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«Il mio stile è unico. Non c'è nessuno 
che suona come John Lee Hooker».
(John Lee Hooker) 

 
agia del vecchio John Lee l’Uncino che, all’alba degli ottant’anni,  ha saputo  rivivere l’ennesima rinascita  artistica di  una carriera che giustifica tutte le leggende di connivenza con il diavolo che permeano  la  storia  del  blues. Giustificando di  persona il mito faustiano dell’eterna giovinezza, 
Hooker è riuscito infatti negli anni Novanta a vivere  l’ennesimo periodo  d’oro della  sua  chilometrica carriera,  aggiungendo  record  a record.  Tra  l’altro  è  stato  tra  i  primi  bluesman  a  fare la propria apparizione su Mtv quando ormai i suoi compagni di vita e di musica erano  morti e sepolti da tempo e comunque dimenticati. Ritrovare il successo a 74 anni  e  con  la scorretta  concorrenza della musica di consumo non si può certo considerare un’impresa da poco, ma si tratta di una prova, l’ennesima per la verità, dello spessore del personaggio e dell’attualità di una musica che non ha età  per  la  forza  antica 
del messaggio che porta con sé. Eppure, nonostante nella sua  sterminata e  confusa  discografia  abbia 
più  volte riciclato gli stessi brani, John  Lee  “l’Uncino”  non  è  mai  sceso  a  eccessivi  compromessi, semmai ha seguito  la  propria  strada  assecondando semplicemente ciò in cui credeva e fidandosi solo 
degli amici, i pochi di cui si è sempre  circondato.  E’ così  che John Lee Hooker  si  è arrampicato fino 
alle posizioni  di preminenza del blues postbellico, seppure dovendole dividere con Muddy Waters, B.B. King, Willie Dixon, Howlin’ Wolf e Lightnin’ Hopkins. 
John Lee Hooker nasce il 22 agosto 1920 a Clarksdale, 
Mississippi, (per anni ha fatto credere di essere nato nel 
1917  perché  questa  è  la  data  che  aveva  dichiarato 
all’esercito, all’unico scopo – sono parole sue – di indos-
sare la divisa «che garantiva  successo  con  le  donne»). 
La  sua  è una famiglia numerosissima  (difficile accertare 
la verità in questi casi,  ma  di sicuro aveva almeno dieci 
fratelli) che  lavora  nei  campi  di  cotone  e  il  padre  è 
un predicatore che odia il blues. A insegnargli a suonare
la chitarra nello stile della musica del  diavolo  pensa co-
munque  il  patrigno,  Will  Moore, che lo  porta con sé 
nelle esibizioni nelle bettole  dei  dintorni.  Sembra anche 
che dalle sue parti John Lee e Will Moore abbiano modo
di incontrare alcuni padri fondatori del blues come Blind 
Lemon Jefferson, Blind Blake e Charlie Patton. Moore fa il mezzadro in una fattoria e potrebbe garantire 
al figlioccio un  futuro  ben  più roseo della maggioranza dei neri della sua generazione, ma lo spirito irre-
quieto di  John Lee ha il sopravvento  e  lo porta lontano da  casa  a  quattordici  anni  in cerca della sua strada e del suo destino. Si stabilisce nella città più ricca  di  blues  del  Sud,  Memphis, dove lavora co-
me portiere in un teatro di  Beale Street, suonando per la strada  ogni  volta che ha tempo libero. E’ qui 
che tra gli altri incontra maestri come Robert Nighthawk e Tommy McClennan, mentre è Tony Hollins a insegnargli il brano Crawlin’King Snake che  con  il  tempo  diventerà uno dei suoi più grandi successi 
e un suo cavallo di battaglia. 
L’esperienza in città, però, non lo  entusiasma,  anche  perché  è  ancora  troppo  giovane  per  potersi esibire nei club. Deluso, torna per  qualche  tempo a  vivere nel Mississippi, ma nel ’33 si sposta verso Nord, a Cincinnati, e lascia il blues per unirsi a gruppi  gospel  come  i Fairfield Four, i Big Six, i Delta 
Big Four. Poi, come molti altri emigranti  di  colore  della  sua  generazione,  viene  attratto  dal  boom dell’industria motoristica degli anni Quaranta. Così si sposa e nel ’43 prende la strada di Detroit. Nella 
città della Ford inizia a lavorare alla catena di montaggio, tornando a  suonare  il  blues  di  notte  dopo averlo lasciato sedimentare nel profondo  della  sua  anima  per  dieci  anni.  Alla  guida  di  un  gruppo estemporaneo che accompagna Boogie Woogie Red e Jimmy Reed contribuisce  significativamente  a movimentare la scena blues della Motor City fino a quando non viene contattato da Bernie Besman ed Elmer Barbee. E’ proprio nel retro del negozio di dischi di Barbee che Hooker inizia la propria carriera 
di registrazione nel ’48, incidendo subito quello che diventerà  un  classico  nonché  un  vero e  proprio  tormentone  del suo repertorio, Boogie Chillen. Pubblicato dalla Modern, il brano mette già in  mostra 
la  propensione di Hooker per il suono ipnotico e monotono della  chitarra  accompagnato  dal  ritmico battito del piede che fa vibrare i tappi di Coca-Cola che ha fissato alle scarpe. 
