Vincenzo Mollica intervista Guccini – febbraio 2004-03-05 da http://www.vincenzomollica.rai.it Cominciamo dal titolo. Perché "Ritratti"? Perché, come spesso accade quando fai le canzoni – ti vengono così, casualmente – mi sono accorto che alcune di queste canzoni parlavano di personaggi, quindi erano 'ritratti' di personaggi. Ed ecco, quindi, com'è nato il titolo "Ritratti". La copertina è molto curiosa, perché è un continuo moltiplicarsi di ritratti nello stesso quadro. Sì, la copertina che hanno trovato quelli della Emi è una galleria d'arte di un pittore spagnolo, credo, o fiammingo, del Seicento. Comunque è al Museo del Prado. Quindi questa copertina è piena di ritratti, di quadri, e poi ci sono i nostri ritratti. Avete messo i vostri ritratti da bambini? C'è anche una foto di Francesco Guccini da bambini (5 anni). Com'era? Quella foto in particolare è una foto 'storica' perché è stata fatta dieci giorni dopo il 25 aprile, quando da Pavana mia madre e il sottoscritto andavano a Carpi, perché dopo la guerra non si sapeva niente dei parenti di mia mamma e affrontammo questo viaggio abbastanza difficoltoso e andammo a Carpi per vedere che fine avevano fatto i parenti di mia madre, di cui negli ultimi anni non sapemmo più niente. Quindi è stata fatta a Carpi. E cosa si ricorda di questo viaggio, di questo incontro, di questi parenti, visto che è iniziata una storia? Abbastanza sconvolgente, perché mi capitò di vivere in una casa di condominio, mentre – invece – ero abituato ad vivere in una casa dove abitava soltanto la mia famiglia. Già il fatto di avere degli estranei attorno non mi capacitava. Non solo, non mi capacitavo del fatto che questi andassero a fare la spesa: un giorno dovevano comprare il pane, un giorno l'etto di burro. Invece i miei nonni al mulino avevano quasi tutti lì. La cosa buffa che mi è accaduta è che da Pavana a Modena andammo con una jeep di brasiliani, che ci hanno lasciato a Modena, e abbiamo fatto il 'carro stop', perché era un carro di fieno, se non ricordo male. Andavamo verso Carpi e abbiamo incontrato lì, se non ricordo male, una sorella di mia mamma che in bicicletta veniva da Milano per vedere, Anche lei, che cosa era successo ai parenti. Ecco, questo è un episodio curioso. C'è una canzone che s'intitola "Canzone", che è un modo per riflettere su qualcosa che ti appartiene da anni. E' una 'metacanzone', cioè la canzone che parla della canzone, del fare la canzone, di come possono uscire le canzoni, di che cosa hanno dentro le canzoni, o possonjo avere: possono fare ridere o piangere, posso far pensare o semplicemente essere motivi che volano per l'aria e se ne vanno. Una canzone può essere, quindi, sia una farfalla che vola che una cosa dura da urlare per rabbia. Per fare i tuoi dischi ci metti del tempo. Non escono mai secondo le logiche commerciali, ma sempre secondo le logiche della tua ispirazione. Ci puoi mettere anche 3-4 anni. Ma oggi cosa ti spinge a scrivere una canzone? Come sempre, o un'idea che avevo da sempre, come per la canzone "Odysseus" dedicata a Ulisse, in cui ho rubato alcune cose a dei poeti che sono citati nell'elenco, oppure succede come per l'ultima canzone, finita il giorno di Santo Stefano, dedicata a Piazza Alimonda, a Carlo Giuliani. E' una canzone molto bella, ho letto il testo. Quel fatto come ti ha scosso? Sai, è difficile dire come mi ha scosso. Mi ha fortemente colpito e non sapevo come affrontare l'argomento, perché non volevo fare una canzone dichiaratamente di parte, non per paura o pudore, ma perché preferivo un atteggiamento più soffice, anche se è poi solo apparentemente soffice. Una mattina, nel dormiveglia, mi è venuta l'idea di cominciare con Genova… cercare di descrivere Genova, che è una città curiosa, tra l'altro è la prima grande città che abbia mai visto nella mia vita, molti anni fa. Genova è lunga, schiacciata sul mare, sembra quasi cercare un 'respiro' a largo. Quindi, partendo dall'immagine di Genova, ho immaginato che mentre in città accadevano queste cose violente, fuori magari c'era un pensionato con un cane che passeggiava. Così mi è venuta questa idea. Genova torna anche in un'altra canzone, dedicata a Cristoforo Colombo. Sì, a Cristoforo Colombo, uno scopritore 'pentito', possiamo dire. Scopritore dell'America, ma si pente quasi subito; c'è la sua ansia di andare a scoprire un mondo che però – torniamo alla qualità – dall'altra parte lo delude. Queste delusione per l'America Guccini l'ha cantata già qualche tempo fa. Sì, si parla del nostro mito giovanile – questa America – che col tempo si è ristretto, è diventato più reale e meno fantastico di come lo si sognava da ragazzo. Una delle canzoni che sicuramente colpirà, anche perché è in dialetto modenese, è la traduzione di un classico, di una grande canzone di Manuel Serrat. Come ti è venuto in mente di tradurre in modenese "La Tieta"? La canzone di Serrat mi è sempre piaciuta. Me la fece ascoltare un amico greco tantissimi anni fa e avevo imparato a cantarla in catalano, che poi non è molto meno comprensibile del modenese. Però non si può tradurre in italiano perché mancano le tronche. Se vuoi essere rispettoso del testo, mancano le tronche nella lingua italiana, invece il dialetto le ha. Poi ci sono straordinarie affinità. E quindi il modenese, che è nobilissimo come tanti