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Capitolo Tre Blog e libertà di espressione CAPITOLO TRE Blog e libertà di espressione 1.
Weblogestan: la libertà nei diari virtuali persiani[1] Penso...vivo...bloggo...quindi...
esisto.[2] “Il Farsi è la quarta lingua più utilizzata nei blog di tutto il mondo, prima di tedesco, russo e italiano”. È la frase che si trova più spesso quando si leggono articoli sul fenomeno dei diari virtuali in Iran. Pur non corrispondendo totalmente a verità, affermazioni come questa danno l’idea della vastità del fenomeno e dell’eco che esso ha avuto negli ultimi anni in tutto il mondo. All’interno e fuori dalla rete si trovano numerosi articoli della stampa internazionale che trattano l’argomento; è stato pubblicato di recente un libro che ha riscosso un discreto successo, We Are Iran: The Persian Blogs[3], in cui una giovane studentessa iraniana che vive nel Regno Unito raccoglie gli spunti più interessanti dai diari virtuali persiani. Se si pensa al fatto che, tra le migliaia di blogger iraniani presenti sul web, anche il presidente della Repubblica Islamica Mahmud Ahmadinejad[4] e il Leader Supremo, l’ayatollah Ali Khamenei[5] possiedono il loro blog personale, si può avere un’idea sulla portata del fenomeno dei diari virtuali in Iran. Si tratta a tutti gli effetti di un fenomeno eccezionale per le circostanze in cui esso si è sviluppato, e certamente un evento unico nel contesto dei paesi del Medio Oriente. Si parla oggi di una cifra che supera i 100.000 siti, in un paese in cui circa il 10% della popolazione, vale a dire tra i 5 e i 7 milioni di abitanti, utilizza Internet regolarmente. Si tratta anche dell’unica blogosfera mediorientale in cui viene utilizzato come mezzo di espressione quasi esclusivamente la lingua ufficiale del paese. Per molti aspetti la blogosfera persiana può ormai essere posta allo stesso livello delle realtà virtuali dei paesi occidentali: la grande varietà di contenuti e di tipologie, dunque l’eterogeneità nell’origine socioculturale degli autori, lo stesso utilizzo della propria lingua madre come mezzo di espressione, dimostrano come l’insieme dei diari virtuali persiani rappresenti oggi una realtà estremamente varia, autonoma, e pienamente cosciente di sé. I blog iraniani sono inoltre specchio efficacissimo di quella realtà complessa, contraddittoria e affascinante che è la società iraniana di oggi. Riflettono nella maniera più lucida possibile la condizione esistenziale dei giovani iraniani: desiderosi di cambiamenti radicali, eternamente combattuti tra attrazione del moderno e attaccamento alla tradizione; ancora impotenti, tuttavia, nel riuscire a trovare il mezzo giusto per il cambiamento. 1.1
Cenni storici Come nel caso della blogosfera irachena e araba, anche nel contesto persiano una forte spinta iniziale per la diffusione dei diari virtuali è arrivata dall’iniziativa individuale di un blogger. Si tratta nel caso dell’Iran del giovane Hossein Derakhshan[6], Hoder sulla rete, giornalista di Tehran, trasferitosi in Canada nel 2000. Il suo blog è apparso nel 2001, riscuotendo largo successo soprattutto per il suo contributo alla nascita della blogosfera iraniana attraverso la pubblicazione di una guida per l’apertura di un blog in persiano. É stato in effetti il primo ad utilizzare e a diffondere il carattere Unicode, strumento che permette di scrivere un testo in lingua non occidentale. Molti hanno seguito il suo esempio aprendo una propria pagina virtuale all’interno del server Blogger di Google. A questo portale se ne sono aggiunti nel tempo molti altri creati appositamente per gli utenti iraniani. I più diffusi sono oggi PersianBlog, BlogFa e MihanBlog; essi consentono tra l’altro di consultare i numerosissimi blog distinguendoli per categoria. Il regime teocratico della Repubblica Islamica dell’Iran non è certo rimasto indifferente di fronte all’esplodere di questo eccezionale fenomeno. Sin dai primi tempi del regime di Khomeini le autorità iraniane hanno supervisionato ogni forma di espressione pubblica, controllandone strettamente i contenuti. Giornali, televisioni e radio subiscono da sempre la pressione fortissima della censura, e vengono bloccati ad ogni tentativo di critica contro i dettami politici-morali del regime khomeinista. Dal 2000 in poi, il regime iraniano sembra aver voluto ulteriormente stringere la morsa nel controllare ogni mezzo di comunicazione. 