
Pietro di Francesco Orioli, Visitazione
(particolare)
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E’ probabilmente la più vecchia chiesa di Campiglia, ricordata come la "pieve del Castello", la parte originaria del paese; accanto ad essa sorgeva il "cimitero antico". Dopo la costruzione di S. Biagio e la sua istituzione a parrocchia nel 1508, probabilmente perché con la nascita del Borgo al di fuori della cinta di mura la popolazione in crescita aveva bisogno di una chiesa più grande e più facilmente raggiungibile, S. Maria diviene la sede della Confraternita del medesimo nome. Fondatore di questa Compagnia laicale sarebbe stato, nel 1534, un padre Bonaventura da Seggiano.
S. Maria è, nel 1775, in ottime condizioni: ha tre altari, quello della Beata Vergine, quello del Crocefisso in cornu Epistolae, quello di S. Antonio di Padova in cornu Evangelii, tutti ben tenuti. All’altare di S.Antonio le famiglie Marzocchi e Coli hanno istituito sin dal 1602 un beneficio il cui rettore è un canonico di Pienza, Giuseppe Leoni. La situazione degli obblighi è confusa: il canonico non ha presentato il rendiconto delle messe che avrebbe dovuto celebrare e il vescovo Giuseppe Bernardino Pecci lo convoca per chiarimenti; ma l’ecclesiastico, forse anziano, morirà prima di potersi presentare al presule.
Ottime le condizioni della chiesa anche alla visita pastorale del 1780: pare che l’unico problema di S. Maria sia costituito dal solito beneficio di S. Antonio: anche il rettore subentrato al defunto canonico Leoni, il sacerdote pientino Gabriele Ciofi, è in arretrato con la celebrazione delle messe legate al beneficio. Per il resto, monsignor Pecci "omnia laudavit".
Nel 1786, solo un anno dopo l’abolizione delle Compagnie laicali, la chiesa ha già un altare in meno: quello del Crocefisso è stato soppresso . Ormai S. Maria è "pubblico oratorio", e la sua conservazione è affidata ad un gruppo di fedeli che si sono impegnati a titolo volontario.
Nel 1790 viene trovata "decente e pulita", ma ormai ha un unico altare officiato, quello della Madonna . Il beneficio di S. Antonio da Padova vi è stato traslato, e vi si è aggiunto dal 1787 anche quello della Madonna di Loreto.
Rettore del beneficio di S. Antonio è sempre il canonico Ciofi di Pienza : sono passati dieci anni, e la situazione di irregolarità non è ancora stata risolta, anzi è peggiorata. Questa volta, però, il Vescovo ordina di mettersi in regola entro quindici giorni, pena la confisca dei frutti del beneficio stesso.
Le condizioni generali della chiesa sono tuttavia buone, se è vero che nel 1795, da quando in S. Biagio si sono iniziati i lavori di ristrutturazione radicale, S. Maria funge da chiesa parrocchiale, ed è quindi in grado di rispondere, bene o male, alle varie esigenze di culto.
La visita del 1807 trova S. Maria in ordine, perché sistemata l’anno precedente ; ma i sacri arredi lasciano alquanto a desiderare. Il canonico Ciofi è diventato nel frattempo parroco di Castelvecchio di Pienza e, al solito, non si presenta a dar conto della situazione del beneficio di S. Antonio, che si può immaginare disastrosa.
Il vescovo Pecci gli invia l’ennesimo ultimatum: ha un mese di tempo per regolarizzarsi e documentare la soddisfazione degli obblighi, altrimenti la confisca scatterà.
