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La coda nell'acqua

Il santo assassino

Le donne - controcanto

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La coda nell'acqua

di Silvano Zoi

Nuovi Quaderni, Parma 1972

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Dal risvolto di copertina:

� ben vero che non si possono scrivere altri romanzi che quelli vissuti; i personaggi 'irreali' sono semplicemente i personaggi possibili e tanto pi� sono veri letterariamente quanto pi� la loro possibilit� � legata, di nuovo, alla storica vicenda di coloro dai quali prendono le mosse. Cio� al mondo stesso di cui sono immaginazione. Ma allora perch� scrivere? Perch� porsi nel rischio di una 'degradazione' dovuta all'imperfetta attenzione, o alla limitata capacit� 'riproduttiva'? Il paradosso di Platone ("via gli artisti!") non sarebbe tanto un espediente e contrario per stigmatizzare lo Stato che non li pu� contenere: ma autentico giudizio della loro opera mistificatrice.

In verit� non � possibile vivere senza 'fare attenzione'; e scrivere � il modo pi� proprio per definire esattamente ci� che, abbandonato alla successione quotidiana sfugge e si ignora e si perde nella illusoria 'pregnanza' della vitalit�. Scrivere � - quando sia fatto bene - inchiodare alle tavole su cui ogni vivente cammina pi� o meno frettolosamente i passi che oggettivamente conducono l� dove sono diretti, se ne accorga o no chi li muove. Si pu� dire anzi che non se ne accorge mai, se non interviene la fissazione spietata della scrittura, con tutti i suoi problemi di scelta linguistica che riproducono, nella loro accurata difficolt�, le distinzioni sottili della vita, che non appare quale � se non si scavino in essa i sovrapposti strati dei nostri meccanismi di eterne 'controparti'.

Ma eccone ancora uno di questi arzigogoli difensivi: contro la scrittura, scrivere all'infinito - come i bambini che gridano forte tutti insieme quando non vogliono ascoltare, ciascuno, gli altri (o, peggio, come i ministri della pubblica istruzione con le loro poco gioconde e filodrammatiche circolari, con le quali proibiscono all'istruzione di muovere qualsiasi cosa, anche quella foglia che, pure, Dio vuole che si muova).

Bisogna dunque risalire alle ragioni elementari della scrittura, affinch� non ci sommerga la voglia di rappresentare, sulla carta, ogni sospiro, ogni emozione, ogni vicenda quotidiana, 'degna' solo perch� 'nostra'. Tutti hanno i loro sospiri, le loro emozioni le loro vicende quotidiane. Perch� pretendere di raccontarle se non per il solito privilegio?

Il romanzo � un'altra cosa. Questo almeno. I suoi piccoli itinerari ossessivi sono qualificati, nella loro minuzia, dalla scelta misteriosa, macabra e pure semi-universale ('il nostro tempo!') che le produce, l'amore della morte, della lenta e infrenabile decomposizione. Non vale dire in generale che la scrittura redime o aiuta a redimersi: come se l'alienazione borghese non avesse trovato proprio nel vocabolario le assi per le bare dei propri autoassassinii. Ma qui sta il punto: non bisogna che nella morte del suicida sia travolto l'uomo, magari anche soltanto l'ultimo uomo possibile se altri non c'� all'orizzonte, l'uomo possibile che non si crea se non lo si libera dal controuomo, dall'involuto, rassegnato, violento, volgare, contagioso, pretenzioso duce di un impero fatto di parole di carta, di case, impero il quale non pu� che franare e franargli addosso, esso e lui sommergendo in quell'acqua - di chiaviche - gi� in altra sede proclamata come necessariamente da navigare (magari nel senso di tirare diritto, senza preoccuparsi che facesse esplodere i condotti).

Non si sa se Silvio Nocentini, titolare della ditta Silvio Nocentini & (forse) Figlio Impresa Edile, sia uomo o bestia. Bestia certo, perch� non riesce ad emergere da una ripetizione ossessiva di gesti insulsi, osceni, crudeli, trascinato da una corrente che finir� col sommergerlo "per sempre tra i muti". Uomo certo, perch� vede questa ossessione, e ossessivamente la esorcizza scrivendo le parole magiche con le mani "alla muta" (lui che pure vorrebbe "ci fosse in bocca un angolo crematorio delle parole inutili per distruggerle tutte perch� non lascino traccia e finisca l'insidia"). Silvio Nocentini � un animale braccato; ma � braccato da se stesso, e per questo � un uomo; da se stesso che si � fatto, nella memoria, destino, fato, vertiginosa spirale di s�. Se l'umanit� � questa bisogna disperarsi: ma quanto � veramente questa, guidata dai propri incubi, quelli che si costruisce via via con le piccole miserie, le vigliaccherie, e viceversa i soprusi, le soperchierie, le violenze, vittima e carnefice, codarda e meschina con tutti i miti addosso, e gli alibi, e gli strumenti di tortura, zattere a cui si aggrappa! A leggere in chiave, psicanalisi coi sogni da sveglio, � il ritratto dell'uomo borghese che Fromm chiama fascista, il sadomasochista che non esce mai alto scoperto di se stesso, e torturando si tortura.

Romanzo o saggio storico? Tra le tante definizioni dell'uomo ci potrebbe essere questa: l'uomo � un animale che si vergogna. Ma perch� fa ci� di cui vergognarsi? Bisogna andare fino in fondo nello scavo della miseria di un'epoca che ha accettato la follia di alcuni col pretestuoso alibi che si trattava di follia.

E che continua ad accettare, oggi, non magari pi� la follia, ma certo l'idiozia e la prevaricazione. Finch� non saranno davvero molti coloro che diranno: "lasciateci in pace vecchissime troie nessuno vi crede ormai volatili dalle penne infangate piccioni e colombi col becco di corvi non vogliamo pi� trombe n� fanfare e neanche animali feroci vogliamo serpenti o leoni lasciateci in paco non vogliamo pi� biasciare marie e biscotti che sanno di poco non ci ingannerete pi� con le vostre sporche menzogne".

Ma saranno davvero molti coloro che diranno questo un giorno, e che faranno di conseguenza? Allora s� che sar� un gran giorno per l'uomo.

Ferruccio Masini

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