110 testate giornalistiche sono state chiuse e 41 giornalisti arrestati. Il governo sembra aver immediatamente colto la potenzialità e il pericolo per la stabilità rappresentati dall’arrivo di Internet, dimostrandosi pronto e flessibile nell’applicare le norme della censura tradizionali al mondo virtuale. Un rapporto di OpenNet Initiative[7] sul filtraggio di Internet da parte del regime iraniano negli anni 2004 e 2005 mostra come i controlli e i blocchi su siti internet, posta elettronica e blog siano in costante aumento in Iran. Secondo questo studio, adattando la “Legge sulla Stampa” del 1986 della Costituzione iraniana alle reti informatiche, le autorità hanno parzialmente o totalmente bloccato l’accesso in Iran ad una quantità di siti internet di provenienza persiana ed estera che si aggira intorno al 30% del totale della rete. Il ministero della Cultura e della Guida Islamica ha così negato o filtrato l’accesso a siti di ogni tipo, principalmente dediti alla pornografia, alla politica e al giornalismo, in nome della difesa della moralità e della religione e per la sicurezza del regime islamico. Neanche i blogger sono rimasti indenni di fronte a questo duro attacco alla libertà di espressione virtuale. Il regime iraniano è stato presumibilmente il primo ad intraprendere un’azione diretta contro dei blogger. Sono state forse proprio le nuove forme di giornalismo indipendente introdotte dai blog a spaventare maggiormente il regime, che ha reagito con forza all’esplosione del fenomeno. Nel rapporto di OpenNet si afferma che, su un totale di poco meno di 600 blog analizzati, il 15% ha subito dei blocchi, ma il fenomeno è in costante aumento. È interessante notare che la censura dei blog ha comportato sempre il blocco di singoli diari virtuali ma non ha mai negato l’accesso agli iraniani ai provider per l’apertura di un blog. In altre parole, il regime ha lasciato la possibilità di aprire un blog, ma ne ha controllato strettamente i contenuti. Le autorità di controllo hanno reagito al fenomeno blog anche ben oltre lo spazio virtuale: sembrerebbe che 21 blogger o giornalisti indipendenti siano stati arrestati dalle autorità giudiziarie dalla nascita del fenomeno ad oggi. Il primo e più famoso caso di arresto di un blogger sembra sia stato quello di Sina Motallebi, giornalista indipendente di Tehran arrestato nel 2003 per i contenuti del suo blog, e rifugiatosi in seguito a Londra. Alle denunce di repressione e censura lanciate dal giornalista in Inghilterra, il regime ha risposto con l’arresto del padre, recluso segretamente per 10 giorni. La storia di Akbar Ganji, un altro giornalista di Tehran, ha fatto altrettanto clamore dentro e fuori dalla blogosfera persiana, tanto da diventare simbolo del movimento di resistenza del riformismo iraniano. Ganji è rimasto in prigione per le critiche al regime di Khatami dal 2000 fino al marzo di quest’anno, continuando a scrivere sul web attraverso alcuni aiutanti dal carcere di Evin.[8] I blogger iraniani si sono mobilitati in massa per ottenere la sua liberazione, lanciando numerose campagne virtuali e cercando di diffondere i suoi scritti in Iran e all’estero.[9] In generale, blogger iraniani in collaborazione con associazioni per i diritti umani di tutto il mondo si sono attivati per la liberazione degli iraniani arrestati e si sono lanciati nella lotta contro la repressione della libertà di espressione. Reporters Sans Frontières denuncia regolarmente arresti e violazioni della libertà di parola, e molti sono gli iraniani all’estero che individualmente o collettivamente, attraverso comitati e campagne, come CPB[10] o Stop Censoring Us[11], riportano notizie e denunce sull’argomento. 1.2
