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Le
tradizioni militari
Le
tradizioni, che, come ha affermato qualcuno, rappresentano il costume e lo
stile di un’Arma, sono diffuse e sentite in tutti gli eserciti del
mondo, tanto antichi come moderni. Esse, nel tenere vivo e desto il
ricordo di qualche più o meno remoto episodio di valore, nel celebrare
importanti ricorrenze, o, più semplicemente nel perpetuare un usanza o un
rito, fondamentalmente concorrono ad alimentare lo “spirito di corpo”,
ad innescare processi psicologici più o meno sottili di
“appartenenza”, ad accrescere, cioè, nel soldato, la sensazione di
essere entrato a far parte di un’entità sociale, il reparto “di
appartenenza”, che non è certo solo una semplice sommatoria di
individualità, ma una sintesi molto più ampia e complessa, solida,
antica, gloriosa.
Proprio
in fatto di rapporti tra l’individuo e la comunità di cui esso fa
parte, occorre anzi tenere presente che tantissimi aspetti della vita
militare, così come sono stati “istituzionalizzati” e come vengono
imposti al neofita sin dal primo giorno in cui entra in una caserma,
concorrono, apparentemente, a schiacciare completamente l’individuo,
quasi ad annullarlo. La stessa disciplina, imposta per ottenere
l’efficienza delle unità e dei reparti, presuppone il pieno inserimento
del singolo nello squadrone, nel plotone, nel reggimento, perché
l’azione bellica avviene quasi sempre in un contesto collettivo e non è
più, almeno dal Medioevo in poi, realizzazione di singoli.

Se
quindi l’efficienza è sempre funzione della disciplina e
dell’addestramento, è vero che la vita militare è sempre stata
“dura” ed ha sempre richiesto un grosso impegno fisico e psichico.
Gradualmente si sono perciò imposte forme di stimolazione e di sprone
all’impegno, di natura prettamente psicologica, tra cui le tradizioni,
per l’appunto.
Elementi
quali la ricorrenza della fondazione del reparto, tanto più importante
quanto più collocata indietro nel tempo, le più temerarie e prestigiose
imprese compiute da membri del reggimento, finanche i successi sportivi o
le conquiste galanti, celebrate ufficialmente o ricordate con la più
semplice tradizione orale dagli anziani ai nuovi arrivati, tutti questi
elementi concorrono (o, piuttosto, concorrevano) a trasmettere ai soldati
la sensazione, come detto, di essere entrati a far parte di un grande,
prestigioso, antico gruppo sociale. Ed anzi, quanto più grande,
prestigioso, antico è il gruppo od il sottogruppo, tanto più si
“giustifica” la durezza dell’addestramento, che verrà un giorno
ricompensata con la smisurata fierezza che si può ostentare per il
riuscito, pieno inserimento in quel gruppo.
La
funzione identificativa
Ed
è in questo quadro che, ad esempio, possono essere comprese le funzioni
“identificative” svolte dai più disparati elementi, dai piccoli
particolari dell’uniforme alle ricompense individuali, alla scheda
caratteristica. Tutti, infatti, concorrono a ricreare, a ricuperare, a
“premiare”, se è il caso, quella “individualità” che meglio si
è integrata nel complesso collettivo e meglio ne ha saputo riemergere per
imporsi sugli altri (con gli avanzamenti di grado, con il prestigio, con
la fama, etc.). Ed è, ancora, per questi stessi motivi, per il “peso”
ed il prestigio della propria tradizione che, paradossalmente, un
qualsiasi autentico soldato, sarà sempre pronto ad affermare la
superiorità della funzione
bellica rispetto a quelle borghesi, ma anche la superiorità della propria
Arma rispetto ad un’altra (o a tutte le altre), nonché la superiorità
del proprio reggimento rispetto agli altri, e perché no, finanche del
proprio squadrone o plotone rispetto agli altri.
Le
tradizioni allora aiutano il soldato ad accettare l’improvvisa
convivenza con i commilitoni facendolo sentire idealmente unito ai
migliori soldati del passato, ma anche facendogli superare le prove
d’iniziazione che gli consentiranno di entrare a pieno titolo in quel
gruppo umano. Altre volte, più semplicemente, esse provvedono a risolvere
i piccoli e grandi problemi quotidiani con soluzioni al limite (e spesso
oltre il limite) della goliardia. E’ questo il caso della calotta,
di origini antichissime, originariamente volta a livellare il trattamento
dei giovani ufficiali indipendentemente dal livello sociale di
provenienza, poi anche per risolvere le questioni di condotta privata e
sentimentale senza ricorrere a strumenti “ufficiali” (sempre forieri
di pericolose misure disciplinari), ma a quelli “ufficiosi” quale
appunto l’intervento del “capo - calotta”, ovvero del tenente più
anziano per età e per grado, il quale, dall’alto della sua saggezza ed
esperienza, provvedeva a risolvere nel migliore dei modi qualsiasi
situazione.
