"Mi dice cento volte dalla rete dei giardini, di una sua gatta morta, di una lite coi vicini…." così raccontava Guccini del pensionato Mignani, l'anziano signore bolognese suo vicino di casa in via Paolo Fabbri 43. Ignoriamo se gli eredi del pensionato posero sulla sua tomba "l'angelo di marmo che spezza le catene". La canzone non ce lo dice. Guccini ha anche sorvolato sul fatto che quella "lite coi vicini" era in realtà una lite con lui, visto che "il Prof. Guccini" aveva fatto passare a sua insaputa un cavo dell'antenna tv sul suo tetto. Guccini, dopo la morte del povero Mignani, si offrì acquistare la sua casa per allargare la sua abitazione, così adesso, oltre al celebre terra-tetto al numero 43 possiede anche la casetta quasi gemella del numero 41. Quasi gemella perché nell'edificio acquisito esiste anche il fondo dove esercita da tempo un barbiere, ovviamente di origini siciliane, che per gli ovvi motivi di praticità e/o pigrizia del Guc è diventato il suo barbiere di fiducia. Dopo un viaggio a Palermo per fare un concerto è nato questo raccontino: ------------------------------------------------------------------------------- Allòra, ti è piaciuta Palemmo, e?!" mi chiede Andrea. Andrea è il barbiere sotto casa mia. È siciliano, di Palermo. Ormai abita a Bologna da una vita, ma l'accento e la cadenza originali non li ha persi, anche se ogni tanto prova a esibirsi in un improbabile bolognese. È di quelli che dicono "sòccimele", per capirci, con la o aperta e la vocale finale, suono così più levantino e differente dalla frustata che esce, esclamazione o imprecazione, dalle bocche locali. Qui, quando al cinema appare qualcosa di sorprendente o sensazionale sullo schermo, la sala sembra percorsa da una violenta raffica di vento. Non si dice "sòccimele", Andrea! Un giorno t'insegnerò. Per il momento taccio, mi mette l'ampio spolverino (color rosa fucsia!) e mi inclina all'indietro, per lavarmi la testa. "Andrea" borbotto, "Palermo la conosco. Ci sono già stato delle altre volte. È bellissima, lo so, ma ero là per lavorare". Passa lo sciampo e apre l'acqua. "Va bene l'acqua?". Comincia a frizionare. "A lavorare, sempre lavorare, ma niente facesti di diverso dal lavoro, che so, un giro per la città?". "Un giro sì, e mi sono tolto una vecchia curiosità, mi sono fatto derubare di cento carte e ho fatto un giro in calesse". "In calesse?" si ferma e sorride. "Sai che mio padre faceva lo 'gnuri'?". "Come? Lo 'gnuri'? E che roba è?". Torna a sorridere, ripassando lo sciampo. "Lo 'gnuri', come ci dite voi? Quelli che guidano i calessini, per portare in giro i turisti". " A Bologna li chiamavano 'fiàcher', il fiaccherista, o il fiaccheraio, ma adesso è da molto che non ci sono più. Lo 'gnuri' dici?". "Appunto, lo 'gnuri'. Quello faceva mio padre, ci piaceva il mestiere, a lui, e ci piacevano magari i cavalli". Risciacqua e comincia ad asciugare con un asciugamano. Ride, soprappensiero. "Un giorno glien'è capitata una!" e prende il fòn. "Ah sì? E cosa gli è successo?". Pensa, scuotendo la testa. "Mio padre allora aveva il posteggio nella piazzetta di fianco a Palazzo dei Normanni; ci sarai stato, no? Palazzo dei Normanni, quello in centro. Un buon posteggio, dice. Allora non c'erano i turisti che c'è ora, saranno stati gli anni trenta, ma qualcuno che si prendeva il calesse per fare un giro c'era sempre, non c'erano neanche i tassì. Però dice che quel giorno non veniva nessuno. Era agosto, gli inizi d'agosto, e c'era un caldo che neanche in Africa. Dice che c'era un caldo che si moriva, saranno stati quaranta gradi buoni, e lui era il terzo, prima di lui c'erano altri due 'gnuri' che conosceva un poco di vista, ad aspettare. Era anche mezzogiorno, si era messo sotto a una palma che c'era per ripararsi un po' da quel gran sole. Dice: C'è troppo caldo. Ora mi fumo una sigaretta poi vado a casa a mangiare, oggi non è giornata, torno verso sera. Ha appena acceso quando vede arrivare questi due signori". Si ferma, e comincia a passare il fòn. "Adoperi" dice. "Ma è ancora vivo tuo padre?". "Nooo, è morto da tanto!". "E questi due signori com'erano?". "Non so, non mi ricordo, non me l'ha detto. Dice due signori, vestiti tutti di scuro, anche col caldo che faceva". "E allora?". "Allora vanno a parlare col primo del turno, e questo fa no, con la testa, dice di no. Allora vanno dal secondo, e anche questo dice di no, lo vede mio padre che scuote la testa. Allora vanno da lui. 'Sentite' ci dicono 'ci sarebbe da fare un servizio, una corsa, dovreste portarci...' e dicono il nome di un posto, un po' fuori Palemmo. 