Iakov Levi
 

Una storia di sassi. Dalla teoria cloacale al parricidio primordiale

Feb. 07, 2003

English version

Il rimorso è, come il morso del cane contro una pietra, una sciocchezza (Nietzsche, Umano troppo umano, vol. II, 38)

"Le parole sono pietre" (Carlo Levi)

When I began to write my history I was inclined to count these legends as
foolishness, but on getting as far as Arcadia I grew to hold a more thoughtful view of
them, which is this. In the days of old those Greeks who were considered wise
spoke their sayings not straight out but in riddles, and so the legends about Cronus I
conjectured to be one sort of Greek wisdom. In matters of divinity, therefore, I shall
adopt the received tradition (Pausanias, Description of Greece 8.8.3)


Rea che consegna a Crono una pietra
al posto di Zeus

Crono divorava i figli appena nati, poiché gli era stato vaticinato che avrebbe avuto fine per mano di uno dei suoi figli più forti. Fu così che dopo aver fatto nascere il suo ultimogenito Zeus, Rea si recò dal suo sposo e anziché presentargli il figlio, gli consegnò una pietra avvolta nelle fasce che Crono ingoiò senza sospettare nulla.
Un sasso prese, dunque, le parti di Zeus. Lo sostituì come oggetto sacrificale e diventò il suo alter: Sasso = Zeus.

Prometeo

Titano figlio di Giapeto e di Climene figlia di Oceano. In origine era solamente un Titano intelligente che riuscì ad ingannare Zeus, ma successivamente fu trasformato nel creatore e salvatore del genere umano (Ovidio Metam. 1, 82 ss.) mentre Zeus appare come un crudele tiranno.
Per Esiodo fu Prometeo a creare l'uomo con la creta trovata a Panopea, modellando le figure in cui Atena poi soffiava la vita. Zeus  privò gli uomini del fuoco ma Prometeo andò di nascosto sull'Olimpo e rubò una brace che nascose nel cavo di un fusto di finocchio e che donò agli uomini (Esiodo, Opere e giorni, 47 ss., 50 e ss, Eschilo, Prometeo incatenato, 107 ss). Sempre incurante dei castighi di Zeus, Prometeo insegnò agli uomini molte arti, fra le quali la metallurgia e tolse agli uomini il potere di vedere il futuro pensando che tale potere avrebbe spezzato loro il cuore. Zeus durante la notte vide la terra coperta da tantissime luci e arrabbiato più che mai mandò i suoi servi Bia e Crato assieme a Efesto a catturare Prometeo e a incatenarlo sul monte Caucaso, dove ogni giorno un avvoltoio gli mangiava il fegato, ma considerando che Prometeo era un Titano e perciò immortale, la notte il fegato gli rinasceva per essere rimangiato il giorno successivo. Prometeo era venerato nell'Attica come dio delle arti. Per Prometeo come "Maestro" e vicario dei figli, vedi Di Maestri e di allievi.
Un dio figlio, dunque, incatenato alla roccia come il Cristo fu incatenato alla croce, entrambi "Figli dell'uomo", suoi salvatori e rappresentanti presso le istanze severe del Cielo. Entrambi subiscono l'ira e il taglione del Padre. Il peccato originale che nella versione cristiana è implicito ma solo alluso, nel mito greco è ancora vivido ed esplicito: la sfida al Padre.
La roccia e la croce sono equivalenze, poiché, come abbiamo visto in Pinocchio e il culto degli alberi, l'albero a cui viene crocifisso Gesù rappresenta il corpo del dio stesso.
L'uccello, esso stesso simbolo fallico di Zeus, come la colomba è il simbolo dello Spirito Santo, viene a prendersi giornalmente la sua vendetta.

Apollodoro racconta:

