondo
Feyerabend è meglio capovolgere lo schema positivistico, e lasciare
che il significato filtri dall’‘alto’ verso il ‘basso’, cioè dalla teoria
alle osservazioni, perché entro il nostro sapere non esiste in effetti
alcun ambito libero da teorie. Questo è il nucleo concettuale di quella
che Feyerabend ha chiamato ‘teoria pragmatica dell’osservazione’
(anche se recentemente, nella sua autobiografia, Feyerabend ha rivisto
questa sua posizione ritenendola alquanto ingenua: il significato non
sta da nessuna parte, ma emerge con lo svolgersi delle azioni). Per
Feyerabend la scienza non conosce ‘meri fatti’, ma i ‘fatti’ che
entrano nella nostra conoscenza sono già visti secondo una certa prospettiva,
essi cioè incorporano ipotesi
profonde sulla natura della realtà, ipotesi che differiscono
da una tradizione ad un’altra, e che fanno slittare il significato dei
concetti fondamentali (come massa, impeto, osservazione,
ecc.) al cambiare delle situazioni in cui vengono adoperati, malgrado
i termini rimangano invariati. Tuttavia,
in questa fase del suo pensiero (siamo negli anni Settanta), a Feyerabend
manca ancora una definizione chiara e precisa dell’incommensurabilità:
infatti egli nota che di essa, “poiché dipende da classificazioni nascoste
e implica importanti mutamenti concettuali, difficilmente si riesce
a dare una definizione esplicita”, né ricostruzioni che pretendono di
essere completamente razionali riusciranno a renderla manifesta. “Il
fenomeno” -prosegue Feyerabend- “deve essere dimostrato, il lettore
deve essere condotto a prenderne coscienza attraverso la presentazione
di una grande varietà di casi e deve giudicare da sé”. E, allora, in
Contro il metodo Feyerabend
presenta e discute dell’interpretazione che Galileo ha dato della fisica
aristotelica che è servita a smascherare le ‘ipotesi occulte’, utilizzate
dai sostenitori della immobilità della Terra, rendendo ragionevole l’ipotesi
copernicana che introduceva un nuovo modo di vedere le cose. 4. Relativismo linguistico Feyerabend
ha utilizzato, radicalizzandole, idee provenienti dal relativismo linguistico
di Sapir e Whorf. Secondo Sapir “il
‘mondo reale’ è, in gran parte, costituito inconsciamente sulla base
delle abitudini linguistiche di un gruppo”; in
effetti, l’uomo ha esperienze “nella larga misura in cui le ha, proprio
perché le abitudini linguistiche della sua comunità lo predispongono
a certe scelte interpretative”. Benjamin Whorf sviluppò questa ipotesi
attraverso numerose ricerche. Egli, studiando sul campo la lingua degli
indiani hopi e quella eschimese, molto diverse per struttura dalle lingue
europee, mostrò come i linguaggi non siano semplici strumenti per la
descrizione dei fatti, ma li determinino, in quanto la loro grammatica
contiene una visione generale del mondo che, per lo più nascosta o ‘oscura’,
influisce tuttavia sulle percezioni. Quindi il ‘linguaggio comune’ è
molto lontano dall’essere il linguaggio dell’osservazione immediata:
esso contiene elementi teorici astratti, consuetudini grammaticali che vanno ben al di là di quanto
si può osservare direttamente, e che invero ci permettono di categorizzare
il flusso dell’esperienza sensoriale. L’idea
che il parlare sia diretto e spontaneo è allora solo un’illusione: essa
deriva dal fatto che i pregiudizi insiti nel linguaggio, quelli che
Whorf definisce ‘criptotipi’, sono fenomeni di sfondo di cui i parlanti sono inconsapevoli. La via giusta
per comprendere e per rendere manifesti questi fenomeni di sfondo, è
il confronto con utenti di grammatiche profondamente diverse, che organizzano
e suddividono diversamente l’esperienza cui rimandiamo con le nostre
frasi. Questo ‘principio di relativismo linguistico’, come lo
definisce Whorf, mostra notevoli analogie con il metodo controinduttivo
raccomandato da Feyerabend. Questo
principio viene ostacolato dal fatto che ogni grammatica contiene certe
‘resistenze strutturate’ a punti di vista notevolmente differenti.