Su questo  tappeto  sonoro  avvolgente  l’Uncino  fa 
calare il  suo scuro  borbottio  vocale  che riporta  ai 
tempi  andati del country  blues,  in antitesi con i suoni 
elettrici che stanno dominando le classifiche di vendita 
dei dischi destinati  al  pubblico  di  colore.  Eppure  il 
brano  raggiunge  la  prima  posizione  nelle  classifiche 
R&B all’inizio del ’49. Da quel momento  in  poi  ogni 
sua uscita è un successo. John Lee incide  senza  soste 
dal ’49  al ’52  per  diverse  etichette,  come  di prassi 
dribblando   i  vincoli   contrattuali   con  un’infinità  di 
pseudonimi (si ricordano Birmingham Sam, Delta John,
Texas Slim, Johnny Lee,  John Williams,  Boogie Man, 
John  Lee  Booker,   ma  sicuramente  l’elenco  non  è 
completo).   In  aggiunta   a   questa  frenetica  attività 
l’astuto  John  Lee  trova  anche  il  tempo  di lavorare 
come   disc  jockey   in   una  stazione   radio   locale, 
promuovendo così il suo lavoro sotto  mentite  spoglie. 
Ma,   come  l’antica  legge  del  blues  insegna,  per un 
successo  di  così   vaste  proporzioni  c’è  sempre  un 
prezzo  da  pagare.  E  il diavolo reclama il suo tributo. 
Da sempre donnaiolo impenitente, nel ’50 il buon John 
Lee corre il rischio di rimetterci la pelle per colpa di un 
whiskey avvelenato, forse per mano di un rivale, forse di una donna tradita (dodici anni prima Robert Johnson non è stato così fortunato da cavarsela). 
La  vicenda,  comunque,  non  lo  tocca  più  di  tanto e per la Modern mette comunque in circolazione classici  come  Crawlin’King Snake  nel ’49  e  I’m In The Mood  nel  ’51,  ma  anche  nel  materiale pubblicato da Regal, Gone, Staff e Sensation  il  suo caratteristico sound  è  riconoscibilissimo,  basato com’è su riff di chitarra profondamente ancorati ai suoni  del  Delta  sempre  accompagnati  dal  battito ritmico del piede che ne accresce i toni oscuri e l’intensità emotiva. 
Dal ’52 al ’54 Hooker è sotto contratto con la Chess, ma non perde l’abitudine di vendere i suoi pezzi anche ad altre etichette come la Gotham, la Savoy e la Specialty. Il grande fiuto per gli affari lo porta a modificare il proprio stile  secondo  l’andamento  dei  gusti  del  pubblico  quando  all’inizio  degli  anni Cinquanta iniziano a farsi notare  bluesman  più  sofisticati  di  lui  come B.B. King  che  rischiano  di oscurare la sua popolarità. La casa discografica alla quale lega maggiormente  il  proprio  nome  tra  gli 
anni Cinquanta e i Sessanta è la Vee-Jay, per la quale incide fino al ’64. E, mentre in patria propone un blues acustico appositamente arrangiato per sfruttare il boom del folk revival che sta spopolando tra  il giovane pubblico bianco di città come New York  e  San  Francico,  due  tra  i  suoi  più  riusciti  brani elettrici  del  periodo  – Dimples  (1956)  e  Boom Boom  (1962) –  hanno  una  grande influenza sulla nascente  scena  del  British blues. In ogni caso nei Sixties Hooker incide tantissimi brani sia acustici sia elettrici, spostando di poco il baricentro del proprio stile, sempre legato a schemi ripetitivi e ipnotici che caracollano  sotto  la  sua  voce  bassa  e  minacciosa.  Nel  frattempo  i  giri  di concerti in Europa e le partecipazioni ai festival di Newport, oltre alle esibizioni in locali tipicamente rock  come  The  Scene  e l’Electric Circus a New York lo fanno diventare una celebrità per il pubblico bianco. E probabilmente è proprio a uso e consumo dell’audience bianca che incide  album  come  The Folk Blues Of  John  Lee Hooker  del ’59 e The Real Folk Blues del ’66. Almeno a giudicare dalle incisioni che  fruttano, i  tour inglesi e le session con gruppi come lo  Spencer Davis Group  di  Steve Winwood e  i  Groundhogs  di 
T.S.  McPhee  (che  hanno  preso  il  nome  dalla  sua  Ground  Hog  Blues)  non  sono  esaltanti  ma incrementano la sua popolarità tra il giovane pubblico del rock e in questo periodo sono innumerevoli i gruppi di ragazzi bianchi che pagano il proprio tributo al vecchio eroe nero. Si possono citare in campi distanti  dal  blues  i Doors  e  gli MC5  e in  ambiti più vicini alla musica del diavolo gli Animals di Eric Burdon e i Canned Heat che lo riconoscono come il vero maestro del boogie ed entrano in studio con 
lui per le fortunate sessions di Hooker’n’Heat nel ’70. 
