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King è stato il rappresentante più famoso del blues e il suo ambasciatore più influente. B.B. ha ricevuto più riconoscimenti di chiunque altro, anche di coloro che probabilmente avrebbero meritato più di lui, riuscendo a fare della musica del diavolo un affare estremamente redditizio. Ma ha influenzato pesantemente anche la storia del rock & roll, dato che senza B.B. il suono di gente come Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page, Johnny Winter e Stevie Ray Vaughan sarebbe stato diverso. Lo stile chitarristico di King è l'evoluzione diretta del blues e del jazz del profondo Mississippi, arricchito di influenze gospel e, più avanti, di echi soul, rock e pop. A un ascolto attento, dal suo suono emergono però influenze di T-Bone Walker e Lonnie Johnson, ma anche reminiscenze di leggende dalla jazz music come Charlie Christian, Eddie Lang e DjangoReinhardt. Per la verità B.B. non è mai stato un chitarrista particolarmente veloce o complesso, ma e sempre riuscito a colpire nel segno. Ancora oggi, nelle sue performance più riuscite, sviluppa i suoi assolo come un'estensione del- la voce, con una tecnica ben nota già ai bluesman d'inizio secolo. Gli si può fare una critica - da molto tempo ormai il suo suono è un po' troppo pulito - ma non si possono negare l'energia e la tensione che scaturiscono dai suoi lavori migliori. Ma soprattutto, come sostengono gli esperti, meglio di chiun- que altro King ha saputo elevare gli assolo di chitarra al rango di un'opera d'arte: ha portato la chitar- ra blues fuori dai club del ghetto e l'ha collocata nelle sale da concerto. Riley
B. King nasce il 16 settembre1925
a Itta Bena, a due passi da Indianola, Mississippi, in una famiglia di mezzadri. Impara a cantare il gospel in chiesa ed è proprio il pastore a insegnargli i primi accordi di chitarra. Inizia così a guardare con maggiore attenzione i bluesman itine- ranti che passano dalle sue parti cercando di carpirne i segreti, ma il suo idolo è il jazzista Charlie Christian. Intanto coltiva la terra e guida il trattore, suonando nei weekend. Dopo la Seconda guerra mondiale King va a vivere per qualche tempo a Memphis con suo cugino Bukka White, prima di tornare nel Delta nel '46 e lavorare i campi ancora per un anno prima di abbandonarli definitivamente. Nel '47 è di ritorno a Memphis. Anche lui come praticamente tutti i neri del Sud ha sentito il programma radiofonico di Sonny Boy Williamson II alla stazione KFFA di West Memphis ed è proprio dal grande armonicista che va a chiedere un lavoro. Williamson indirizza il giovane Ben Riley a un'altra emittente della zona, la WDIA, dove King viene assunto per promuove una bevanda alcolica che fa da tonico chiamata Pepticon, suonando e cantando dieci minuti al giorno. Nel '49, dato il successo che ottiene, diventa un disc jockey a tempo pieno della stazione. Autobattezzatosi Beale Street Blues Boy - solo in seguito abbreviato in B.B. - si fa una cultura blues e jazz attraverso i dischi che trasmette alla radio. Sfrutta subito la popolarità entrando nel circuito dei locali di Beale Street dove suona accanto a RobertLockwood Jr. e ai Beale Streeters, un gruppo informale che comprende tra gli altri Rosco Gordon, Bobby "Blue"Bland, Earl Forest, Johnny Ace. La carriera discografica di King inizia nel '49 quando registra quattro brani per la Bullet di Nashville, che passano totalmente ignorati. Due anni dopo, però, la RPM lo manda agli studi Sun di Sam Phillips (dai quali poco tempo dopo sarebbe partito l'uragano rock'n'roll) e poi alla YMCA: una delle canzoni registrate in quest'ultima session, Three O'Clock Blues si piazza al numero uno delle classifiche R&B dove resta per 17 settimane. E' fatta. Al giovane B.B. si aprono le porte dei locali più prestigiosi come l'Apollo Theater di New York: ha centrato un filotto vincente e inanella altri primi posti in classifica con You Know I Love You nel '52, Please Love Me nel '53 e You Upset Me Baby nel '54, sempre messi in circolazione dalla RPM. Fino alla metà degli anni Cinquanta lavora senza sosta, come del resto farà per tutta la carriera. Molte canzoni che incide in quel periodo sono scritte da autori come Lowell Fulson (Three O'Clock Blues) e Memphis Slim (Everyday I Have the Blues) e Tampa Red (Sweet Little Angel). Con la sua chitarra nitida ed espressiva e la sua voce potente, King attribuisce però un'impronta personalissima ai brani, donando loro una nuova vita. Sta di fatto che per