I
Il medico ha detto e scritto "anemia", parola di sei lettere,
quindi non esorcizzabile. I vocaboli strani di cinque, dieci, rare volte anche di quindici
lettere che completano una o pi� mani li chiudo nei pugni, se eccitanti li tengo con me,
se ambigui li butto via. Cominciai questo gioco quando ero bambina, lo chiamavo
"sistema", non so proprio perch�; trattenevo amore e buttavo via morte; pi�
tardi ho saputo che assomiglia a un trastullo inventato da antichi filosofi. Anemia � un
dolciastro d'infanzia, grazie a lei mi lagnavo e mia madre rinunciava al teatro; se
usciva, una tata cantava, "alla tua piccolina non compri mai balocchi; mamma, tu
compri soltanto profumi per te"; non so se la tata era buona o cattiva, se godeva nel
vedermi piangere: era piccola, more e di pelle untuosa.
L'orologio del cruscotto segna le undici esatte. Guida lui, con insolita
calma; gli dico che � bravo, che prende bene le curve. Ancora ci tiene a sentirsi pilota
e sorride a immagini vaghe. Tempo lungo di lunghe vacanze estive, tempo adatto per gli
accertamenti: a fianco di quell'anemia il medico ha scritto "accertare", un
verbo che comunque lo coniughi sfugge a ogni controllo, non si fascia chiudere in pugno;
del resto non saprei se tenerlo con me o gettarlo lontano. � una clinica bella, mi ha
detto, in collina, in mezzo a un parco dalle siepi rasate, gabbie con uccelli esotici e,
nel laghetto, la sfinge; otto giorni soltanto come di breve villeggiatura. Tanto l'aria di
casa, cos� sempre in vacanza d'estate, si � fatta pesante: mi angosciava il pensiero
della figlia partita per le ferie con il suo ultimo uomo, il geranio comprato in aprile
era secco, la laniccia che la donna a ore non toglie mi dava fastidio; dal ramo di pino
cadevano gi� sul balcone, fin sopra la soglia di camera, gli insetti sazi d'amore e di
resina: inutile raccoglierli a sera e chiuderli con volutt� nel sacchetto di plastica
nera lasciato dalla nettezza, non finiscono mai.
Tenerezza: i suoi capelli un tempo ricci e di nero corvino ora bianchi
aggrumati. I miei, che Rebecca diceva di serico biondo, ora arida stoppa. E questa
macchina, una volta di vago prestigio, ora logora e stanca: ma i cuscini ondulati dai
corpi hanno ancora un vago sentore delle sue colleghe maestre. Lui ignora che ho da sempre
saputo i nomi dei suoi squallidi amori; tutti nomi di annata, secondo la moda del tempo.
Cominci� con Deanna, nata negli anni trenta, poi Eleonora, mi pare, e una Carla del
dopoguerra. Ultima � stata Cynzia, a "y", nata in anni cinquanta: mi ricorda il
cretonne, non so proprio perch�, e un odore di toilette di treno. Ma pi� forte �
l'aroma del tiglio che invade la macchina come simbolo degli esami di maturit�: i miei
allievi dell'ultimo anno stanno certo piegati sul foglio della prima prova, a quest'ora:
Nerone, l'Etrusca, la Greca. Li chiamo cos� per la somiglianza con un busto, una statua,
un'antica pittura: ogni anno l'esame finale me li porta via, ma ne arrivano altri con la
nuova classe, magari questo settembre ci sar� una Gioconda dall'ambiguo sorriso, non la
incontro da anni; o un Caligola. Per ancora tre anni, dopo vado in pensione, a quiescenza.
Nei fogli stampati sta scritto "quiescenza", parola macabra che ricorda il
requiescat in pace: non la chiudi nel pugno, non la puoi buttar via. Sar� un giorno
triste, quiescenza: ho gi� detto ai colleghi che non voglio la cena d'addio n� il regalo
consueto; scender� per l'ultima volta, silenziosa, le scale in penombra del vetusto liceo
tra i busti degli insigni concittadini che da sempre mi spiano, severi.
L'orologio segna le undici e dieci; in quest'ora gi� calda anche le
strade hanno l'aria di ferie: sotto i portici sostano quattro lanzichenecchi, fra le torri
di pietra arenaria hanno ucciso il vescovo conte, dal pinnacolo della cattedrale il santo
patrono benedice le rondini in volo. Ma accertare deve essere bello, se qualcuno decide
per me: come ai tempi della prima anemia, quando il padre mio mi conduceva per mano lungo
queste vie cittadine a comprare il gelato proibito.
