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La coda nell'acqua

Il santo assassino

Le donne - controcanto

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Le donne - controcanto

di Silvano Zoi

Spirali Edizioni, Milano 1988

Il primo capitolo

I

Il medico ha detto e scritto "anemia", parola di sei lettere, quindi non esorcizzabile. I vocaboli strani di cinque, dieci, rare volte anche di quindici lettere che completano una o pi� mani li chiudo nei pugni, se eccitanti li tengo con me, se ambigui li butto via. Cominciai questo gioco quando ero bambina, lo chiamavo "sistema", non so proprio perch�; trattenevo amore e buttavo via morte; pi� tardi ho saputo che assomiglia a un trastullo inventato da antichi filosofi. Anemia � un dolciastro d'infanzia, grazie a lei mi lagnavo e mia madre rinunciava al teatro; se usciva, una tata cantava, "alla tua piccolina non compri mai balocchi; mamma, tu compri soltanto profumi per te"; non so se la tata era buona o cattiva, se godeva nel vedermi piangere: era piccola, more e di pelle untuosa.

L'orologio del cruscotto segna le undici esatte. Guida lui, con insolita calma; gli dico che � bravo, che prende bene le curve. Ancora ci tiene a sentirsi pilota e sorride a immagini vaghe. Tempo lungo di lunghe vacanze estive, tempo adatto per gli accertamenti: a fianco di quell'anemia il medico ha scritto "accertare", un verbo che comunque lo coniughi sfugge a ogni controllo, non si fascia chiudere in pugno; del resto non saprei se tenerlo con me o gettarlo lontano. � una clinica bella, mi ha detto, in collina, in mezzo a un parco dalle siepi rasate, gabbie con uccelli esotici e, nel laghetto, la sfinge; otto giorni soltanto come di breve villeggiatura. Tanto l'aria di casa, cos� sempre in vacanza d'estate, si � fatta pesante: mi angosciava il pensiero della figlia partita per le ferie con il suo ultimo uomo, il geranio comprato in aprile era secco, la laniccia che la donna a ore non toglie mi dava fastidio; dal ramo di pino cadevano gi� sul balcone, fin sopra la soglia di camera, gli insetti sazi d'amore e di resina: inutile raccoglierli a sera e chiuderli con volutt� nel sacchetto di plastica nera lasciato dalla nettezza, non finiscono mai.

Tenerezza: i suoi capelli un tempo ricci e di nero corvino ora bianchi aggrumati. I miei, che Rebecca diceva di serico biondo, ora arida stoppa. E questa macchina, una volta di vago prestigio, ora logora e stanca: ma i cuscini ondulati dai corpi hanno ancora un vago sentore delle sue colleghe maestre. Lui ignora che ho da sempre saputo i nomi dei suoi squallidi amori; tutti nomi di annata, secondo la moda del tempo. Cominci� con Deanna, nata negli anni trenta, poi Eleonora, mi pare, e una Carla del dopoguerra. Ultima � stata Cynzia, a "y", nata in anni cinquanta: mi ricorda il cretonne, non so proprio perch�, e un odore di toilette di treno. Ma pi� forte � l'aroma del tiglio che invade la macchina come simbolo degli esami di maturit�: i miei allievi dell'ultimo anno stanno certo piegati sul foglio della prima prova, a quest'ora: Nerone, l'Etrusca, la Greca. Li chiamo cos� per la somiglianza con un busto, una statua, un'antica pittura: ogni anno l'esame finale me li porta via, ma ne arrivano altri con la nuova classe, magari questo settembre ci sar� una Gioconda dall'ambiguo sorriso, non la incontro da anni; o un Caligola. Per ancora tre anni, dopo vado in pensione, a quiescenza. Nei fogli stampati sta scritto "quiescenza", parola macabra che ricorda il requiescat in pace: non la chiudi nel pugno, non la puoi buttar via. Sar� un giorno triste, quiescenza: ho gi� detto ai colleghi che non voglio la cena d'addio n� il regalo consueto; scender� per l'ultima volta, silenziosa, le scale in penombra del vetusto liceo tra i busti degli insigni concittadini che da sempre mi spiano, severi.

L'orologio segna le undici e dieci; in quest'ora gi� calda anche le strade hanno l'aria di ferie: sotto i portici sostano quattro lanzichenecchi, fra le torri di pietra arenaria hanno ucciso il vescovo conte, dal pinnacolo della cattedrale il santo patrono benedice le rondini in volo. Ma accertare deve essere bello, se qualcuno decide per me: come ai tempi della prima anemia, quando il padre mio mi conduceva per mano lungo queste vie cittadine a comprare il gelato proibito.