Sono esse che, se mantenute e non chiarite, impediscono “che lo spirito
scientifico come totalità faccia un nuovo passo avanti nel suo sviluppo,
un passo che comporta punti di vista interamente nuovi nella scienza”.
Se poi queste resistenze si oppongono non solo alla verità delle possibili
alternative, ma all’idea stessa che un’alternativa sia in effetti presentabile,
abbiamo un esempio di ciò che Feyerabend chiama ‘incommensurabilità’.
5. Cosa sono le interpretazioni
naturali
Nella storia del pensiero le
interpretazioni naturali hanno svolto un ruolo fondamentale,
anche se raramente notato a causa del loro operare così intimamente
con i sensi da creare l’impressione che fossero i sensi stessi a parlare.
Mentre Bacone era convinto
di poter rimuovere tali interpretazioni naturali con un metodo di analisi
che le eliminasse una dopo l’altra, mettendo infine a nudo il cuore
sensoriale di ogni osservazione, Feyerabend sostiene che un tale metodo
è improponibile, in quanto le interpretazioni naturali non si aggiungono
a un campo di sensazioni preesistente, ma esse stesse costituiscono
il campo. Per Feyerabend Galileo è stato uno di quei rari pensatori
che non solo è stato in grado di individuarle, ma che ha anche compreso
che la realtà non può essere indagata senza di esse. Galileo è stato
colui che ha sempre sottolineato la possibilità -talvolta confermata
dall’aristotelico Simplicio- che i
sensi siano illusori,
e che, per questa ragione, ha ritenuto determinante la mediazione dei
pregiudizi per poter parlare, pensare e perfino percepire. Per questo motivo Galileo non ha voluto né conservare né eliminare
le interpretazioni naturali, insistendo piuttosto sulla loro discussione
critica, anche se non sempre lo ha dichiarato espressamente, creando
talvolta la falsa impressione, attraverso i suoi metodi di reminescenza, che nulla fosse cambiato.
Egli riconobbe come il processo percettivo e conoscitivo non possa avere
luogo senza la mediazione della cultura e dell’educazione, senza l’intervento
di quei pregiudizi che forniscono l’orientamento necessario a una persona
per dare inizio ad una ricerca scientifica. Senza di essi, gettati in
un labirinto di impressioni sensoriali, non saremmo in grado
né di costruire oggetti fisici per migliorare teorie esistenti, né di
formulare il pensiero più semplice, saremmo semplicemente paralizzati. 6.Galileo e le interpretazioni
naturali presenti nella dinamica aristotelica
Al tempo di Galileo, l’argomento
che doveva convincere dell’impossibilità del moto della Terra era quello
di Tycho Brahe. Questi sosteneva come l’osservazione mostrasse
che i corpi che cadono dall’alto di una torre (oppure quelli scagliati
in alto da un cannone e che ricadono poi a terra) lo fanno per linea
retta e perpendicolare alla Terra, cosa che non dovrebbe accadere se
la Terra si muovesse. Tuttavia, Galileo riesce a difendere la teoria
copernicana, mettendo in discussione non il contenuto sensibile dell’osservazione
fatta, ma la sua ‘realtà’ o ‘fallacia’. L’esempio che Galileo
propone nel Dialogo è l’inganno
della vista che avviene quando, camminando di notte, sembra di essere
seguiti dalla Luna, “apparenza che, quando il discorso non s’interponesse, purtroppo manifestamente ingannerebbe
la vista”. L’adulto che vuole, per esempio, rieducare il bambino riguardo
tale apparenza, deve mostrare come essa sia intimamente legata a una
particolare interpretazione. Si parla di ‘apparenza’
perché, come sostiene Feyerabend, le cose “non sono solo ‘date’, ma
vengono anche ‘lette’ in certi modi: e modi diversi di lettura sono
preminenti in ideologie diverse”. Ciò che inganna (e che deve essere
quindi sostituito) non è, allora, la presenza di una falsa impressione,
ma il fatto che l’impressione porta quasi automaticamente ad un giudizio,
ad una interpretazione naturale: è questo giudizio che deve essere cambiato.
