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Mentre tutto il carrozzone mediatico-giudiziario dedicava anni su anni alla ricerca di un
qualche appiglio per dimostrare l'uso di doping da parte della Juventus c'erano giocatori
ed ex giocatori che si ammalavano e morivano.
Nella totale indifferenza o quasi. Quei giocatori, infatti, non avevano mai militato nelle file della Juventus, quindi non c'era il bisogno di parlare dei loro casi. Molto meglio, molto più "mediatico", dedicare pagine su pagine di giornale alla creatina piuttosto che dedicarle a capire perché così tanti ex giocatori si ammalavano e morivano. E che dire della magistratura? quante inchieste sono partite per queste morti? quante sono arrivate a conclusione? ad anni ed anni di distanza dai fatti. E sì che in quei casi non c'era da arrampicarsi sugli specchi per cercare di dimostrare che l'uso lecito di farmaci leciti era da considerarsi comunque illecito. Ci sono stati racconti anche raccapriccianti da parte di ex calciatori che però non hanno smosso ne' il mondo mediatico, ne' quello giudiziario. Salvo qualche notizia quà e là ogni tanto (magari in un trafiletto a pagina 99) quando proprio non si poteva fare a meno di non parlarne. E salvo qualche mossa di qualche magistrato, più per le luci momentanee dei riflettori mediatici, che per reale volontà e convinzione. è sufficiente, infatti, vedere quante inchieste sono partite per delle morti strane, e quante sono arrivate a conclusione.
Nello Saltutti - Una scelta di cuore
"È tornato Nello", dicono i pensionati in adunata quotidiana davanti alla rotonda della Rocca Flea (Gualdo Tadino), quando lui imbocca la salita di casa.L’eterno bomber baffuto, oggi ha qualche capello in meno, raccolto in un codino da guerriero tartaro, ultima traccia di una gioventù sfumata. Il riposo del “Levriero”, sdraiato nel salotto di una casa enorme, dopo la solita corsa del pomeriggio: “12-13 km, giusto per tenermi in forma”. Agli inizi degli anni ‘50, suo padre Giuseppe, per sfuggire alla fame che a quei tempi circolava anche nell’odierna fiorente “ceramista” Gualdo Tadino, emigrò con la famiglia in Lussemburgo. Fatica nera di minatore, a sputare silicosi sul carbone, mentre il piccolo Nello si divertiva a giocare a calcio. “Ho cominciato lassù, nei giovani dell’Esch-Sur-Alzette, la Juventus lussemburghese. Mi allenava un belga, un certo Berry, che appena presa la licenza media mi disse: ‘Nello che ci stai a fare qui? Prova a diventare un calciatore sul serio. Tornatene in Italia’.” Quando una mattina, ecco avverarsi il primo miracolo della sua vita: un talent-scout della zona che stava per partire con il solito “carico” di belle speranze, da sottoporre all’attenzione degli osservatori del Milan. Nello finì tra i 400 aspiranti, ma non si smarrì. Sotto gli occhi vigili dei tecnici rossoneri si giocò fino all’ultima goccia di sudore tutte le sue chance di restare in Italia, ed evitare di finire in fabbrica o nelle miniere di Lussemburgo. “Ebbi la fortuna di giocare proprio sul campo dove stava Liedholm, che prendeva appunti su un taccuino”. Era l’inizio di un sogno, e dopo tanta gavetta nella formazione Primavera finalmente il 15 gennaio del 1967, l’esordio in serie A spodestando addirittura Sormani. Con la freddezza del veterano, entrò nel tempio di San Siro al fianco di Rivera. Quel giorno il Milan affrontava il Bologna e lui, come tutti i talenti baciati dalla buona stella, andò subito in gol. “Mi ricordo che Amarildo fece un tiro che attraversò tutta l’area piccola e io mi avventai più veloce dei terzini bolognesi e misi dentro. Poi