S. BIAGIO

La chiesa di S.Biagio Vescovo e Martire è la parrocchiale di Campiglia sin dal 1508, quando il vescovo di Pienza e Montalcino Girolamo Piccolomini le conferisce tale ruolo con bolla del 14 marzo. Essa viene così a sostituire la chiesa pievana di S. Maria, probabilmente ormai troppo angusta per le esigenze della popolazione e forse non così comodamente accessibile, posta com’era sulla sommità del "castello".

E’ difficile immaginare come S. Biagio si presentasse prima del suo radicale rifacimento su disegno dell’architetto Leonardo De Vegni, compiuto tra il 1793 e il 1795; dall’elenco dei benefici legati ai vari altari è peraltro possibile rilevare che almeno sino al 1786 essa aveva, oltre all’altare maggiore, quattro altri altari o cappelle: a sinistra, in cornu Evangelii, l’altare di S. Giacomo e quello del SS. Crocefisso; a destra, in cornu Epistolae, l’altare di Maria SS.del Rosario, dell’omonima Confraternita, e quello dei Santi Pietro e Paolo.

Tutti gli altari erano corredati di benefici, eretti nel corso del sec.XVII dalle principali famiglie del luogo e goduti da esponenti delle famiglie stesse avviati alla carriera ecclesiastica: i Marzocchi avevano il giuspatronato dell’altare di S. Giacomo con due benefici, di S. Giacomo e di Ognissanti; i Marianelli di quello dei SS. Pietro e Paolo, gli Scannelli avevano eretto un beneficio in onore di S. Francesco all’altare del Crocefisso, mentre l’altare del Rosario, come si è detto, apparteneva alla Confraternita omonima, di cui facevano comunque parte i Marianelli. Il controllo accurato della soddisfazione dei benefici da parte dei rettori è parte integrante (quando non preponderante) delle visite pastorali, che spesso mettono in evidenza gravi o gravissime inadempienze, specie se il beneficiato è un ecclesiastico che non risiede nel luogo o che inizia a godere del beneficio quando è ancora nello stato di chierico, trovandosi quindi ad accumulare ingenti "arretrati" di messe prima ancora di poterle celebrare.

Nel 1786, all’indomani della soppressione delle Compagnie laicali, la situazione degli altari di S. Biagio è immutata, almeno numericamente; dal punto di vista amministrativo, invece, si sono verificate non poche trasformazioni.

All’altare maggiore si sono accumulati benefici e obblighi delle chiese e Compagnie soppresse, ma l’altare del Rosario è rimasto privo di patronato, ed un beneficio ad esso annesso, quello di S. Domenico, è vacante: questa situazione determinerà, nel giro di qualche anno, il decadimento e la soppressione dell’altare stesso.

Infatti nella visita pastorale del vescovo Giuseppe Bernardino Pecci del 1790 S. Biagio risulta fornito di soli tre altari oltre il maggiore : di quello del Rosario non si fa più cenno.

La visita del 1795 trova S. Biagio in pieno rifacimento: fin dal 1793 sono iniziati i lavori per sostituire alla vecchia parrocchiale, "umida e di cattiva costruzione", la nuova chiesa, " quale si vede adesso a buon porto…fatta elegantemente a forma del disegno dell’Eccellentissimo Signor Dottore Leonardo Vegni, sebbene per anco non terminata…"

Sarà terminata entro l’anno, ma svariati problemi cominceranno ben presto a presentarsi, tanto che il vescovo Pecci, giunto a Campiglia il 27 giugno 1807, scrive, verbalizzando di suo pugno: "…Al vedere la chiesa[di S.Biagio] stata rifatta ne’ passati anni dal Patrimonio Ecclesiastico e adesso con i soffitti caduti, e puntelli restai sorpreso…Le Sacre Funzioni conviene farle ad una Cappella della Chiesa a mano manca, ove è stato trasportato il SS. Sacramento, poi all’ Altar maggiore stà un puntello, minacciando rovina quel residuo di soffitto, e un trave maestro ancora…I soffitti del corpo della Chiesa e delle due Cappelle sono già caduti…I Parati sacri il Sig. Proposto li tiene in casa, perché la Sagrestia patisce l’umido assai…"

Nel rifacimento le cappelle si sono dunque ridotte a due, probabilmente per la nuova conformazione a croce greca ideata da De Vegni; quanto alle cattive condizioni generali, impossibile individuarne le responsabilità: fondi insufficienti? Materiale scadente? Superficialità delle maestranze?