Questa è una mossa legittima se si è disposti ad ammettere che il fenomeno
‘osservazione’ non è composto da due atti distinti, cioè da una sensazione
priva di ambiguità e da parti di linguaggio che esprimono tale sensazione,
ma da un solo atto “consistente nel dire, per esempio, in una certa
situazione d’osservazione: ‘la Luna mi segue’ oppure ‘la pietra cade
a perpendicolo’”. Della stessa opinione è anche
N.R. Hanson. Egli, infatti, ritiene che l’atto
della visione sia costituito da due componenti psicologiche, il ‘vedere
come’ (le immagini spesso sono copia di originali) e il ‘vedere
che’ (il ‘vedere che’ inserisce all’origine del nostro vedere la dimensione
conoscitiva: “ci salva dal dover procedere ogni volta a reidentificare
tutto ciò in cui il nostro sguardo s’imbatte”). Il fatto che Tycho e
Simplicio vedessero il Sole che si innalza, mentre Galileo e Keplero
vedessero l’orizzonte che si abbassa, non sarebbe stato possibile se
dietro l’atto della visione non ci fossero delle teorie (geocentrismo
per i primi, eliocentrismo per i
secondi) che ci fanno organizzare
diversamente quel che si vede: “il semplice fatto di vedere è in realtà
una impresa ‘carica di teoria’ [theory laden]”. Non si può dire che essi fanno
le medesime osservazioni, pur servendosene in modo diverso, perché questo
non spiegherebbe le controversie che li dividono. Se le osservazioni
non dipendessero da diverse organizzazioni concettuali e anche da un
fattore linguistico (“anche se non c’è niente di linguistico nel meccanismo
di formazione delle immagini nell’occhio”), non potrebbero neppure essere
usate con esiti radicalmente contrastanti da osservatori reciprocamente
in disaccordo. Quest’unità di percezioni
e credenze, secondo Feyerabend, è il risultato di un processo
di addestramento che ha inizio nell’infanzia e che ha come conseguenza
quella di ritenere che i fenomeni parlino da soli. Galileo riuscì a scalzare la
presunzione di una tale immediatezza dei fenomeni, una delle più salde
radici psicologiche del realismo ingenuo, solo attraverso la proposta
di un nuovo tipo di esperienza più complessa. 7. L’interpretazione di
Geymonat del metodo galileiano
Nel suo
Galileo Galilei Geymonat ha più volte ribadito come Galileo, pur
condividendo l’idea di Aristotele di anteporre l’esperienza ad ogni
discorso, si fosse anche reso conto che l’esperienza non ci offre, insieme
con i dati, anche la loro giusta interpretazione ma che, al contrario,
spesso è possibile avvertire una contraddizione tra certi fatti e una
data teoria. “Di qui la necessità di spogliare i fatti (in
sé incontrovertibili) dalla veste in cui li avevamo inconsapevolmente
avvolti; di qui la necessità di provocare dei fatti nuovi, più precisi,
che siano afferrabili nella loro realtà, al di fuori di ogni rivestimento
tradizionale”. Per provocare tali fatti, cioè ‘esperienze non equivoche’,
come li definisce Geymonat, Galileo avrebbe fatto uso di dispositivi
tecnici (i piani inclinati per le leggi del moto naturalmente accelerato,
il cannocchiale per le osservazioni dei corpi celesti) che gli avrebbero
permesso di “non fermarsi alle prime apparenze qualitative (già
cariche di pericolosissime interpretazioni tradizionali)”. Geymonat
in più di un’occasione insiste su come Galileo partisse sempre dall’esperienza
(i “fatti in sé incontrovertibili”) per provare la verità effettuale
delle sue teorie. Sono, dunque, i ‘fatti’ che svolgono un ruolo fondamentale
all’interno del rapporto teoria/esperienza. I dati sono sempre collegati
ad altri dati: queste relazioni possono essere presentate in modo grossolano,
se nella fase interpretativa si infiltrano errori (o pregiudizi), o
in modo rigoroso, se tali errori vengono rimossi portando il ragionamento
ad un livello più alto di astrazione attraverso la matematica.
Ciò che è allora decisivo per Geymonat è il rigore
con il quale lo scienziato raccoglie i dati, e il suo rimprovero ai
nuovi filosofi della scienza e, in particolare a Feyerabend, è quello
di non aver constatato che l’elaborazione delle teorie corre parallela
alla precisazione dei dati, e che non vengono prima i dati e poi,
successivamente, la teoria, né prima la teoria e poi i dati. Se si dà
troppo peso alla componente teorica, al punto da sostenere che ogni
singola teoria si crea i propri dati, non si può comprendere come siano
stati strumenti tecnici particolarmente sofisticati a mettere in luce
dati neppure ipotizzati. 8. Il Galileo ‘prestigiatore’
con i dati celesti: una nuova teoria della visione?
