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Kant- pagina iniziale - critica ragion pura - critica ragion pratica - problema religioso- pace perpetuaproblema finalità ed estetica - lessico - fonti

Kant - problema antropologico e religioso

 

Il valore fondamentale del pensiero di K. si trova nell’esigenza  di studiare tutte le potenzialità dell’uomo, Egli si pone la domanda: “Che cos’è l’UOMO?”. La risposta a livello fenomenico viene data dalle scienze (chimica fisica biologia) e – a livello più generale- dall’ANTROPOLOGIA PRAGMATICA che studia il comportamento dell'uomo.

Le domande radicali sottostanti la precedente sono: “Che cosa posso CONOSCERE?”: qui possiamo trovare una risposta attraverso la LOGICA  ANALITICA studiata dalla ragione TEORETICA (intuizione sensibile, intelletto). L’altra domanda è “Che cosa DEBBO fare?”: la risposta viene dalla RAGIONE PRATICA che a partire dall’analisi dell’istinto e della volontà giunge al massimo comandamento morale, l’imperativo categorico.

Infine l’uomo si chiede: “Che cosa POSSO SPERARE?”: la risposta viene dalla critica del giudizio sentimentale, che produce come giudizio estremo il giudizio TELEOLOGICO che ha un carattere RELIGIOSO (sento l’esigenza di DIO come fine della mia conoscenza e della mia morale).

 DIRITTO,RELIGIONE,STORIA,PEDAGOGIA

Si tratta di ambiti di studio del comportamento dell'uomo che K. inserisce nell'antropologia pragmatica. Sono dunque oggetto di studio scientifico (attraverso giudizi sintetici apriori) in modo progressivo, sempre aperto (perché infinite sono le esperienze di cui l'uomo può fare sintesi).

La religione positiva, quella storicamente realizzata attraverso una rivelazione divina, si differenza dalla religione razionale (o naturale), la quale NON necessita di una autorità, è connaturata in tutti gli uomini in quanto espressione del sentimento naturale. In quanto universale ogni uomo appartiene alla CHIESA INVISIBILE.

La storia è espressione della tendenza dell'umanità verso la pace, ha una tendenza finalistica verso la pace universale. La politica serve per criticare e cambiare le leggi, ed è quindi parte applicativa del diritto Il diritto naturale (= la forma razionale del diritto) consiste, ha il suo fondamento- prima che nella legge- nella libertà. Quest'ultima costituisce il primo dei tre principi puri del diritto, gli altri due essendo l'indipendenza e l'uguaglianza. Siamo sempre nell'ambito della legalita' cioè del semplice rispetto esteriore della legge Non vi rientra invece la moralità come tale (bontà-giustizia come elementi noumenici) . Per realizzare comunque i principi di libertà/uguaglianza/indipendenza la divisione dei poteri dello stato è necessaria.

La pedagogia kantiana distingue tra educazione fisica ed educazione pratica. Kant prevede sin dal primo grado di studi l'educazione religiosa (del sentimento) da non confondere con l'educazione teologica.

4. L'unione del sensibile e del soprasensibile e il problema religioso. La natura, quale la scienza la costituisce, è indifferente (nella necessità del suo meccanicismo) ai valori morali della umanità e, reciprocamente, questi valori morali si realizzano nell'interiorità della coscienza, nella «buona volontà» su cui per nulla influisce la necessità naturale. Il «risultato» non conta per quel che riguarda l'essenza della moralità. Ma non è certo indifferente per l’uomo di buona volontà che la sua condotta porti o non porti frutti in quel mondo sensibile in cui essa di necessità si dispiega; che la realtà naturale offra condizioni favorevoli o contrarie  al successo delle sua azioni tendenti verso quei fini nei quali l'amore disinteressato per il bene si viene via via concretando. Con la moralità è congiunta la fede nella fecondità della volontà buona; tutto ciò che nella realtà accade rispondente a questa fede, costituisce la felicità vera la felicità dell'uomo virtuoso, la felicità che è condizionata dalla virtù e strettamente congiunta con essa. E Kant chiama sommo bene la connessione necessaria della virtù con la felicità così intesti; nel concetto di sommo bene, esser virtuosi significa esser degni della felicità, ossia avere la speranza e la fede che la natura, in ultima analisi non  soltanto - non sia contraria, ma concorra all'attuazione dei fini in cui per l'uomo virtuoso si determina il bene morale.

Per questo occorre Poter Pensare che nella natura agisca quello stesso principio soprasensibile che si rivela in noi nella coscienza morale, e che, per quel che riguarda il nostro essere, l'essere di noi uomini, il vincolo che ci lega alla natura fisica e vi assoggetta alle vicende del tempo (nascita e morte) non sia tale da soverchiare in definitiva quell' aspetto della nostra vita - appunto la moralità - che ci fa partecipi dell'eterno. Dio, considerato a un tempo come legislatore morale e autore della natura, e l'immortalità dell’anima come perpetuità di quel valore morale che si realizza nella volontà buona di ciascun soggetto (e che è, appunto la “persona”), questi sono per Kant i “postulati religiosi“ della nostra fede morale. La credenza nella Provvidenza divina ci rende sicuri che attraverso i mali fisici si compie il bene: la felicità viene ad apparire come coscienza della nostra indipendenza dalla natura e quindi anche dai mali che la natura può infliggerci. La fede in Dio è il fondamento della nostra speranza di una possibile felicità assoluta, correlativa alla realizzazione del bene morale nella sua totalità: è il fondamento della nostra sicurezza che ciò che deve essere sarà; sarà perché In Dio è già. E similmente la convinzione che la natura non è cosa in sé, ci dà la certezza che la nostra morte fisica non è una fine reale: la coscienza del valore assoluto della volontà buona si trasmuta in coscienza dell'eternità della persona, che è soggetto della volontà buona, e in fede nel realizzarsi di una comunione spirituale - fuori del tempo - tra tutti gli esseri ragionevoli che furono, che sono e che saranno (regno del fini).

Noi non possiamo rappresentarci questi oggetti soprasensibili se non in forma inadeguata e simbolica: ci forniamo di Dio, necessariamente, un'immagine antropomorfica, e esprimiamo l'eternità del nostro spirito in termini tratti dalla vita nel tempo, come progresso in una durata indefinita. Ma appunto perciò quelli sono oggetti di fede e non di scienza, di convinzione morale e non di convinzione teoretica: ma, comunque, di convinzione razionale cosi profonda e tenace, che nessun dubbio teoretico può e deve scalfirla. In questo consiste quel che Kant chiama "primato della ragion pratica".

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