E’ certo comunque che si pone rimedio al malfatto, poiché il vescovo Giacinto Pippi, visitando Campiglia nel 1819, non riscontra gravi pecche, almeno all’interno della chiesa. Questa la descrizione del cancelliere Melini: "… Questa Chiesa ha la forma di croce greca con sei colonne all’ingresso delle tre Cappelle, nella maggiore delle quali si alza l’Altar Maggiore sormontato da una macchina di stucco nella quale si conserva l’imagine rappresentante Maria Santissima sotto il titolo del Carmine dipinta intera, ed ai lati vi esistono due statue di stucco grandi al vero rappresentanti San Biagio V. e M. Titolare e Patrono ,e San Giovan Francesco Regis di sufficiente scultura. Dietro a questo Altare per due porte si entra nel Coro di forma quadrilatera con i suoi sedili di legname, il tutto in buono stato. Tutto il corpo di questa Chiesa è coperto da soffitto piano di legname, il tutto in buono stato; ma fu osservato, che nel costruire le muraglie è stata usata poca calcina, e di cattiva qualità. Dal Coro per una porta si entra nella Sagrestia di più che sufficiente grandezza dal lato dell’Epistola, e da questa una porta mette nel Campanile, nel quale esistono due campane. Fu osservato franato un pezzo di barbacane dalla parte di tramontana, e però fu ordinato il rifacimento…"

Gli altari, oltre al maggiore, sono dunque due: quello dei SS. Pietro e Paolo in cornu Epistolae e quello del Crocifisso in cornu Evangelii. Anche di essi abbiamo la descrizione per mano di don Melini: il primo, eretto a spese del sacerdote Pietro Paolo Marianelli "nell’occasione che fu riformata la fabbrica di questa chiesa" è di patronato della famiglia Marianelli-Matteini e saldamente retto da membri della casa: vi è confluito anche il beneficio che i Marianelli avevano istituito nella chiesa soppressa di S.Rocco alle Fonti , quello dei Santi Apostoli Pietro e Giovanni. Del suo ornamento fa parte "… una tela dipinta rappresentante l’immagine di Maria Santissima, di S. Michele Arcangelo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, di S. Francesco d'Assisi e Santa Caterina V. e M. sufficientemente conservata, e sembra della scuola di Francesco Vanni…" (attualmente è stata attribuita a Sebastiano Folli, pittore vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo).

Il secondo altare, intitolato al Crocifisso, non è in buone condizioni: "…Fu ritrovato spogliato dei Sacri Arredi per negligenza dei rettori degli infrascritti benefici, ai quali fu imposto che entro un mese solidalmente ornino decentemente l’altare stesso…". Si tratta di ecclesiastici delle famiglie Scannelli e Marianelli, e i benefici relativi sono tre, compreso quello del soppresso altare di S. Giacomo: la situazione amministrativa è particolarmente caotica.

Anche del quadro sopra questo altare ci è stata lasciata la descrizione:"… In quest’Altare medesimo esiste una tavola in tela, in mezzo alla quale vien rappresentata l’imagine di Maria Vergine col Bambino Gesù nelle braccia, avente ai lati il Patriarca San Giuseppe, e San Sebastano Martire, di mano molto comune…".

In base a studi recenti, è stato possibile avanzare un’ipotesi di attribuzione: si dovrebbe trattare della tela commissionata nel 1665 ad Antonio Anibale Nasini, appartenente alla nota famiglia di pittori amiatini, dalla Compagnia di S. Rocco, e confluito in S. Biagio dopo la soppressione della Compagnia stessa.

Da parte sua, l’altar maggiore, "ben ornato a cura e spese" del parroco don Giovacchino Lenzini, ha ereditato l’antico beneficio della Madonna del Petreto, eretto "nella diruta Chiesa di S.Filippo Benizi presso la Sacra Grotta"

L’immagine della Madonna del Carmine sopra questo altare, precedentemente citata, merita una breve considerazione.

Si tratta della stessa attualmente in loco ? Alcuni elementi indurrebbero a pensare di no. C’è, certamente, l’identità di soggetto: la Madonna con il Bambino in braccio che regge l’abitino o scapolare, ma in primo luogo Melini parla di un quadro " a figura intera", mentre l’attuale è a mezza figura, ed in secondo luogo non ne cita l’autore (mentre in tutti gli altri casi lo fa o tenta di farlo), quando invece il quadro è ben attribuibile. L’attuale parroco di Campiglia, don Aldo Lettieri, ha infatti individuato sul retro della cornice originale (separata dal quadro e conservata in sagrestia) la seguente scritta : "Questa imago fu donata dal Card. Zondadari per preci di me proposto Monaci l’anno 1735. E’opera del famoso Conca Romano. Il Medesimo dipinse la Tribuna dello Spedale di Siena".