Chi sono i blogger persiani Analogamente agli altri paesi del Medio Oriente, l’Iran ha una popolazione che per oltre il 70% è inferiore ai trent’anni. Tuttavia, a differenza degli altri paesi dell’area la popolazione giovanile ha un altissimo livello di istruzione, contando intorno al 90% di alfabetizzazione sul totale dei giovani. Questa peculiarità è riconducibile alle politiche di istruzione lanciate dal regime iraniano dopo la Rivoluzione del 1979. Non è difficile dunque immaginare che il vasto popolo di blogger persiani si componga quasi esclusivamente di giovani studenti universitari e non, provenienti da una classe sociale mediamente benestante che si concentra esclusivamente nelle zone urbane, Tehran prima fra tutte. Quella dei giovani iraniani colti è la generazione spesso definita dei “figli della Rivoluzione”, che non ha mai vissuto personalmente gli sconvolgimenti del 1979, che non ha combattuto la guerra contro l’Iraq e che ha conosciuto troppo presto la figura di Khomeini. Una generazione che ha poco in comune con i valori e gli ideali della Rivoluzione, di cui ha ereditato e percepisce a pieno soltanto gli aspetti più problematici. La negazione di ogni tipo di libertà, da quella di espressione a quella sessuale, ha creato un senso permanente di insoddisfazione, frustrazione e impotenza tra i giovani. Inoltre, la contraddizione creata dalla profonda differenza tra lo stile di vita pubblico, strettamente regolato dalle norme sociali di regime e controllato dalla polizia dei Pazdaran, e quello privato, in cui i giovani hanno dato sfogo a tutto ciò che nell’ambito pubblico è stato vietato, ha originato nelle nuove generazioni urbane un profondo senso di alienazione e di perdita della propria identità. I giovani iraniani hanno sviluppato una forte repulsione per tutto ciò che ha a che fare con la politica di regime; per di più, identificando la religione di stato con il regime iraniano si sono radicalmente allontanati da essa, arrivando a dichiararsi atei o, nei casi più moderati, decisamente a favore di una religione che non abbia nulla a che fare con la sfera politica. Infine, le continue campagne di regime per contenere la cosiddetta westoxication, la contaminazione e l’influenza politica e culturale da parte dell’occidente, hanno creato senza ombra di dubbio l’effetto opposto a quello ricercato dal regime: i giovani iraniani si mostrano oggi profondamente attratti dalle mode e dalla cultura occidentali, e ciò ha ulteriormente messo in crisi l’identità culturale di questa generazione; essi sentono di essere affascinati da questa cultura e dai suoi ideali politici come la democrazia, ma sentono tuttavia propria anche la cultura originaria. La consapevolezza del ruolo che ha su di loro l’eredità storica e il senso di identità dei persiani rispetto a tutto ciò che li circonda hanno scaturito dunque un forte scontro identitario che li porta a chiedersi quale sia il loro futuro personale e quello dell’Iran. La blogosfera persiana permette di scoprire tutti gli aspetti di questo complesso quadro attraverso le parole dei giovani, che trovano in Internet uno sfogo che riesce a fuggire ai controlli “fisici” della censura. In un intervento dell’8 Agosto 2002 il blogger El-Bahram, ad esempio, analizza le conseguenze di 20 anni di dittatura teocratica, dimostrando tra l’altro come i blogger persiani siano perfettamente coscienti della loro condizione esistenziale: - Dopo vent’anni che si parla di religione, i
problemi vengono inevitabilmente messi in luce - L’educazione religiosa, nel mondo moderno, è il
miglior metodo per creare agnostici - Anche quelli più attaccati alla religione prima o
poi ne avranno abbastanza -
Il problema non è dell’Islam, ma di un paio di nostri compagni musulmani
estremisti.[12] Omila, che tiene un blog in persiano ed uno in inglese, racconta della generazione post-rivoluzionaria: [...] La mia è la generazione danneggiata. Siamo
costantemente stati costretti a salvaguardare e tenere alto il sangue sacro
che è stato versato per noi durante la guerra e la rivoluzione. Ogni forma di
felicità ci è stata proibita... La
mia generazione è stata picchiata alle code per i cinema o nelle pizzerie...