Dopo il Diluvio, Deucalione e Pirra rimasero gli unici esseri umani sulla terra. Dopo aver galleggiato per nove giorni su una barca, arrivarono al Parnaso dove, dopo che la pioggia ebbe cessato, sacrificarono a Zeus in segno di ringraziamento. Zeus, vedendo la loro gratitudine, mandò Ermes a chiedere loro che cosa volessero, ed essi risposero "uomini". Zeus ordinò loro di scagliare sassi, e i sassi scagliati da Deucalione dietro alla schiena diventarono uomini, mentre quelli scagliati da Pirra, donne. Per questo gli uomini si chiamano "laos" (= uomini) da laas (=pietre)( Apollod.i.7.2) .
Ovidio ci dà una versione leggermente differente:
La dea si commosse e dette questo responso: “Andando via dal tempio velatevi il capo e slacciatevi le vesti e gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre”
Rimasero per lungo tempo ammutoliti dallo stupore. Poi Pirra ruppe per prima il silenzio dicendo che si rifiutava di ubbidire e pregando con voce tremante la dea di perdonarla, ma aveva paura di offendere l’ombra di sua madre, a disperderne le ossa. E continuarono a ripetersi dentro di sé le parole del responso, oscure, tenebrose e a rimuginarvi sopra.
Ma a un tratto Deucalione, figlio di Prometeo, fece alla figlia di Epimeteo questo consolante discorso: “Forse m’inganno, ma forse ho capito e il responso non è empio e non ci esorta a nessun sacrilegio. La grande madre è la terra; per ossa, penso, vanno intese le pietre, che stanno nel corpo della terra: sono queste che noi dobbiamo gettarci dietro le spalle”.
La figlia del Titano rimase scossa dall’interpretazione del marito; eppure non osavano sperare, tanto ambedue trovavano incredibile il consiglio divino. Ma che male c’era a tentare?
S’incamminarono e si velarono il capo e si slacciarono le vesti, e lanciarono all'indietro dei sassi, ubbidendo al responso, sulle proprie orme. I sassi – chi lo crederebbe se non lo attestasse una tradizione così veneranda? – cominciarono a perdere la loro fredda durezza, ad ammorbidirsi a poco a poco e, ammorbiditi, a prendere forma. Quindi crebbero, e diventarono di natura più tenera, e allora si cominciarono a intravvedere delle forme umane, ma ancora mal rifinite, come se abbozzate nel marmo, similissime a statue appena iniziate. Poi, però, se c’era in loro una parte umida di qualche succo e terrosa, questa passò a fungere da corpo; ciò che era solido e impossibile a piegarsi, si mutò in ossa; quelle che erano vene, rimasero con lo stesso nome.
E in breve tempo, per volontà degli dei, i sassi scagliati dalla mano dell’uomo assunsero l’aspetto di uomini, dai lanci della donna rinacque la donna. Per questo siamo una razza dura e rotta alle fatiche e i nostri atti provano di che origine siamo (Metam., I. 380- 415)
Quello che nella versione di Apollodoro era stato Zeus, l'imago paterna onnipotente e minacciosa, a cui gli eroi sacrificano, che prende le decisioni e che accorda la grazia, in quella di Ovidio diventa una dea. La versione riportata da Apollodoro è quella più arcaica, quando i Greci vedevano in un dio-Padre l'istanza superiore, mentre, con l'ecumenismo della sfera culturale greco - romana, la supremazia fu data ad una dea-Madre. Una tendenza regressiva dal pene paterno alla placenta, dal patriarcato al matriarcato.

Pindaro canta:

Pirra e Deucalione scesi dal Parnaso
posero casa dapprima, e fondarono senza connubio
un popolo unito, una stirpe rocciosa,
gente dal nome di pietra.   (Pindaro, Olimpiche, 09.5)

Il nome è l'identità, e questa è di pietra. Gli uomini vengono dai sassi, e quindi sono una stirpe rocciosa, dal nome di pietra.

Il Vangelo ci riconnette per associazione al concetto di figli = pietre, come inferito dalle parole di Giovanni Battista: "Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre" (Matt. 3,9).


Mosè e la roccia

Il mito di Prometeo è stato analizzato da Abraham  e paragonato a quello di Mosè: entrambi salgono sulla montagna per carpire qualcosa agli dei e portarlo agli uomini. Prometeo il fuoco, e Mosè la Torà. Entrambi vengono puniti (Karl Abraham, Sogno e mito: uno studio di psicologia dei popoli” (1909), in Opere, B.Boringhieri, Torino 1975 e 1997, vol.II, pp. 529 s)

Nella dichiarazione d'indipendenza dello stato d'Israele, dopo un riassunto sintetico della millenaria storia ebraica, è scritto

