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Il santo assassino

Le donne - controcanto

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Il santo assassino

di Silvano Zoi

Pironti Editore, Napoli 1979

Il primo capitolo

Il calore di luglio ha impregnato le vecchie pareti, e i suoi inquilini di sopra e di sotto godono vacanze da quattro soldi; lui sta in casa anche in tempo di ferie. Su e gi� coi vestiti di sempre, la stoffa che sa di sudore e di polvere ha l’odore del padre: le stesse misure, la stessa taglia; anche il padre era un gigante di carne, ma le spalle gli crollavano addosso per tutta una vita a riempire stampati all’ufficio del catasto, mai raggiunto il diritto alla firma.

Mamma cancro ha lasciato anche lei la sua traccia: quando negli ultimi giorni empiva il cuscino di lamenti, nelle tazze marciva il limone, l’armadio pigliava l’odore di sughero bruciato, e mattonelle tirate col fiato mettevano il lutto. Da allora, al mattino una vecchia a ore batte lo straccio sui vetri, ma gli angoli rimangono opachi; le tazze e le tende ogni tanto si sfrangiano un poco come robe a finire; forse quando entrer� in casa la collega Senzalabbra che la voce di BANCA gli assegna per moglie, comprer� sette rose di plastica, tre o quattro bottiglie e le nuove maniglie. Dovrebbe visitare i suoi morti, come ogni domenica di caldo o di gelo, ma stamani un impegno diverso rende incerto il suo futuro; anche i sogni nell’afa sono stati pesanti, la mamma indicava col dito acque chiare di funesti presagi, in un pozzo cadeva la luna; cos� quando scende le scale � gi� stanco e indeciso. Attraversa il triangolo oscuro che una volta poteva sembrare una piazza: tre tigli mangiati dal fumo, il muro e oltre il muro i capannoni deserti della vecchia filanda. La citt� coi rumori di folla che inghiotte r�clames di denti e di latte finisce cento metri pi� avanti, si frange sugli alti casoni e si spenge. Alla vecchia filanda � rimasto il silenzio dei secoli andati; una volta un tram ferrigno batteva il muso su quel capolinea: portava diciotto operai; poi la fabbrica chiuse; e a ridosso del muro, vecchi a cavallo di sedie contavano l’aria con dita tremanti: il tempo ha schiodato anche loro. Ora, nelle notti di autunno, passano ombre di operai e lamenti di ragazzi che alla ruota si ruppero il braccio: � l’epoca che lui allunga il piede nel buio e decide di sposare quella sua Senzalabbra; ma poi torna l’inverno che raggela i lamenti e un altro anno � passato; sono gi� trentasei, quasi met� consumati alla BANCA a riempire stampati, mai raggiunto il diritto alla firma.