* * *
Undici e venticinque: di qua dalle ultime mura si � disperso il profumo
del tiglio; l'odore degli esami di maturit� cresce infatti soltanto lungo le vie
cittadine; lo trovi improvviso e violento di l� da una curva, non molto lontano dai
vetusti licei. Penetra anche le aule sigillate a difesa dei sette segreti e tempera il
puzzo dell'adrenalina diffuso tra i banchi, simbolo della paura.
Undici e trenta: � gi� cominciata la strada in salita. Ai tempi del
padre mio, signore dei vini, questo paesaggio in collina era ulivi, vigneto e sette
cipressi; a maggio compariva sul fosso l'upupa e dal borro cantava il cuculo, le case
erano in pietra arenaria, i tetti muschiati. Ora, di l� di ogni curva hanno fatto dimore
pulite, cancelli e tegole in lucido nero; sull'ulivo � cresciuto il cipresso argentato.
Ma un serpente ci attraversa la strada come ai tempi che c'era Caino; lo insegue, non
riesce a schiacciarlo, si � nascosto fra l'erba del fosso. Una finta piana, un lungo
viale fra altissimi pini; sul binario alle nostre spalle si chiude silenzioso un cancello.
E nel parco della clinica bella anche il cielo si chiude sotto altissime piante dell'afa;
forse occhi ci spiano di l� dalle bianche persiane, forse dita di pietra premono grigi
pulsanti. Passa un volo d'invisibili rondini con un grido ovattato, ma il serpente ha
inghiottito lentamente la preda; qualcuno certamente ci spia. Saliamo gradini di plastica,
un'altra porta di vetro si chiude alle nostre spalle. Salone o atrio, tutto di simboli
strani: sguardi assenti, negati o piegati sui fogli, dita in aria a indicare ore e numeri,
labbra che parlano ai muti. Sotto un'insegna di accettazione, il marito che ha tolto dal
borsetto carte a me ignote, si volge a guardarmi furtivo: sguardo a ruba granturco
dell'antica furbizia dei campi, assomiglia a sua madre. "Anemia", mi ripeto,
otto giorni, come di villeggiatura.
Ore dodici di un grande orologio incastrato sopra l'accettazione: ruit
hora, veloce, con minuti e secondi di numeri. I miei allievi certamente sono ancora sul
foglio del tema, l'Etrusca forse ha gi� consegnato, nel suo profilo analitico ho scritto
"intuitiva"; sintetico � invece il giudizio sulle singole discipline, analitico
� quello globale che formula alla fine dell'anno il consiglio di classe riunito: io lo
scrivo, ma lo detta il collega di filosofia, � lui che ha introdotto la moda di analisi e
sintesi; chiss� che temi hanno dato, Nerone avr� scelto quello di storia, � bravo in
filosofia, ma quest'anno non � uscita, cos� dicono loro, "uscita", come fosse
di tombola o di numeri al lotto, chiss� cosa ha fatto la Greca, lei � gracile in
italiano, � forte per� in matematica, cos� dicono loro, "forte". Ma � bionda
o castana, la Greca? Questo � certo: di corpo somiglia alla Nike del Louvre o di
Samotracia, come lei flessuosa. Ma ha le labbra sottili: chiss� se la Nike le aveva
sottili, � probabile fossero carnose, forse un giorno troveranno la testa e cos� lo
sapremo; non ricordo se l'Etrusca ha le labbra carnose; dovrei mettere in ordine i volti,
il posto nei banchi lo cambiano sempre, non so pi� dove stanno. Inutile, sto perdendo i
profili, la scuola mi sembra un lontano passato, a "quiescenza", da anni.