Menphis, dove fino a quel momento aveva dominato lo stile rozzo di Howlin' Wolf, il raffinato sound di B.B. King rappresenta una rivoluzione. Un altro fattore da non sottovalutare a fronte del suo enorme successo riguarda la grandissima cura con cui sceglie i propri accompagnatori e l'attenzione che presta agli arrangiamenti. Il suono di King risente fortemente dalle big band blues oriented come quella di Count Basie e di quelle più votate al iazz come l'ensemble di Duke Ellington e cerca di riprodurre quell'impatto sonoro con il suo gruppo, in cui militano soltanto musicisti tecnicamente preparatissimi (tra gli undici e i quattordici). Ad aiutarlo c'è poi l'attenta e astuta guida dell'arrangiatore Maxwell Davis, che sa come ritagliare il suono dei fiati in forma blues senza esagerare (e non è facile, tutt'altro). Il nucleo della band, peraltro, è talmente affiatato che accompagnerà il Re per tutta la carriera. Si diceva della sua instancabile attività sia sul palco sia in studio di registrazione: nel '56, nel pieno dunque della carriera, totalizza addirittura 342 spettacoli (quasi uno ogni sera!). Eppure, all'inizio degli anni Sessanta la sua popolarità e il suo successo che fino a quel momento non hanno conosciuto soste, iniziano a perdere colpi. Da un lato tra i neri la popolarità del blues comincia a venire meno, grazie all'avvento del soul e del R&B, mentre i bianchi dal canto loro sembrano più attratti dalle colorite e pittoresche sonorità del blues rurale che dal sound cittadino intriso di ottoni che presenta King. Per un gruppo come il suo, insomma, sembra non esserci più spazio. Nel
'62 il buon B.B. passa all'ABC/Paramount con la speranza di
trovare un nuovo suono e un nuovo pub-
blico. Ma, nonostante la registrazione di Live At The Regal che diversi critici ritengono uno dei più grandi album di blues mai registrati, il tentativo non funziona e il grande pubblico resta indifferente. E' solo alla fine de- gli anni Sesanta che B.B. ritrova la sua corona, per me- rito soprattutto degli appassionati di rock, ai quali si propone con grande coraggio e sincerità, senza edulco- rare il proprio nobile suono. Inizia infatti a esibirsi in luo- ghi tipicamente rock come i due Fillmore (l'East e il West) e ai rock festival, aprendo tra gli altri anche i concerti dei Rolling Stones. Questo contribuisce ad attribuirgli il titolo di maestro del blues tra le giovani ge- nerazioni che della musica del diavolo conoscono dav- vero poco. Dal canto suo B.B. coglie al volo l'occasio- ne e veste i panni del sovrano consolidando i propri domini pop nel '70 con la versione di The Thrill Is Gone, scritta da Roy Hawkins, che raggiunge il numero 15 nelle classifiche (e la terza posizione nelle charts di R&B). Questo gli fa riconquistare in qualche modo an- che il rispetto della comunità nera, che gli riconoce il ti- tolo di ambasciatore del blues. Attraverso tutti gli anni Settanta, che rappresentano un periodo nero per il blues, B.B. King porta in giro per il mondo la sua musica con grande modestia per un sovrano, facendo conoscere a decine di migliaia di perone l'esperienza di ascoltare dal vivo una musica così emozionante quando a suonarla è un perso- naggio come lui. Peraltro conserva il proprio stile e la propria musica sostanzialmente invariati, con poche concessioni allo star system al quale di fatto appartiene. Certo oltre a presentarsi spesso al pubblico europeo che lo adora, si fa vedere un po' troppo frequentemente sui palchi di plastica di Las Vegas, ma sopravvive senza particolari danni anche alla bufera disco che imperversa della fine degli anni Settanta e che farà tante vittime nella musica nera, soprattutto tra gli adepti del soul. Gli anni Ottanta lo colgono con qualche filo grigio tra i capelli e quale chilo in più, ma sostanzialmente immutato. Aggiunge la nuova capitale del gioco, Atlantic City, tra le sue tappe abituali. La scomparsa di Muddy Waters nel '83 consolida la sua posizione di leader ideale del blues e King conquista nuovi ammiratori tra i musicisti più giovani. La prova è la sintonia che trova con gli irlandesi U2 sancita dalla partecipazione a Rattle and Hum nell'88. Ma gli anni passano anche per i sovrani e oggi il re soffre di diabete e non può più sostenere il ritmo di qualche anno fa, anche se le sue rappresentazioni restano caratterizzate da un tasso emotivo molto elevato. Non c'è da stupirsi, insomma, se la sua produzione degli anni Novanta vive un po' di luce riflessa, con lavori patinati e