Secondo
Feyerabend le argomentazioni dinamiche di Galileo hanno operato cambiamenti
a livello di idee teoriche, difficili (se non impossibili) da isolare
dalle nostre percezioni. Le argomentazioni che seguono sul cannocchiale
mostrano come Galileo abbia sostituito anche le stesse impressioni sensoriali
che non erano in armonia con l’idea copernicana. Se vi sono alcuni filosofi
della scienza, come è il caso di Geymonat,
i quali ammettono che nel corso del progresso scientifico si possano
mutare i significati dei termini teorici se ‘contaminati’ da inadeguate
interpretazioni tradizionali, non sono però in molti disposti ad estendere
la varianza di significato anche ai termini osservativi. In questo
caso si crede, infatti, che “il significato dei termini osservativi
venga determinato in senso unico dai procedimenti di osservazione, come
il guardare, l’ascoltare, e altre cose simili”. Poiché questi procedimenti
rimangono inalterati dal progresso teorico, lo stesso vale per i significati
osservativi. Questa
idea è tanto più evidente, secondo i filosofi della scienza, se si tiene
conto del ruolo pratico svolto dal cannocchiale nell’elaborazione di
una nuova concezione astronomica. Sarebbero state le esperienze eseguite
e i ragionamenti rigorosamente corretti quelli che avrebbero permesso
a Galileo di opporsi ai pregiudizi del senso comune, al falso sperimentalismo
dell’aristotelismo e, più in generale, agli aspetti metafisici e dogmatici
insiti nella scienza. La creazione di una nuova teoria della visione
contenente, come ritiene Feyerabend, sia ipotesi sul comportamento della
luce nel cannocchiale, che ipotesi sul comportamento dell’occhio umano
in circostanze eccezionali (ipotesi che contraddicevano le credenze
degli intellettuali del Seicento), per i filosofi della scienza non
avrebbe avuto alcun peso nella ricerca di Galileo. L’enfasi
riposta da Feyerabend sulla strategia galileiana, pronta ad utilizzare
osservazioni e ipotesi non giustificate né dall’esperienza né dalle
norme allora accettate dalla comunità scientifica, mette in evidenza,
in generale, una componente rivoluzionaria dell’impresa scientifica:
una nuova teoria, per affermarsi contro istituzioni e pregiudizi vigenti,
esige “un tremendo salto dell’immaginazione”, e ciò può far apparire
Galileo più come un ‘prestigiatore’ che come il misurato ricercatore
della verità al di là di ogni pregiudizio[1].
Feyerabend concorda pienamente con Geymonat nel ritenere che i risultati che Galileo ottenne con il perfezionamento del cannocchiale siano una prova del contributo che essi, insieme agli argomenti dinamici, hanno offerto all’ipotesi copernicana. Feyerabend e Geymonat, in questo caso, riprendono il pensiero di Vasco Ronchi, secondo il quale Galileo non fu il primo a rivolgere il cannocchiale al cielo, ma fu il primo ad accorgersi dell’enorme interesse delle cose viste, che si inserivano perfettamente nella concezione copernicana, mentre risultavano in netto contrasto con la vecchia astronomia. Il cannochiale
produceva fenomeni nuovi, ma anche contraddittori se confrontati con
l’osservazione ad occhio nudo, e per di più l’unico aiuto che allora
era possibile avere proveniva da una teoria (la teoria della visione
di Keplero) che era confutata dalle osservazioni più semplici. Tuttavia
Galileo si accorse che esistevano fenomeni evidenziati dal telescopio
(in particolare la luminosità dei pianeti) in accordo con Copernico
e non con l’osservazione ad occhio nudo e, conclude Feyerabend, fu “quest’accordo,
più che una profonda comprensione della cosmologia e dell’ottica, a dimostrare per Galileo la verità della teoria
di Copernico e la veridicità del cannocchiale in terra e in cielo”. Geymonat
giunge, invece, ad una diversa conclusione. Infatti anche per Geymonat
l’atto di puntare il cannocchiale al cielo fu pieno di difficoltà, non
solo di ordine pratico (dovute alla cattiva qualità delle lenti di allora),
