� ben vero che non si possono scrivere
altri romanzi che quelli vissuti; i personaggi 'irreali' sono semplicemente i personaggi
possibili e tanto pi� sono veri letterariamente quanto pi� la loro possibilit� �
legata, di nuovo, alla storica vicenda di coloro dai quali prendono le mosse. Cio� al
mondo stesso di cui sono immaginazione. Ma allora perch� scrivere? Perch� porsi nel
rischio di una 'degradazione' dovuta all'imperfetta attenzione, o alla limitata capacit�
'riproduttiva'? Il paradosso di Platone ("via gli artisti!") non sarebbe tanto
un espediente e contrario per stigmatizzare lo Stato che non li pu� contenere: ma
autentico giudizio della loro opera mistificatrice.
In verit� non � possibile vivere senza 'fare attenzione'; e scrivere �
il modo pi� proprio per definire esattamente ci� che, abbandonato alla successione
quotidiana sfugge e si ignora e si perde nella illusoria 'pregnanza' della vitalit�.
Scrivere � - quando sia fatto bene - inchiodare alle tavole su cui ogni vivente cammina
pi� o meno frettolosamente i passi che oggettivamente conducono l� dove sono diretti, se
ne accorga o no chi li muove. Si pu� dire anzi che non se ne accorge mai, se non
interviene la fissazione spietata della scrittura, con tutti i suoi problemi di scelta
linguistica che riproducono, nella loro accurata difficolt�, le distinzioni sottili della
vita, che non appare quale � se non si scavino in essa i sovrapposti strati dei nostri
meccanismi di eterne 'controparti'.
Ma eccone ancora uno di questi arzigogoli difensivi: contro la scrittura,
scrivere all'infinito - come i bambini che gridano forte tutti insieme quando non vogliono
ascoltare, ciascuno, gli altri (o, peggio, come i ministri della pubblica istruzione con
le loro poco gioconde e filodrammatiche circolari, con le quali proibiscono all'istruzione
di muovere qualsiasi cosa, anche quella foglia che, pure, Dio vuole che si muova).
Bisogna dunque risalire alle ragioni elementari della scrittura, affinch�
non ci sommerga la voglia di rappresentare, sulla carta, ogni sospiro, ogni emozione, ogni
vicenda quotidiana, 'degna' solo perch� 'nostra'. Tutti hanno i loro sospiri, le loro
emozioni le loro vicende quotidiane. Perch� pretendere di raccontarle se non per il
solito privilegio?
Il romanzo � un'altra cosa. Questo almeno. I suoi piccoli itinerari
ossessivi sono qualificati, nella loro minuzia, dalla scelta misteriosa, macabra e pure
semi-universale ('il nostro tempo!') che le produce, l'amore della morte, della lenta e
infrenabile decomposizione. Non vale dire in generale che la scrittura redime o aiuta a
redimersi: come se l'alienazione borghese non avesse trovato proprio nel vocabolario le
assi per le bare dei propri autoassassinii. Ma qui sta il punto: non bisogna che nella
morte del suicida sia travolto l'uomo, magari anche soltanto l'ultimo uomo possibile se
altri non c'� all'orizzonte, l'uomo possibile che non si crea se non lo si libera dal
controuomo, dall'involuto, rassegnato, violento, volgare, contagioso, pretenzioso duce di
un impero fatto di parole di carta, di case, impero il quale non pu� che franare e
franargli addosso, esso e lui sommergendo in quell'acqua - di chiaviche - gi� in altra
sede proclamata come necessariamente da navigare (magari nel senso di tirare diritto,
senza preoccuparsi che facesse esplodere i condotti).
Non si sa se Silvio Nocentini, titolare della ditta Silvio Nocentini &
(forse) Figlio Impresa Edile, sia uomo o bestia. Bestia certo, perch� non riesce ad
emergere da una ripetizione ossessiva di gesti insulsi, osceni, crudeli, trascinato da una
corrente che finir� col sommergerlo "per sempre tra i muti". Uomo certo,
perch� vede questa ossessione, e ossessivamente la esorcizza scrivendo le parole magiche
con le mani "alla muta" (lui che pure vorrebbe "ci fosse in bocca un angolo
crematorio delle parole inutili per distruggerle tutte perch� non lascino traccia e
finisca l'insidia"). Silvio Nocentini � un animale braccato; ma � braccato da se
stesso, e per questo � un uomo; da se stesso che si � fatto, nella memoria, destino,
fato, vertiginosa spirale di s�. Se l'umanit� � questa bisogna disperarsi: ma quanto �
veramente questa, guidata dai propri incubi, quelli che si costruisce via via con le
piccole miserie, le vigliaccherie, e viceversa i soprusi, le soperchierie, le violenze,
vittima e carnefice, codarda e meschina con tutti i miti addosso, e gli alibi, e gli
strumenti di tortura, zattere a cui si aggrappa! A leggere in chiave, psicanalisi coi
sogni da sveglio, � il ritratto dell'uomo borghese che Fromm chiama fascista, il
sadomasochista che non esce mai alto scoperto di se stesso, e torturando si tortura.
Romanzo o saggio storico? Tra le tante definizioni dell'uomo ci potrebbe
essere questa: l'uomo � un animale che si vergogna. Ma perch� fa ci� di cui
vergognarsi? Bisogna andare fino in fondo nello scavo della miseria di un'epoca che ha
accettato la follia di alcuni col pretestuoso alibi che si trattava di follia.
E che continua ad accettare, oggi, non magari pi� la follia, ma certo
l'idiozia e la prevaricazione. Finch� non saranno davvero molti coloro che diranno:
"lasciateci in pace vecchissime troie nessuno vi crede ormai volatili dalle penne
infangate piccioni e colombi col becco di corvi non vogliamo pi� trombe n� fanfare e
neanche animali feroci vogliamo serpenti o leoni lasciateci in paco non vogliamo pi�
biasciare marie e biscotti che sanno di poco non ci ingannerete pi� con le vostre sporche
menzogne".
Ma saranno davvero molti coloro che diranno questo un giorno, e che
faranno di conseguenza? Allora s� che sar� un gran giorno per l'uomo.
Ferruccio Masini |