La riflessione di Alessandro Manzoni sul senso della Storia

Il percorso ideologico        Il Cristianesimo di Manzoni 

Schede di sintesi

 

bulletSperimentalismo Manzoniano

I vent'anni che intercorrono fra le prime esperienze poetiche del giovani Manzoni (1801 Il trionfo della libertà,  poemetto allegorico in quattro canti in terzine)   e la definitiva scelta del romanzo storico (aprile 1821: inizio del Fermo e Lucia ) sono caratterizzati da un'intensa sperimentazione letteraria che induce lo scrittore a tentare, per poi abbandonarli, diversi generi letterari (dalla lirica, alla tragedia in versi, alla prosa narrativa) e, contestualmente, a interrogarsi costantemente sulla natura e lo scopo dell'arte.

Perché accade questo? Anche se la biografia di Manzoni non è caratterizzata da vicende e comportamenti di grande e pubblica rilevanza, e si caratterizza soprattutto come biografia intellettuale, e Manzoni appare assolutamente reticente a parlare di sé ( tanto più nei termini esasperati che  contraddistinguono l' egotismo foscoliano), resta il fatto che lo scrittore fu eccezionalmente sensibile ai mutamenti sociali, politici, estetici, che si stavano verificando in quei primi decenni dell'Ottocento, e ad essi fornì il suo insostituibile apporto critico e creativo.

Le trasformazioni sociali conseguenti alle vicende della Rivoluzione Francese e all'avventura napoleonica, in Italia come nel resto di Europa, la rinnovata sensibilità inaugurata dal progressivo e inarrestabile affermarsi del movimento romantico, i nuovi soggetti politici che si affacciavano sulla scena della Storia  comportavano inevitabilmente da un lato il modificarsi del ruolo tradizionalmente attribuito alo scrittore ( e più in generale all'intellettuale), dall'altro la trasformazione del pubblico a cui gli artisti si rivolgevano (ed è ovvio che percepire il cambiamento nel destinatario di un'opera che si vuole pubblica condiziona inevitabilmente gli equilibri  e le caratteristiche dell'opera in questione). Basti citare come esempi significativi delle tensioni intellettuali che interessano gli artisti in questo periodo la polemica fra classici e romantici innescata dall'articolo della De Staël sulla Biblioteca Italiana  e, in questo contesto,  l'opera di Berchet (Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo)

Se la società è cambiata, se sono cambiate le sue esigenze e le sue richieste, è naturale che debbano cambiare anche le risposte e le interpretazioni degli intellettuali, soprattutto di coloro che, rispondendo alle sollecitazioni romantiche, mirano a farsi coscienza critica e guida del popolo. L'arte neoclassica e la pur illustre tradizione letteraria italiana, comunque di matrice classicista, che si rivolgevano ad un pubblico selezionato, elitario, aristocratico e socialmente ben individuabile, non bastano più. Occorre un'attenzione diversa alla funzione pedagogica che l'arte (in particolare la scrittura) riveste in questo rinnovato contesto. Se, come scrive lo stesso Manzoni nella Lettera sul Romanticismo (1823), si assume che  l'arte deve avere il vero per soggetto, l'interessante per mezzo, l'utile per iscopo, i generi e le forme espressive tradizionali non sono più sufficienti. Manzoni si inserisce nel più generale rivoluzionamento del sistema dei generi e, dopo aver via via verificato che né la forma dell'Inno, né quella dell'Ode, né quella della Tragedia, per quanto rinnovate e trasformate, rispondono alle esigenze di una letteratura nuova, approda definitivamente al romanzo, che. per la sua intrinseca plasticità meglio si presta ad accettare l'evoluzione formale (stilistica e linguistica) e tematica che le mutate circostanze impongono

bulletIl percorso ideologico

Manzoni non vive, per ragioni anagrafiche, gli avvenimenti rivoluzionari. Il contesto politico che egli si trovò a fronteggiare e nel quale dovette compiere le sue scelte consapevoli fu quello post-rivoluzionario del regime napoleonico. Fondamentale fu il contatto con pensatori, come Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco che già si erano rivolti alla revisione critica del giacobinismo e delle sue premesse illuministiche.

