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«Il blues è il modo migliore 
per parlare della sofferenza, 
della gioia e della verità».
 (McKinley Morganfield, 
alias Muddy Waters)

 
e proprio è necessario individuare il vero patriarca del blues di Chicago del dopoguerra, il padre 
di quel suono  elettrico denso e aggressivo che ha condizionato tutta la musica nera fino ai nostri 
giorni, non ci possono essere dubbi; la scelta deve cadere sul vecchio stregone Acque Fangose. 
Un  maestro  alla  slide  guitar che era anche in grado di cantare con la forza e la convinzione di chi ha 
fatto abbastanza esperienza nella vita da aver imparato a distinguere il bene  dal  male.  Ma  anche  un ottimo compositore e un grande interprete, un potente performer sul palco e il leader carismatico della 
più grande band di tutti i tempi. L’elenco dei musicisti che sono passati nel suo gruppo  basterebbe da 
solo a fare da sommario a  una storia  del  blues  di  una  completezza  già  ragguardevole.  Tanto  per ricordarne  alcuni  troviamo  alla  chitarra  Jimmy  Rogers,  Pat  Hare,  Luther  Tucker,  Earl  Hooker; all’armonica Little Walter,  Junior Wells, Big  Walter  Horton,  James  Cotton,  Carey  Bell;  al   piano Memphis Slim, Otis Spann, Pinetop Perkins; alla batteria  Elgin Evans,  Fred  Below,  Francis Clay; al basso l’immenso Willie Dixon. Non è sufficiente? Basti pensare allora che l’elenco dei musicisti neri 
e bianchi che sono stati influenzati dalla sua musica è praticamente infinito e che i Rolling Stones devono 
il proprio nome a una sua canzone (e i primi Stones suonavano blues eccome!). 
Poche  ciance,  comunque,  per  quanti  bluesman  possano  vantare  di  aver posto tasselli più o meno significativi  nel  grande  puzzle  del  blues,  il  vero anello di congiunzione tra i suoni rurali del Delta e il nuovo  sound  elettrico  e  urbano  che  ha  preso il via a Chicago è indiscutibilmente rappresentato dal possente Muddy.
Il suo vero nome è poco adatto per un nero nato in condizioni di semi-schiavitù. Viene infatti battezzato McKinley  Morganfield  il  14  aprile 1915  a Rolling Fork, Mississippi. E’ uno degli undici figli di Ollie Morganfield  e  Bertha  Jones,  una  coppia  di mezzadri, ma la madre muore quando lui ha tre anni e il piccolo  viene  allevato  dalla  nonna che vive alla piantagione Stovall, poco distante da Clarksdale. Fin dalla più tenera infanzia gli viene appiccicato il nomignolo Muddy Waters per la sua abitudine di andare 
a giocare  nelle  acque  paludose del Grande Fiume. Impara a cantare nei campi di cotone dove lavora 
per 50 cents al giorno  e  cresce  in  un ambiente pregno di superstizione e frustrazione, dove la musica sacra  e  quella  profana  rappresentano  le  uniche  valvole  di  sfogo  per  le  necessità rispettivamente dell’anima e della carne. 
All’età di sette-otto anni  Waters impara  a suonare l’armonica,   mentre   la   passione  per  la  chitarra 
arriverà     molto    più     tardi,    quando    è   già 
diciassettenne  e  si  è  già  sposato una volta. Nel
momento  stesso  in  cui ritiene di sapersela cavare 
con  il  blues  inizia a esibirsi alle feste e ai fish fries 
con l’amico Scott Bohannon (o Bowhandle) e con 
Henry  “Son”  Simms  che  a  volte   diventano  un 
quartetto,  i  Son Sims Four.  Ai suoi esordi rimane 
molto  impressionato  dall’intensità  del blues rurale 
che   viene  suonato  da  Son  House  e  modella  il 
proprio  stile  su  quello di quel suo primo maestro, 
arricchendolo  più  tardi  con  gli insegnamenti della 
lezione di Robert Johnson
L’esordio   discografico  risale  al ’41,  quando   il 
solito Alan Lomax in missione per la Biblioteca del 
Congresso  alla  ricerca  di  Robert Johnson (che è 
già  morto),  decide  di registrare il blues di Muddy 
Waters  (due  brani   di   quella   session   vengono 
pubblicati  su un’antologia). Un anno dopo Lomax
torna  alla  piantagione  Stovall  e registra di nuovo 
Waters.  Questo  convince   il   giovane  Muddy  a 
lasciare il delta del Mississippi alla volta di Chicago,
dove  tra  l’altro  risiede  lo  zio  Joe  Brant. Siamo 
nel ’43 e l’atmosfera della grande città  impressiona  non  poco  il  campagnolo  Waters.  Trova  lavoro prima in una cartiera, poi in una fabbrica di radio e  infine come  camionista. A fargli prendere un po’ di confidenza con la nuova realtà è Jimmy Rogers, ma sono soprattutto  John Lee Williamson (Sonny Boy 
I), Memphis Slim e Big Bill Broonzy ad aiutarlo a inserirsi nella scena blues della Città del vento. Per un po’  Waters  accompagna  Sonny  Boy  Williamson  alla  chitarra  acustica, ma si tratta di un passaggio interlocutorio  e  la  sua  reputazione  nell’ambiente   cresce  immensamente  nel  ’44  quando   inizia  a elettrificare  il  proprio  suono  in  compagnia  di Jimmy Rogers, Claude Smith ed Eddie Boyd: utilizza il bottleneck secondo il metodo tradizionale del Delta, ma il ritmo è molto più spinto e la musica molto più rabbiosa e aggressiva. 