Intanto  Hooker  ha  scelto  il sole della  California.  Ha infatti  lasciato  Detroit  per  Oakland  e pubblica lavori 
come   Endless  BoogieNever  Get  Out  Of  These 
Blues  Alive, Free  Beer  And  Chicken   che   mette 
assieme essenzialmente riciclando  idee,  riff e intuizioni 
dei   propri  lavori  precedenti,  spesso  rivendendo  le 
medesime canzoni con altri titoli,  senza  vergogna,  ma 
riuscendo  quasi  sempre  a  mantenere   una   tensione 
emotiva   che  contrasta   con  la  trasandatezza   degli 
intenti,   che   sono   puramente   commerciali.   Anche 
per questioni anagrafiche, alla fine  degli  anni  Settanta 
l’Uncino    sembra     destinato    a    scomparire 
progressivamente  dalle  scene,  complici  un’oggettiva 
caduta d'interesse del grande pubblico per il blues, sia 
una    gestione  un  po’  troppo   disinvolta   della  sua 
popolarità e del suo sound. Ci sono etichette  come la 
Charly, la GNP Crescendo, la Chameleon  e la Chess 
che continuano a riproporre al pubblico il suo materiale 
del passato, mentre lui frequenta sempre il giro dei  festival e  nell’80 la  partecipazione  al  film 
Blues Brothers lo  rivela in forma smagliante con la sua distaccata interpretazione, anche 
se per la maggior parte di quel  decennio resta  praticamente  inattivo  sul  versante 
discografico.  Nell’85  gli  viene attribuito a Memphis il National  Blues Award, 
vince  il  W.C.  Handy  Award  come  cantante maschile tradizionale e la 
sua Boogie Chillen viene ospitato nella Blues Hall Of Fame come un 
classico  tra  i  singoli.  L’ambiente,  insomma, in pratica inizia a 
trattare   Hooker  quasi  fosse  una   vecchia  gloria  in  disarmo
e in effetti  bisogna  ammettere  che  Jealous,  pubblicato  dalla 
Pausa nell’86, non è certo un lavoro indimenticabile. Il nome di 
John  Lee  Hooker  sembra  destinato  a  ingrossare  le  fila dei 
bluesman  del  passato  quando  a  sorpresa,  nell’89, il vecchio 
leone   inaugura   l’ennesima  fase  della  propria  carriera.   La 
Chameleon pubblica infatti The Healer, un album prodotto dal 
fedele chitarrista bianco Roy Rogers che vede la partecipazione 
tra  gli  altri  di Bonnie Raitt, Carlos Santana, Robert Cray
George  Thorogood.  Il  disco  vende  meglio  di  ogni suo altro 
lavoro  e  raccoglie  critiche  entusiastiche,  vincendo  anche  un 
Grammy  Award.  Arriva  nel ’90  l’ingresso nella Rock & Roll
Hall  Of  Fame  e  poi  un  concerto-tributo  al Madison Square 
Garden di New York al quale partecipano personaggi come Bonnie 
Raitt, Joe Cocker, Huey Lewis, Ry Cooder, Bo Diddley, Gregg Allman, 
Al Kooper, Johnny Winter, Willie Dixon e Albert Collins.  L’anno  dopo 
viene  pubblicato  il  suo  lavoro  più  riuscito  e  meno  noto  della sua incredibile 
rinascita tardiva, Hot Spot, intensa colonna sonora per l’omonimo film di Dennis Hopper
che lo vede al fianco di Miles Davis in un’estrema e coraggiosissima fusione di blues rurale e jazz. 