curatissimi, in cui B.B. concede solo a spazzi i lampi della sua classe, dando sempre più spazio a ricche produzioni infarcite di ospiti. Sia chiaro però: chiunque riesca a risultare credibile anche nella carrellata-baraccone di personaggi più o meno casuali riproponendo per la millesima volta The Thrill Is Gone come avviene in Deuces Wild pubblicato dalla Universal nel '97 deve indiscutibilmente avere una classe im- mensa. Con il suo più recente lavoro, Blues From The Bayou pubblicato dalla MCA nel '98, il monarca invece illude per il titolo ma si adagia sul solito blues mainstream elegante e lussuoso che si è lasciato ormai alle spalle l'anima. Nel '96 il vecchio monarca ha an- che avuto l'onore di vedere intestato a proprio nome il cd-rom On The Road With B.B. King (MCA), autobiografia interattiva che spazia lungo l'intera carriera del Re, con tanto di ospiti e filmati mentre la sua autobiografia Il blues intorno a me è stata pubblicata anche in italiano dalla Tarab. Tra
i neri spetta anche a questo omone massiccio
e bonario il merito di aver portato il blues fuori dalla ristretta cerchia degli appassionati e degli studiosi per farlo conoscere al grande pubblico. Nel chitarrismo blues praticamente ogni forma stilistica del dopoguerra ha dovuto confrontarsi con il suo tocco. Nonostante il crescere dell'età e i problemi di salute non ha mai smesso di essere un performer eccezionale sul palco. La sua grande educazione e disponibilità, oltre a una cultura musicale sterminata soprattutto quando si parla di blues hanno contribuito ad alimentare il rispetto per questo genere musicale. E' anche grazie a B.B. King se la musica del diavolo viene ora considerata un' espressione musicale con gli stessi nobili connotati del jazz e una storia sociale forse più radicata nella storia della gente di colore americana e non un linguaggio del ghetto. Una volta tanto, insomma, il titolo regale non mente. La sua enorme presenza on stage, la sua autorevole voce baritonale e il suono precisissimo e disinvolto della fedele Gibson Lucille (il nome della chitarra di B. B. è diventato un marchio registrato) sono la prova più convincente che hanno contraddistinto cinquant'anni di carriera ad altissimi livelli. E una fa piacere che cinque Grammy e quat- tro lauree ad honorem in musica, così come l'opulenta agiatezza, siano nelle mani di un uomo che si è spaccato la schiena cogliendo il cotone dall'alba al tramonto durante i durissimi anni della depressione. B.B., comunque, ha anche diversi detrattori che lo acusano di aver messo troppo spesso al servizio del commercio le proprie grandi d oti: troppe incisioni sottotono, troppe collaborazioni solo nel nome dell'immagine, troppe concessioni ai doveri della fama. Rilievi in parte condivisibili, che non devono però far dimenticare gli indubbi meriti di quest'uomo un po' sornione ma di grande spessore, sia umano sia artistico. Nella sua sterminata discografia, infatti, non è difficile scegliere una decina di album indispensabili per ogni raccolta di dischi blues che si rispetti. Non è stato certo un innovatore anche se non bisogna dimenticare che già nel '73 collaborava con gente come Quincy Jones, Will Jennings e Joe Sample dei Crusaders. Della sua azione determinante sull'evoluzione della musica di Menphis si è già detto, ma B.B. King ha fatto sentire la propria influenza anche sull'impenetrabile scena di Chicago, come viene riconosciuto anche da personaggi come Otis Rush e Buddy Guy. La sua grande ironia, poi, lo ha sempre messo al riparo dal rischio di autoindulgenza che inevitabilmente comportano carriere lunghe e prestigiose come la sua. Oltretutto è sempre stato un attento osservatore dell'evoluzione dei gusti e delle tendenze musicali e giustamente considera indispensabile guardare alla musica di Robert Johnson con lo stesso rispetto con il quale si deve guardare quella dei Rem o degli U2. E poi c'è l'aspetto umano. Su questo versante il buon B.B. resta l'uomo semplice e schietto che è sempre stato. In più non è un solitario individualista come troppi bluesman sono stati, anzi è fortemente impegnato sul versante sociale. Acceso sostenitore della riforma penale, è l'animatore della FAIRR (Foundation for the Advancement of Inmate Recreation and Rehabilitation) per il recupero dei carcerati. Inoltre, le sue sedi del B.B. King's Blues Club a Los Angeles e a Menphis continuano a proporre bluesman sconosciuti che perpetuano la leggenda. Onore al re. |
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