IL PONTE
Rivista di politica economia e cultura fondata da Piero Calamandrei
Anno LIV, n.7 luglio 1998
(Editori Riuniti) |
IL GRAN "FARNETICARE" DI SILVANO ZOI
Una lettura del Manuale dello scrittore di Silvano Zoi (Firenze, Edizioni Giubbe Rosse, 1998, pp. 158, � 20.000)
come romanzo, secondo il sottotitolo voluto dallautore, ci rivela ci� che si
potrebbe chiamare un romanzo virtuale, con tutta la provocazione e la perplessit� che
accompagnano il senso attuale della parola, vale a dire unopera che propone nei suoi
42 capitoli almeno altrettanti romanzi in nuce, oppure fiabe, racconti, saggi,
novelle il cui svolgimento completo � lasciato alla fantasia del lettore. La logica
narrativa � polverizzata, i capitoli si possono leggere in qualsiasi ordine senza
cambiare il loro significato, i personaggi, tracciati in poche linee essenziali, sono
centrati piuttosto sul ruolo che sulla psicologia (lanarchico, il decisionista, les
amants, la professoressa, la casalinga, limpiegato, la vergine santa, ecc.), secondo
la convinzione dellautore che "i personaggi viventi hanno stile variabile, a
seconda del ruolo che svolgono nella giornata" e sono definibili solo
attraverso una formula che lui chiama "STILE ALTERNATIVO" (p. 107).
Accanto ai personaggi, il rituale epico ha conservato anche altri elementi epici
fondamentali come la mitologia del luogo. Non si tratta per� di una fondazione, ma di un
disfacimento, una non-mitologia: il cortile, spazio poetico, "� in via di
estinzione"; come lo � il mondo contadino, il quale misura i suoi ritmi con "le
lune calanti o crescenti" (p. 144), e coglie la sua saggezza dal convivere con le
piante e le bestie.
Zoi conserva anche la coerenza della prospettiva narrativa che si muove su due piani:
quello dellintelligenza maschile, dominata dallo spirito critico, verso la
"calotta del tempo presente"; e quello della sensibilit� femminile, del buon
cuore e lo sguardo generoso e comprensivo di Terzilia, il cui nome � ironicamente creato
da "terza et�", "testimone di episodi vissuti in calotte remote" (p.
16).
Il vero protagonista del libro � il Verbo, meno nel senso religioso e metafisico che
in quello di parola alluso dellessere umano: "Poich� sta scritto che il
Verbo � da sempre in principio, prestare la dovuta attenzione al significato delle
parole, consultando frequentemente il vocabolario" (p. 13). Zoi si ferma di
conseguenza sul significato incerto dei vocaboli i quali hanno cessato di essere materia
affidabile, maneggevole dello scrittore e sono diventati autonomi manipolatori
dellimmaginario odierno. I nomi dei personaggi non vengono mai evidenziati, invece
le pagine sono dominate da "divinit�", scritte tutte in maiuscolo, come
schiera, partito, propaganda, vip, ironia, firmato, trasparenza, telecomando, progresso,
reificazione, ecc.: le quali sembrano tracciare crudelmente i destini dei contemporanei.
Un tale genere di scrittura complesso intreccio di idee letterarie, digressioni
(lautore ammette il suo debole per il "farneticare") e brevi episodi
epici, incisivi e sfuggenti come filmati impone un esercizio di creativit�
stimolante per il lettore dalla fantasia vivace paralizzante per il lettore pigro, il
quale rischia di non saper usare le possibilit� combinatorie proposte da questo ingegnoso
puzzle. Il Manuale dello scrittore � in realt� un Manuale del lettore, non solo
perch� la scrittura non si pu� imparare dai manuali, ma anche perch� prima di saper
scrivere bisogna saper leggere. Anche, o soprattutto fra le righe.
Il primo capitolo, "La calotta" un saggio vero e proprio sulla
scrittura e il tempo storico , si apre con una frase condizionale, con un se. E
questo ipotetico se punteggia come gli accenti musicali lintera scrittura: "se
il suicidio individuale non fa parte delle solite cose vissute da un personaggio; se
anche quello di massa che suicidio non sembra fa parte delle solite cose" (p.
23); "se � lecito abbandonarsi al flusso di presente e passato che si
alternano in perpetuo nellanimo umano" (p. 36); "se � possibile
scrivere come un tempo passato, perseguendo un ritmo epico. Forse no. O forse �
lunico modo per vincere la noia della frase consueta, ove la signora marchesa apre
la porta, saluta e se ne va per non pi� ritornare" (p. 146).