'Va bene' fa mio padre 'è il mio mestiere, portare la gente, montate'. I due salgono su, sale anche mio padre e partono". Il fòn mi spazza la testa, la radio sempre accesa gracchia una musichetta inudibile. Andrea si ferma un momento, tiene il fòn come una pistola. "E allora?". "Allora vanno, i due in silenzio, mio padre pure, ogni tanto dice che toccava il cavallo con la frusta 'vai Alfredo', ci diceva". Ride. "Il cavallo si chiamava Alfredo", mi fa. "Escono da Palemmo, e i due gli dicono di prendere una strada di campagna. Vanno e vanno, in mezzo a quella campagna bruciata, non c'era un filo di verde, il sole d'agosto, sai, in Sicilia picchia, sarà stato mezzogiorno e mezzo l'una, mio padre dice che era tutto sudato per questo gran caldo, e aveva sete, e magari fame, e finalmente arrivano a una grande fattoria, con tutto un muro attorno. Appena arrivati si apre un portone grande, una signora apre il portone e li fa passare. I due non scendono. Uno fa a mio padre: 'Avete sete, avete fame?' 'Eh!' fa mio padre, e allarga le braccia. Allora questo gli fa: 'Se avete sete e fame entrate in casa e questa signora penserà a voi'. E mio padre entrò". "E il calesse?" Si stringe nelle spalle. "Non ne seppe niente, mio padre, del calesse, né allora né mai. Andò in casa con la signora che lo fece passare in una cucina. Là c'era una tavola apparecchiata, con ogni ben di Dio, e dentro c'era fresco, bene si stava, proprio fresco a differenza del caldo fuori. Prima la vecchia, perché dice che era vecchia, questa signora, gli dette un bicchiere di acqua e zemmù, non sai cos'è lo zemmù?, è anice, per togliere la sete e come aperitivo. Dice che l'acqua era freschissima, e allora non c'erano tanti frigoriferi, sai, chissà come avevano fatto. Poi c'era prosciutto e melone, e anche il melone era fresco, e anche il vino che gli dette da bere, fresco anche il vino. Mio padre aveva fame, e spazzò via prosciutto e melone. Allora la vecchia arrivò con la pasta con le sarde, l'hai mai mangiata? Non è proprio un piatto estivo, ma dentro c'era fresco e mio padre aveva fame; dopo quella c'era un arrosto di capretto con le patate, e mio padre spazzò via anche quello". Ride. "Dice mia madre che ogni giorno pregava a Santa Rosalìa che gli togliesse un poco d'appetito, a mio padre, mangiava mangiava, e non ingrassava di un etto. Sempre magro magro, era". Andrea ha finito d'asciugare. Mi allunga una spazzola perché mi pettini come pare a me. "Ma senti" gli dico "erano rimasti solo lui e la vecchia. E gli altri due che fine hanno fatto? Sono andati via col calesse o cosa? E dove sono andati, col calesse?". Allarga le braccia. "T'ho detto, mio padre non l'ha mai saputo. Dopo ha guardato anche il giornale per vedere se c'era qualcosa ma niente. Lui è stato lì a mangiare, a bere, al fresco, ed è passato molto tempo. La vecchia gli ha portato anche la frutta e poi gli dice: 'Un caffè lo gradite?'. 'Eh!' fece mio padre, e si bevette il caffè e si accese una sigaretta. La vecchia era scomparsa. Mio padre si accese un'altra sigaretta quando la porta si aprì e i due entrarono. 'Avete mangiato, avete bevuto?' gli chiesero. 'Sì, ottimamente' fa mio padre. 'Bene' dice uno dei due. 'Ora potete tornare'. 'Da solo?' fa mio padre. 'Da solo, da solo, noi siamo arrivati' gli dissero. 'Piuttosto' gli fa uno, e dice che lo guardava con la testa piegata, e gli occhi socchiusi, 'piuttosto. Avete visto qualcuno, voi, oggi?'. 'No' fa mio padre 'e chi dovevo vedere?'. 'Ah, bene' fa uno dei due 'e avete portato qualcuno da qualche parte?'. 'No' fa mio padre, 'a mezzogiorno c'era gran caldo e non c'erano clienti. A casa andai, mangiai, mi coricai, e sono uscito verso sera, come sempre'. 'Così è andata' ci fa uno, 'voi abitate in via tale al numero tale...' e qui mio padre ci rimase di sasso, che conoscevano il suo indirizzo 'non vi preoccupate per la corsa, presto passerà qualcuno per il vostro disturbo' ". Mi toglie lo spolverino. " Il signore è servito" fa con scherzosa deferenza. Mi alzo in piedi. "Ma l'hanno pagato, poi?". "Pagato?". Ride. "Non è finita. Il giorno dopo era fermo al solito posto, da solo. Arriva un cliente e gli dà un indirizzo. A un certo punto lo tocca sulla spalla e ci fa: 'Scusate' dice 'ma mi sbaglio o vi ho visto ieri sulla strada fuori città verso la campagna?'. 'No, fa mio padre, impossibile, forse avete visto un'altra persona. Ieri c'era questo gran caldo, nessun cliente e verso mezzogiorno a casa andai, mangiai, mi coricai e sono uscito verso sera per il fresco, come sempre'. 'Scusate' fa l'altro, 'mi ero confuso'. E non dice più niente. Alla sera erano a tavola che stavano mangiando, sentono bussare alla porta, aprono. C'era un picciotto con una busta. 'È per quella corsa che sapete' fa, e scappa. Guardano dentro la busta e c'erano tanti di quei soldi che mio padre poi si comprò una casetta, quella dove sono nato io. Capito?". E ride. "Ah," dice mentre sto uscendo, "raccontava mio padre che gli altri due 'gnuri', quelli che avevano rifiutato la corsa, lui non li ha più visti. Dice che ha guardato tanto, ma in giro, a fare gli 'gnuri', lui non li ha più visti".