punita nei parchi pubblici; presa a calci e a pugni nei centri città dalle
milizie del regime... Non dimenticherò mai le parole provenienti dai veicoli
Toyota delle milizie e gli annunci degli altoparlanti in Piazza Vasli’Asr:
“Combatteremo contro tutti i ragazzi e tutte le ragazze!” – urlavano
esattamente queste parole![13] Iranian Girl, che scrive in inglese, lamenta le imposizioni religiose del regime iraniano sottolineandone gli aspetti contraddittori: for me Ramadan means staying
hungry for hours and hours, have no energy to work, get headache, and wait
impatiently for sunset! it makes no difference if you believe in
"fasting" or not, you must
be hungry and thirsty because GOD wants so!! this is what living in ISLAMIC
REPUBLIC means, this is what stupidity means![14] Qualche tempo fa tra i blogger persiani è sorto un interessante dibattito in seguito al diffondersi tra i giovani della pratica di festeggiare il giorno di San Valentino, divenuta una vera e propria moda negli ultimi anni in Iran. I blogger hanno discusso ampiamente sulla legittimità del fenomeno, chiedendosi se questa influenza sia utile o pericolosa alla società e alla cultura iraniane. Addirittura l’ex vice-presidente del governo Khatami, Muhammad Ali Abtahi, blogger tra i più attivi dell’intero Iran, dice: [...] Ormai [San Valentino] è diventato un costume che rappresenta l’amore e la
vita... Non si può negare la realtà. Tuttavia, l’amicizia e l’amore sono
intrecciate alla nostra storia e letteratura...[...][15] Awathiva conclude la sua riflessione sull’influenza delle culture straniere dicendo: La nostra cultura è ormai talmente mescolata che non
so quando finirà... Nella direzione opposta ai detentori del potere, la gente
adesso è sempre più pronta a distaccarsi dalla propria cultura, non importa
quale...[16] 1.3
Funzioni della blogosfera persiana Si comprende già da questi pochi esempi come il terreno dei diari virtuali persiani rappresenti in maniera sempre più determinante lo spazio che giovani e adolescenti da tutto l’Iran utilizzano per esprimere ciò che sentono e che vogliono comunicare senza alcun tipo di restrizione. Il largo utilizzo dell’anonimato ha spronato gli iraniani a trattare sul web qualsiasi argomento che potesse interessarli, ad entrare maggiormente in contatto tra loro e ad esprimere il loro dissenso politico e religioso. I blog hanno rappresentato una possibilità inedita e unica per l’espressione personale e collettiva, e sono gli stessi blogger a rendersene conto: Avete
notato tutti l’improvvisa assenza di graffiti nei nostri bagni pubblici da
quando sono arrivati i blog? Ricordate i bagni dell’università che chiamavamo
le nostre “colonne di libertà”?[17] Con queste osservazioni si può spiegare facilmente il motivo per cui la lingua quasi esclusivamente utilizzata nella blogosfera iraniana sia il persiano. Il blog, infatti, si definisce principalmente come mezzo di comunicazione diretto e lineare tra i giovani persiani che non hanno la possibilità di entrare in contatto negli spazi pubblici, “reali”. A differenza delle altre blogosfere analizzate, dunque, lo scopo principale dei blogger persiani è quello di creare una comunicazione interna e non tanto quello di stabilire un contatto con l’esterno, dunque di trasmettere un messaggio o di far conoscere una realtà ritenuta poco approfondita. Si ritrova tuttavia, soprattutto tra i giovani iraniani emigrati o fuggiti dall’Iran, anche una piccola parte di blogger che scrivono in lingua inglese. Si tratta principalmente di quella schiera di giornalisti e attivisti di diritti umani che vuole comunicare con le realtà esterne all’Iran per dar voce alla popolazione iraniana e far conoscere al mondo le atrocità che essa subisce. Le migliaia di diari virtuali che popolano il web lasciano dunque intuire in primo luogo una voglia crescente di comunicazione con i propri coetanei connazionali: il web diventa spazio di incontri virtuali tra ragazzi e ragazze, spazio di socializzazione spontanea. Come efficacemente riassume acepaminophen affermando: “Hai un ragazzo? No, ma scrivo un blog...”[18], è soprattutto il pubblico delle giovani donne persiane a trovare nel blog uno strumento di espressione e sfogo per sfuggire alle frustranti restrizioni della società iraniana. Sui diari virtuali delle giovani persiane trapela spesso la volontà di ribellione a queste restrizioni, simboleggiata dalla lotta contro i dettami sul vestiario, come si legge sugli intensi racconti di Atash3, di maggio del 2003: Sentivo il sole bruciare come carbone ardente sul
mio velo...Il velo e il lungo abito puzzavano come un cadavere... Cammino per
la strada ma non riesco a vederne la fine... [...] Adesso
indosso una maglietta a maniche corte e i pantaloncini...[...] cammino