loro pareggiarono, ma quel debutto con tanto di rete, fece talmente rumore che alla sera Enzo Tortora mi volle ospite alla Domenica Sportiva. Tanti complimenti e persino un’autoradio in regalo, quando non avevo neppure la macchina...” Sarebbe stata una serata fantastica, se non mi fosse ingenuamente scappata una frase in diretta: “Sorpreso? Beh, io veramente sono uno abituato a fare gol”. Non l’avessi mai detto! Silvestri, arrivato nel frattempo al posto di Liedholm, mi aspettò al varco a Milanello e mi prese a calci sul sedere. Ai tempi, i giovani in prima squadra li trattavano così, mica come adesso. E poi inseguendomi minaccioso mi gridò: “Tu sei un montato, da adesso in poi non giocherai più”. Minaccia mantenuta, perché poi quell’anno disputò solo un’altra partita. Pessima replica. Alla fine lasciava Milano con tanti rimpianti, ma anche con un gol in serie A. E 15 centimetri in più, per via di quelle prime “pozioni magiche” che imparò a sorseggiare in fretta. “Quando ero ancora nella Primavera già mi davano di tutto, l’infermeria del Milan era una cosa impressionante, e non so se sarà stato un caso, ma io da un metro e sessanta, in un anno ero passato ai miei 175 centimetri. Strano no? All’epoca però non ho mai riflettuto su quella strana crescita. Mi infastidiva di più ripensare a Silvestri che mi mandò in prestito a Lecco, in serie B”. Fece 8 gol che poi è rimasta la media di una vita, quella giusta di una punta guizzante che a Foggia venne valorizzata da un grande maestro del calcio italiano, mai troppo rimpianto. “Al Foggia furono quattro anni meravigliosi, con quello che considero un secondo padre: Tommaso Maestrelli. Segnavo e giocavo bene e ricordo con tanta nostalgia mia madre Rotilia, tifosa scatenata in tribuna, che scendeva spesso dal Lussemburgo per venirmi a vedere. Tanti momenti di estrema complicità con Maestrelli e le sue lacrime sincere, quando con la sua Lazio nel sottopassaggio dello stadio di Firenze gli annunciai che mia madre stava morendo di un cancro al fegato a soli 55 anni”. Qualche anno dopo, lo stesso male avrebbe ucciso anche lui... Coincidenze maledette della vita. Eppure piacevoli casualità, come quel suo ritorno da giocatore nella Firenze in cui pensavano che non andasse bene per il calcio. Un trasferimento imposto da Liedholm, che lo riabbracciava uomo fatto. “Cominciai male e le prime partite non c’era verso di vedere la porta. Allora una sera il mister mi chiama a casa e mi dice: ‘Nello preparati che ti passo a prendere con la macchina’. Una telefonata strana, e ancor più sospetto fu quando a un certo punto si fermò in uno di quei ponti isolati di Firenze. Mi disse: ‘Scendi, che ci sta aspettando’. Non potevo credere ai miei occhi quando arrivammo. Mi aveva portato da una fattucchiera, per togliermi il malocchio. Poi seppi che quella era una pratica che faceva spesso, ma per me fu la prima e l’unica volta”. Incantesimo sciolto. A partire dalla domenica seguente, fece sei gol in sette partite. Non aveva più segnato da quella partita amichevole in terra inglese, la gara più bella della sua carriera. Una prestazione da incorniciare, favorita, forse, anche da un “caffè speciale” bevuto prima di entrare in campo. “Passò un thermos. Dovevamo bere, ci dissero, perché era un caffè e ci avrebbe fatto bene. Io non lo prendevo mai il caffè e non vedevo la ragione di cominciare proprio quella sera che giocavamo una partita così prestigiosa contro il Manchester United”. E impresa fu. Saltutti, con quel caffè bevuto a strozzo, diventò ancora più veloce del solito. Praticamente immarcabile. Fece il gol dell’1-1 e