...Noi invitiamo il popolo ebraico in tutte le Diaspore a coalizzarsi con l’yishuv, nell’immigrazione e nell’edificazione e a unirsi a noi nella  grande lotta per la realizzazione delle aspirazioni di tutte le generazioni alla redenzione d’Israele. In piena fiducia nella roccia d’Israele (Zur Israel) noi firmiamo di nostro pugno a testimonianza di questa dichiarazione, nella seduta del consiglio provvisorio dello stato nella terra della patria, a Tel Aviv, oggi, sera di Sabato, 5 di Iar 5708, 14 Maggio 1948.
La parte più interessante è quella che non appare.
Ben Gurion e gli altri membri della Commissione del Popolo Provvisoria, atei che rappresentavano, per la maggior parte, i laici socialisti, si rifiutarono di menzionare la religione ebraica e il Dio d’Israele, malgrado la parte essenziale che la fede in un Dio padre, unico e onnipotente, avessero avuto nelle vicissitudini della storia ebraica. Dietro la pressione di coloro che sostenevano che non si potesse fare un riassunto della storia ebraica senza menzionare la religione, fu aggiunta, come compromesso, la frase finale: “In piena fiducia nella roccia d’Israele (Bebitahon be-Zur Israel)”.
Nelle preghiere il concetto zur Israel appare generalmente come appellativo di Dio, ma è quello più generale e meno usato. Zur in realtà vuol dire selce o pietra, e solo come significato traslato roccia. Quindi quando viene diretto verso Dio si può interpretare come metafora: Dio è come una roccia, e non come un suo appellativo. I sionisti atei interpretavano questa frase come se dicesse: “in piena fiducia nella nostra fermezza, nella nostra forza di essere come rocce”, mentre quelli più tradizionalisti avrebbero potuto interpretarla come un’allusione a Dio.
Quando il popolo d’Israele era nel deserto assetato e si lamentava, Dio disse a Mosè: “...Ecco io starò davanti a te sulla roccia (Zur), sull’Oreb; tu batterai sulla roccia (Zur): ne uscirà acqua e il popolo berrà” (Es. 17,5). Quindi Zur è una roccia e nulla di più.
A questo proposito, per penetrare il significato nascosto di quest’ultima frase della dichiarazione d’indipendenza, dobbiamo chiedere aiuto alla psicoanalisi e al lavoro esauriente che ha fatto Theodor Reik sul significato delle pietre nelle tribù primitive e nel vero significato che traspare dalla tradizione biblica. Secondo Reik per tutti i popoli primitivi le pietre, dai dolmen e menhir preistorici alle mazzebot semitiche dal terzo millennio in poi, alle tavole della Legge, che erano anch’esse di pietra,  sono il Dio e non solo il suo simbolo, con le parole di Reik:
Mosè doveva portare giù dal Sinai un Dio condottiero, e in realtà egli porta una pietra, ma la pietra era originariamente il dio. Il meccanismo della condensazione entra qui in gioco, in quanto il dio-pietra primitivo e un oggetto sacro del periodo posteriore più avanzato, le tavole della legge, vengono simultaneamente presentate come un’unica cosa. Per questo, la nostra interpretazione suggerisce che in una versione anteriore Mosè aveva realmente portato giù Dio, cioè un dio-pietra, dal Sinai; la sacra pietra era il dio portatile che doveva accompagnare gli Ebrei nel loro viaggio [...] Mosè allorché spezza le sacre tavole , distrugge realmente Dio, il dio-pietra primordiale, proprio come distrugge Dio quando  riduce in polvere l'animale totemico, il vitello d’oro. La leggenda della rottura delle tavole rappresenta un doppione dell’altra leggenda - un doppione in cui, a dispetto della più intensa rielaborazione e del frequente riassestamento della materia, la distruzione di un siffatto oggetto sacro da parte di Mosè è più chiaramente riconoscibile come un delitto religioso( ( Theodor Reik, “Il Mose di Michelangelo e gli eventi nel Sinai”, Supplemento di "Shofar", in Il Rito religioso, Boringhieri, Torino 1949, pp. 306 – 359).
Per le pietre sacre (Mazzebot), ricordate numerose volte nella Bibbia come oggetto di culto idolatra, anche nel tempio stesso di Gerusalemme:
La legge del Pentateuco condanna l’uso di questi pilastri come idolatrico. Il significato religioso della mazzebah si può arguire dal fatto che essa venne originariamente considerata dio dai Canaaniti e dagli Ebrei. La pietra rizzata da Giacobbe non è considerata una pietra terminale ma un’immagine di Dio, poiché viene unta, e il sito in cui si trova chiamato “casa di Dio”. Nella religione primitiva degli Israeliti, la pietra, come l’altare nel giudaismo più tardo, veniva cosparsa di sangue. Quando in certe parti della Bibbia appaiono una o più pietre come testimonianza di un patto, non dobbiamo considerarle nel senso moderno come memoriali, ma prendere le proposizioni bibliche molto sul serio: della pietra come Dio si faceva un testimone. Questo significato non è incompatibile con l’apparizione successiva di Jahveh e della pietra l’uno accanto all’altra come concetti isolati e completamente indipendenti, come per esempio quando Giosuè chiama la pietra a testimone concludendo il patto di Sichem: “Poiché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha dette” (Giosuè 24,27). Questa duplicazione dell’idea di Dio, come la doppia presenza di Dio nel culto sacrificale, si può spiegare solo storicamente. L’identità primitiva delle due immagini di Dio più tardi separate è provata dal nome zur, pietra, per indicare Dio, da numerosi altri riferimenti e dal rifiuto da parte dei profeti di adorare la Mazzebà (Ibidem, p.354).
Ora ci è chiaro anche perché Mosè fu punito con un castigo così terribile, per un peccato così triviale come aver percosso la roccia (Zur):
Il Signore disse a Mosè: "Sali su questo monte degli Abarim e contempla il paese che io do agli Israeliti. Quando l’avrai visto, anche tu sarai riunito ai tuoi antenati, come fu riunito Aronne tuo fratello, perché trasgrediste l’ordine che vi avevo dato nel deserto di Zin, quando la comunità si ribellò e voi non dimostraste la mia santità agli occhi loro, a proposito di quelle acque”. Sono le acque di Meriba di Kades, nel deserto di Zin (Num.27,12-14).
malgrado l’apparente incongruenza del Signore, che era stato lui stesso a comandare a Mosè di percuotere la roccia con il bastone  (Es.17,6). Mosè, percuotendo la roccia in un momento di collera, aveva percosso Dio stesso, in uno dei suoi numerosi atti di aggressione contro Dio Padre.
Mosè  battendo sulla roccia aveva commesso un atto di aggressione contro il corpo del dio, e per questo motivo fu punito con la morte, sotto il velo della descrizione biblica che morì, prima di entrare nella Terra Promessa  (Iakov Levi e Luigi Previdi, “Uccidere Dio: il destino del popolo ebraico”, in Agorà, a cura di Fabio Minazzi, Annuario IV, Varese 200, p.186).
Adesso ci è chiaro anche il significato inconscio della frase della dichiarazione d’indipendenza: “Bebitahon be-Zur Israel”. Il Dio della tradizione dei padri, cacciato dai figli atei della rivoluzione sionista-socialista, rientra dalla porta posteriore nella sua trasfigurazione irriconoscibile, la più arcaica possibile, introdotto inconsciamente proprio da coloro che intendevano consciamente rinnegarlo.