Sebastiano Conca fu pittore di buona fama: se la sua Madonna del Carmine fosse stata in loco anche nel 1819, è molto probabile che Melini lo avrebbe registrato. Ma allora, quando e come la Madonna "a figura intera" visibile nel 1819 fu sostituita con l’attuale? Si potrebbe azzardare un termine post quem (ma, in mancanza sin qui di documentazione adeguata, si tratta di una pura e semplice ipotesi) : Francesco Brogi, grande conoscitore d’arte senese, nel compilare per conto del Governo del nuovo Regno d’Italia l’Inventario generale degli oggetti d’arte della Provincia di Siena (1862 / 1865) - Siena , 1897, alla voce "Propositura di S. Biagio di Campiglia" non fa cenno al quadro in questione (anzi non cita alcun quadro sopra l’altar maggiore, pur enumerando tutti quelli delle navate laterali), mentre inventaria una Madonna del Carmine delle stesse dimensioni (1 x 0,65) e con la stessa attribuzione al Conca , per quanto dubitativa ("Di nessun merito artistico sebbene vi sia scritto Conca"), tra gli arredi della chiesa di S.Maria dei Rimedi ad Abbadia S.Salvatore, dove attualmente, almeno per quanto è stato possibile constatare de visu, un quadro simile non c’è. Si è verificato uno scambio di quadri tra parrocchie in un momento imprecisato successivo al 1862, epoca dell’inventario del Brogi? E in questo caso, a quale chiesa è stata destinata la Madonna "a figura intera" vista da Melini?

Dopo la visita del 1819, le condizioni di S. Biagio declinano nuovamente nel giro di poco tempo, tanto che nel 1825 agli occhi del rigoroso nuovo vescovo Giovanni Sergardi Bindi si presentano svariate pecche: "…Ha visitato il Ciborio, che ha ordinato sdiragnarsi e ripulirsi della molta polvere ed immondezza…Si è portato quindi al Fonte ,e veduto che il vaso è di rame ha ordinato stagnarsi perché ha buttato molto verde rame…Ha ordinato rifarsi la porta d’ingresso essendo in pessimo stato…Di tre urne di Reliquie dei Santi ha ordinato sottoporsi a riscontro delle autentiche perché mancanti di sigilli…".

Ma non è nulla rispetto alla situazione che lo stesso vescovo troverà nel 1834: "…Manca la Croce di ferro su l’alto della facciata…La parete esterna in cornu Evangelii e la parete tutta di facciata per la mala costruzione sono scollegate e tramandano tale umidità, che sono verdi le parti interne…"

Fortunatamente gli arredi sono in buono stato : almeno a tale riguardo, gli appunti mossi al parroco don Giovacchino Lenzini sono pochi. Tra questi, il fatto che manchi la tela incerata per la pietra dell’altare della Madonna della Pietà : una nuova intitolazione che non sappiamo a quale altare attribuire.

Si può supporre che l’organizzazione interna della chiesa non sia mutata dal 1819 in poi, ma non c’è più un cancelliere Melini a darcene la descrizione, ed il vescovo Sergardi, durante la sua visita condotta a ritmi che potremmo definire napoleonici, fa in blocco la revisione degli obblighi dei benefici senza soffermarsi, almeno nei suoi verbali, a constatare il numero e le condizioni degli altari.

Del fatto che questi siano ancora in tutto tre, compreso l’altar maggiore, abbiamo la conferma attraverso la visita del vescovo Paolo Bertolozzi del 1852, con l’accenno a "due cappelle" ai lati dell’altar maggiore; ma la loro intitolazione non è riportata, ed i benefici, tra cui quelli traslati dalla "diruta" chiesa di S.Maria, sono riferiti alla Parrocchiale in genere e non ai singoli altari.

Viene tuttavia ricordato che alla cappella in cornu Evangelii è annessa la ripristinata Compagnia del SS.Sacramento, di S. Filippo Benizi e di S. Biagio, riorganizzata per iniziativa del parroco Lenzini nel 1815 , e composta, al tempo della visita di Bertolozzi, da 166 fratelli e 60 sorelle.