Ci� che il narratore fa normalmente � proprio annullare il se condizionale,
fare una scelta formale e approfondirla: � da questa ricerca che nasce lopera. Zoi
� amaramente polemico con questo tipo di scrittura classica; la quale, suggerisce il
libro, non � pi� possibile nella "calotta del tempo" presente. Il romanziere
da Fielding a Balzac, Zola, Tolstoi o Thomas Mann � colui che incorpora nel suo universo
letica del tempo e diventa il portavoce di certi valori. Lattualit� viene
vissuta da Zoi invece come un periodo del cinico abbandono dei valori, del ridurre gli
esseri umani a mere funzioni, del rifiuto della sensibilit�. E in un breve passaggio che
fa riferimento a Nietzsche si rivela il dramma di questo tempo che rende improbabile la
funzione dello scrittore stesso: "Lo sviluppo successivo della trama di questa
farneticante fiaba presuppone la presa di distanze dal grande filosofo che sostenne la
morte di Dio. Dio non � morto: deluso ha lasciato a se stesso il pianeta dei suoni,
destinato cos� a tornare nei grandi silenzi salvo, forse, il fruscio degli insetti che
vivono nelle ventiquattrore" (p. 43). � decisamente pi� tragico il silenzio
che avvolge luomo della civilt� digitale del grido esasperato di Nietzsche; pi�
tragica la sufficienza del personaggio che vegeta davanti al televisore, senza domande e
ansie metafisiche, della miseria dellumano troppo umano lamentata dal pensatore
tedesco.
Se i personaggi si muovono nel piano virtuale (ed eccoci contagiati dalle frasi che
iniziano per se), il piano reale del libro � il ruolo dello scrittore in un tale
mondo, lo scrittore che ha prima di tutto un problema con se stesso. Perch�, per
lantico esercizio dellempatia, lui si deve identificare sia al livello mentale
che emozionale con i suoi personaggi; deve dire Cest moi, come lo ripete
quasi ossessivamente Zoi, con tutti gli eroi e anti-eroi, e ci� � possibile in un mondo
che accetti e ti accetta. Ma un mondo fatto di "estorsioni, bombe in treni ed in
piazze affollate, rapimenti e camorre assortite" (p. 44), un mondo nel quale
"papa, greco-ortodosso, cantante e postino confrontino il listino di borsa ogni
giorno alle tredici e venti, tranne il sabato e i giorni festivi" (p. 14) � un mondo
che violenta la sensibilit� e pure la parola non a caso viene fuori il
"vocabolaggio" come "fusione fra vocabolo e selvaggio" (p. 45): un
mondo che mette in crisi un mestiere millenario opponendogli la massacrante
unidimensionalit� degli schermi di tutti i tipi e il primato delloggetto e della
fredda manipolazione.
Lo scrittore continua in virt� della sua antica funzione a proporsi come memoria viva
del suo tempo; ma � una memoria che deve sopprimere le emozioni, limitandosi a registrare
in maniera archivistica i fatti, i caratteri del tempo, le tendenze del pensiero. Non a
caso lo stile � laconico fino al livello zero, e lautore usa tecniche di
raffreddamento come le formule burocratiche: "su questa base", "procedere
allesame", "questi elementi essenziali", "al cospetto di",
"unanalisi pi� approfondita della situazione", o le descrizioni minime da
sceneggiatura cinematografica: "Sia di altezza media, seduto su una sedia che forse
prima non cera, davanti al tavolo di Giuseppe. Baffi neri e pizzetto appuntito, di
un perfetto geometrico, vestito di nero, allantica, camicia inamidata e
farfalla" (p. 145).
Ma nonostante i suoi sforzi di piegarsi alla freddezza dello spirito critico, la pagina
viene illuminata qua e l� da improvvisi barlumi di poesia: "Tuttavia pu� bastare la
sensazione di calore provocata dalla sciarpa di lana sul collo di un vecchio in un rigido
giorno dinverno per risalire la lunga catena di eventi fino a quello iniziale
chiamato Big-Bang" (p. 16).