Ed ecco, in maniera ancora più esplicita, il tabù. La proibizione assoluta di aggredire il dio-pietra, con una lama, e anche con un atto di aggressione genitale omosessuale:

Se tu mi fai un altare di pietra, non lo costruirai con pietra tagliata, perché alzando la tua lama su di essa tu la renderesti profana. Non salirai sul mio altare per mezzo di gradini, perché là non si scopra la tua nudità (Es. 20,25 -6)
La pietra, che come abbiamo visto è il dio stesso, viene usata anche come arma, come è scritto: “Allora tutta la comunità intendeva lapidarli con sassi [Mosè e Aronne]” (Nm., 14,10)

E ancora:
Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s'infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. Così Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo con la fionda e con la pietra e lo colpì e lo uccise (1 Sam., 17,50)
Un gigante, che come ogni gigante rappresenta l'imago paterna, fu ucciso da una pietra.

Sono forse queste le tracce mnestiche che i sassi furono lo strumento del parricidio primordiale? Sembra di sì, visto che la pena capitale più arcaica è quella della lapidazione.
Secondo la Legge del Taglione, l'unica valida per i primitivi, come per il nostro inconscio: "Chi di pietra ferisce, di pietra perisce".
Santo Stefano è il proto martire, e fù lapidato a Gerusalemme davanti alla porta di Damasco.
Non a caso il reo veniva portato davanti alle porte della città, e lì veniva lapidato. Davanti alla porta, simbolo dell’orifizio femminile, e la città, simbolo della donna.
L’altare era fatto di pietre, e come abbiamo visto queste sono il corpo stesso del dio, e “quando un uomo attenta al suo prossimo per ucciderlo con inganno, allora lo strapperai anche al mio altare, perché sia messo a morte” (Es., 21,14).
L’usanza ebraica di deporre dei sassi sulle tombe di defunti rappresenta la traccia mnestica del parricidio. Nell’inconscio non esistono morti casuali, e i sassi sulle tombe condensano sia le tracce dei sensi di colpa che la pulsione a ripetere il misfatto.
Come ha provato Theodor Reik in Pagan Rites in Judaism, (Farrar & Straus, New York 1964, pp.41-50), le pietre sulle tombe, come poi le lapidi e le monumentali strutture tombali del mondo antico, fino alle cappelle mortuarie dei cimiteri odierni, rappresentano pesanti pietre che gli uomini mettevano e mettono tutt'ora sul corpo del defunto per impedire che risorga e che si prenda la sua vendetta sui vivi.
In questo contesto ci diventa chiara l'intuizione folgorante di Nietzsche: " La Chiesa è la pietra tombale di un uomo - dio: essa vuole impedire che egli risorga" (Frammenti postumi 4[38]).