Successivamente fu fondamentale a Parigi il contatto con la cerchia degli ideologi e con gli ambienti calvinisti e giansenisti. Da sottolineare che si tratta comunque di cerchie  marginali e periferiche rispetto al potere ufficiale, che mirano soprattutto ad esercitare una funzione di attenta e profonda  critica morale. In questo contesto maturò la conversione del Manzoni.

Il percorso ideologico indirizzò ovviamente anche il percorso artistico. Il cambiamento si manifesta con il giovanile Carme in morte di Carlo Imbonati (1805), dove da un lato si identifica significativamente l'arte con la morale, dall'altra si delinea  il ritratto ideale di un uomo di lettere che persegue solitario la ricerca del vero, isolandosi dalla corruzione dei tempi (evidente l'influsso delle lezioni pariniane e foscoliane). Dopo la pubblicazione del poemetto Urania (1809) Manzoni giunge a rifiutare decisamente il gusto neoclassico  e del modo in cui esso limitava contenuti e destinatari e sceglie la strada di un 'arte che debba essere obbligatoriamente utile dal punto di vista morale e sociale, trasmettendo delle verità. E la verità, ormai, per Manzoni, equivale al messaggio cristiano.

bullet Il Cristianesimo di Manzoni

Riportiamo, a questo proposito, le acute osservazioni di Giulio Ferroni Storia della Letteratura Italiana  Einaudi 1991 pp.145 -147  (ferroni.doc)

 

Il Cristianesimo di Manzoni non è mai una pacifica e acritica accettazione di contenuti dogmatici acquisiti per fede una volta per tutte. L'adesione alla fede cattolica è comunque intrisa di problematicità. Sono molte le domande che Manzoni si pone, da cattolico, a partire dalla stesura degli Inni Sacri fino alla redazione ventisettana dei Promessi Sposi e oltre.

Qual è il (presumibile) raccordo che esiste fra i disegni di Dio  e il destino dell'uomo nella Storia?

E' lecito l'utilizzo della forza per la realizzazione di  ideali di giustizia e libertà?

Esiste un abisso incolmabile fra la prospettiva metafisica e a-temporale in cui si collocano i valori assoluti cantati negli Inni Sacri e la cruenta polve (tanto per citare Il Cinque Maggio) dove gioca il suo ruolo terreno la dialettica di violenza e diritto che permea la Storia dell'umanità (dall'Adelchi: "Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / diritto: la man degli avi insanguinata / seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno / coltivata col sangue; e omai la terra / altra messe non dà")? Oppure è possibile trovare l'elemento di raccordo fra il "valore metastorico (cioè assoluto) del Cristianesimo e le concrete vicende storiche?

In sintesi possiamo concludere: "Una somma di esperienze e di problemi irrisolti (inerenti all'agire politico, all'esercizio del potere, all'uso della violenza che esso comporta) converge nell' ode più celebre, scritta per la morte di Napoleone, il cinque maggio, e nelle due tragedie. In entrambe il nucleo conflittuale, tragico, consiste in questo: grandi personaggi politici, che vorrebbero agire secondo giustizia, sperimentano - a proprio danno - che il ruolo storico a essi assegnato non lo consente". (Ceserani - De Federicis)