Il primo  ingaggio  che conta è al Sylvio’s, un  locale sul West Lake. Sembra che in quel periodo incida almeno una  canzone,  Mean  Red Spider, con lo  pseudonimo  di James “Sweet Lucy” Carter,  ma  le prime incisioni ufficiali nella  Windy City  arrivano  nel ’46 sotto la guida del produttore Lester Melrose con un gruppo di cinque elementi. La Columbia  però  non  ci  crede  e queste registrazioni restano nel cassetto (usciranno solo nel ’71). Nel ’47  Waters  accompagna  Sunnyland  Slim  su  due  tracce  per l’Aristocrat: Johnson Machine Gun e Fly  Right Little Girl. Altri due brani, Gypsy Woman e Little Anna Mae, vengono incisi da Waters e dal bassista Big Crawford. Leonard Chess porta un’altra volta Waters e Crawford in studio  nel ’48  per  incidere I Can’t Be Satisfied e Feel Like Going Home. Il ghiaccio è rotto. I brani sono arrangiati rispettando lo stile del Delta, ma acquistano una nuova luce dal trattamento elettrico e il singolo, messo  in  circolazione dall’Aristocrat, fa registrare il tutto esaurito già 
nel  primo  giorno  di  distribuzione.  Naturalmente  Chess  è  entusiasta  e  riporta  Waters   in   studio, pretendendo però che suoni ancora in coppia con Big Crawford, nonostante lui stia già  esibendosi da qualche tempo nei club di Chicago con Jimmy Rogers  alla  seconda  chitarra e  all’armonica  e “Baby Face” Leroy Foster alla batteria e alla chitarra. In effetti Waters non ha l’opportunità di incidere con il 
suo gruppo fino al ’50, quando il suo sound aspro e carico di ritmo si è ormai consolidato ed è pronto 
a fare il proprio ingresso nella storia. Per molti esperti le incisioni che seguono – quelle che vanno cioè 
dal ’51 al ’60 – rappresentano la più grande collezione di blues elettrico che  sia  mai  stata  messa  su disco. In effetti le canzoni che scrive di suo pugno come Long Distance Call, Mannish Boy, Got My Mojo Working, She Moves Me e She’s Nineteen Years Old vanno ad aggiungersi a quelle firmate da Willie Dixon  (Hoochie  Coochie  Man,  I  Just  Want  To  Make  Love  To  You,  I’m Ready) e contribuiscono a scrivere la storia del blues di Chicago e a tracciare la via per  le generazioni s eguenti. Per  tutti  gli  anni  Cinquanta non esiste un gruppo che possa competere con la Muddy Waters  Blues Band.  Il  suono  che  produce  ha la potenza del rock ma la carica emotiva e la sensibilità del  vecchio blues rurale. E poi c’è il risvolto etico e sociale da non  sottovalutare.  Come  ha  più  volte  dichiarato, Waters interpreta il blues come il veicolo più adatto e  universale  per  parlare  della  sofferenza,  della  gioia e della verità. E dall’impegno che  lui  e  il  suo  gruppo  mettono  nella  loro  musica  si  sente. 