Siamo alla visita pastorale del vescovo Giacinto Pippi, del 1819. Da quando, nel 1797, i lavori di ristrutturazione di S. Biagio sono terminati e le funzioni parrocchiali sono tornate nella loro sede normale, la chiesa di S. Maria ha iniziato un lento processo di declino. I volonterosi privati che si erano offerti per la sua manutenzione si sono tirati indietro, o non sono stati all’altezza dell’impegno. Il preciso cancelliere e segretario episcopale don Mario Melini descrive le condizioni dell’edificio :" Fu visitato questo Oratorio sotto il titolo dell’Annunciazione di Maria, e primieramente l’unico altare ivi esistente, che fu trovato in stato decente… Dietro quest’altare esiste una tribuna profonda braccia tre. La Chiesa, ossia Oratorio, dalla porta d’ingresso sino al Presbiterio è lunga braccia 18 1/6 ed il Presbiterio compresi i due scalini di travertino braccia 4 e 2/6, ed è larga braccia 10 ½ con una proporzionata altezza coperta da soffitto a travi. Il tetto superiore è sostenuto da travi armate. In fondo di questa Chiesa esiste un piccolo Campanile con Campana, ed un’orchestra a stucco, e riceve la luce da tre finestre, delle quali due sul lato del Vangelo, e una sulla facciata. Nel 28 Giugno 1807 questa Chiesa fu trovata in buon ordine…. Ora, visitata la Chiesa stessa, è stato osservato che per mancanza di docci in diversi luoghi del tetto va a pericolare un trave del soffitto sopra l’orchestra, incurvato e marcito dalle acque, che hanno prodotto la ceduta di parte degli stucchi dell’orchestra stessa. E’ stato osservato esser caduto porzione di muro in alto dalla parte esteriore lateralmente presso l’ingresso, ed essere altresì cadute due piane sopra la tribuna, per cui vi piove a cielo aperto, e l’umidità ha fatto scrostare gli affreschi della tribuna medesima. Fu osservato finalmente esser mancanti molti docci nelli sgrondi, e sopra il loggiato dal lato dell’Epistola…"
In un contesto di tanta desolazione spicca intatto, quasi come un miracolo, il trittico quattrocentesco posto sopra l’altar maggiore: si tratta del bellissimo dipinto di Pietro di Francesco Orioli, che verrà successivamente portato in S. Biagio e da qui, in tempi recenti, alla Pinacoteca Nazionale di Siena, dove è tuttora esposto. Melini lo descrive con cura particolare: "…Sopra il predetto altare esiste un quadro dipinto a tempera in tavola rappresentante la Visitazione di S. Elisabetta sormontato dall’Iscrizione "Unde hoc mihi veniat Mater Domini mei ad me?". Il mezzo di questo quadro è occupato dalla figura in piedi vestita di un abito bianco rappresentante Maria Vergine molto graziosa in atto di abbracciare S. Elisabetta, che rende l’abbraccio a Maria. La figura della Beata Vergine è seguita da due graziose figure di giovani fanciulli, e quella di S. Elisabetta da S. Zaccaria che ha una testa molto interessante, e dalla figura di una giovine femina. Questa tavola principale termina in arco tondo entro il quale appaiono diverse fabbriche, e due piante verdeggianti sul gusto della Scuola di Raffaello, potendosi supporre essere forse opera di Vincenzo di S. Gemignano. La parte principale di questa tavola è posta in mezzo di due pilastri di ordine Corinto dipinti a chiaroscuro con arabeschi così detti alla Raffaella: lateralmente a detti Pilastri esistono in cornu Evangelii l’imagine dell’Arcangelo S. Michele in fondo d’oro tenente nella destra la spada, e nella sinistra le bilancie, nelle quali sono rappresentate in figura umana l’anima del giusto, e del peccatore, che stà per cadere nei distesi artigli di un nero Demonio, che trovasi ai piedi del detto Arcangelo: dal lato dell’Epistola, parimenti in fondo d’oro vi è rappresentato S. Francesco d’Assisi stimatizzato tenente nella destra una Croce di color rosso. Nel basamento di questa tavola in mezzo viene rappresentato Gesù Cristo con degli Apostoli, e dalle parti laterali quattro mezze figure per parte di Santi, e Sante, la maggior parte dell’ordine serafico, il tutto in fondo d’oro..."
C’è ancora speranza di riassestare le condizioni della chiesa, visto che il Vescovo impone che a diligenza e spese delle persone obbligate si provveda a ciò che è necessario fare avanti la stagione jemale (la visita si svolge tra gli ultimi giorni di agosto e i primi di settembre). Ma non viene fatto nulla, e la situazione degenera al punto che nel 1825 agli occhi del vescovo Giovanni Sergardi Bindi che visita la chiesa "abbandonata" si presenta uno spettacolo di autentica devastazione (sembra quasi di cogliervi una sfumatura da romanzo gotico) : "…Veduta già rovinata l’ultima navata; vedute finanche le sepolture aperte, rovesciato l’altare di S. Antonio da Padova, e tutto in uno stato di profanazione, e disprezzo ; sentito, che nessuno della Terra di Campiglia può, né vuole, occuparsi del restauro; riscontrato, che non vi sono obblighi, né fondi….la dichiarò interdetta, e ne ordinò la profanazione…dentro otto giorni, con levare la campana, e tutti i segni di culto…e prendere in custodia la pietra consacrata, il quadro con il suo fregio inferiore dell’Altare Maggiore, ed il quadro del Crocifisso…"
A chi imputare la colpa di tanta rovina? A coloro che si erano impegnati a mantenere la chiesa e si erano poi ritirati, come si sottolinea nel verbale della visita? Al disinteresse e alla scarsa diplomazia del parroco don Giovacchino Lenzini, come invece probabilmente pensano i Campigliesi, e come gli rimprovera anche il Vescovo nella "visita personale" da lui compiuta prima di ripartire? Sia come sia, monsignor Sergardi ordina a don Lenzini"…di occuparsi, e di concorrere ad eccitare quella popolazione per mettere a profitto i materiali della chiesa di S. Maria, in parte sbattuta e da sbattersi affatto per qualche altro Oratorio pubblico, o da ristorarsi, o da costruirsi di nuovo…"
Questa volta gli ordini del Vescovo sono eseguiti: di S. Maria oggi non rimane più alcuna traccia.