19° Reggimento Cavalleggeri "Guide"

Tradizione e innovazione

HOME  |  CONTATTI  |  LINK  |  COMMENTI  |

GUIDE

Tradizione e innovazione

Storia della cavalleria
Storia dell'unità

Guide negli eserciti preunitari
Imprese civili

Imprese militari

Uniformi
Armi
Sedi
Comandanti

Testimonianze
Foto
Onorificenze
Echi di stampa
Bibliografia

Glossario
Link
Contatti
Leggi i commenti

Invia i tuoi commenti



Le tradizioni militari

Le tradizioni, che, come ha affermato qualcuno, rappresentano il costume e lo stile di un’Arma, sono diffuse e sentite in tutti gli eserciti del mondo, tanto antichi come moderni. Esse, nel tenere vivo e desto il ricordo di qualche più o meno remoto episodio di valore, nel celebrare importanti ricorrenze, o, più semplicemente nel perpetuare un usanza o un rito, fondamentalmente concorrono ad alimentare lo “spirito di corpo”, ad innescare processi psicologici più o meno sottili di “appartenenza”, ad accrescere, cioè, nel soldato, la sensazione di essere entrato a far parte di un’entità sociale, il reparto “di appartenenza”, che non è certo solo una semplice sommatoria di individualità, ma una sintesi molto più ampia e complessa, solida, antica, gloriosa. 

 

 

Proprio in fatto di rapporti tra l’individuo e la comunità di cui esso fa parte, occorre anzi tenere presente che tantissimi aspetti della vita militare, così come sono stati “istituzionalizzati” e come vengono imposti al neofita sin dal primo giorno in cui entra in una caserma, concorrono, apparentemente, a schiacciare completamente l’individuo, quasi ad annullarlo. La stessa disciplina, imposta per ottenere l’efficienza delle unità e dei reparti, presuppone il pieno inserimento del singolo nello squadrone, nel plotone, nel reggimento, perché l’azione bellica avviene quasi sempre in un contesto collettivo e non è più, almeno dal Medioevo in poi, realizzazione di singoli.

 

 

 

  

Se quindi l’efficienza è sempre funzione della disciplina e dell’addestramento, è vero che la vita militare è sempre stata “dura” ed ha sempre richiesto un grosso impegno fisico e psichico. Gradualmente si sono perciò imposte forme di stimolazione e di sprone all’impegno, di natura prettamente psicologica, tra cui le tradizioni, per l’appunto.

 

 

Elementi quali la ricorrenza della fondazione del reparto, tanto più importante quanto più collocata indietro nel tempo, le più temerarie e prestigiose imprese compiute da membri del reggimento, finanche i successi sportivi o le conquiste galanti, celebrate ufficialmente o ricordate con la più semplice tradizione orale dagli anziani ai nuovi arrivati, tutti questi elementi concorrono (o, piuttosto, concorrevano) a trasmettere ai soldati la sensazione, come detto, di essere entrati a far parte di un grande, prestigioso, antico gruppo sociale. Ed anzi, quanto più grande, prestigioso, antico è il gruppo od il sottogruppo, tanto più si “giustifica” la durezza dell’addestramento, che verrà un giorno ricompensata con la smisurata fierezza che si può ostentare per il riuscito, pieno inserimento in quel gruppo.

 

La funzione identificativa

Ed è in questo quadro che, ad esempio, possono essere comprese le funzioni “identificative” svolte dai più disparati elementi, dai piccoli particolari dell’uniforme alle ricompense individuali, alla scheda caratteristica. Tutti, infatti, concorrono a ricreare, a ricuperare, a “premiare”, se è il caso, quella “individualità” che meglio si è integrata nel complesso collettivo e meglio ne ha saputo riemergere per imporsi sugli altri (con gli avanzamenti di grado, con il prestigio, con la fama, etc.). Ed è, ancora, per questi stessi motivi, per il “peso” ed il prestigio della propria tradizione che, paradossalmente, un qualsiasi autentico soldato, sarà sempre pronto ad affermare la superiorità della funzione bellica rispetto a quelle borghesi, ma anche la superiorità della propria Arma rispetto ad un’altra (o a tutte le altre), nonché la superiorità del proprio reggimento rispetto agli altri, e perché no, finanche del proprio squadrone o plotone rispetto agli altri.

 

 

Le tradizioni allora aiutano il soldato ad accettare l’improvvisa convivenza con i commilitoni facendolo sentire idealmente unito ai migliori soldati del passato, ma anche facendogli superare le prove d’iniziazione che gli consentiranno di entrare a pieno titolo in quel gruppo umano. Altre volte, più semplicemente, esse provvedono a risolvere i piccoli e grandi problemi quotidiani con soluzioni al limite (e spesso oltre il limite) della goliardia. E’ questo il caso della calotta, di origini antichissime, originariamente volta a livellare il trattamento dei giovani ufficiali indipendentemente dal livello sociale di provenienza, poi anche per risolvere le questioni di condotta privata e sentimentale senza ricorrere a strumenti “ufficiali” (sempre forieri di pericolose misure disciplinari), ma a quelli “ufficiosi” quale appunto l’intervento del “capo - calotta”, ovvero del tenente più anziano per età e per grado, il quale, dall’alto della sua saggezza ed esperienza, provvedeva a risolvere nel migliore dei modi qualsiasi situazione.