Improvvisamente il suo nome è sulla cresta dell’onda e il vecchio Uncino  non  si fa  pregare.  Firma un 
ricco contratto con la Pointblank/Charisma e nel ’91 incide un altro disco  infarcito di ospiti,  ancora più fortunato del precedente già a partire dal titolo, Mr. Lucky (questa volta tra le  guest  star  si  segnalano Albert Collins, Ry Cooder, Robert Cray,  Johnny  Winter,  Carlos  Santana,  Van  Morrison,  John Hammond e Keith Richards). Il successo che gli decretano sia la  critica  sia  il  pubblico  è  ancora  più vasto e The Hook aggiunge un altro record – sicuramente poco gradito dall’arzillo  donnaiolo – alla sua carriera: quello di essere l’artista più anziano  a  raggiungere  il  terzo  posto  nelle  classifiche di  vendita inglesi. Ma non basta ancora. E’ di ottima qualità l’intimistico Boom Boom  (Pointblank del ’92)  e poi, sempre  più  vicino  al  traguardo  degli  ottant’anni,  “The  Iron  Man”  non  ha   alcuna  intenzione  di abbandonare il trono  che  ha a ppena  riconquistato  e  nel  ’95  incide  l’ennesimo  ottimo  lavoro  di quest’ultima parte di carriera, Chill Out. Nessuno ha il coraggio di dirglielo, ma con Don't Look Back, edito dalla Pointblank nel ’97, anche il vecchio leone sembra un po’ sottotono, complice la produzione 
un po’ sfilacciata dell’amico di antica data Van Morrison: una rivisitazione stanca di vecchi pezzi tra cui spicca esclusivamente una curiosa Red House di Jimi Hendrix. 
Ma quest’ultimo mezzo passo falso non può  certo  fare  ombra al suo  nome che  tra gli  altri meriti  ha quello di aver imposto come modello il suo stile personale, difficile da  riferire ad  altri esempi.  Il suono 
del re del boogie, con il suo incessante accordo ritmico che dura da più di  cinquant’anni, può infatti  di 
per sé rappresentare un buon terreno di studio del  linguaggio del blues. I toni scuri  della su chitarra, le accordature aperte e i riff ipnotici e febbrili riportano alle origini  della  musica  del  diavolo,  senza  poi 
citare il suo mormorio che può diventare di volta in  volta  minaccioso e  arrogante,  oppure  allusivo  e sensuale. Brani che spesso assumono il  valore  di  una c ruda  e  viscerale  poesia  primordiale,  senza cedere alla tentazione degli abbellimenti più presunti che reali che non  appartengono  alla  vicenda  del 
blues e che troppo spesso hanno contaminato il lavoro dei suoi coetanei e delle generazioni seguenti. 
Un  monologo cupo  scandito  dal  tempo  antico del  blues che  riporta  all’individualismo  fatalista  dei vagabondi neri degli anni  Venti  e  Trenta con in più il rumore ossessivo delle catene di montaggio della Motor Town Detroit. Uno stile inconfondibile, insomma, quello di John Lee Hooker che, complici i suoi pseudonimi e le sue scorrettezze contrattuali, è  anche stato  tra i più incisi  della storia del  blues  (non è 
da invidiare chi deciderà di mettere mano nelle centinaia di brani
che l’Uncino ha registrato per decine e decine di etichette). Tra
l’altro il suo recente  successo si può leggere anche una sorta
di rivincita nei confronti di Muddy Waters, suo grande 
rivale e vera e propria icona blues  per il  pubblico de-
gli  anni Settanta: una rivincita  della  sregolatezza e 
del suo stile chitarristico percussivo e primordiale 
che se ne infischia  delle  sequenze di accordi,  
seguendo semplicemente l’estro momenta-
neo e una rivalsa  del suo borbottio in-
differente e maleducato. Alla sua sto-
ria e alla sua  musica Gerard Herzaft 
ha dedicato  John  Lee  Hooker
(Edition Du Limon, Parigi 
1990).   Da   parte   sua, 
in  sintonia   con   le mille 
contraddizioni  che hanno 
contrassegnato la sua vita 
burrascosa, l ’ultimo  dei 
grandissimi   protagonisti 
della  musica  del diavolo 
ringrazia  ogni  giorno  il 
Creatore  per la  fortuna 
che gli  è  toccata, maga-
ri  in compagnia del  figlio, 
predicatore e tastierista. 
Ricco e famoso,  ma non 
ancora domo, oggi resta 
l’ultima leggenda vivente 
che ci collega alla musica 
del  Delta.
Consigli per gli acquisti:
The Early Years 
Travelin’
John Lee Hooker Plays And Sings The Blues 
It Serve Your Right To Suffer 
The Real Folk Blues 
More Real Folk Blues/The Missing Album 
Live At Cafe Au Go-Go 
Urban Blues 
Simply The Truth
Hooker’n’Heat
Never Get Out Of These Blues Again 
Born In Mississippi Raised Up In Tennessee
That’s Where It’s At
Live Kabuki Wuki
The Cream
Alone
The Coast To Coast Blues Band
The Ultimate Collection: 1948-1990
Hot Spot
Mr. Lucky
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Chill Out

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