* * *

Undici e venticinque: di qua dalle ultime mura si � disperso il profumo del tiglio; l'odore degli esami di maturit� cresce infatti soltanto lungo le vie cittadine; lo trovi improvviso e violento di l� da una curva, non molto lontano dai vetusti licei. Penetra anche le aule sigillate a difesa dei sette segreti e tempera il puzzo dell'adrenalina diffuso tra i banchi, simbolo della paura.

Undici e trenta: � gi� cominciata la strada in salita. Ai tempi del padre mio, signore dei vini, questo paesaggio in collina era ulivi, vigneto e sette cipressi; a maggio compariva sul fosso l'upupa e dal borro cantava il cuculo, le case erano in pietra arenaria, i tetti muschiati. Ora, di l� di ogni curva hanno fatto dimore pulite, cancelli e tegole in lucido nero; sull'ulivo � cresciuto il cipresso argentato. Ma un serpente ci attraversa la strada come ai tempi che c'era Caino; lo insegue, non riesce a schiacciarlo, si � nascosto fra l'erba del fosso. Una finta piana, un lungo viale fra altissimi pini; sul binario alle nostre spalle si chiude silenzioso un cancello. E nel parco della clinica bella anche il cielo si chiude sotto altissime piante dell'afa; forse occhi ci spiano di l� dalle bianche persiane, forse dita di pietra premono grigi pulsanti. Passa un volo d'invisibili rondini con un grido ovattato, ma il serpente ha inghiottito lentamente la preda; qualcuno certamente ci spia. Saliamo gradini di plastica, un'altra porta di vetro si chiude alle nostre spalle. Salone o atrio, tutto di simboli strani: sguardi assenti, negati o piegati sui fogli, dita in aria a indicare ore e numeri, labbra che parlano ai muti. Sotto un'insegna di accettazione, il marito che ha tolto dal borsetto carte a me ignote, si volge a guardarmi furtivo: sguardo a ruba granturco dell'antica furbizia dei campi, assomiglia a sua madre. "Anemia", mi ripeto, otto giorni, come di villeggiatura.

Ore dodici di un grande orologio incastrato sopra l'accettazione: ruit hora, veloce, con minuti e secondi di numeri. I miei allievi certamente sono ancora sul foglio del tema, l'Etrusca forse ha gi� consegnato, nel suo profilo analitico ho scritto "intuitiva"; sintetico � invece il giudizio sulle singole discipline, analitico � quello globale che formula alla fine dell'anno il consiglio di classe riunito: io lo scrivo, ma lo detta il collega di filosofia, � lui che ha introdotto la moda di analisi e sintesi; chiss� che temi hanno dato, Nerone avr� scelto quello di storia, � bravo in filosofia, ma quest'anno non � uscita, cos� dicono loro, "uscita", come fosse di tombola o di numeri al lotto, chiss� cosa ha fatto la Greca, lei � gracile in italiano, � forte per� in matematica, cos� dicono loro, "forte". Ma � bionda o castana, la Greca? Questo � certo: di corpo somiglia alla Nike del Louvre o di Samotracia, come lei flessuosa. Ma ha le labbra sottili: chiss� se la Nike le aveva sottili, � probabile fossero carnose, forse un giorno troveranno la testa e cos� lo sapremo; non ricordo se l'Etrusca ha le labbra carnose; dovrei mettere in ordine i volti, il posto nei banchi lo cambiano sempre, non so pi� dove stanno. Inutile, sto perdendo i profili, la scuola mi sembra un lontano passato, a "quiescenza", da anni.

