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più Willie Dixon al blues di Chicago di chiunque altro. Durante i decenni trascorsi alla Chess non si è limitato a suonare il basso, che poi era il suo vero mestiere, ma ha fatto anche l’organizzatore, l’arrangiatore e il produttore di un numero imprecisabile di sessions. Come se non bastasse ci sono poi le sue grandi doti di autore. Dixon ha infatti scritto un numero davvero infinito di classici immortali della musica nera (ma forse è più corretto dire della musica tout court). Un po’ di titoli? Eccone una manciata in ordine sparso: Hoochie Coochie Man, I’m Ready e I Just Want To Make Love To You portate al successo dal grande Muddy, Evil, Spoonful, I Ain't Superstitious, Little Red Rooster e Back Door Man per Howlin’ Wolf, My Babe per Little Walter e Bring It On Home per Rice Miller, più noto come Sonny Boy Williamson. Questo tanto per cominciare e accennare ad alcuni dei tantissimi meriti del grande Willie. Ma Dixon è stato anche uno dei principali artefici del crossover tra il blues e il rock & roll. Il suo basso, infatti, si sente pulsare in diversi brani incisi da Chuck Berry negli anni Cinquanta e nel decennio seguente un numero impressionante di suoi pezzi è entrato nel repertorio dei gruppi americani e inglesi di rock-blues come i Cream (Spoonful), i Led Zeppelin (I Can’t Quit You Baby e You Shook Me) o i Doors (Back Door Man) che sono solo alcune tra e innumerevoli band di giovani bianchi che hanno fatto propri i suoi pezzi rendendoli popolari anche al grande pubblico.
Willie Dixon nasce nel cuore del Delta, a Vicksburg, Mississippi, l’1 luglio 1915. Dalla madre Daisey, che scrive e recita poesie di ispirazione religiosa, impara fin da piccolo ad avere a che fare con le rime e la metrica. Il primo incontro con il blues avviene quando ha sette anni, quando bigia la scuola per seguire lungo le polverose strade della sua cittadina un camion sul quale si esibisce un gruppo con il pianista Little Brother Montgomery. Sarà proprio quest’ultimo a influenzarlo nei suoi primi approcci alla musica del diavolo: come molti altri bluesman della sua generazione, infatti, Montgomery di giorno frequentava le funzioni in chiesa e di notte si scatenava nei più torridi barrelhouse. Anche per Dixon, comunque, la prima influenza musicale è di carattere religioso, dato che presto si trova a cantare con gli Union Jubilee Singers, un quartetto gospel che tiene una trasmissione radio alla WQBC di Vicksburg. Andatosene da casa, si caccia presto nei guai con la legge, ma prima di dedicarsi a tempo pieno alla musica tenta la carriera pugilistica sfruttando il suo potentissimo fisico. Con la voglia di combattere nei pugni lascia il Mississippi nel ’36, destinazione Chicago: un anno dopo vince il guantone d’oro per i pesi massimi nell’Illinois (si dice che abbia anche incrociato i guantoni con il grande Joe Louis). Nonostante inizi così promettenti, però, la sua carriera da professionista del ring dura solo il tempo di quattro combattimenti: una rissa con il suo manager e un’inchiesta disciplinare pongono bruscamente fine alla sua vicenda nella boxe. Il grosso Willie torna così a interessarsi alla musica. Nel ’39 inizia a suonare il contrabbasso e con il chitarrista-pianista Leonard “Baby Doo” Caston forma i Five Breeze, un gruppo jive con cui si esibisce nei club di Maxwell Street e nei bar del Southside di Chicago, arrivando a registrare qualche brano per la Bluebird nel ’40. Nel ’41 un’altra grana: Dixon si dichiara obiettore di coscienza e viene arrestato per renitenza alla leva. Mentre è in galera, l’amico Caston forma i Rhythm Rascals, un trio che si esibisce per le forze armate nel Pacifico, in Nordafrica e in Europa. Una volta liberato Dixon forma invece i Four Jumps Of Jive, che si esibiscono nei club della Windy City e ottengono un contratto dalla Mercury nel ’45. Quello stesso anno Caston torna a Chicago e i due vecchi amici si ritrovano, decidendo di formare il Big Three Trio con l’aggiunta del chitarrista Bernardo Dennis, che viene poi rimpiazzato dall’eccezionale sei corde di Ollie Crawford. Il repertorio del trio è a base di un soft blues semplice e sofisticato allo stesso tempo che comprende anche robuste dosi di boogie-woogie, pop e brani da varietà, tutto presentato con elegantissime armonie vocali, una ritmica swingante e un approccio divertito e leggero. Arrivano presto il contratto con la Bullet e nel ’47 con la Columbia. Il sodalizio dura fino al ’52, ottenendo un buon successo soprattutto tra il pubblico più sofisticato. Intanto Dixon perfeziona il suono del suo contrabbasso al fianco di Memphis Slim e Sonny Boy Williamson, addestrandosi anche nella composizione. Via via trova la formula vincente che non abbandonerà più: riff insistenti che contribuiscono a sottolineare le sue