Come si vede si tratta di problemi analoghi a quelli che già si poneva il Foscolo nelle Ultime Lettere di Jacopo Ortis, in particolare nella lettera  del 4 dicembre in cui si racconta l'incontro di Jacopo con Parini. Sia pure in un contesto mutato, i traumi seguiti al bagno di sangue in cui erano affogati gli ideali di giustizia, eguaglianza e fraternità propugnati prima dalle generose utopie illuministiche e poi dalla Rivoluzione Francese (figlia "ideologica" di quelle stesse utopie), la meraviglia, l'entusiasmo e la delusione seguiti alla rapida ascesa e all' altrettanto rapido declino delle fortune di Napoleone, l'azione repressiva attuata dalla forze della Restaurazione e i nuovi slanci rivoluzionari che a questa repressione tentavano di rispondere, tutti questi fattori, storici e psicologici al tempo stesso, spingono gli intellettuali del periodo a interrogarsi  sulle possibilità reali che l'utopia ha di realizzarsi concretamente nella Storia. La risposta di Foscolo oscillò fra un sofferto pessimismo e il ripiegamento nostalgico sugli ideali di bellezza, armonia, ideale perfezione rappresentati dall'Arte. La risposta di Manzoni, condizionata dapprima dal radicale pessimismo morale che gli derivava dagli influssi giansenisti, pur rimanendo intrinsecamente problematica, approdò all'ideale in qualche modo rappresentato dall'ideale di "militanza" incarnato dai personaggi di Fra' Cristoforo e dl Cardinale Borromeo: una militanza oggi diremmo "non violenta", che mira a realizzare, sulla base della visione religiosa, un modello di società "retta da benevolenza reciproca e perciò sostanzialmente immobile" (Ceserani - de Federicis). Da qui il ripudio della violenza e la diffidenza nei confronti della "folla",  che si muove sempre in modo cieco e irrazionale:  ripudio e diffidenza emblematicamente rappresentati nelle scene relative al tumulto di San Martino nel romanzo e, in generale, in tutto il bildungroman (romanzo di formazione) che riguarda Renzo. E sempre da qui l'evidente contraddizione ideologica fra il Manzoni cattolico, che sogna una società, come dicevamo, intrinsecamente benevola e priva di tensioni sociali, e il Manzoni liberista che presenta (ad esempio nella critica che fa alla decisione di calmierare il prezzo del pane in periodo di carestia) come "naturali" (e perciò indiscutibili e immodificabili) le crude leggi di mercato e l'egoistica ricerca del proprio profitto.

E d'altra parte il Manzoni non riesce compiutamente a spiegarsi la presenza del male, nemmeno in quello che fu definito "Romanzo della Provvidenza". E' vero: i due sposi promessi, dopo infinite peripezie,  alla fine riescono a riunirsi, ma solo grazie all'intervento "provvidenziale" (?) della peste, che, da un altro punto di vista è rappresentata come simbolo di un male assoluto, forse innescato dall'ignavia umana ma che comunque Dio permette anche a danno di vite innocenti (vedi il celebre episodio di Cecilia e della madre). Anche nel Romanzo la Storia continua ad essere luogo di incomprensibile malvagità, non compiutamente riscattato dalla Grazia divina, "guazzabuglio" irrazionale, le cui leggi sembrano sottrarsi perfino al  disegno divino (vedi la complessa descrizione della "vigna di Renzo" nel capitolo XXXIII).

Insomma, alla fine la lettura di Manzoni  si dimostra esperienza complessa che suscita più problemi di quanti non ne risolva. Alle radici della nostra storia unitaria, nel momento in cui l'avvento di nuove forze politiche e sociali dà avvio al complesso meccanismo della modernità, il Manzoni (la cui lettura spesso è stata - volutamente? - oggetto di semplificazioni e banalizzazioni scolastiche) si interroga, senza suggerire una risposta definitiva, sulla lacerante contrapposizione fra fede e ragione, fra la fiducia ottimistica nelle possibilità del progresso sociale e civile e il senso desolato di una colpa morale che affligge l'umanità sin dall'inizio dei tempi, una colpa che non può redimersi senza il ricorso all' incomprensibile e misteriosa Grazia divina.

bulletSchede di sintesi

La riflessione sulla storia: la poetica

La poetica e la questione della lingua

Gli Inni Sacri

Le Odi civili

Le  Tragedie

 

 

 

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