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Francesco
Francesco Guccini: "Che miracolo cantare con i giovani"
Roberto Incerti -
La mia canzone più bella? Forse "Amerigo" che racconta il contrasto fra l´America vera e quella del mito Fra la via Emilia e il West, fra brindisi nelle osterie di fuori porta e canzoni avvelenate, isole non trovate e Primavere di Praga, fra vecchi professori in pensione e canzoni quasi d´amore. Continua a cantare «io dico addio», ma ad ogni suo concerto ci sono migliaia di ragazzi di ogni età che insieme a lui con rabbia e tenerezza intonano a squarciagola La locomotiva.
Venerdì prossimo Francesco Guccini sarà in concerto al Mandela Forum di Firenze ed è già ancora una volta evento (ore 21, euro 23, info 055/667566, qualche biglietto ancora disponibile). Spiega il cantautore: «Farò molte delle mie canzoni più famose, Un vecchio e un bambino, Eskimo, Amerigo, Cirano. Confesso che quando alla fine di ogni concerto vedo tanti ragazzi che cantano insieme a me La locomotiva, che sanno a memoria le parole, provo dei brividi. Mi fa piacere che le mie canzoni, anche a distanza di tanto tempo da quando le ho scritte, sappiano ancora trasmettere tante emozioni a ragazzi nati oltre quarant´anni dopo di me. È un miracolo che ad ogni concerto si rinnova».
Lei nei concerti, fra una canzone e l´altra, fa anche molti monologhi satirici in cui prende in giro politici sulla cresta dell´onda tipo Berlusconi. Com´è che si è scoperto cabarettista?
«All´osteria. Adesso sa, per motivi di età ci vado meno, ma quando ero più giovane frequentavo l´Osteria delle Dame a Bologna. Qui, fra un bicchiere e l´altro, una fetta di salame e una di prosciutto, con gli amici ci divertivamo ad imitare i politici più in voga, i più reazionari. Ci si divertiva un sacco».
Le osterie. Fanno parte di una cultura che sta scomparendo: a Bologna, a Firenze, ovunque.
«Mi dispiace, ma è giusto che sia così, il tempo va avanti e le generazioni che rimpiangono le cose del passato, come appunto le osterie, in realtà rimpiangono il tempo perduto, la gioventù».
Lei è poesia, pane e salame, vino buono: eppure tante signore della canzone che vestono griffato hanno voluto interpretare suoi brani: da Ornella Vanoni a Fiorella Mannoia, alla first lady Carla Bruni. Come giudica questa cosa?
«Mi fa piacere che le mie canzoni siano interpretati da altri, recentemente lo ha fatto anche Luca Carboni. Un po´ però mi irrita che i brani scelti siano sempre gli stessi: Dio è morto, L´avvelenata, Il vecchio e il bambino».
Invece quali sono le canzoni in cui c´è più Guccini?
«Credo che le canzoni che più mi identificano siano Bisanzio ed Eskimo. Anche l´album Radici mi appartiene fino in fondo. Mi piace parlare d´amore e di politica, di allegria e di tristezza che ci avvolge come miele. Amerigo poi è una delle canzoni più belle che ho scritto: è in sostanza un confronto fra l´America reale di Amerigo fatta di lavoro, fatica, di giorni duri e difficili, di sudore e antracite, e l´America mitica, quella del cinema, che sognavo io da bambino quando stavo a Pàvana».
Un altro personaggio ricorrente è Ulisse. Perché?
«Perché in Ulisse c´è un po´ di Guccini. Ulisse è un uomo che va sempre a cercare qualcosa che non c´è: al di là di un monte ce ne sarà sempre un altro, oltre ad Itaca ci sarà sempre un´altra isola da trovare».
Lei parla spesso di memoria, però riesce a dribblare la retorica, come fa?
«Il presente passa in un attimo, il futuro non sappiamo cosa sarà, invece ognuno noi ha un giorno da ricordare». (Repubblica Firenze 24 febbraio 2009)