La condensazione tra corpo del reato, strumento del misfatto, e terrore del Taglione che prende la forma della stessa materia dei primi due, è illuminante.

Cfr. illustrazione in Q.Zangrilli, I sette peccati capitali


Sotto il peso del senso di colpa, la pulsione sadico anale viene ridiretta dall'oggetto esterno verso sé stessi, e il sadismo diventa masochismo:

In uno tra i più diffusi moduli iconografici, Gerolamo nel deserto si percuote il petto con una pietra, inginocchiato di fronte a un crocifisso o immerso nella lettura delle Sacre Scritture a scoprire la sequenza della graduale rivelazione divina e del suo compimento in Cristo... (Da: Diego Cuoghi ARTE E UFO?)

Mea Culpa. Mea Maxima Culpa


Gesù ha detto: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei." (Gv. 8,7). L'implicazione è che siamo tutti colpevoli, poiché noi tutti abbiamo scagliato pietre.

Come evidenziato da Freud in Totem e tabù, sotto il peso del senso di colpa per il parricidio primordiale, l'orda fraterna si impegnò ad astenersi dal ripetere il misfatto. Il patto tra i fratelli rappresenta dunque la prima inibizione pulsionale, e segna, quindi, l'inizio di ogni ordine sociale.
Come riporta Erodoto, la traccia mnestica che ogni patto sia associato alla pietra emerge ancora in alcune usanze dei popoli:

Gli Arabi rispettano i patti più di qualsiasi altro popolo e li stipulano nel modo seguente. Quando due vogliono stringere un accordo, un terzo, che se ne sta ritto in piedi in mezzo a loro, con una pietra aguzza fa un’incisione all’interno delle mani, presso i pollici dei contraenti: poi, prendendo dal vestito di ambedue un bioccolo di lana, bagna col sangue sette pietre che si trovano in mezzo (Hist., III,8) (1)

A Castel del Monte, in Abruzzo, davanti all'antica chiesa di San Rocco, si trova un'enorme pietra, davanti alla quale, durante il Medioevo, venivano solennemente pronunciati i giuramenti. Il dio - pietra fungeva dunque da testimone e da garante.


Nel Don Giovanni di Mozart, la pietra, associata ad una minacciosa imago paterna, appare esplicitamente, sia come statua, che è fatta di pietra, sia come sasso:

Il Don Giovanni

 Luogo chiuso in forma di sepolcreto, con diverse statue equestri, tra le quali quella del Commendatore.

   La Statua:
   Di rider finirai pria dell'aurora!

   Don Giovanni:
   Chi ha parlato?

   Leporello: (estremamente impaurito)
   Ah! qualche anima
   Sarà dell'altro mondo,
   Che vi conosce a fondo.

   Don Giovanni:
   Taci, sciocco!
   Chi va là?

   La Statua:
   Ribaldo, audace!
   Lascia a' morti la pace!

   Leporello: (tremando)
   Ve l'ho detto!

   Don Giovanni:
   Sara qualcun di fuori
   Che si burla di noi!
   Ehi, del Commendatore (con indifferenza e sprezzo)
   Non è questa la statua? Leggi un poco
   Quella iscrizion.

   Leporello:
   Scusate...
   Non ho imparato a leggere
   Ai raggi della luna.

   Don Giovanni:
   Leggi, dico!

   Leporello: (leggendo)
   "Dell'empio che mi trasse al passo estremo
   Qui attendo la vendetta"... Udiste? Io tremo!

   Don Giovanni:
   O vecchio buffonissimo!
   Digli che questa sera
   L'attendo a cenar meco!

