una sgangherata pagina di fil di ferro e spago dedicata a
Francesco
Dalle note di Facebook di Giovanni Bogani: "Appunti sparsi sul concerto di Guccini Mandela Forum di Firenze 27 febbraio 2009"
E poi arrivi. Mi chiedo come sia, avere tutta quella gente davanti. Che effetto fa, una sera dopo l'altra, essere quello che in migliaia guardano? Che effetto fa confessarsi in pubblico. Guidare, con la voce, i pensieri di tutta quella gente. E se tutto prende una piega sbagliata? E che cosa si prova, prima? Si vince mai la paura? Tu non hai paura, certo che no. Tu scherzi, tu sei l'unico capace di fermare una canzone se non è partita bene.
Eppure, quando arrivi, hai la voce impastata, come se avessi bevuto per scacciarla, la paura. Parli lentamente, senza sbagliare, d'accordo. Ma non sei tu. Parte “Canzone per un'amica”, perché ognuno ha i suoi riti, e tu da quarant'anni cominci con quella canzone. Per ricordarti sempre che tutto può sparire a una curva, immagino. Per dire a te stesso che, se siamo lì, è già un essere fortunati. Ci siamo ancora, anche stasera. Non siamo lamiere contorte in un'autostrada, ed è già un miracolo. Godiamocela, questa sera. Godiamocela, questa vita.
La seconda canzone non la fai da anni. “E un anno è andato via / della mia vita. Già vedo danzar l'altro / che passerà”. Cantare il tempo andato, dici, sarà il mio tema. E in fondo, che cosa è scrivere, se non comporre un collage di ricordi? Con quei ricordi, c'è chi ci inventa delle storie. E c'è chi sistema l'album, per sapere che è lì, quando vorrai andarlo a guardare.
Canti. E la voce che era incerta nel parlare, diventa forte, diventa gioia, diventa una sarabanda. Canti, e sei un omone laggiù, con le braccia distese e una camicia forse arancione. Sei solo, lassù sul palco.
Canti “Incontro”, canti di quella donna ritrovata dopo dieci anni, e la città intorno respira a fatica, con i manifesti sopra i muri, le cartacce alla stazione. E voi due vi ritrovate, impacciati, con una storia che si è scritta sui vostri volti senza averne l'aria. E quante volte, andandomene in un treno, ho pensato “cara amica, il tempo prende il tempo dà”. E quante volte ho pensato che “restano i sogni senza tempo, le illusioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno”.
Basterebbe un niente, e le chiacchiere che fai tra una canzone e l'altra potrebbero non piacere più. Potresti sentirli rumoreggiare in maniera annoiata, a sentirti parlare di politica. Basterebbe che tu reagissi in modo sbagliato a un grido, a una bravata. E non saresti più forte, saresti di colpo vulnerabile. Parli della diffidenza contro gli zingari, e ti viene in mente che una cantante, oggi parlamentare della destra, aveva cantato una canzone che parlava di una zingara. E allora ti metti a cercare la melodia, e gli accordi. Costringi il tuo chitarrista a riprendere gli accordi, così, al volo, “Prendi questa mano, zingara!”, e la canti, che si sente che li hai vissuti tutti, gli anni '60, che in quegli anni Sanremo contava, e tu eri giovane, e le sentivi tu come tutti, quelle canzoni.
Sei un uomo solo, sul palco, con la tua pancia grossa che anni fa non c'era, e la camicia grande, nessun abito da sera, ci giurerei che con gli stessi abiti ci vai in strada e ci fai i concerti. E anche questo, in fondo, è libertà, anche questa è rivoluzione. Sbagli il tempo, rallenti e acceleri come nessuno oserebbe fare, il povero Ellade Bandini, il batterista, è abituato a inseguirti, a inseguire il tuo ritmo parlato, più che cantato. L'hanno sempre detto, che parli e non canti: ma io non dico in quel senso, ce n'è di musica, eccome se ce n'è. Ci sono ballate contadine, c'è il folk blues di Bob Dylan, c'è la milonga e il tango, ah quanto tango c'è nelle tue canzoni più recenti, e c'è Jacque Brel risciacquato nel Limentra e steso sotto i portici di Bologna.
