Silvano Zoi
avere l'enigma del cuore Scriveva Karl Kraus: "Se l'autore
riesce a comporre insieme in un solo tratto disparati fenomeni del momento, l'oggetto e il
suo sfondo, in modo che il pensiero diventi un saggio abbreviato, se il gioco di parole
stesso serve al pathos come elemento compositivo, a quel punto non ci sono pi� speranze
di diventare popolari".
Non so se Silvano Zoi appartenga a quella rara specie di scrittori che
ambiscono a diventare popolari, ma, considerando il suo modo di comporre, la sua qualit�
di scrittura, sarei senz'altro indotto a rispondere di no: Zoi, ahim�, non ha molte
speranze di diventare "popolare", almeno fintantoch� le leggi del mercato
continueranno a essere cos� strettamente intrecciate ai gusti, alle abitudini, alle
tendenze dei consumatori di letteratura, cos� da predeterminarle su vasta scala
attraverso le forme della pubblicit� e del lancio editoriale, nonch� l'accorta
utilizzazione dei mass media. Quel che oggi il lettore medio chiede al romanziere - e
questa � una delle condizioni del successo - sta esattamente all'opposto di ci� che Zoi
offre: un pensiero come "saggio abbreviato", non l'effimera gratuit� del
solipsismo linguistico o la pura banalit� fattografica del racconto. La richiesta � il
basso profilo del consumo, vale a dire la piattezza scontata del pensato e, al tempo
stesso, la vivacit� epidermica, immediata, affluente dell'affabulazione: nessuna
mediazione tra interiorit� e scrittura, ma trapasso veloce e senza intoppi della
pseudointeriorit� nella fiction: insomma, tra gli innumerevoli romanzi che
escono con puntualit� micidiale dai torchi dei grandi complessi editoriali non esistono -
non devono esistere - differenze; tutto deve risultare facilmente
computerizzabile. Si pu� cos� scrivere un romanzo paradossalmente alla stessa guisa con
cui si pu� programmare un'operazione commerciale, e questo basta perch� quel romanzo
abbia un suo pubblico, insomma diventi in misura maggiore o minore "popolare" -
come direbbe Kraus.
Zoi � uno scrittore schivo, recalcitrante a tutto questo. Lontano da
circuiti e cortocircuiti del potere editoriale e manageriale, nonch� dalla critica
compiacente delle "terze pagine": a differenza di molti valorosi militanti della
penna scrive perch� "vede" e non perch� "sente dire" - per citare
ancora una volta Kraus. Del resto, basta leggere qualche pagina del Santo assassino
(1979) per rendercene conto; ma il "vedere" di Zoi non � mai un semplice
vedere: � un disporre i piani del reale secondo una logica sottile di combinazioni e di
accordi, di richiami e impasti associativi di figure allusive, cos� da consentire di
penetrare qualcosa di pi� della realt� in se stessa, vale a dire il gioco delle sue
contraddizioni e delle sue metamorfosi. Certo, questa realt� si lascia descrivere e vuole
essere descritta: ma la descrizione di Zoi implica una realt� che diventa scrittura, o
meglio un processo di attacco che d� fondo alla realt� facendola linguaggio.
Anche quelle scorie del linguaggio, quegli stereotipi, quei residui della
obsolescenza linguistica vengono afferrati dal campo magnetico della scrittura: la stessa
"banalit�" diventa un elemento della forma satirica. E il taglio acuminato
della satira nelle pagine di Zoi lascia molto spesso il segno. Si pensi alla Coda
nell'acqua (1971).
Ma Zoi � anche autore di questo Le donne. Controcanto, che �
insieme un romanzo di memoria e un monologo interiore. Si direbbe che nel continuum della
prima persona (� l'autoconfessione di una donna malata e condannata all'emarginazione) lo
sperimentalismo dello scrittore, che tende a una stesura insieme distaccata e partecipe,
nelle varie connotazioni ora fantastiche, ora autoironiche, ora decisamente caricaturali
delle sue dense stratificazioni linguistiche, si sia andato attenuando. Sono venute meno
le clausole ritmico-musicali che davano al Santo assassino l'andamento di un epos
eroicomico o - come scriveva Giuliano Manacorda nella prefazione - di una "grande
cantata". La tenuta del ductus stilistico � affidata prevalentemente alla
compattezza delle sequenze narrative, delle descrizioni, delle riflessioni, della erlebte
Rede: � l'ambivalenza sentimentale e autoironica a costituire il tono fondamentale,
ma � interessante rilevare che questa ambivalenza si traduce nel modo con cui il
linguaggio diventa esso stesso oggetto narrativo, o meglio sia la leva che
scardina la forma tradizionale del racconto, disgregandola non gi� alla maniera vistosa
dei dadaisti vecchi e nuovi, ma frantumandola nelle cesure, nelle ellissi, nelle
sineddochi, nelle metonimie, negli stessi giochi verbali di un'autocoscienza
estraniata che non � solo quella del protagonista, ma dello stesso Io autoriale. |