|
|
questi ultimi anni. Ammesso di poter sorvolare sulle sue qualità tecniche e artistiche –ed è difficile– esiste almeno un’altra ragione per non leggere con presunzione prevenuta i suoi lavori. Sulla scia del suo successo, infatti, diversi altri bluesman, magari meno votati di lui alle classifiche, hanno avuto la possibilità di entrare in studio e far conoscere la propria musica. Fine del pistolotto. Certo è più facile amare Muddy Waters e Lightnin’ Hopkins oppure, tanto per citare altri nomi che hanno contato parecchio nel rilancio della musica nera, Albert Collins e Buddy Guy, ma Robert Cray ha colpito il grande pubblico con la sua chitarra elegante e la sua voce soulful, aprendo la strada alla sopravvivenza anche di chi suona versioni più grezze – e apprezzate da pochi – della musica del diavolo. Robert Cray nasce a Columbus, Georgia, l’1 agosto 1953. Suo padre è nell’esercito, per cui la famiglia si sposta molto: Virginia, California e Germania prima di stabilirsi a Tacoma, nello stato di Washington, nel ’68. Inizia a studiare il pianoforte mentre è in Germania e cresce ascoltando i dischi dei genitori: O.V. Wright, Ray Charles e gospel, per poi passare al rock e alla psichedelia negli anni Sessanta e Settanta. Tra le sue prime passioni, oltre al “Genius” Charles, anche Sam Cooke e diversi altri artisti soul della prima ora. Più o meno all’epoca della British invasion Cray passa alla chitarra e suona in una infinità di garage band. Nel ’74 forma la Robert Cray Band che conquista presto un buon seguito nell’area di Tacoma e del Pacific Northwest. Per l’intercessione (ma sarà stata un’irruzione) di John Belushi riesce anche a spuntare una parte nel film Animal House come bassista del finto gruppo Otis Day And The Knights. Il momento decisivo arriva però nel ’78, dopo un’esibizione al festival blues di San Francisco, quando la coppia di produttori formata da Bruce Bromberg e Dennis Walker invita Cray e il suo gruppo a incidere per la Tomato. L’esordio Who’s Been Talkin’ esce nonostante il fallimento dell’etichetta. Si tratta di un buon disco infarcito di cover che si colloca nel filone del soul e del R&B sudista tipo Stax e che vede una presenza significativa dell’armonicista Curtis Salgado. Ma il salto di qualità arriva con il successivo Bad Influence che, sempre sotto l’egida di Bromberg, viene messo in circolazione dalla Hightone nell’82. La maturazione del sound di Cray è evidente e la coesione della band anche, facendo così risaltare il nitido chitarrismo del leader e soprattutto la sua stupenda voce che lo affianca ad altre ugole soulful come quelle di Bobby “Blue” Bland, Z.Z. Hill o Junior Parker. Le vendite vanno alla grande e i riconoscimenti anche. Arriva l’Award, il vecchio maestro Albert King recupera il brano I’m In A Phone Booth ed Eric Clapton fa lo stesso con la title track Bad Influence. L’esplosione di vendite si palesa con False Accusations, il terzo atto al quale Cray si presenta con un gruppo rinnovato e ancora più compatto. La voce conserva tutto il suo fascino e la chitarra suona come se Albert King avesse deciso di ispirarsi a Eric Clapton (e non il contrario com’è avvenuto nella realtà). L’approccio, testi compresi, è quello di chi vuole rivolgersi a un’audience interraziale e comunque molto vasta, ma per i più maligni si tratta invece di “blues da salotto” e nulla più. A
suggellare lo status di nuova stella del blues,
per Cray
arrivano infinite collaborazioni con artisti più o meno meritevoli, che in un modo o nell’altro sono all’origine di Showdown!, album targato Alligator dell’ 85, in cui il giovane chitarrista appare al fianco di due nomi già affermati come Albert Collins e Johnny Copeland. Al confronto Cray non fa certo brutta figura e l’operazione gli frutta un altro Grammy, più di 250 mila copie vendute solo negli States, e soprattutto le credenziali che dividono la critica: un approccio moderno e disimpegnato ma un’immagine molto “bianca” e troppo soul per certi palati. Si apre comunque nel modo migliore la strada a Strong Persuader che viene pubblicato nell’86 dalla major Mercury e che, con il suo sound ormai esplicitamente ammiccante alle atmosfere californiano più easy e al soul, viene spinto in classifica dall’hit Smoking Gun (ennesimo Grammy). E’ il momento dei tour mondiali, della copertina su Rolling Stone, della partecipazione al fianco di Chuck Berry, Keith Richards e altre stelle del rock al film Hail! Hail! Rock’n’Roll e degli spettacoli con Eric Clapton al cui chitarrismo, inutile negarlo, Cray deve molto. L’atletico Robert, insomma, diventa un personaggio di punta del blues business e un parametro con il quale volenti o nolenti bisogna far i conti. Il successo non cambia e la solfa nemmeno per i seguenti Don’t Be Afraid Of The Dark (1989) e Midnight Stroll (1990), anche se la noia incomincia a fare capolino e si segna un allontanamento ulteriore dai territori del blues sempre più a favore del soul e del rhythm & blues. Resta poco da aggiungere fino a Sweet Potato Pie (Mercury del ’97), passando per I Was Warned (1992), Shame + A Sin (1993), Some Rainy Morning (1995). E’ evidente che i Grammy e i milioni di copie vendute non vanno tanto d’accordo con l’immagine di una musica che affonda le sue radici nel fango del Grande Fiume e nelle baracche del Delta, ma questo non deve far sottovalutare i meriti musicali di Cray. La sua voce flessibile e sinuosa tipica del soul man, infatti, ha pochi rivali nell’attuale panorama e la sua chitarra fredda ma elegantissima che non sciupa una nota le fa da degno contrappeso tanto da far emergere, nei lavori più riusciti, una miscela in perfetto equilibrio a base di tecnica asettica e conturbante sensualità. Buona parte della critica disapprova (qualcuno è arrivato a definire il suo stile “blues per yuppie”), ma la sensazione netta è che le proporzioni di un successo improvviso quanto inatteso abbiano fatto inacidire i pareri. Fosse rimasto un oscuro personaggio alla portata di pochi, Cray sarebbe stato descritto come l’ennesima ingiustizia dello showbiz. Il suo talento, invece, è indiscutibile e ha indicato una terza via al blues di questi giorni, oltre al boogie elettrico tutto volume e velocità e alla riproposizione acustica dei suoni antichi. Lui, peraltro, è un esponente della nuova borghesia nera, colta e borghese, e non ha alcuna intenzione di nasconderlo. |
|
Consigli
per gli acquisti:
|
|
|
[email protected] |