   Leporello:
   Che pazzia! Ma vi par?... Oh Dei, mirate,
   Che terribili occhiate egli ci dà!
   Par vivo! Par che senta... E che voglia parlar!

   Don Giovanni:
   Orsù, va là!
   O qui t'ammazzo, e poi ti seppellisco!

   Leporello:
   Piano, piano, signore, ora ubbidisco.
   O statua gentilissima
   Del gran Commendatore...
   Padron! Mi trema il core,
   Non posso terminar!

   Don Giovanni:
   Finiscila, o nel petto
   Ti metto questo acciar!

   Leporello:
   Che impiccio, che capriccio!

   Don Giovanni:
   Che gusto! Che spassetto!

   Leporello:
   Io sentomi gelar!

   Don Giovanni:
   Lo voglio far tremar!

   Leporello:
   O statua gentillissima,
   Benchè di marmo siate...
   Ah padron mio! Mirate!
   Che seguita a guardar!

   Don Giovanni:
   Mori...

   Leporello:
   No, no... attendete!
   Signor, il padron mio... (alla statua)
   Badate ben... non io...
   Vorria con voi cenar...
   Ah che scena è questa! (la statua china la testa)
   Oh ciel! Chinò la testa!

   Don Giovanni:
   Va là, che sei un buffone!

   Leporello:
   Guardate ancor, padrone!

   Don Giovanni:
   E che degg'io guardar?

   Leporello e Don Giovanni:
   Colla marmorea testa,
   Ei fa così, così!

   Don Giovanni: (verso la statua)
   Parlate, se potete.
   Verrete a cena?

   La Statua:
   Sì!                        [Atto secondo, scena quindicesima]
 

[Omissis]

Leporello: (entra spaventato e chiude l'uscio)
   Ah, signor, per carità!
   Non andate fuor di qua!
   L'uom di sasso, l'uomo bianco,
   Ah padrone! Io gelo, io manco.
   Se vedeste che figura,
   se sentiste come fa.
   Ta! Ta! Ta! Ta! (imitando i passi del Commendatore) [Atto Secondo, scena diciottesima]

       

Il Commendatore, imago persecutrice del Padre assassinato, prende, dunque la forma di una statua. Con le parole di Leporello L'uom di sasso.
La mimica che fa Leporello dei passi del Commendatore corrisponde alla mimica da parte dell'orda fraterna della voce e dei gesti del padre ucciso, come suggerito da Freud in Totem e tabù. E il rumore passi del Padre è quello che fa gelare di terrore le membra del figlio che si sente in colpa. Come è scritto: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Gn, 3,10). Era nudo, ma era stato nudo anche prima. Cosa c'era di nuovo da incutergli tanta paura? La cosa nuova erano le sue erezioni, che, essendo nudo, Adamo temeva che il Signore avrebbe visto.


Link: La figura di Donna Anna nel Don Giovanni di Mozart

E Nietzsche:

Le parole ci impediscono il cammino. Ovunque i primitivi stabilivano una parola, credevano di avere fatto una scoperta. Ma come diversamente stavano le cose in verità! Essi avevano toccato un problema e, illudendosi di averlo risolto, avevano creato un ostacolo alla sua risoluzione.
Oggi, ad ogni conoscenza, si deve inciampare in parole dure come sassi, eternizzate, e invece di rompere una parola ci si romperà una gamba  (Aurora, Libro primo, 47).
(Molto interessante: Cfr. "Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati” (1 Piet. 2:6-8)).

invece di rompere una parola ci si romperà una gamba. Come ho dimostrato in Zoppi e altri mutilati, e in Pinocchio, rompersi una gamba è incosciamente equivalente ad auto - evirarsi. Edipo era zoppo, poichè aveva subito l'evirazione paterna.

Oggi, ad ogni conoscenza, si deve inciampare in parole dure come sassi, eternizzate.... Cosa significa?
Qualcuno ha detto: "La parola è stata data all'uomo per nascondere i suoi pensieri". Le parole sono dunque un sipario fumogeno per nascondere le nostre intenzioni. Nel nostro inconscio non c'è differenza tra fatti e pensieri, e questi sono sempre cattivi pensieri, come è scritto: "Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni pensiero del loro cuore non era altro che male" (Gn. 6,5). I "cattivi pensieri" sono sempre la pulsione aggressiva verso il Padre. Le parole servono a nasconderla. Servono a nascondere una pulsione che è dura come i sassi.
A questo punto possiamo meglio capire la citazione da Nietzsche: quando tentiamo di riconneterci alla nostra verità pulsionale (scagliare sassi), si deve inciampare in parole dure , che sono un meccanismo di difesa contro l'emergere della pulsione originale. La frase parole dure come sassi, condensa sia la pulsione aggressiva (i sassi) che il meccanismo di difesa (parole).
Per la parola come resistenza egoica contro la verità pulsionale, vedi: Il silenzio e la parola.