Notizie sui dipinti presenti in S. Biagio alla metà del sec. XIX ci giungono da una fonte non ecclesiastica, ma laica, e cioè l’Inventario generale del Brogi citato sopra. Visitando nel maggio 1862 le chiese del Comune di Abbadia S. Salvatore, di cui Campiglia faceva parte, egli elenca, per la Propositura di S. Biagio, i due quadri già descritti da Melini, attribuendo la Madonna con S. Pietro e Paolo ad Astolfo Petrazzi ,con la nota che la tela "male tirata sul telaio, ha diverse sfondature", ed assegnando invece la Vergine con S. Giuseppe e Sebastiano ad un "Anonimo Senese del sec. XVIII". Ma accanto a queste tele, di cui si dice che sono racchiuse entro cornici di stucco (tuttora presenti), Brogi elenca altre pitture appese alle pareti: "…La Madonna seduta con Gesù Bambino, il quale dà il Rosario a S. Domenico; dall’altro lato S.Caterina e un’altra Santa…Giovanni Paolo Pisani - Di mediocre merito e conservazione ( ricordiamo che allo scomparso altare della Compagnia del Rosario era annesso un beneficio di S.Domenico ) - Gesù Cristo in casa della Maddalena la quale sta seduta, innanzi ad essa Cristo ritto in piedi - Giovanni Paolo Pisani - Vedi nota precedente…" . Questi due ultimi quadri non si trovano più a Campiglia.

A parte la severità dei giudizi ( il cuore di Brogi pare battere solo per i pittori "delle origini", secondo la tendenza dell’estetica del tempo), si può notare, come già anticipato, che non si fa cenno al quadro sopra l’altar maggiore.

Ulteriori informazioni, anche se sintetiche, si ricavano da un breve scritto del 1883 contenente le memorie storiche ed il regolamento della Compagnia del SS. Sacramento, di S. Filippo Benizi e di S. Biagio (Misericordia di Campiglia d'Orcia - La nostra storia, Abbadia San Salvatore 2001). In esso, senza specificare la data, si informa che la Compagnia acquistò a sue spese "…la statua di S. Filippo Benizi , della Madonna dei Dolori, del Simulacro del Gesù Morto, dei Crocefissi…", fece costruire quattro altari e " la volta delle quattro cappelle".

Secondo questa memoria, l’organo di S. Biagio sarebbe stato acquistato nel 1824 dal vicario don Silvio Canestrelli ( in parte con oblazioni dei fedeli ), mentre don Saverio Giorgi, parroco dal 1843 al 1885, avrebbe fatto costruire la volta sopra l’altar maggiore e l’altar maggiore stesso, ed avrebbe fatto aprire due "mezzi occhi" sulla facciata e sul fondo della chiesa. Si cita inoltre una Madonna "dell’Otto Settembre", per la quale una Signora Giulia Canestrelli avrebbe donato l’abito bianco di seta e il manto.

L’esistenza di un altare dell’Addolorata e di uno con il simulacro di Gesù morto è confermata nei verbali, anch’essi molto sintetici, delle due visite pastorali del vescovo Donnino Donnini, del 1886 e 1890, essendo parroco don Luciano Bozzi. Nella prima si propone infatti di porre un confessionale "dalla parte della Madonna dei Dolori" , e nella seconda si ordina di levare il quadro dall’altare del Crocefisso "perché indecente", e al suo posto di collocare "sull’urna del Gesù Morto una Croce col Calvario".

Altri due altari "bassi" compaiono nella breve relazione della visita del vescovo Alfredo Del Tomba, del settembre 1910 (il parroco è sempre don Luciano Bozzi). Qui si specifica che gli altari sono quattro : in cornu Evangelii, quelli di S. Filippo Benizi e di Gesù Morto; in cornu Epistolae, quelli dell’Addolorata e della Natività di Maria.

Non si fa cenno a statue o quadri - che sicuramente dovevano esserci - salvo un S. Giovanni Battista in oleografia fuori dal Battistero "a muro"; vi è l’organo, e il pulpito è di "materiale". La chiesa è in buone condizioni: mancano solo i vetri al "nuovo" finestrone sopra la porta principale. La canonica non viene visitata "perché in affitto e trovasi assai distante dalla Chiesa Parrocchiale".

Non risulta quando e per opera di chi l’aspetto di S. Biagio, almeno all’interno, sia così mutato rispetto alla metà dell’800; è noto invece che la configurazione attuale - in cui sono riconoscibili molti elementi delle descrizioni del passato ed altrettanti risultano nuovi - è stata assunta in tempi relativamente recenti, nel corso degli anni ’40 del secolo appena terminato.

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