 

 

Il duello

In tema di tradizioni, e della loro sopravvivenza, non si può non citare il duello. A differenza della terminologia burocratica specifica, sopravvissuta probabilmente più per conservatorismo ed abitudine, il duello si è mantenuto praticamente intatto per secoli per intima convinzione ed adesione ideologica al simbolo di un intero mondo ideale e spirituale, costituendo ancora sino a qualche decennio addietro il normale strumento per la ricomposizione dei contrasti tra gentiluomini, o per difendere l’onore proprio o di una donna. Si noti, anzi, che, sebbene vietato dai moderni ordinamenti penali, esso è stato lungamente tollerato, tra l’altro, anche per la sua permanenza tra gli strumenti riconosciuti dalla normativa sull’onore; il contrasto legislativo non è mai stato realmente risolto da un qualsiasi legislatore europeo, ma dalla progressiva decadenza, in tempi recentissimi, della consuetudine del duello, o, secondo alcuni nostalgici, dalla rarefazione dei veri gentiluomini.

 

La divisa più bella

Un aspetto, apparentemente secondario, della particolarità, per non dire dell’unicità del reggimento “Guide” nell’intero panorama dell’Esercito italiano, è stato sempre manifestato nella maniera forse più ovvia ed efficace possibile, almeno fino alla riforma Ricotti del 1871: le “Guide” hanno usato, infatti, fino a quel momento, la divisa forse più bella, elegante ed appariscente di tutta la cavalleria italiana, senza con questo essere eccessivamente barocca, come spesso accadeva nel secolo precedente. La particolarità dell’abbigliamento è dovuta sia al fatto che le “Guide” erano spesso, specie all’inizio, destinate anche a prestigiosi compiti al servizio degli Stati Maggiori delle Armate e delle Divisioni, quando non anche come attendenti, ma soprattutto alla sua foggia, chiaramente orientale ed analoga, in Italia, solo a quella degli Usseri di Piacenza. Tale divisa eccentrica era stata di fatto ereditata dalla tradizione napoleonica, sopravvissuta, anche negli eserciti, molto di più di quanto la Restaurazione avrebbe voluto.

 

I motti e le ricorrenze

Analogo valore tradizionale hanno i motti e le storie reggimentali, di solito edite in particolari ricorrenze. Per quanto riguarda le “Guide”, il cui motto (o grido d’arme) è “Alla vittoria ed all’onor son guida”, la prima opera storica fu pubblicata nel 1900 per il cinquantenario della fondazione del reggimento; e la festa di corpo, che ricorda il fatto d’arme più importante cui il reggimento abbia preso parte, per le “Guide” ricorre nel giorno della battaglia di Custoza del 24 giugno 1866. Si noti che gli stemmi ed i gridi d’arme sono stati usati ufficialmente nella Guerra del 1915-18 ed incisi sul piedistallo del gruppo bronzeo di cavalieri che l’Arma donò, il 24 novembre 1921, al suo comandante di quel conflitto, Sua Altezza Reale il Principe Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, Conte di Torino. Gli stessi emblemi, concessi dal Re sotto forma di Regie Leggi Patenti, sono stati trascritti nel Libro Araldico della Consulta Araldica del Regno. Gli Stendardi usati durante il I Conflitto Mondiale furono poi, nel 1925, deposti nel Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo in Roma.

In fatto di tradizioni, si noti che le “Guide” hanno un’altra particolarità, riportata da Rodolfo Puletti in un suo recente lavoro: esse, a differenza di tutti gli altri reggimenti, si indicano sempre con la preposizione articolata, e non con la sola preposizione semplice (in Aosta Cavalleria, di Piemonte Cavalleria, ma nelle “Guide”, delle “Guide” e così via.

 

 

E’, quindi, vero che l’intero esercito, ma la Cavalleria in particolare, conservano perennemente in pieno vigore tantissime tradizioni. Esse, poi, si aggiungono, nel caso dell’Arma montata a cavallo, al prestigio, innegabile, che le deriva dall’aver rappresentato, ininterrottamente nei secoli e nei millenni della sua storia, l’arma nobile per antonomasia, sia in senso militare che sociale, per aver accolto tra le sue file sempre i migliori soldati (nonché i più ricchi) e per aver sempre avuto un ruolo ed un impiego più qualificante rispetto alla fanteria. E’ anche vero, tuttavia, che essa non si è mai sclerotizzata in sé stessa, nè si è mai ripiegata sui suoi allori, ma ha sempre dimostrato una indubbia capacità di ripensarsi, di rimettersi in discussione, anche, di ridefinire i suoi ruoli e la sua funzione bellica, per adattarla alla società in evoluzione, ai suoi mutevoli bisogni, alle nuove esigenze che l’arte della guerra ha manifestato, ai nuovi mezzi tecnici forniti dal progresso scientifico.

 

 

 

Spazio commenti

Invia nuovo commento

Leggi commenti

 

continua...

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 16/07/2004

Sito-progetto coordinato da Pietro Nigro

© Copy-right 2000-2002 Pietro Nigro - Napoli (Italia)

Testo, immagini e grafica di questo sito sono protetti dalle vigenti leggi nazionali e internazionali.

Stiamo lavorando anche al sito:

www.fagrinapoli.it

Hosted by www.Geocities.ws

1