Qualcuno ti urla “bellissimo!”. Tu, con aplomb oxfordiano, dici: “bellissimo no. Interessante”. Ci vuole allenamento, per reagire sempre con eleganza, senza esaltarsi, senza deprimersi, senza perdere la misura. E' un'arte anche quella.
Canti. E canto anch'io, controllando che non se ne accorga nessuno. Racconti delle osterie, le osterie di Bologna dove c'erano solo due tipi di vino: il bianco e il rosso. E finalmente lo capisco, è perché sono lì tutti quelli che sono lì. Perché per te il vino è di due tipi: bianco e rosso. Sono lì perché non ne possono più di destreggiarsi tra nuovi modelli di telefonini, i-pod, gruppi di facebook, nuovi nomi di locali per gli aperitivi, nuove mode nel vestire, l'impresa sfiancante di essere adeguati, la sensazione di una corsa che ci mette un attimo a lasciarti indietro, fuori moda, con parole e vestiti vecchi addosso. Questi ragazzi che sono qui sanno tante cose, hanno letto il libro dei numeri primi e conoscono miliardi di mode, vanno nel web dal telefono, hanno computer piccoli, col wifi, però forse sono stanchi, stanchi di dover fare in continuazione un corso di aggiornamento con la vita. Vorrebbero qualcuno che dice che le cose, quelle importanti, sono sempre le stesse. Vorrebbero qualcuno che canta le stesse canzoni di trent'anni fa, senza vergogna. Così come, al polso, Guccini ha sempre lo stesso orologio, con il bracciale di cuoio. Probabilmente, perché l'ora la segna giusta.
Anche le sue parole, la segnano giusta, l'ora. L'ora in cui siamo, su cui passa un fumo incessante di glamour, di parole da sapere, di negozi da visitare. Ma sotto, siamo quelli lì. Quelli che racconta lui. E così, tutti cantano la canzone delle osterie fuori porta, anche se le osterie non esistono più, e non esistono quasi neanche i pub, solo locali lucidi e glamour dove andare con la mascella decisa. Tutti cantano “Io non ci saremo”, canzone di figli dei fiori degli anni '60, canzone beatlesiana di paura del nucleare. E per Augusto Daolio, che la cantava quarant'anni fa, scatta un applauso che sembra vero, non perché fa parte del “know how” gucciniano. Augusto aveva una voce bella come mi immagino sia l'Alhambra di Granada: impossibile da racchiudere in un disegno, piena di variazioni, di linee che corrono le une dentro le altre. Augusto aveva gli occhiali, i capelli lunghi, e finiva sempre i concerti stravolto di stanchezza, dopo aver fatto tre, quattro, cinque, otto bis, fino allo stremo totale. Doveva avere una gioia immensa, a stare lì sul palco, a far cantare, a far ballare.
E fai musica, Francesco, eccome se fai musica. Chi dice che le tue canzoni sono tutte uguali, che non c'è il canto? Quando tiri il motore, e la voce si fa acuta, c'è dentro anche la memoria della lirica, quella che bagna la pianura padana, quella che sicuramente hai sentito. E ci sono i canti nelle aie, ci sono le strofe che si inseguono, una dopo l'altra, ci sono la Toscana e l'Emilia che si incontrano lì su quella cresta sconosciuta di Appennino, Linea gotica tra i castagni, posto di frontiera, con Firenze vista come città borghese, ricca, colta e già lontana, e Bologna come scuola, lavoro, destino.
Poi canti “Cirano”. Scopro che esiste ancora un uso antico: quello di alzare gli accendini. E' un prato di stelle il Palasport, adesso. Prima, c'erano le luci dei telefonini, quelli con cui in tanti cercavano di catturare quello che non si può catturare, l'atmosfera di un momento. E adesso sono tutti a dirti che quella canzone è speciale. Sono tutti a dirti che sai ancora mescolare l'amore e la rabbia. Il privato e il politico, come si diceva una volta. “E quando sento il peso di essere sempre solo, mi chiudo in casa e scrivo, e scrivendo mi consolo”.
“Dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo, e tutto sarà giusto”. Tu lo canti. E tu, per qualche momento, lo hai fatto trovare a me, questo posto.