incantò persino i tifosi dei “Red Devils” al punto che i tabloid britannici all’indomani titolarono il pari come la vittoria del “Levriero italiano”. “Quel caffè ci aveva fatto bene in campo, correvamo tutti il doppio. Il mattino dopo però all’aeroporto mi ricordo che avevamo certe facce. Le tenevamo tra le mani, distrutti, e non so se fosse solo per la fatica della gara”. Quel caffè speciale, negli anni in cui poi sulla panchina viola arrivarono Gigi Radice e Nereo Rocco, “si trovava tranquillamente sulla tavola imbandita, in bella vista con i flaconi delle pillole, le boccette con le gocce, flebo modello damigiane e punture a volontà”. Tutta merce a necessaria disposizione dei giocatori, che si sottoponevano a ogni trattamento per quieto vivere. Ma qualcuno, inconsapevole, ne abusava. “Ero sempre in camera con Bruno Beatrice, amici inseparabili in campo e fuori, un fratello. Glielo dicevo sempre, Bruno non esagerare con quelle punture. Io non so quante se ne facesse fare, durante il ritiro era sempre sotto flebo, dal venerdì sera alla domenica; lo avevano convinto che con quelle avrebbe corso il doppio. Bruno, tanto per capirci, era uno che al naturale andava molto più forte di Davids, perciò gli chiedevo: ‘Ma che bisogno hai di farti iniettare tutte quelle schifezze?’ A noi dicevano: sono solo vitamine, prendetele e starete meglio. Ma chissà che ci davano invece?” Punture sgradite ma ingoiate, come le infiltrazioni di Voltaren potenziato o le pillole di Micoren. “Il Micoren lo hanno tolto dal mercato nell’85, perché risultò estremamente nocivo, ma intanto noi ne avevamo fatte scorpacciate per vent’anni, senza che nessun medico ci dicesse niente, e con nessun tipo di problema per le analisi del dopopartita. I controlli antidoping, poi. A ripensarci quelli erano una barzelletta: sorteggi già preparati, con le urine messe in botticelle dove si allungava la pipì con tantissima acqua e la cosa finiva lì”. Loro, i calciatori, complici di un gioco di cui non discutevano neanche e ignari di tutto. “Me le faccio per la carriera, per far star bene la famiglia un domani”, mi diceva il povero Beatrice. “Io ci stavo più attento, ma più per punto preso che per effettiva convinzione. Intanto poi, lui c’è morto di leucemia, e io a 50 anni, per poco non ci resto secco con un infarto”. Una pratica lunga, quanto la sua carriera di calciatore che dopo la Fiorentina sarebbe proseguita alla Sampdoria, squadra costantemente in lotta per non retrocedere, quindi alla Pistoiese, compagno di squadra di Giorgio Rognoni, che sarebbe morto prematuramente di SLA. Ma l’ultima rovesciata, quella decisiva, gli è toccato farla al suo cuore: “Ho fatto sempre una vita da atleta scrupoloso. Mai bevuto o fumato, solo tanto allenamento, un’alimentazione attenta e controllata, e quindi l’infarto di quattro anni fa fu veramente un fulmine a ciel sereno, e ho temuto fortemente di morire. Ce l’ho fatta a scamparla e adesso sono convinto che gran parte della responsabilità del mio cuore sfasciato sia dipesa da quelle porcherie che ci hanno somministrato in tutti quegli anni. Una brutta storia, quella di uomini come Saltutti che hanno perso il sonno, un amico e molto di quell’entusiasmo di un tempo. “A volte la notte mi sveglio e non riesco più a dormire. Allora vengo in sala, mi siedo su questo divano e penso per ore a tante cose: a come è finito Bruno, al fatto che non so come andrà a finire questa mia vita. Se avessi saputo che per tutta quella roba avrei perso amici e rischiato di morire anch’io, non credo che potendo tornare indietro, rifarei tutto da capo. E mi domando se valga ancora la pena che un giovane sacrifichi tutta la sua vita per un calcio del genere”. (Tratto da Palla avvelenata - morti misteriose, doping e sospetti nel mondo del calcio di Fabrizio Calzia e Massimiliano Castellani Bradipolibri, € 14.50)
