. . . |
|
Probabilmente il più grande. Robert Johnson è senza dubbio una delle figure più celebrate nella storia della musica nera. Nonostante sia scomparso a soli 27 anni, la sua influenza sulla cultura e sulla mitologia della musica del diavolo, così come il suo peso sullo stile chitarristico e sulla composizione blues (ma anche rock), sono stati fondamentali. Di lui non restano che una foto ufficiale e una dubbia, ma mezzo secolo dopo la sua morte Johnson conserva ancora tutto il suo potere magnetico, facendo sentire la propria presenza anche sull’ultimo blues revival, quello degli anni Novanta (è questione recente la ripubblicazione prima in vinile poi in cofanetto compact disc di The Complete Recordings Of Robert Johnson, ennesima riproposizione delle poche tracce discografiche che il misterioso Robert ha lasciato dietro di sé e che ha ottenuto ancora una volta ottimi riscontri di pubblico). In effetti se un personaggio come Robert Johnson non fosse mai esistito il blues probabilmente avrebbe dovuto inventarlo, tanto la sua storia corrisponde agli archetipi e agli aneddoti che circondano da sempre le radici della musica nera. Solo ventinove i pezzi che ha inciso, appresi, a quanto afferma la leggenda, vendendo l’anima al diavolo. Non sembrano dunque strane né l’ossessione per il demonio che emerge da molti suoi brani né l’impari lotta tra il bene e il male, che peraltro lo vide sconfitto, almeno a giudicare dall’esistenza che ha condotto e dalla fine che ha fatto. Qualsiasi sia stata la fonte della sua prodigiosa tecnica, non c’è dubbio che Johnson avesse gli attributi giusti per forgiare un nuovo stile. Anche le doti fisiche. Si dice infatti (e le poche foto sembrano confermarlo) che avesse mani incredibilmente grandi e alcune delle sue soluzioni strumentali sono praticamente fuori dalla portata per chi ha mani normali. Inspiegabile anche l’origine della sua ispirazione. La struttura delle linee di basso probabilmente risale all’ascolto dei primi pianisti boogie- woogie. Certamente la sua chitarra è stata influenzato da Lonnie Johnson, mentre l’approccio slide è debitore dei grandi uomini del Delta come Charlie Patton, Willie Brown e Son House. Dai vagabon- daggi che hanno scandito il corso della sua breve e inquieta esistenza il giovane Robert deve aver appreso le idee melodiche e ritmiche da chissà quali vecchi e sconosciuti bluesmen. Quello che è sicuro è che passa attraverso di lui la strada verso il blues moderno e che pochi altri chitarristi hanno ricevuto attenzioni analoghe. Forse l’unico paragone pensabile, per il suo approccio non convenzionale allo strumento è il Cherokee Jimi Hendrix, altrettanto rivoluzionario per il rock quanto Johnson lo fu per il blues. Ma veniamo alla storia. Robert Lee Johnson nasce l’8 maggio 1911 ad Hazelhurst, Mississippi, figlio illegittimo di Julia Dodds e Noah Johnson. E’ il terzo di quattro figli e la madre lo manda a vivere con il marito Charles Dodds, che vive a Memphis e si fa chiamare Charles Spencer per non saldare vecchi conti con la giustizia. Non stupisce quindi che da giovane Robert Johnson si presentasse come Robert Spencer e Robert Dodds. Trascorre l’adolescenza lavorando alla piantagione Leatherman. Impara da solo a suonare l’armonica, poi il fratello maggiore Charles gli insegna i primi rudimenti di chitarra. L’apprendistato avviene però quando frequenta le feste campestri cercando di suonare con Son House e Willie Brown. Al confronto con questi maghi della chitarra, comunque, il giovane Robert non regge e si allontana. La sua prima moglie, Virginia Travis, muore di parto nel ’30. Si sposa l’anno dopo con Callie Craft, nella Copiah County, Mississippi, ma non mette certo la testa a posto, continuando a bere e a frequentare i bordelli e le taverne più malfamate di tutto il Sud. Con Helena come base, Johnson batte in lungo e in largo la cintura del cotone sulle rive del Grande Fiume. Difficile che in questo travagliato periodo trovi il modo e il tempo per perfezionare la sua scadente tecnica chitarristica, eppure quando ritrova House e Brown li lascia stupefatti per quello che sa fare con le sei corde. In pochissimo tempo è diventato un maestro e questo contribuisce ad alimentare la leggenda del patto con il diavolo. In breve la sua fama si estende oltre i confini del Delta, arrivando a Memphis, St. Louis, Chicago, Detroit, anche