Per� ha anche il libretto personale, otto cifre e colonne e interessi annuali: lo sanno tre o quattro colleghi e lo dicono avaro, ma in tempi di gite aziendali andava anche lui con valigetta di pelle e pigiama. Fu una volta che il pullman correva nel buio, colleghi e colleghe storditi dal ronz�o delle ruote, dai muri pendevano lumi di periferia, una voce annunci� Baden Baden e la Senzalabbra grid� nel silenzio, Baden Baden Birikinen! Su e gi� a chi consuma la vita, il Signore concede ogni tanto battute felici; applaudirono infatti e lui scopr� quella donna: l’aveva vicina da sempre alla BANCA e nei pullman, non l’aveva mai notata. La sfior� col ginocchio, lei rispose e quella notte proprio l� a Baden Baden il destino li volle vicini di camera; lui l’aiut� a levarsi il cappotto, vag� con le dita sul collo e sul volto, lei taceva; l’aiut� per le giacche di lana; era inverno, stoffe rigide e asciutte, gli pareva di sfogliare un carciofo; al punto dei reggiseni lei si turb�, disse che prima doveva raccontare una storia: c’era stato un amore infelice con un uomo sposato, tante lacrime, il velo e le labbra di gelo sottilissime come bocca di salvadanaio. Lui ascoltava e levava le foglie come fosse un lavoro, ma l’odore di lei gli ricordava sua madre. Quando la gita riprese il suo corso, il Canta e il Partita che tra pieghe di canti e di suoni ogni tanto posavano gli occhi sul grosso collega, gridarono assieme, a quando le nozze! Applaudirono tutti, impiegati e portieri; applaud� il funzionario che a fianco dell’autista guidava la gita, due colpetti di mano senza levare lo sguardo dalla strada straniera; da quel tempo, a ogni natale, lei gli d� il pacchettino e gli dice, � passato il bambino Ges� ha lasciato il regalino per te; e quando in estate va alle terme di sempre per i bronchi di mamma gli spedisce il paesaggio di sempre con salutissimi esposti: quest’anno le poste vanno a rilento e il messaggio non � ancora arrivato. Ha gi� attraversato la fetta di citt� verso l’ospedale nella sua piccola macchina dove entra a fatica: potrebbe comprarla pi� grande, ma non ha la forza di apparire diverso da come lo vogliono quei colleghi che lo credono avaro; cos� potrebbe comprare un regalo al collega Partita che � al traumatologico per frattura di gamba e di spalla e lui va a trovarlo rompendo la tradizione domenicale di visita ai suoi morti; ma va a mani vuote, per non deluderlo: nessuno infatti si aspetta un regalo da lui; si ferma all’edicola, piglia due giornali per conoscere i prezzi dei giocatori: i derby dell’anno sono finiti da un pezzo e lui non si � mai interessato di calcio, ma col Partita deve fingere quell’interesse e buttare gi� cifre dimezzate perch� il collega possa correggerlo; sfoglia in fretta, passa lo sguardo sui titoli, ma come accade da anni in queste stagioni le cronache sono piene solo di rivolte sui tetti: i carcerati difatti si dilatano al sole; esplodono, rompono travi e soffitti e domandano riforme di codici; come ogni volta un ministro assicura in attesa che il sole declini, sta anche scritto, questione sociale, ma il grande nano che nell’ombra governa il paese � imboscato fra abeti a raccogliere inchini di frati. Le notizie di sempre gli rievocano antiche paure all’ombra di babbo e di mamma: infilare il paletto nel buio e tremare in attesa di rivoluzioni; per� il pensiero dell’inquilino piano di sopra che � guardia di custodia gli d� sicurezza; in altra foto infatti da un carcere femminile donne che sono anche eccitanti mostrano gambe e ombelichi da tegoli rossi; � tutto, ma nessuna notizia di calci e di squadre e cos� dovr� inventare le cifre. � un’ora di cambi all’ospedale: un portiere sonnecchia, altri appoggiano gomiti su mensole, lui passa in mezzo e nessuno lo nota: � da sempre cos� e se da ragazzo a volte qualcuno gli rivolgeva la parola era solo per dirgli, vergognati, cos� grande e grosso; come se avesse rubato in eterno la mela; allora ficcava le mani gi� in fondo alle tasche, si faceva e si fa piccolino e le spalle gli crollano addosso. Con le braccia che pendono a vuoto segue in alto le frecce verso il traumatologico, incrocia bianchi camici gualciti dai turni di notte, uno lo urta e borbottando prosegue senza neanche voltarsi: allora vorrebbe sentirsi qualcuno, almeno varcare alla BANCA la soglia del signor Direttore, la sera alle ore diciotto, quando si accende la lampada verde del PASSI e i capufficio cominciano a entrare con cartelle e sorrisi; ma perde la traccia del traumatologico; subito � un intrico di frecce, un groviglio di scale, binari qua e l�, la testa gli gira; avrebbe dovuto andar su in ascensore, potrebbe anche chiedere a un camice bianco, ma nessuno si aspetta da lui tanta audacia e cos� � a un punto morto.

Suda di affanno e di caldo, in fondo a lunghissimi corridoi vetri opachi si sciolgono come plastica al fuoco, spariscono frecce e camici in un punto deserto che pare non abbia altro sbocco, filtra una luce di latte, un lontano lamento di sirene e il silenzio. Passa attorno uno sguardo smarrito, dai capelli castani attaccati alla fronte gli cala il sudore sulla faccia rotonda; � gi� stanco e sente che potrebbe non essere nato e che � ridicolo cercare il Partita, tanto lui non l’aspetta e magari apre un solo occhio e sussurra il suo nome, Arcesilaaao, con lamento irritante di gatto. Un suono di voce lo attira a met� corridoio: da una porta laccata in un punto dove il cielo si ferma una donna grida, non cos�, tu spingi di gola! Entra in una nicchia davanti alla porta, in attesa che passi qualcuno a indicargli la strada, ma � gi� preso dal mistero come ai tempi che mamma ancora in piena salute riceveva le amiche, con loro si chiudeva nella stanza segreta e lui di l� dalla porta sentiva gridolini e sussurri e a volte anche un canto. La donna urla, non cos�! Da un lungo lamento, si levano parole di pianto, non ce la faccio, tanto non ce la faccio; l’altra insiste con forza, s� che ce la fai, tu spingi di petto, per questo non ce la fai! Lui si asciuga il sudore: � tutto dentro la nicchia, ma la mano gli trema; una voce diversa dice, ce la fai, se spingi col culino. Fra senso di colpa e paura Arcesilao non sa che decidere. Si raccoglie gi� in fondo alla nicchia, da un punto indecifrato esce una vecchia che apre un finestrone e scompare: entra un verde di prato che sa di bagnato, passerotti saltellano sull’erba, torna vera una nuvola e un cane. Si prepara a cercare la strada, ma un grido lo ricaccia gi� in fondo, se spingi cos�, il bambino muore! Questo ultimo appello lo coinvolge totalmente; il cuore gli batte con forza; fortunatamente la voce pi� morbida dice; su via, spingi col sederino, stringi qui con le mani e spingi col sederino; ma il grido arrabbiato ritorna tu non spingi col culo! e cos� � preso di nuovo, cacciato gi� in fondo alla nicchia finch� luce si faccia. Accende la sigaretta con l’ansia tremante di un padre; di l� c’� un lungo silenzio poi rumori di gocce, ticchett�o di metalli, mugol�o e profondi sospiri; pare un tranquillo racconto di casa, tra donne o mistero di streghe; una dice, su, la testina � gi� fuori, tu spingi male ancora, su riprendi fiato. L’aria di fuori si fonde con quella di dentro, il cielo si � di nuovo fermato, i passeri non saltellano pi�, un albero gigantesco spinge un immobile ramo fino al bianco del muro; controlla l’ora, sono appena le nove e cinquanta, gli pareva che fosse gi� sera o un domani diverso. Si leva un ronz�o di motore o musica d’organo o come accade a volte nel silenzio di BANCA quando le zanzare del centro elettronico penetrano porte e pareti; sente che potrebbe durare in eterno cos�, ma la voce di l� grida, � femmina! e subito comincia un lamento di gatto. La missione � compiuta, la tensione si scioglie, si sciolgono i passi; esce, � gi� fuori della nicchia ma la porta laccata si apre e gli sbarra la strada; una piccola suora lo guarda un istante, rimette dentro la testa e grida, � arrivato! Lui guarda a destra e a sinistra come in cerca di un altro, ma la suora gli dice, si accomodi pure. Con una sensazione di vago stordimento, entra abbozzando un sorriso di scusa; da un intreccio di tubi, lo guardano occhi di donna, forbici e pinze brillano alla luce di lampada e suscitano in lui vaghi ricordi di vecchie macellerie dove da altissimi ganci pendevano budella di toro e occhi di animali lo fissavano tra ciuffi di setole mentre l’ascia cadeva su ventri spaccati; peso d’oro, signora! Il corpo piccino pende come coniglio sbucciato, e il lamento � proprio di gatto, come in notti di gelo alla vecchia filanda, l’ostetrica che conosce le paure di padri e di madri senza esperienza, dice che devono piangere i piccoli, non bisogna pensare alla pena che fanno; fuma l’ostetrica e parla e intanto lo fissa negli occhi e ammicca perch� guardi la madre; � un complice invito alla pace e al perdono, un’intesa tra buoni.