(fonte: La Stampa - Link)
21/9/2007 (7:40) - IL MALE CHE COLPI' TRA GLI ALTRI IL GENOANO SIGNORINI Sclerosi laterale amiotrofica: indagini su 6 club, c'è il Toro L’inchiesta sulle patologie dei calciatori riguarda anche i due club genovesi. 40 i malati: la percentuale dei casi è 5 volte superiore a quella generale ALBERTO GAINO TORINO Il caso-Garritano riporta l’attenzione sulla realtà di un calcio tutt’altro che salutare per una parte di chi l’ha praticato a livello professionistico. La conferma arriva da uno studio di medici (epidemiologi e neurobiologi) per l’inchiesta del procuratore aggiunto torinese Raffaele Guariniello: oltre quaranta ex giocatori di serie A e B si sono ammalati di Sla, la sclerosi laterale amiotrofica dei motoneuroni, nota come morbo di Gehrig e di cui si è molto parlato quando ne fu colpito Gianluca Signorini, storico capitano del Genoa. La percentuale di casi fra gli ex calciatori è di oltre cinque volte superiore all’incidenza nella popolazione generale. La leucemia è la seconda grave patologia di cui si ammalano ex giocatori di calcio in percentuale superiore al resto degli italiani. E ciò che ancora emerge dal «follow up» è che sono sei i club in cui ha militato la maggior parte dei professionisti colpiti da Sla e da leucemia: Torino, Fiorentina, Sampdoria, Genoa, Como e Pisa. Sui calciatori di questi club si concentrerà il terzo screening dei consulenti di Guariniello. Il primo, concluso nel 2001, indicò i primi allarmanti dati sul fenomeno partendo dall’almanacco Panini, dagli iscritti all’Enpals, l’ente che eroga la pensione anche agli ex calciatori e da 24 mila giocatori in attività sino al 1972. Con il secondo studio consegnato recentemente al magistrato l’indagine è stata estesa ai successivi 24 anni, ha riguardato 7325 professionisti ed ha evidenziato che in particolare il rischio di ammalarsi di Sla «non si è affatto diluito nel tempo». Cade l’ipotesi che fosse un fenomeno degli Anni 60-70. Se inizialmente sembravano i difensori centrali i più esposti, dal secondo «follow up» (da cui sono stati esclusi i calciatori stranieri) sono i centrocampisti ad emergere come i più colpiti. Tre si sono ammalati solo nel corso degli ultimi mesi. Nomi nuovi non se ne conoscono, né si potrebbero fare. La malattia livella comunque campioni e carneadi. Fra i nuovi malati c’è anche un famoso ex titolare della Nazionale. Guariniello ha messo da tempo il suo team di consulenti (Chiò, Dossena e Benzi, scomparso recentemente) alla ricerca delle cause. Le testimonianze dei malati, dei loro familiari e dei medici di fiducia hanno consentito di individuare quattro ipotesi: traumi o microtraumi ripetuti, in particolare agli arti inferiori o legati ai colpi di testa; l’effetto collaterale di sostanze assunte dai calciatori, sia dopanti sia antinfiammatori cui si era ricorso per lunghi periodi. La terza possibile causa presa in considerazione è «l’effetto di geni regolatori correlati a specifiche caratteristiche fisiche dei soggetti». Nello studio si fa l’esempio della maggiore assunzione di ossigeno che corrisponde allo sforzo dei centrocampisti. Così come è un’ipotesi valutata, la quarta, che l’uso di diserbanti per la manutenzione dei campi di gioco possa aver inciso sulla salute dei calciatori. Due analoghi studi su ciclisti e cestisti non hanno fatto emergere un solo caso di Sla. |