altri dialetti italiani, si adatta benissimo – oltre che al dialetto pavanese – e quindi mi è venuto spontaneo. Avevo già fatta sentire diversi anni fa al Club Tenco, una prima versione de "La Ziatta", che è "la Tiete" diventata "La Ziatta". Vogliamo parlare di questo Ulisse, che hai scritto denunciando il fatto che hai 'rubacchiato' qua e là dei versi a Dante, Omero e via dicendo? Dunque, cominciamo dal più antico. Omero, "concavi navi dalle vele nere"; poi c'è Dante con "dei remi facemmo ali al folle volo"; c'è Foscolo – "la petrosa isola"; c'è Kavafis, il poeta greco, nel finale; c'è Jean-Claude Izzo per alcune impressioni sulla vita marinara; infine c'è un misterioso Alberto Prandi, che tu non conosci ma io conosco benissimo, che è mio cugino e ha scritto diverse poesie proprio sui personaggi dell'Odissea. Mi è venuta questa idea, è tanto tempo che me la porto dietro, Ulisse è certamente un personaggio affascinante, ambiguo nel senso positivo di chi non si definisce mai. Pensa anche alla figura dantesca di Ulisse. Questa era l'idea e mi diverte, mi piace dire che Ulisse dice di se stesso "Io non sono un marinaio, io sono un montanaro", come me, sono un montanaro anch'io. Poi dice "però gli dei e il fato mi hanno spinto in mare. Se un montanaro guarda un monte che vede di fronte, viene invogliato a salire su quell'altro monte. Così un'isola circondata dal mare ti spinge a correre su quell'altra isola". Ecco che inizia questa sua sete d'avventura, che non finisce perché nel finale dice "uno avvolto nel buio perenne – cioè Omero – mi ha cantato, e cantandomi ha chiuso nei versi e nelle rime me stesso, che ancora vivo. Quindi provo ancora la gioia, dopo tanto tempo, di entrare in porti sconosciuti". E quindi c'è proprio la gioia del marinaio che entra in un posto che non ha mai visto e ha la gioia dell'andare, del navigare. E' questo un po' il succo della canzone. Sempre per rimanere in zona letteraria, c'è uno scrittore che ha ispirato un'altra canzone, Vasquez Montalban, ti ha ispirato la canzone dedicata a Che Guevara. Più che ispirato, lui ha preso degli scritti di Che Guevara, da lettere e scritti politici, e quando è morto Che Guevara ha scritto questo poema al 'Che', una lunga poesia adattata a questi scritti. Flaco (Biondini, n.d.r.) ha scritto le musiche di questa canzone, mi è piaciuta moltissimo e l'ho tradotta dallo spagnolo all'italiano. E' la seconda che dedichi a Che Guevara. Perché ti attrae così tanto questa figura? Mi attrae come ha attratto moltissimi giovani questa figura, ma soprattutto a me è piaciuta moltissimo questa canzone, le parole ma soprattutto la musica di Flaco. Allora ho voluto farla in piccola parte mia, traducendola in italiano. Tanti ritratti, ma nel ricomporre tutti questi ritratti c'è anche il ripescaggio di una vecchia canzone, "La mia libertà", che è una specie di regalo. Quella è più una scelta della Emi, io non ero tanto contento, perché la roba vecchia si sente che è vecchia. Loro mi hanno detto "Prova a metterla a posto". Io gli ho risposto che era impossibile, perché nasce in quel periodo, ha le caratteristiche del periodo in cui è uscita e infatti non l'avevo mai più incisa da nessuna parte. Loro poi mi hanno chiesto di metterla alla fine come 'bonus track' e io ho detto "Vabbè, allora mettetela in fondo e buonasera". Riascoltando quella canzone cosa ti è passato per la mente? Che si sente che è di quel periodo là, ma è ovvio. Certe canzoni hanno la fortuna di poter essere cantate anche dopo molto tempo: canto ancora Auschwitz, che è del '64 e siamo nel 2004, quarant'anni insomma. Queste possono essere cantate per molti anni anche dopo. Certe altre – invece – hanno proprio l'impronta del periodo in cui nascono. Tanti ritratti, ma se dovessi cominciare un autoritratto di Guccini, come comincerebbe oggi? Una specie di autoritratto l'avevo fatto nell'ultimo e si chiamava "Addio" e… basta, insomma. Non posso continuare a fare degli autoritratti all'infinito! Anche perché 'addio' è una parola definitiva… No, ma lì si dice 'addio', più che alle canzoni e alla musica, a tante cose che non andavano bene, né allora, né adesso. Ti riesce più facile scrivere un libro oggi o avvicinarti a una canzone? Mi è più difficile, adesso, scrivere una canzone che un libro, ma uno può scrivere cose buone o pessime. Io parlo proprio dell'impatto al lavoro, perché la canzone è sintesi: dall'idea generale devi stringere, racchiudere in strofe, versi e rime tutto quanto. In un libro puoi buttare giù tre o quattro pagine, poi si correggono, si rivedono, ma hai lo spazio. E quindi è più facile mettersi lì e scrivere. La differenza grossa è quella che per il libro adoperi il computer, la tastiera, quindi la velocità, la canzone è ancora un foglio di carta e una penna, come dico nella canzone "Canzone": "La canzone è una penna e un foglio, così fragile fra queste dita". E sono anche due sistemi di scrittura che impongono due mentalità diverse rispetto alla materia che cominci ad affrontare. La 'canzone' come idea ti tiene compagnia? Sì, ma il bello della canzone – cosa che con il libro non hai tanto – è che se quando l'hai finita la senti riuscita, ti viene voglia di cantarla, di farla sentire, di comunicare direttamente quello che hai fatto.
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