New York. Nei suoi continui spostamenti viene accompagnato da David Honeyboy Edwards e dal figliastro Robert Jr. Lockwood, a volte da Johnny Shines. Preferisce comunque muoversi da solo. Le sue due sole sedute di registrazione avvengono un paio d’anni prima della morte. Alla fine del ’36 a San Antonio, Texas, nella stanza del Gunter Hotel. A organizzare la registrazione è Henry C. Speir, un bianco che possiede un negozio di dischi che ha già fatto da mediatore per Charlie Patton, Son House e i Mississippi Sheiks tra gli altri. Su nastro vengono incisi sedici brani in tre giorni per l’American Record Company, che comprendono I Believe I’ll Dust My Broom, Sweet Home Chicago, Terraplane Blues, Cross Road Blues, Come On In My Kitchen e Walkin’ Blues che oggi sono altrettanti classici. La seconda session ha luogo nell’estate dell’anno seguente in un magazzino di Dallas – probabilmente di proprietà della stessa casa discografica – quando incide brani come Traveling Riverside Blues, Love In Vain Blues, Hell Hound On My Trail, Me And The Devil Blues e Stones In My Passway. Poi Johnson riprende la strada con in tasca tra i 75 e i 100 dollari che gli hanno fruttato quelle registrazioni che passeranno alla storia come le più importanti della storia blues. Nell’agosto del ’38 siamo già all’epilogo. Johnson arriva al juke joint Three Forks, poco fuori da Greenwood, all’incrocio tra la Highway 49E e l’82. A questo punto la vicenda si fa confusa. Tra i testimoni c’è Honeyboy Edwards, convinto che all’origine del dramma ci sia stata la gelosia del proprietario del locale. Pare infatti che Johnson sia stato avvelenato, ma nessuno può affermarlo con certezza. Sta di fatto che i dolori iniziano all’improvviso e l’agonia dell’uomo che aveva venduto l’anima al diavolo dura tre giorni. L’11 agosto 1938 è la data ufficiale del decesso. Poche settimane dopo John Hammond, affascinato dai nastri che ha sentito viene a cercar- lo per invitarlo a partecipare alla rassegna From Spirituals To Swing che sta organiz- zando alla Carnegie Hall di New York. Ma è troppo tardi. Persa così drammatica- mente quell’occasione che ha dato la fama a tanti altri bluesman, le preziose inci- sioni di Johnson scivolano a lungo tra le cose dimenticate e solo negli anni Ses- santa tornano alla luce, folgorando un’intera generazione di chitarristi sia neri sia bianchi. Lui è stato tra i primi a riprodurre sulle corde basse della chita- rra le walking notes del boogie woogie, aprendo di fatto la strada a tutto il moderno blues chitarristico, a partire dallo stile elettrico di Chicago (chissà quale sarebbe stato il suo contributo se fosse vissuto abbas- tanza da adottare la chitarra elettrica). Anche il suo disinvolto uso del bottleneck, ispirato da Son House, è da considerare molto avanzato per quei tempi. E poi, a rendere immortali i suoi bra- ni, ci sono i testi evocativi di un uomo tormentato che canta- va con la voce rotta dall’emozione. Artista dalla grande
personalità ma uomo problematico, giramondo e don- naiolo impenitente, il grande Robert aveva un carat- tere impossibile. Certo quand’era sobrio – cosa assai rara – era una persona amabile. Per il resto del tempo era violento e aggressivo e sembra che usasse così tanti pseudonimi per sfuggire alle ricerche d ella legge. Il conto fu pesantissimo: a ucciderlo fu proprio l’indifferenza. La sua storia è stata raccontata infinite volte, così come l’elaborazione critica della sua musica e dei suoi testi. Si citano Robert Johnson di Sam B. Charters (Oak Publications, New York 1973), Love In Vain: The Life & Legend Of Robert Johnson di Alan Greenberg (Doubleday, New York 1983) e soprattutto Searching For Robert Johnson di Peter Guralnick (E.P. Dutton 1989), un vero atto d’amore pieno di rispetto e interrogativi. Una nota: non c’è dubbio che la versione più recente e completa delle sue incisioni sia affascinante, comoda e pulita, con un avvincente libretto di accompagnamento. Chi riuscisse però a mettere le mani sul frusciante vinile degli anni Sessanta, poi ristampato decine di volte, entrerà in contatto con la vera anima buia e ombrosa del suo blues, come se uscisse dalla squallida stanza del Gunter Hotel o dalle umide mura del magazzino di Dallas. Il blues non ha bisogno delle tecnologie, ma di amore. |
|
Consigli
per gli acquisti:
|
|
|
[email protected] |