Prima ci fu dunque l'Azione, quindi la gioia orgiastica della musica, concomitante alla scarica energetica attraverso la danza, e solo alla fine del processo di rimozione, la parola sostituì l'azione, celando il suo contenuto aggressivo originale.
Nei miti, come in arte e nel sogno, niente è casuale. Il Cristo, il Figlio, è il Logos, la Parola, ed è colui che porta il Verbum Dei. Ovvero, il dio- Figlio è la personificazione della voce del Padre.
Possiamo vedere come l'Azione, ovvero il misfatto primordiale perpetrato sul corpo del Padre, attraverso la mediazione del Figlio si trasfigura in Logos, "la Parola". Il Figlio, che nel mito greco era ancora una pietra, come il Padre, nel processo di espiazione e identificazione diventa Parola. Nel processo di trasfigurazione, l'aggressività originale dell'azione viene rimossa e si trasfigura in Logos. All'inizio vi fu la Pietra (l'Azione), e solo alla fine "la Parola".
Il Vangelo di Giovanni, che fa cominciare tutto dal Logos, crea un inversione della sussequenza originale degli eventi. Il Logos viene alla fine del processo di rimozione.

Come abbiamo visto, la roccia originale, il sasso, è il dio stesso, gli uomini sono di sasso poichè escono dal suo corpo. Questa concezione ricalca la teoria infantile cloacale della nascita (S.Freud, "Teorie sessuali dei bambini", 1908) che è essenzialmente una teoria partenogenetica. Deucalione e Pirra lanciano sassi = defecano, e il sasso = feci diventa uomo (laas).


Mitra, il dio - figlio che uccide il padre sotto forma di toro nei culti iniziatici che da lui prendono il nome, è Petrogenitum ovvero, generato dalla pietra. L'imago paterna si scinde in due (Splitting): la pietra che lo ha generato e il toro che viene sacrificato.

Il Vangelo: "E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa" (Matt., 16,18). Il dio -Figlio si scinde in due, Gesù e Pietro, e quest'ultimo è una pietra, come il Padre che lo ha generato (vedi Pinocchio. Il rito iniziatico di un burattino. Parte seconda)

E Amleto, parlando del padre, il re assassinato:
On him, on him! Look you how pale he glares! His form and cause conjoin’d, preaching to stones, Would make them capable. (Atto III, Scena IV)
Quando la Bibbia ci parla degli Israeliti che lanciavano sassi contro Mosè, ci parla di una pulsione sadico anale. Il parricidio primordiale fu infatti perpetrato attraverso una regressione sadico- anale (l'aggressione), e sadico orale (divorare il genitale paterno, come evidenziato da Reik in Myth and Guilt)

Di un uomo malvagio, dal cuore duro si dice che ha il cuore di pietra.
Ovvero, chi ha il cuore di pietra è colui che con le pietre ha perpetrato il parricidio.
Don Giovanni, il parricida, dice, ironicamente: "e per pietà deggio fingere amore,
ch'io son, per mia disgrazia, uom di buon cuore" (Atto primo, scena decima).
Noi sappiamo che sta mentendo, poiché sappiamo che è stato lui ad assassinare il Commendatore. E lo sa anche lui. Da qui l'ironia della frase, che è stata spostata come se si riferisse ai suoi sentimenti per Donna Elvira.

Nella psiche umana, lo strumento della perpetrazione del parricidio si condensa con con la rappresentazione del dio - Padre assassinato.
Come abbiamo visto dal mito di Deucalione e Pirra, i sassi sono i figli dell'uomo.
La procreazione è perpetrata attraverso lo stesso strumento del parricidio.
Una pietra era il Padre, con pietre fu assassinato, e pietre sono i suoi figli e nipoti.
Attraverso il processo di espiazione e di identificazione, ne acquistano le qualità. Con le parole di Pindaro: un popolo unito, una stirpe rocciosa, gente dal nome di pietra.

La versione di Apollodoro, e non quella di Ovidio, è dunque quella originale.

