CONSIGLI DI SALUTE NATURALE (Giuseppe Ugo Comaschi)

 

 

Se tu, che sei invecchiata, dovessi morire per prima,

la catapalca né il tiglio profumato

Udrebbero i miei passi di vivo, né io camminerei

Dove creammo qualcosa che spezzerà i denti del Tempo.

I nuovi volti, nelle vecchie stanze, facciano i trucchi

Che vogliono; la notte può sopravanzare il giorno,

Le nostre ombre vagare ancora sopra la ghiaia del giardino

E i vivi sembrare più ombre delle ombre. (Yeats)(1).

CONCLUSIONI

SaluteNaturale

Con 1

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Con 4

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<“Sii per una volta il tuo stesso accusatore e carnefice, prendi per una volta il tuo dolore come il castigo che tu stesso ti sei decretato! Godi la tua superiorità di giudice; e in più, godi quel che a te piace, il tuo tirannico arbitrio! Innalzati sopra alla tua vita come sopra al tuo dolore, affissa lo sguardo laggiù in fondo negli abissi senza fine!” S’impenna il nostro orgoglio come non mai: è per esso una lusinga senza uguali prendere proprio la vita sotto la nostra protezione contro il tiranno, contro un tiranno quel è il dolore, e contro tutte le insinuazioni che ci va mormorando, perché si renda testimonianza contro la vita. In questo stato si resiste accanitamente ad ogni pessimismo, affinché esso non appaia la conseguenza del nostro stato e non ci infligga la umiliazione d’essere vinti. Mai come ora è stato grande l’incitamento ad esercitare il nostro giudizio con giustizia, perché questo, ora, è un trionfo su noi stessi e sulla più allettante di tutte le condizioni che renderebbero scusabile ogni iniquità di giudizio: ma noi non vogliamo essere scusati, è proprio ora che vogliamo mostrare di poter  essere “senza colpa”. Ci sentiamo presi, in piena regola, dagli spasimi della superbia. Ed ecco che viene il primo debole baluginio dell’acquietamento, della guarigione, e resistere alla strapotenza della nostra superbia è quasi il primo dei suoi effetti: ci diciamo a questo punto sciocchi e vanitosi – come se avessimo vissuto qualcosa di eccezionale! Umiliamo, senza alcuna riconoscenza, l’onnipotente superbia per mezzo della quale appunto sopportammo il dolore, e desideriamo ardentemente un antidoto alla superbia: vogliamo estraniarci e spersonalizzarci, avendoci il dolore con troppa violenza e troppo a lungo reso personali. “Finiamola con questa superbia!” – gridiamo – “è stata una malattia e uno spasimo di più!”. Torniamo a riguardare  uomini e natura, - con l’occhio colmo di un desiderio più grande: ci ricordiamo, con un malinconico sorriso, di sapere, ora, qualcosa riguardo a loro di nuovo e di diverso da quel che prima sapevamo; ci ricordiamo di un velo che è caduto, - ma ci è di grande ristoro veder ancora le luci smorzate della vita, e trovare un’uscita fuori dall’atroce e fredda chiarità in cui da sofferenti vedevamo le cose e le attraversavamo con lo sguardo. Non ci adiriamo se ricominciano il loro giuoco le magie della salute, - le andiamo osservando come trasmutati, dolcemente e ancor sempre stanchi. In questo stato non si può ascoltare della musica senza piangere> (Nietzsche)(2).

 

 

 

 

NOTE:

1)(Yeats, La Torre, I Nuovi Volti)

2)(Nietzsche F., Aurora, pg 85). <E chi può leggere, senza sentirsi fremere, quel bellissimo ditirambo di Dioniso che ha come titolo e ritornello: “Tu, più libero della verità?/Solo un folle! Solo un poeta!> (Otto W. F., Mito, pg 101).

 

 

 



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