liberamente e spargo i miei dolci sogni fragranti tra la gente che non può
vedermi... [...] Le velenose voci della strada mi urlano: “Rimettiti il
velo!” Le sento, ma non voglio sentirle.[19] Una sociologa iraniana emigrata nel Regno Unito, Masserat Ebrahimi, propone degli spunti molto interessanti per comprendere a pieno il ruolo dei blog per i giovani persiani. Spiegando come “nuovi modelli di comportamento e ruoli sociali predeterminati basati sui valori islamici e tradizionali siano stati cruciali per la nascita delle identità nella società iraniana post-rivoluzionaria”, la sociologa sottolinea che “Internet può rappresentare nella crisi identitaria dell’io, uno spazio addirittura più «reale» della vita quotidiana”, e che “attraverso i blog gli iraniani hanno potuto vivere in questa nuova comunità virtuale e allo stesso tempo riscoprire se stessi e i propri desideri, costruendo relazioni e comunità spesso non realizzabili negli spazi reali”. Un mezzo dunque per “ricostruire o cristallizzare i propri io reali a proprio piacimento attraverso l’assenza della fisicità e il totale anonimato”.[20] 1.4
Contenuti e tipologie di blog Blog in lingua inglese. Si è accennato in precedenza
al fatto che la blogosfera persiana sia composta quasi esclusivamente da blog
in lingua farsi. I blog in inglese comunque contano un numero non
indifferente e offrono diversi spunti di riflessione al di là del confronto
con il resto della blogosfera iraniana. Oltre ai già citati giornalisti in
esilio e agli attivisti nel campo dei diritti umani, si scorge soprattutto un
numero – in crescita, peraltro – di giovani iraniani che studiano o lavorano
all’estero, e di alcuni studenti universitari o insegnanti che scrivono
dall’Iran. È il popolo degli iraniani riformisti, la voce più forte e
incisiva del movimento anti-regime, quella con i maggiori contatti e le più
grandi affinità con il pubblico occidentale. Questi blogger rappresentano
dunque una sfera abbastanza distinta rispetto alla massa di blogger persiani
che preferiscono trattare argomenti personali; essi incentrano le loro pagine
virtuali su dettagliati resoconti sulle vicende legate al regime, commentando
la politica nazionale ed internazionale ed esponendo le loro esperienze
personali nei loro rapporti diretti o indiretti con il regime. Tra questi il
più noto è certamente Hossein
Derakhshan, il più attivo tra i giovani iraniani espatriati ad utilizzare il
web come mezzo principale per diffondere le proprie idee e per cercare di
organizzare un movimento unitario e forte di protesta. Nel suo blog bilingue Editor:
Myself Derakhshan racconta con acume e lucidità delle sue prime
esperienze ad un quotidiano di Tehran, della sua partenza per il Canada e del
suo viaggio in Israele nel 2005. Quest’ultimo argomento in particolare
risulta molto interessante, per il pregevole tentativo di questo giovane
giornalista di proporre un dialogo semplice e “dal basso” nei travagliati
rapporti tra Israele e Iran. Il gesto ha scatenato la furia del regime
iraniano, tanto che Derakhshan difficilmente dopo questo viaggio farà ritorno
al paese di origine. Attraverso il blog, e molti articoli ed interviste, egli
ha cercato di riavvicinare i giovani israeliani e persiani descrivendo tutti
gli stereotipi creati nei due paesi o parlando dei residenti israeliani di
origine persiana. Ecco come
presenta il suo pensiero: Here's what for
me, an Iranian raised in post-revolutionary Iran, Israel has always had three
great qualities: unknown, forbidden and therefore extremely intriguing.
That's why I finally decided to visit Israel. But unlike all Iranians who
have visited Israel, I decided to publicise my visit to the 20,000 daily
readers of my blog - even though I knew I would not be able to go back to
Iran again. I had a mission, though,
which would make the risk worthwhile. I wanted to break the stereotypical
images both governments use to advance their radical policies.[21] Gli altri blogger che scrivono in inglese seguono a grandi linee l’esempio di Derakhshan. Mani nel suo blog ad esempio, parla dei dissidenti iraniani morti in seguito allo sciopero della fame, ricordando la morte di Akbar Mohammadi, tra i più attivi studenti universitari nei movimenti di protesta;[22] Madjid, di Tehran, sul suo Carry-ME spiega ai non-iraniani la realtà del servizio militare: You get your high
school diploma at the age of 18 in Iran (if you're neither a fool nor a
genius). Afterwards, you need to do your military service. If not, you'll be
deprived of your social rights: If you don't have a driver's licence yet, you
can't get one untill you do your military service; you can't have your
