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CRITICA DEL GIUDIZIO
Il sentimento, che è pura soggettività, se analizzato dalla RAGIONE dà
luogo al Giudizio. La critica del Giudizio riguarda quindi
l'attività sentimentale. Non si tratta di un
giudizio logico (giudizio determinante la realtà, in base alla convinzione
kantiana che é l'uomo, con il suo apparato conoscitivo di cui é a priori
dotato, a "determinare" modalità d'essere del fenomeno), bensì di
una attività soggettiva RIFLETTENTE sul sentimento dell'individuo. L'estetica come teoria
del bello non affronta il tema della scienza (=relativa ai fenomeni
d'esperienza, vedi Estetica trascendentale) ma i giudizi estetici (di gusto, del
bello). Il principio di finalità non ha un uso esclusivamente razionale. Il
giudizio teleologico è il giudizio
riflettente sulla finalità della natura, finalità che ha l'UOMO stesso come
centro. Il principio di finalità ha un uso puramente REGOLATIVO, non
costitutivo di una conoscenza oggettiva, come avviene invece nell'ambito della
critica della ragione pura teorica. |
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5.
La finalità e il problema estetico. Già l'esigenza del « sommo bene » ci permetteva e anzi
ci imponeva di considerare il mondo della natura da un punto di vista
finalistico, cioè come una realtà che, oltre ad esser soggetta alla categoria
della causalità meccanica, possa anche subordinarsi al concetto del fine,
rendendo possibile il realizzarsi - attraverso la causalità meccanica - d'una
finalità provvidenziale a cui la nostra coscienza morale non può rinunziare. |
Critica del giudizio | |
| facoltà | sentimento del piacere-dispiacere (BELLO) | |
| principio a priori | conformità a scopi | |
| ambito di applicazione | accordo tra natura (fenomeno) e libertà (noumeno) | |
Già da questo dunque noi siamo indotti a
considerare la natura come opera di uno Spirito che agisce secondo fini (Dio).
Ma più in generale noi siamo portati a estendere la finalità dagli esseri
organici a tutta quanta la natura, perché solo così possiamo ridurre a unità
organica le molteplici serie causali che il meccanicismo stabilisce nei vari
campi della realtà l'una indipendentemente dall'altra: e il fatto che questa
molteplicità si presti ad esser ridotta a quell'unità che la nostra mente
vagheggia come suo ideale, ci autorizza a ritenere che il mondo è stato
costituito proprio con lo scopo che esso si adatti alle esigenze del nostro spirito.
In questa finalità
si rivela - come sostrato della natura - l'azione di quello stesso principio
soprasensibile che noi abbiamo originariamente colto nella coscienza del dovere;
il mondo fenomenico appare formato per servire alla realizzazione dei valori
spirituali e più particolarmente morali.
Non che
questa considerazione teleologica della natura sia, secondo Kant, una forma di
conoscenza che si aggiunge e si sovrappone a quella meccanica propria della
scienza. La conoscenza è riferimento di un fenomeno a un altro fenomeno secondo
la categoria della causalità; la considerazione teleologica invece è
riferimento di un oggetto alla nostra soggettività di esseri spirituali, e
quindi al sentimento. Il primo riferimento è detto da Kant giudizio
determinante, perché è dato l'universale (la categoria) e questo viene
determinato nel particolare cui si applica; il secondo riferimento è detto da
Kant giudizio riflettente, perché muove dalla intuizione del fatto
particolare, su cui la mente riflette per connetterlo con un
universale, che non
è dato come concetto ma è vissuto come sentimento. E la «Critica
del Giudizio» è appunto critica di questa seconda specie di giudizio
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