La Chess mette in commercio il primo album nel ’58:  The Best of Muddy Waters è una raccolta 
dei suoi singoli più fortunati. Quello stesso anno Waters e il pianista Otis Spann si recano in tour 
in Inghilterra, aprendo di fatto un altro mercato  per  il  blues  oltre a  quello  statunitense (fino a 
quel momento i pochi appassionati di blues inglesi dovevano accontentarsi dei 78 giri arrivati in 
Gran Bretagna anni prima, al seguito delle truppe americane). Sarà proprio quel tour inglese a 
convincere  gente  come Alexis Korner e Cyril Davies ad abbandonare lo skiffle a favore del 
blues  elettrico,  avviando  così  la  fertile  stagione  del  Bristish  blues. Tra l’altro il successo 
Oltreoceano  fa  registrare alcuni contraccolpi positivi anche negli States. Il pubblico bianco 
si accorge  di  Waters  e  lui cede alle tentazioni del business: si lascerà infatti convincere a
incidere un album di canzoni di Big Bill Broonzy in uno stile acustico che da tempo  non è
più il suo. Niente di male, dato che il lavoro è notevole, ma porta ulteriore scompiglio  in 
una discografia sterminata e disordinata, finendo oltretutto per disorientare il  pubblico e 
in parte per screditare quella che si può considerare come una vera e propria esplosio-
ne:  quella  che  si  è  verificata  nel  ’60,  quando  co n il suo gruppo elettrico Muddy 
Waters sconvolge la platea del festival folk di Newport  con  un’esibizione febbrici-
tante e  incandescente  che  entrerà nella storia. Oltre al leader indiscusso Muddy, 
quel fantastico  gruppo  comprende  James Cotton  all’armonica,  Otis Spann al 
piano, Pat Hare alla chitarra,  Andrew  Stevenson  al basso e Francis Clay alla 
batteria e quella  data  rappresenta  un  vero  e proprio  spartiacque sia per il 
blues  sia  per  la  cultura afro-americana in generale (il poeta nero Langston 
Hughes compone per l’occasione Goodbye Newport Blues che viene affi-
data  alla  voce  di Spann).  La  registrazione di quell’evento in un album
omonimo  per la  Chess a pre  di  fatto le porte del grande pubblico al 
blues suonato da gruppi elettrici. 
Incredibile, ma la Chess non se ne accorge o fa finta di niente  e  continua  a   promuovere  Waters  come  un 
artista folk-blues  per sfruttare l’interesse del pubblico 
bianco  nei confronti del genere downhome. In questo 
periodo vengono infatti messe  in circolazione incisioni 
vecchio  stile  che  vengono  spacciate  per nuove (è il 
caso  dei  pur  ottimi Folk Singer del ’64 e poi di The 
Real Folk Blues del ’65 e di  More  Real Folk Blues
del ’67). Il peggio è che tutto questo  avviene a scapito 
dell’infuocato materiale elettrico che la Muddy Waters 
Band produce copiosamente  in studio e dal vivo e che
inonderà il mercato negli anni seguenti. 
La   vena   creativa  di   Waters,   comunque,   sembra 
inesauribile e riesce a compensare anche l’ottusità  del 
marketing. A cavallo  tra  gli  anni Sessanta e Settanta, 
infatti, pur tra forzature come quella di  Electric Mud
a   suo  nome  escono  album  come They  Call  Me 
Muddy Waters (Grammy per la migliore registrazione
etnico-tradizionale  nel ’71), Father And Sons e The
London   Muddy   Waters   Sessions   (che   vedono 
entrambi la  partecipazione di alcuni  giovani musicisti 
bianchi americani  e inglesi e che vanno considerati tra 
le poche riuscite  collaborazioni  di questo genere così 
in  voga  in  quegli  anni)  che  consolidano la sua fama 
soprattutto tra il pubblico non di colore. Il grande Muddy trascorre gli anni Settanta  in  incessanti  tour 
che lo portano in tutto il mondo, come testimonia adeguatamente il doppio Blues Avalanche inciso dal vivo al festival jazz di Montreux, in Svizzera, nel ’72. Dopo un’ulterior e e  riuscitissima  collaborazione con musicisti del circuito rock  – The Muddy Waters Woodstock Album – nel ’77 Waters interrompe 
il suo lungo rapporto con la Chess a causa di un diverbio sulle royalties e firma un ricco contratto per la CBS/Blue Sky. Con la collaborazione dell’albino Johnny Winter  nei  panni  del  produttore,  rilancia la propria carriera discografica in crisi da qualche anno con Hard Again  del ’77, che gli frutta il secondo Grammy e contiene alcune delle sue registrazioni  in  studio  più  ispirate  dagli  anni  Sessanta.  L’anno seguente arriva  I’m Ready  che  come  il  precedente  rilegge  alcuni  suoi  classici  rivitalizzandoli con ritrovato vigore. Il tour americano che segue comporta anche  un’esibizione  alla  Casa  Bianca  per  il presidente Jimmy Carter e la  partecipazione  con  una  memorabile Mannish Boy  all’ultimo  concerto della Band e al relativo film di Martin Scorsese  The  Last  Waltz.  Ormai  affaticato  dall’età,  nel ’79 l’irriducibile Muddy  trova  il  vigore  per sposarsi l’ennesima volta e sceglie una ragazza di  venticinque anni (lui ne ha sessantaquattro) e non smette di suonare. Anche gli ultimi due dischi, Muddy Mississippi Waters Live del ’78 e King Bee dell’80 vengono prodotti da Winter,  che si rivela discepolo devoto e rispettoso e che proprio in  concomitanza di  questa  sua  stretta  collaborazione  con  Acque  Fangose ritrova gli stimoli per rilanciare  ai massimi  livelli  anche  la sua carriera che stava segnando il passo. In questo periodo il nerissimo  Muddy e il bianchissimo Winter si  esibiscono  spesso insieme suggellando 
una comunità  d’intenti  tra  il  blues  nero  e  quello bianco ben più credibile di molte iniziative analoghe 
degli anni Sessanta e Settanta. 