Che tutto quello che appartiene al Padre ne assuma anche la sostanza concreta, e non in senso metaforico, nella cui chiave siamo soliti interpretare ogni cosa, ci viene evidenziato nel caso seguente. Alla mostra dei marmi ai Fori Traiani di Roma del Gennaio 2003, è esposta una massiccia statua in porfido rosso intitolata: “Daci in porfido”. Nella stessa stanza ci viene spiegato come il porfido rosso sia stato usato come materiale solo per rappresentare le statue dell'imperatore. Davanti alla statua di uno schiavo dacio, la contraddizione sembra fin troppo evidente. Per appianare l’incongruenza, che non era compresa al curatore della mostra, fu disposta la seguente dicitura:

Dace Porfido rosso Roma (106 – 113) Firenze Opificio delle pietre dure inv. 74.
Daci in porfido
Grande figure di Daci in porfido già facente parte della cinquecentesca collezione Valle Caprani insieme ad altre statue di Daci conservate a Firenze. Proveniente dal foro Traiano dove erano collocate in una Porticus porphyrectila. E’ interessante notare che durante il principato di Traiano il porfido, la pietra imperiale per eccellenza, trova ampio utilizzo nell’esecuzione di statue di Daci, in quanto essi sono i vinti dell’Imperatore e rappresentano quindi il simbolo del successo della sua politica di potenza.
L’utilizzo del porfido deve pertanto essere inteso in questo caso come una emanazione visibile dell’ideologia del potere imperiale.
Il curatore niente sapeva di psicoanalisi delle trasformazioni, e quindi ha dovuto fare un’acrobazia per appianare l’incongruenza, ingarbugliandosi in astrazioni.
Ma l’inconscio si esprime in maniera molto concreta e non metaforica, astratta o ideologica.
Tuttavia, la razionalizzazione contiene il nucleo del vero senso: Imperatore fatto di porfido – Daci dell’imperatore = Daci di porfido.
Ecco la teoria cloacale partenogenetica della procreazione che si fa strada attraverso la razionalizzazione: dall’Imperatore- sasso vengono i Daci – sassi (in quanto sono suoi – ogni appropriazione e possesso contengono una forte connotazione anale), come da Zeus – sasso sono venuti Prometeo, l'uomo incatenato alla roccia, e Deucalione (figlio di Prometeo) e Pirra e una stirpe rocciosa, gente dal nome di pietra.

I poeti, dopotutto, lo sanno meglio degli altri.
Come ci racconta Kafka:
Di Prometeo trattano quattro leggende: ...La seconda vuole che Prometeo, per il dolore procuratogli dai colpi di becco, si sia addossato sempre di più alla roccia fino a diventare con essa una cosa sola. (“Prometeo”, 1918, in Racconti)


Supplemento: I funerali del Papa e la parola lapidaria (Aprile 12, 2005)

Molto interessante, su Dio e su Cristo come roccia, il seguente sito: La roccia



NOTE

(1) Per come le pietre presso gli antichi fossero un simbolo del dio stesso vedi: Theodor Reik, Il Rito Religioso, Boringhieri, Torino 1949 e 1969, pp. 352-357. Quindi mettere sette pietre in mezzo tra di loro significava mettere il dio stesso tra di loro a testimonianza. La ripetitività del numero indicherebbe l’estrema sacralità del patto: il dio (la pietra) testimonia non una ma sette volte. Il spargimento di sangue della pietra condensa il sacrificio al dio e del dio stesso, poiché, come dice Freud, quelli che diventarono sacrifici al dio, per ordine suo, erano all’inizio sacrifici del dio stesso, che veniva immolato come parte del rito totemico (Totem e Tabù, IV,5).
Per come coloro che sono legati da un patto di sangue è come se fossero stati circoncisi insieme e quindi rappresentano una confraternita vedi: Reik, «I Riti della Pubertà », in op.cit. pp. 150-2. Ecco perché il patto si fa spargendo il proprio sangue o quello di un animale, poiché, cosi facendo, ci si considera iniziati insieme e quindi fratelli. Gli Arabi, descritti da Erodoto, che si tagliano i pollici e ne fanno sgorgare sangue, ripetono simbolicamente la circoncisione del rito iniziatico, e questa volta insieme a coloro con i quali stabiliscono un patto, che diventano, così, iniziati insieme (Cfr. I numeri sacri e il loro simbolismo).

Links:
Sacralità, intoccabilità e tabù
Pinocchio e il culto degli alberi
La figura di Dio nell'ebraismo: Padre o Madre? (La lettera di una lettrice)
I sette peccati capitali
Il silenzio e la parola



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