Milano 4 dicembre
"[...]Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo
orientale della città sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una
parte sul mio braccio, dall'altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpj
suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella
sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava.
S'assise sopra uno di que' sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco
discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch'io m'abbia
mai conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà
somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche
tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni
languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione: non più la sacra
ospitalità, non la benevolenza, non più l'amore figliale - e poi mi tesseva gli
annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch'io degnerei di nominare, se
le loro scelleraggini mostrassero il vigore d'animo, non dirò di Silla e di
Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto quantunque
e' si vedano presso il patibolo - ma ladroncelli, tremanti, saccenti - più
onesto insomma è tacerne. - A quelle parole io m'infiammava di un sovrumano
furore, e sorgeva gridando: Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro
sangue il vendicatore. - Egli mi guardò attonito: gli occhi miei in quel dubbio
chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialzò
con aria minaccevole - io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare
cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli
uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente.
- Il Parini non apria bocca; ma stringendomi il braccio, mi guardava ogni ora
più fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch'io tornassi a sedermi: E
pensi, tu, proruppe, che s'io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad
onta della mia inferma vecchiaja in questi vani lamenti? o giovine degno di
patria più grata! se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale, ché non lo volgi
ad altre passioni?
Allora io guardai nel passato - allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io
errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere
nulla; e conobbi tutta tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel
generoso Italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di
que' genj celesti i quali par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di
questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio pietoso più volte
sospirò dal cuore profondo. - No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro:
sono figlio di madre affettuosa e benefica; spesse volte mi sembrò di vederla
calcare tremando le mie pedate e seguirmi fino a sommo il monte, donde io stava
per diruparmi, e mentre era quasi con tutto il corpo abbandonato nell'aria -
essa afferravami per la falda delle vesti, e mi ritraeva, ed io volgendomi non
udiva più che il suo pianto. Pure s'ella - spiasse tutti gli occulti miei guai,
implorerebbe ella stessa dal Cielo il termine degli ansiosi miei giorni. Ma
l'unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo, è la
speranza di tentare la libertà della patria. - Egli sorrise mestamente; e poiché
s'accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi si abbassavano immoti sul
suolo, ricominciò: - Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a
difficili imprese; ma - credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro
audacia; due quarti alla sorte; e l'altro quarto a' loro delitti. Pur se ti
reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu
che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo
della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare
libertà dallo straniero? Chiunque s'intrica nelle faccende di un paese
conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e
doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col
sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il
valore di Annibale che profugo cercava per l'universo un nemico al popolo
Romano? - Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e
bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d'ingegno quale sei tu,
sarà sempre o l'ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle
pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu
sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia;
la tua prigione sarà abbandonata da' tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato
appena di un secreto sospiro. - Ma poniamo che tu superando e la prepotenza
degli stranieri e la malignità de' tuoi concittadini e la corruzione de' tempi,
potessi aspirare al tuo intento; di'? spargerai tutto il sangue col quale
conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della
guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni?
adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli
uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono
brevi ed infausti; giudica, più che dall'intento, dalla fortuna; chiama virtù il
delitto utile, e scelleraggine l'onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi
plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia.
Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la
libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua
superiorità, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono
naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu
allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi
anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo
nome fra la immensa turba dei despoti. - Ti avanza ancora un seggio fra'
capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che
rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che
t'aita a salire. Ma - o figliuolo! l'umanità geme al nascere di un
conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua
bara. -
Tacque - ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva! tu almeno
sapevi morire incontaminato. - Il vecchio mi guardò - Se tu né speri, né temi
fuori di questo mondo - e mi stringeva la mano - ma io! - Alzò gli occhi al
Cielo, e quella severa sua fisionomia si raddolciva di soave conforto, come s'ei
lassù contemplasse tutte le tue speranze. - Intesi un calpestio che s'avanzava
verso di noi; e poi travidi gente fra' tiglj; ci rizzammo; e l'accompagnai sino
alle sue stanze.