Vincenzo Cuoco (1770 - 1823)

Da  Civitacampomarano, partecipò alla sfortunata rivoluzione napoletana del 1799; condannato all'esilio, peregrinò in Francia, Savoia e Piemonte; dopo la vittoria d marengo, tornò a Milano, dove strinse amicizia col Manzoni e dove pubblicò, nel 1801, Il saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799. Divenne poi collaboratore ufficiale del regime, sia a Milano, dove diresse il "Giornale Italiano" , sia nella Napoli di Murat.

Nel Saggio lo storico, dopo aver indagato la genesi della rivoluzione (arretratezza economica, malgoverno dei Borboni, analizza le cause del fallimento

  1. l'astrattezza dei patrioti, dei quali "moltissimi avevano la rivoluzione sulle labbra, moltissimi l'avevano nella testa, pochissimi nel cuore" e che pretendevano di applicare i principi della Francia rivoluzionaria allo stato napoletano, mentre ogni paese ha tradizioni sue proprie che ne caratterizzano la storia: di qui la nascente idea di patria;
  2. la frattura esistente a Napoli fra una minoranza di intellettuali da una parte e le masse rurali ed urbane immerse in una secolare miseria ed ignoranza dall'altra;
  3.  la conseguente mancata adesione del popolo che "non si muove per raziocinio ma per bisogno" e che non poteva quindi capire i principi ideali conclamati dai patrioti. In conclusione la rivoluzione napoletana era stata una rivoluzione passiva, subita cioè passivamente dal popolo, e per questo destinata al fallimento.

Francesco Lomonaco

La nuova storiografia del periodo napoleonico "non è più intesa come un prontuario di esempi di comportamento civile e morale, ma come analisi di situazioni viste nel loro concreto divenire" E' rappresentata dagli esuli napoletani che portarono a Milano il pensiero di Vico. Francesco Lomonaco fu giacobino rivoluzionario; nel suo Rapporto al cittadino Carnot sulle segrete cagioni della catastrofe napoletana (1801) stigmatizza gli errori dei Borboni e dei Francesi e mostra ideali di indipendenza e di unità nazionale.

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