Il
duello
In
tema di tradizioni, e della loro sopravvivenza, non si può non citare il
duello. A differenza della terminologia burocratica specifica,
sopravvissuta probabilmente più per conservatorismo ed abitudine, il
duello si è mantenuto praticamente intatto per secoli per intima
convinzione ed adesione ideologica al simbolo di un intero mondo ideale e
spirituale, costituendo ancora sino a qualche decennio addietro il normale
strumento per la ricomposizione dei contrasti tra gentiluomini, o per
difendere l’onore proprio o di una donna. Si noti, anzi, che, sebbene
vietato dai moderni ordinamenti penali, esso è stato lungamente
tollerato, tra l’altro, anche per la sua permanenza tra gli strumenti
riconosciuti dalla normativa sull’onore; il contrasto legislativo non è
mai stato realmente risolto da un qualsiasi legislatore europeo, ma dalla
progressiva decadenza, in tempi recentissimi, della consuetudine del
duello, o, secondo alcuni nostalgici, dalla rarefazione dei veri
gentiluomini.
La
divisa più bella
Un
aspetto, apparentemente secondario, della particolarità, per non dire
dell’unicità del reggimento “Guide” nell’intero panorama
dell’Esercito italiano, è stato sempre manifestato nella maniera forse
più ovvia ed efficace possibile, almeno fino alla riforma Ricotti del
1871: le “Guide” hanno usato, infatti, fino a quel momento, la divisa
forse più bella, elegante ed appariscente di tutta la cavalleria
italiana, senza con questo essere eccessivamente barocca, come spesso
accadeva nel secolo precedente. La particolarità dell’abbigliamento è
dovuta sia al fatto che le “Guide” erano spesso, specie all’inizio,
destinate anche a prestigiosi compiti al servizio degli Stati Maggiori
delle Armate e delle Divisioni, quando non anche come attendenti, ma
soprattutto alla sua foggia, chiaramente orientale ed analoga, in Italia,
solo a quella degli Usseri di Piacenza. Tale divisa eccentrica era stata
di fatto ereditata dalla tradizione napoleonica, sopravvissuta, anche
negli eserciti, molto di più di quanto la Restaurazione avrebbe voluto.
I
motti e le ricorrenze
Analogo
valore tradizionale hanno i motti e le storie reggimentali, di solito
edite in particolari ricorrenze. Per quanto riguarda le “Guide”, il
cui motto (o grido
d’arme) è “Alla vittoria ed all’onor son guida”, la prima
opera storica fu pubblicata nel 1900 per il cinquantenario della
fondazione del reggimento; e la festa di corpo, che ricorda il fatto
d’arme più importante cui il reggimento abbia preso parte, per le
“Guide” ricorre nel giorno della battaglia di Custoza del 24 giugno
1866. Si noti che gli stemmi ed i gridi d’arme sono stati usati
ufficialmente nella Guerra del 1915-18 ed incisi sul piedistallo del
gruppo bronzeo di cavalieri che l’Arma donò, il 24 novembre 1921, al
suo comandante di quel conflitto, Sua Altezza Reale il Principe Vittorio
Emanuele di Savoia-Aosta, Conte di Torino. Gli stessi emblemi, concessi
dal Re sotto forma di Regie Leggi Patenti, sono stati trascritti nel Libro
Araldico della Consulta Araldica del Regno. Gli Stendardi usati durante il
I Conflitto Mondiale furono poi, nel 1925, deposti nel Museo Nazionale di
Castel Sant’Angelo in Roma.
In
fatto di tradizioni, si noti che le “Guide” hanno un’altra
particolarità, riportata da Rodolfo Puletti in un suo recente lavoro:
esse, a differenza di tutti gli altri reggimenti, si indicano sempre con
la preposizione articolata, e non con la sola preposizione semplice (in
Aosta Cavalleria, di Piemonte Cavalleria, ma nelle
“Guide”, delle “Guide” e
così via.
E’,
quindi, vero che l’intero esercito, ma la Cavalleria in particolare,
conservano perennemente in pieno vigore tantissime tradizioni. Esse, poi,
si aggiungono, nel caso dell’Arma montata a cavallo, al prestigio,
innegabile, che le deriva dall’aver rappresentato, ininterrottamente nei
secoli e nei millenni della sua storia, l’arma nobile per antonomasia,
sia in senso militare che sociale, per aver accolto tra le sue file sempre
i migliori soldati (nonché i più ricchi) e per aver sempre avuto un
ruolo ed un impiego più qualificante rispetto alla fanteria. E’ anche
vero, tuttavia, che essa non si è mai sclerotizzata in sé stessa, nè si
è mai ripiegata sui suoi allori, ma ha sempre dimostrato una indubbia
capacità di ripensarsi, di rimettersi in discussione, anche, di
ridefinire i suoi ruoli e la sua funzione bellica, per adattarla alla
società in evoluzione, ai suoi mutevoli bisogni, alle nuove esigenze che
l’arte della guerra ha manifestato, ai nuovi mezzi tecnici forniti dal
progresso scientifico.
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