Muddy Waters muore a causa di un attacco cardiaco durante il sonno  a  Chicago il 30 aprile 1983 all’età di sessantotto anni e 
lascia decine di registrazioni di musica dall’alto tasso energetico 
ed emotivo  e  un’eredità  spirituale di incommensurabile valore 
anche  per  la  grande   personalità  che   ha  caratterizzato  una 
splendida carriera. Certo anche lui a volte si  è  lasciato  andare 
alle  spinte  delle mode, ma la sua sterminata discografia è ricca 
più  di  luci  che  di   ombre  e  comprende  diversi   capolavori 
assoluti.  Ottima  la  biografia Muddy Waters, The Mojo Man
scritta da Sandra Tooze e pubblicata nel ’97 dalla ECW Press).
Prodotto  del  fertile  suolo  blues del Delta, Acque Fangose ha 
saputo rinnovare l’antico stile  infondendogli nuova linfa vitale e 
rivoluzionando  la  scena  di  Chicago, fondando di fatto il blues 
moderno.   Il   suo   ingresso   sulla   scena   cittadina   ha  fatto 
improvvisamente invecchiare tutti i pur grandi nomi della Windy 
City. Con  la  sua personalità magnetica e la voce declamante è 
stato un trascinatore e un innovatore. E’ stato lui a rivoluzionare 
il suono  della  chitarra  elettrica. Altri prima di lui avevano elet-
trificato il suono della sei corde, ma  il ruolo di  Muddy Waters 
nell’evoluzione di  questo  strumento è stato sostanziale, con un 
sound selvaggio e istintivo, che non per questo  aveva  dimenti-
cato l’antica lezione di Robert Johnson e Son House, due 
delle sue principali fonti di ispirazione. Sempre lui ha scardinato 
i vincoli, fino a quell’epoca molto  rigidi, delle dodici battute,  lasciando  ampio spazio agli assolo, sulla base di  una  ritmica  dura  e  rocciosa  dalla  ferrea  solidità.  Waters  fu  anche  un efficace e credibile ambasciatore del blues di fronte al pubblico bianco. Non solo è stato un  mito  per  i  musicisti  bianchi sulle due sponde dell’Oceano, ma è anche stato il primo ad aprire le porte della sua prestigiosa band a musicisti non di colore. Lui, elegante ed educato senza perdere la propria dignità  di  nero,  nonostante fosse quasi analfabeta parlava del blues con un tono e una consapevolezza  che  hanno  aiutato  questo genere   musicale  fondamentalmente  povero  e  privo  delle  attrattive  culturali  e  sociali  del  jazz  a guadagnare  un  rispetto  che  non  aveva  mai  avuto. Il suo trono nel blues e nella musica popolare in genere è assicurato.
Consigli per gli acquisti:
At Newport
Sings Big Bill Broonzy
The Real Folk Blues
More Real Folk Blues
Fathers And Sons
They Call Me Muddy Waters
London Muddy Waters Sessions
Blues Avalanche
The Woodstock Album
Hard Again
I’m Ready
Muddy Mississippi Waters Live
Rare & Unissued
Father & Sons
Trouble No More (Singles 55-59)
The Chess Box 
Complete Muddy Waters 1947-67

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