Esiste quindi nel libro di Zoi una lettura dei tempi che va allessenza: il
presente conosce un conflitto di fondo tra lautentico e il falso, tra il rifiuto
istintivo dellillusione magica e un debole cedere alla sua potenza. Lartista
si propone di resistere, di "rifiutare il falso folklore a revival, anche se questo
riesce a riunire grandi folle nelle piazze centrali o lungo strade popolate da finti
guerrieri" (p. 50), ma � una resistenza sempre pi� solitaria e disperata.
Perch� si vive dunque nel segno del fasullo, dellincompiuto, del virtuale? Prima
di tutto per aver scelto il numero come principio per la nostra civilt�. Scrive Zoi:
"Il numero � simbolo di quella certezza necessaria soprattutto in giorni di diffusa
inquietudine". Perch� "Sta scritto ab aeterno che il numero non � soggetto ad
opinione" (p. 12). Non abbiamo a che fare con la simbologia del sacro legata al
numero, ma con la matematica dello spirito critico. Ed ecco toccato un altro punto
nevralgico del tempo. Larte si � piegata allo spirito critico, il critico �
diventato un personaggio pi� rilevante e potente dellartista e Zoi commenta
ironicamente questa inversione dei ruoli: "Chi scrive accetti con tutta umilt�
laccusa di narcisismo che eventualmente esterna il critico esperto dopo avere letto
trasversalmente otto righe o ventuno del suo nuovo racconto o romanzo. Consideri che il
critico ha comunque ragione [
]. Vi osservi anche limmagine dello stesso
critico che spesso proviene da pampe molto, molto lontane, sovraccarico di tanti problemi
e di doni che a stento riesce a portare ed � costretto ad appoggiarsi al bastone che lo
rende pi� greve e solenne" (p. 113).
Per controbattere le possibili accuse di narcisismo da parte di questo genere di
critico Zoi introduce un ironico ritornello difficile da pronunciare
narcisisticamente. Ma il problema di Narciso e dello scrittore � un falso problema.
Narciso � un suicida perch� vede e ama solo se stesso, lo scrittore � tuttal
contrario: lui deve amare il suo mondo e tutti i suoi personaggi, forti e deboli, buoni e
cattivi; deve avere lo slancio e la generosit� senza le quali la scrittura non �
possibile. Anche quando sembra parlare di se stesso lo scrittore � solo un filtro
attraverso la cui sensibilit� passa il vero problema, che Zoi in un eccesso di timidezza
accenna appena: "Se un uomo � in grado di prendere almeno parzialmente coscienza
della sua vera esistenza solo nella tarda vecchiaia, o se varca la soglia della certezza
solo nellattimo eterno che precede la fine" (p. 137).
Il tema della vecchiaia � ben presente nel libro con molti accenti tragici ma anche
teneri e porta a una riflessione: nel mondo occidentale esiste attualmente un rifiuto
della vecchiaia, che altro non � che il rifiuto della tradizione, un mutamento di
polarit� verso il futuro, senza radici, senza fondamento, perci� unaltra volta
virtuale. Il lettore � colpito dalla ricorrenza delle coppie: la vecchia e la
bambina, il nonno e il nipote, il vecchio e il bambino. Alla fine del libro Giuseppe
Anepeta, allievo di terza media, chiede a Mefistofele, in un completo rovesciamento del
mito faustiano: "Vorrei provare quello che prova mio nonno". Il vecchio
scienziato che vende la sua anima per avere giovinezza, amore, ricchezze, potere �
sostituito dal ragazzo col telecomando in mano che vorrebbe avere la sensibilit� del
nonno. "Divertito, Mefistofele conclude [
] con un: "ti concedo,
Giuseppe". Con voce solenne ma senza aggiungere altro: "sa bene che con un
ragazzino non gli � dato stipulare un patto basato sul do ut des" (p. 146).
Che cosa porta il ridimensionamento di questo mito? Se al diavolo si chiede potere e
denaro, lui � attivo e maligno. Ma se gli si chiede unanima e la forza di amare la
sua malignit� � annullata. Il valore del libro di Zoi, aldil� della sua capacit� di
porre acutamente il problema della scrittura, consiste secondo noi nel suggerimento di una
possibilit� di salvezza. La complicit� e lamicizia del nonno e del nipote,
tracciata brevemente dallautore, dovrebbe essere un modo di trasmettere il buon
senso, di ricuperare unumanit� scartata dalla follia del progresso, cos� che il
ragazzo diventi "un profeta della sana, serena ironia che ha seguito Terzilia per
tutta la vita" (p. 148).
Gabriela Dragnea Horvath |