ma anche teoriche, connesse alla persuasione condivisa dalla maggioranza
degli studiosi dell’epoca che solo la visione diretta fosse in grado
di far cogliere l’effettiva realtà. Erano cioè difficoltà legate, non
ad una mancanza di fiducia nell’esperienza, ma ad un eccesso di fede
nei nostri sensi: ed infatti “spesso lo sviluppo della scienza incontrò
i più pericolosi ostacoli proprio in certi pregiudizi
che, una volta superati, appaiono pure e semplici banalità”. Geymonat
è anche d’accordo che Galileo introduca una “nuova nozione di esperienza”,
non più quella ingenua degli empiristi, ma una esperienza carica di
teoria. Ma con l’appello alla teoria Geymonat intende solo mostrare
che il momento osservativo non va sganciato dall’elaborazione matematica
(però di tipo archimedeo, cioè sperimentale). È in effetti dalla collaborazione
fra scienza e tecnica che si è ottenuta la liberazione della scienza
da ogni ipoteca metafisica. La scienza è così un fenomeno che procede
per successivi approfondimenti, ma mai per salti ‘irrazionali’ come
vorrebbe Feyerabend. Galileo
dunque, per Geymonat, riuscì a superare le difficoltà connesse all’uso
del cannocchiale, non con un appello alla fede o ad elementi irrazionali
(quali la retorica e l’intuizione), come hanno creduto Ronchi e Feyerabend,
ma con un serio ragionamento “basato su migliaia e migliaia di
osservazioni di oggetti terreni (rispetto a cui la veridicità del cannocchiale
poteva essere sperimentalmente controllata) e sull’estensione di questa
veridicità al caso in cui tale controllo diventava impossibile”.
9. Feyerabend e Ronchi:
l’ottica della visione di Galileo
Feyerabend,
al contrario di Geymonat, pensa che Galileo (ma in generale ogni scienziato
rivoluzionario) sia riuscito ad imporsi solo ribellandosi a modelli di pensiero stabiliti e, quindi, solo rompendo
radicalmente con una tradizione, senza confronti obiettivi, ‘approfondimenti’
o una seria concentrazione sui dettagli, come vorrebbe Geymonat. Nel
caso del cannocchiale, allora, il fatto che Galileo scriva di aver sperimentato
l’apparecchio “centomila volte in centomila stelle e oggetti diversi”,
sarebbe essenzialmente un espediente retorico per far accettare
lo strumento. In verità, secondo Feyerabend, Galileo non possedeva dei
fatti nuovi in grado di offrire un sostegno induttivo all’idea della
Terra in movimento, ma inventò una nuova dinamica e il telescopio,
ed elogiò Aristarco e Copernico per aver “confidato [...] in quello
che la ragione gli dettava” andando contro a quello che le sensate esperienze
mostravano. Infatti, anche un gran numero di tentativi e di prove ostinate
per mostrare la veridicità delle osservazioni fatte col cannocchiale
non sarebbe servito a molto senza una teoria. Come riferisce Ronchi,
gli effetti deformanti delle lenti erano usati nelle fiere per divertire
il pubblico e le lenti erano utilizzate già da tempo per gli occhiali.
Questi erano i fatti, ma senza una teoria questo ‘guazzabuglio’ di
fatti sarebbe restato completamente oscuro. www.geocities.com/feyerabend_geymonat [1] Contro il Metodo, p. 76. In PE
(ed. ingl., p.329, nota 35), Feyerabend definisce Galileo un «prestigiatore»
[mountebank]. Nelle edizioni italiane di
Contro il metodo (p. 89, nota 22) e Problemi dell'empirismo (p. 165, nota 30),
il termine è stato invece tradotto nella sua accezione negativa di
«ciarlatano» o di «truffatore» come in Il
Galileo truffatore di Paul Feyerabend, dibattito coordinato da
S. Pietruccioli, «Rinascita», anno 36, n. 42, 2 novembre 1979. Ritengo
più giusto usare la parola ‘prestigiatore’ dato che Feyerabend sottolinea
in più occasioni il suo apprezzamento per la ‘abilità’ che caratterizza
il modo di procedere di Galileo. Poche righe oltre nella nota citata,
Feyerabend sostiene che sono
stati «giochi di prestigio»
[sleights of hand] come
quelli di Galileo che hanno fatto progredire la scienza. |