* * *

Qualcuno mi ha dato l'addio, mi ha spinto fra le braccia di una bianca poltrona. Posso alzarmi, se voglio, posso andarmene via. Mi alzo, qualcuno mi spinge di nuovo nel fondo, ho le gambe di pietra. Lui in piedi, io seduta, forse sorride; come � strano un volto, se lo vedi dal basso, come � strano e diverso mio marito di anagrafe tutta finch� morte disgiunga: non somiglia a sua madre, morta tanti anni fa, non somiglia a suo padre, da me visto una volta sola, gi� morto, un mattino che fra le torri di pietra arenaria discese un aereo chiamato Spitfire. Mi solleva dalla bianca poltrona, mi avvolge, mi guida, mi sfiora i capelli di labbra ma solo perch� non pu� farne a meno; sono sporchi i capelli miei, forse puzzano anche di sugo, tre volte ho cucinato da quando sono in vacanza. L'ascensore � gi� aperto per noi, le mascelle si richiudono subito con sospiro di grosso animale. Lenta ascesa alla luce bianchiccia, c'� su in alto una targa con scritto, "riservato ai defunti". Vedo ci� che non vedo, leggo meglio, "riservato ai degenti". Passiamo attraverso una musica, forse un canto di "amami Alfredo" che cantava mio padre amante dell'opera antica. Sento ci� che non sento. Compito il verbo tornare al presente, "torno!" cinque lettere in tutto; stringo il pugno, ma sento che il ritorno non dipende da me. Cerco il suo sguardo: sta fissando un punto su in alto, � un estraneo; eppure so tutto di lui, interpreto il suo linguaggio cifrato da quando parlava al telefono con i colleghi; so che parla ancora di sesso o di autostrada da casello a casello, cilindrate e chilometri all'ora: sussurrando, perch� si vergogna. So tutto da quando gridava al telefono alle amanti maestre, "biblioteca di classe alle ore diciotto!". E il profumo di quelle donne, sapevo; da Eleonora alla Cynzia, a "y". Mentre lui non sa niente di me, non ha mai voluto sapere per antica vilt�, che fu di sua madre, di suo padre, e di lui, come bimbo che ha paura del buio. "Prova ne sia", come dice Pinocchio; prova ne sia. Ma non so quale prova. Farnetico.

Lentamente, con lo stesso sospiro, la mascella dell'ascensore si apre sul volto di un camice bianco dal sorriso di bava, "si accomodi, prego, signora, suo fratello ha telefonato, c'� per lei una camera a due soli lettini, suo fratello...". Corridoio dove ancora pi� intensa � la luce di latte; mi spingono gi�, verso il fondo, a destra e a sinistra cameroni con file di letti stirati o gonfi di corpi, altre donne su e gi� nel biancore, un'anziana leva in aria un braccio mozzato in gesto di meraviglia, si ferma un istante, forse sta per dire qualcosa, guardo a terra, scivolo via. Deve essere un sogno, immagini orrende di sogno; non riesco a svegliarmi. Una bianca Madonna di gesso segna il limite del corridoio: ha l'aureola celeste, ha lo sguardo celeste nel buio, fa paura, un'oscura paura d'infanzia per peccato mortale, non sei degna di vestire di bianco nel giorno che ricevi il Signore Iddio tuo! "La sua cameretta, signora"!

Quattro mani di donna: una bionda infermiera e una suora mi afferrano con vorace dolcezza per togliermi la camicetta e la gonna, il mio caro chiffon che assomiglia al lontano chiffon di mia madre ritornato di moda! L'ho indossato stamani, un mattino remoto, stamani; ho pensato che qualcuna potesse ammirarmi nella clinica bella, come in villeggiatura. Dio, come mi sento ridicola! e che stupida sono! La mia bella blusetta, ne ero tanto orgogliosa, come sciocca bambina; piangerei, per quanto mi sento cretina. Stringo braccia e gambe, "fa i capricci la nostra signora!". Questa suora mi � odiosa, sapr� che mio fratello � un potente ministro? Sapr� che potrebbe punirla dall'alto, molto dall'alto? Non si dice ancora in linguaggio di chiesa, eminenza? Non si dice eccellenza? "Suvvia, per i primi esami, poi se crede, si pu� rivestire, ma che bella liseuse, signora". La bionda infermiera sembra pi� gentile ma � un'ipocrita, forse; certamente lei sa chi � mio fratello. Finalmente se ne vanno, a braccetto, come la volpe e il gatto.

Ora siamo soli, io e lui soli, perch� mi racconti i segreti, tutto ci� che non so e mi riguarda, se permetti, mio caro; prova ne sia... Ora � mio marito, non l'estraneo che ho visto, dal basso, gi� in atrio. Ma ha la faccia a omert� di sua madre, quel fare di capra cocciuta, l'antica grettezza dei campi, terza o quarta generazione, finch� morte disgiunga, suo nonno doveva essere uomo di zolle, terza o quarta generazione, ci� che morte ha disgiunto. Sono certa che mi mentirebbe. Il foglio segreto � nella tasca destra della giacca blu elettrico: un ridicolo antico, il blu elettrico, glielo dico da anni, vorrei dirglielo ancora per sentirmi di casa, era bello dirsi anche dell'ora di pranzo. Potrei prenderlo il foglio e ho paura, come fossi suo padre, o sua madre, come fossi lui, che non vuole sapere; prova ne sia... Sette giorni soltanto. O sono otto?

Silvano Zoi, Le donne - controcanto, Spirali Edizioni, nov. 1988

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