Quel gioco lo affascina; si lascia prendere e sorride anche lui, nessuno l’ha mai chiamato in passato a dividere assieme una fetta di dolce, fosse pure a natale; solo la Senzalabbra lo invitava, ma anche i suoi seni erano freddi lass� a Baden Baden. La giovane madre lo guarda: ha due occhi grandissimi e un volto di bimba come appaiono a volte madonne da crocefissione; le sorride, sorride anche lei, sorride una suora, e una madonna gi� in fondo vestita di neon; e mentre un’altra suora prepara l’involto, l’ostetrica gira tra ruote e bilance e annuncia, tre chili e duecento! lui ricorda quel peso d’oro, signora di quando mamma lo trascinava in antiche botteghe e sorride a un’immagine vaga: � una storia da dire al Partita e alla Senzalabbra e ai tre o quattro colleghi di BANCA che lo conoscono, se vorranno ascoltare; una storia un po’ strana; la racconter� intanto al Partita, ma prima dovr� fare le scuse alla madre bambina. La guarda; lei trema tutta come tenera carne nel gelo di quei marciapiedi che mamma cantava nelle sere d’inverno. Sorride l’ostetrica, e spiega paziente per quei tali che non hanno esperienza: il tremore � dovuto al calore che mamma ha perduto; dopo torna il normale e il ciclo si chiude. S�, � come in ricordi di casa, tra cucina e salotto, dove si raccont� per anni la storia di come lui era nato e il tremore e il languore; per anni la senti da mamma e da babbo e ogni volta doveva fingere un nuovo stupore; una pena. E pensa al calore che mamma riprese negli ultimi giorni di vita, quando lei gli stringeva con forza la mano, gli diceva, fammi tu l’iniezione; iniettava, con un ago di gelo e quel gelo gli penetrava le ossa. Sussulta; l’ostetrica ha detto, la sua cara bambina; e tutte lo guardano. Le tracce di pena e le macchie di sangue sono tutte sparite, alla madre hanno messo un lungo camice bianco e non trema pi�: ha gli occhi socchiusi, la bocca piegata a un sorriso di saziet�, un dente di sopra lievemente sporgente che poggia sul labbro inferiore; gli fa tenerezza, allungherebbe una mano per accarezzarle i capelli castani che una suora ha pettinati per lui; il tempo � passato e lui si � perduto in quel morbido giro di carne; gira veloce la ruota di tutte le nascite, caselline e lineette aggiornate; la suora ha sgombrato il tavolo dalle pinze, l’ostetrica ci posa un mazzo di fogli, si siede con gesto volgare che sanno le donne padrone di viscere e comincia a trascrivere dati che annuncia con voce sonora: le nove e quaranta, quanto altro nel giro di soli e di ore legali, misure di spalle e torace, il peso e il normale, il sesso per i generali, le mani e quanto altro � prescritto; poi leva la testa in un piglio da spalle quadrate e dice: il suo nome, signore!

Silvano Zoi, Il santo assassino, Pironti Editore, 1979

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