rime semplici ma evocative. E’ con questa ricetta che contribuisce a dare una forma più urbana al blues di chiare origini rurali che imperversa ancora nella Città del vento. Nel frattempo la sua popolarità nell’ambiente cresce, anche per merito delle travolgenti jam session c on Muddy Waters e altri bluesman che il buon Willie ingaggia sui palchi della South Side. Una notte a El Mocambo sono presenti i fratelli di origine polacca Phil e Leonard Chess, proprietari del club e neofondatori della Chess Records. Gli offrono un lavoro per l’etichetta nel ’48 e Dixon accetta. Così, dopo lo scioglimento del Big Three Trio passa alla Chess come dipendente full-time. Scrive alcuni brani per Eddie Boyd e ne realizza altri sotto il suo nome nel ’53. La sua fama nell’ambiente blues esplode l’anno dopo, quando Muddy Waters incide Hoochie Coochie Man, Howlin’ Wolf registra Evil e Little Walter mette su nastro Mellow Down Easy. Dixon lavora anche come session man, suonando il basso nelle incisioni Chess di gente come Muddy Waters, Chuck Berry, Bo Diddley, Little Walter e Jimmy Witherspoon, solo per citarne alcuni. Lavora anche come talent scout, arrangiatore e produttore, ma è per il suo talento compositivo che viene maggiormente richiesto, a causa anche della sua abilità di tagliare i suoi brani sull’interprete al quale sono destinati, come dimostrano le composizioni personalizzate che affida alla voce concentrata di Eddie Boyd, a quella cruda di Little Walter, stentorea di Muddy Waters o elegante di Willie Mabon. Dixon intraprende anche una carriera solista che non gli dà però le stesse soddisfazioni del suo lavoro come compositore, session man e organizzatore. Nel
’57 passa alla Cobra e nei due anni di esistenza dell’etichetta
lavora con Magic Sam, Otis Rush e
Buddy Guy, i tre chitarristi che danno vita al West Side Sound di Chicago tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta. Chiusa la Cobra, Dixon torna alla Chess dove resta per la maggior parte dei Sixties. In questo periodo si esibisce anche nell’American Folk Blues Festival in Europa e forma le Chicago Blues All Stars, il suo gruppo aperto che lo accompagna in tour e in studio di registrazione. Non tralascia nemmeno il suo primo amore, il gospel, collaborando tra gli altri con il reverendo Robert Ballinger e affronta anche i territori del rock’n’roll, scrivendo per Bo Diddley il classico You Can’t Judge A Book By Looking At The Cover. La sua frenetica attività non rallenta negli anni Settanta e Ottanta, incidendo per l’Ovation, la Columbia, la Yambo e la Pausa. Si avvicina anche alle colonne sonore (è sua la musica de Il colore dei soldi). Nell’88 firma per la Capitol e realizza l’ottimo album Hidden Charms. Un anno dopo esce la sua autobiografia, I Am the Blues, (scritta con Don Snowden). Nel ’90 i problemi di salute limitano l’attività delle sue Chicago Blues All Stars (affronta anche l’amputazione di una gamba a causa del diabete). Willie Dixon muore per problemi cardiaci il 29 gennaio1992 a Chicago. Indubbiamente è stato uno degli ambasciatori più autorevoli e influenti del blues. A suo credito, solo per citare le sue composizioni, si contano più di 250 brani che affrontano a 360 gradi tutte le temati- che del blues: si va dall’attaccamento superstizioso alla religione (Ain’t Supertitious e Hoochie Coochie Man), al mito dell’efficienza sessuale (I’m A Natural Born Lover) fino agli allusivi double talk (300 Pounds Of Joy). Per certi aspetti nella Windy City il suo era diventato un vero e proprio monopolio: per a potuto decidere le sorti di molti artisti, arricchendo di consigli e di entrature quelli che apprezzava e lasciando languire nell’anonimato quelli che non riteneva all’altezza. Detto così sem- bra un atteggiamento un po’ mafioso, ma non era questo il caso del pacioso Willie, che era anche un grande studioso della storia della musica nera. Se sul versante strumentale il suo poderoso basso si rifaceva in egual misura sia al suono di Jimmy Blanton, il rivoluzionario contrabbassista di Duke Ellington, sia a quello più tradizionale di Hog Mason, per lui il blues è sempre stato un genere popo- lare, la cui storia andava divulgata e conosciuta da tutti per il suo elevato valore sociale e formativo. Tra l’altro, a sottolineare le sue grandi doti manageriali e una consapevolezza delle proprie possibilità francamente rara tra i bluesmen, nell’82 ha creato la Blues Heaven Foundation, finanziata attraverso i diritti d’autore delle sue composizioni: un’associazione che ha lo scopo di mantenere in vita il blues, allestendo seminari nelle scuole e borse di studio per giovani musicisti. Un punto in più da segnare a favore di questo omone massiccio e sempre pronto al sorriso, tra i più grandi personaggi della storia del blues. |
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