* * *
Qualcuno mi ha dato l'addio, mi ha spinto fra le braccia di una bianca
poltrona. Posso alzarmi, se voglio, posso andarmene via. Mi alzo, qualcuno mi spinge di
nuovo nel fondo, ho le gambe di pietra. Lui in piedi, io seduta, forse sorride; come �
strano un volto, se lo vedi dal basso, come � strano e diverso mio marito di anagrafe
tutta finch� morte disgiunga: non somiglia a sua madre, morta tanti anni fa, non somiglia
a suo padre, da me visto una volta sola, gi� morto, un mattino che fra le torri di pietra
arenaria discese un aereo chiamato Spitfire. Mi solleva dalla bianca poltrona, mi avvolge,
mi guida, mi sfiora i capelli di labbra ma solo perch� non pu� farne a meno; sono
sporchi i capelli miei, forse puzzano anche di sugo, tre volte ho cucinato da quando sono
in vacanza. L'ascensore � gi� aperto per noi, le mascelle si richiudono subito con
sospiro di grosso animale. Lenta ascesa alla luce bianchiccia, c'� su in alto una targa
con scritto, "riservato ai defunti". Vedo ci� che non vedo, leggo meglio,
"riservato ai degenti". Passiamo attraverso una musica, forse un canto di
"amami Alfredo" che cantava mio padre amante dell'opera antica. Sento ci� che
non sento. Compito il verbo tornare al presente, "torno!" cinque lettere in
tutto; stringo il pugno, ma sento che il ritorno non dipende da me. Cerco il suo sguardo:
sta fissando un punto su in alto, � un estraneo; eppure so tutto di lui, interpreto il
suo linguaggio cifrato da quando parlava al telefono con i colleghi; so che parla ancora
di sesso o di autostrada da casello a casello, cilindrate e chilometri all'ora:
sussurrando, perch� si vergogna. So tutto da quando gridava al telefono alle amanti
maestre, "biblioteca di classe alle ore diciotto!". E il profumo di quelle
donne, sapevo; da Eleonora alla Cynzia, a "y". Mentre lui non sa niente di me,
non ha mai voluto sapere per antica vilt�, che fu di sua madre, di suo padre, e di lui,
come bimbo che ha paura del buio. "Prova ne sia", come dice Pinocchio; prova ne
sia. Ma non so quale prova. Farnetico.
Lentamente, con lo stesso sospiro, la mascella dell'ascensore si apre sul
volto di un camice bianco dal sorriso di bava, "si accomodi, prego, signora, suo
fratello ha telefonato, c'� per lei una camera a due soli lettini, suo fratello...".
Corridoio dove ancora pi� intensa � la luce di latte; mi spingono gi�, verso il fondo,
a destra e a sinistra cameroni con file di letti stirati o gonfi di corpi, altre donne su
e gi� nel biancore, un'anziana leva in aria un braccio mozzato in gesto di meraviglia, si
ferma un istante, forse sta per dire qualcosa, guardo a terra, scivolo via. Deve essere un
sogno, immagini orrende di sogno; non riesco a svegliarmi. Una bianca Madonna di gesso
segna il limite del corridoio: ha l'aureola celeste, ha lo sguardo celeste nel buio, fa
paura, un'oscura paura d'infanzia per peccato mortale, non sei degna di vestire di bianco
nel giorno che ricevi il Signore Iddio tuo! "La sua cameretta, signora"!
Quattro mani di donna: una bionda infermiera e una suora mi afferrano con
vorace dolcezza per togliermi la camicetta e la gonna, il mio caro chiffon che assomiglia
al lontano chiffon di mia madre ritornato di moda! L'ho indossato stamani, un mattino
remoto, stamani; ho pensato che qualcuna potesse ammirarmi nella clinica bella, come in
villeggiatura. Dio, come mi sento ridicola! e che stupida sono! La mia bella blusetta, ne
ero tanto orgogliosa, come sciocca bambina; piangerei, per quanto mi sento cretina.
Stringo braccia e gambe, "fa i capricci la nostra signora!". Questa suora mi �
odiosa, sapr� che mio fratello � un potente ministro? Sapr� che potrebbe punirla
dall'alto, molto dall'alto? Non si dice ancora in linguaggio di chiesa, eminenza? Non si
dice eccellenza? "Suvvia, per i primi esami, poi se crede, si pu� rivestire, ma che
bella liseuse, signora". La bionda infermiera sembra pi� gentile ma � un'ipocrita,
forse; certamente lei sa chi � mio fratello. Finalmente se ne vanno, a braccetto, come la
volpe e il gatto.
Ora siamo soli, io e lui soli, perch� mi racconti i segreti, tutto ci�
che non so e mi riguarda, se permetti, mio caro; prova ne sia... Ora � mio marito, non
l'estraneo che ho visto, dal basso, gi� in atrio. Ma ha la faccia a omert� di sua madre,
quel fare di capra cocciuta, l'antica grettezza dei campi, terza o quarta generazione,
finch� morte disgiunga, suo nonno doveva essere uomo di zolle, terza o quarta
generazione, ci� che morte ha disgiunto. Sono certa che mi mentirebbe. Il foglio segreto
� nella tasca destra della giacca blu elettrico: un ridicolo antico, il blu elettrico,
glielo dico da anni, vorrei dirglielo ancora per sentirmi di casa, era bello dirsi anche
dell'ora di pranzo. Potrei prenderlo il foglio e ho paura, come fossi suo padre, o sua
madre, come fossi lui, che non vuole sapere; prova ne sia... Sette giorni soltanto. O sono
otto?
� Silvano Zoi, Le donne - controcanto, Spirali
Edizioni, nov. 1988 |