passport, you can't buy a house or a car[23] Come si è visto per le blogosfere dei paesi arabi, anche in Iran molti sentono il desiderio di dare una presentazione diversa e personale della realtà del proprio paese, non soltanto per denunciarne i drammi ma anche per farne conoscere la storia, la cultura, e un punto di vista sulla religione non necessariamente integralista. Così se in Tehran Online[24] si leggono alcuni accenni alla storia dell’Iran, in molti altri blog traspare l’orgoglio dell’appartenenza alla propria nazione e la consapevolezza di una cultura ed una storia antichissime, come nel blog The Land of Persia di Leili, che nasconde anche una punta di nazionalismo: Each time you play a game of chess to improve your
intellect, keep in mind that it was Persians who gave you your game. Iranian
women are just as outspoken (if not more) and liberal as the European women,
And what the hell is “soccer”?? We also call it Football. Iran is the first
country on earth to have a lion(male)and a sun(female)for it’s symbol; and
the colors red, white, and green for a flag, A beautiful country ran by the
wrong people But still the best part of Middle East.[25] Tipologie di blog. È difficile dare uno sguardo complessivo sulle tipologie di blog in persiano vista l’ingente quantità di materiale disponibile sulla rete. Al di là delle linee generali esposte poc’anzi, la gamma di siti che compongono la blogosfera persiana è veramente ampia, variando da diari prevalentemente personali a siti dedicati ad un determinato campo di interesse, dall’arte allo sport, dalla politica alla religione. Sul portale PersianBlog[26] si trovano decine di categorie diverse di blog, suddivise nei vari campi artistico, letterario, sportivo, politico, ecc. A parte i blog di carattere personale, a larghissima maggioranza, gli iraniani sembrano avere una grande propensione per i contenuti “leggeri”, in particolare per i blog di carattere satirico e comico. Merita certamente una visita il diario di una giovane fumettista, Mahnaz Yazdāni, che regolarmente pubblica le sue vignette satiriche sulle contraddizione della società e della cultura persiane.[27] I blog sono mezzo di espressione per artisti iraniani di ogni genere, dalle arti visive – notevoli le realizzazioni grafiche di alcuni blogger - alla letteratura. Molti scrittori utilizzano questo mezzo per pubblicare racconti che non supererebbero il controllo della censura del Ministero della Guida Islamica. È il caso di Mohi, che sul suo Eshk[28] pubblica racconti che si incentrano sul tema dell’amore, o della poetessa Mahdi Karima nel suo Sokhan-e Tāze[29]. Altri blogger dedicano il loro spazio virtuale allo sviluppo delle loro passioni, dalla musica pop alla letteratura contemporanea, dal calcio alla filosofia, dal cinema americano all’informatica. Si trovano addirittura blog raggruppati sotto le varie categorie professionali, dagli ingegneri (Saberi)[30] ai dottori (Telemedicine)[31] agli insegnanti (Lean)[32], a dimostrazione della volontà da parte dei blogger di dare anche un aspetto utile e pratico a questo strumento. Un piccolo numero di blog è infine dedicato al tema della religione nei suoi vari aspetti: molti ad esempio si dedicano alla promozione di un Islam moderato e riformista (Quran Blog)[33], mentre altri più vicini alle posizioni del regime si scagliano contro l’invasione della cultura e delle mode occidentali (Khamenei Marja Taghlid)[34]. Dibattiti. Sin dalla sua nascita nel 2001 la blogosfera iraniana ha seguito con intensità l’evolversi delle vicende di politica interna ed internazionale, esprimendo l’opinione della classe benestante acculturata iraniana. Su Internet i giovani persiani dibattono sul futuro dell’Iran, sulle tappe necessarie per il raggiungimento della democrazia, sulla necessità di un movimento unitario e compatto che possa efficacemente combattere e sconfiggere il regime. I blogger persiani sono consapevoli del fatto che il percorso della democratizzazione deve partire esclusivamente dall’interno e non attraverso il supporto esterno. Ecco le accese parole di Hoder: Lasciaci
risolvere i nostri problemi da soli, Mr. Bush: faresti meglio ad occuparti
del casino combinato in Iraq.[35] I giovani riformisti persiani, convinti del fatto che soltanto attraverso libere elezioni democratiche si possa giungere alla nascita graduale di una moderna democrazia, hanno seguito con passione le elezioni parlamentari del 2004 e con ancora maggiore interesse le presidenziali di giugno del 2005. Si legge sui loro diari virtuali la delusione seguita alle mancate promesse di riformizzazione di Khatami, quindi la rassegnazione seguita ai risultati delle elezioni e la rabbia per i presunti brogli elettorali. Le elezioni presidenziali del 2005 in particolare hanno suscitato sgomento e incredulità tra i blogger, che tanto avevano sperato nel candidato riformista Moeen, sostenitore del movimento studentesco. Le elezioni nel 2005 tra l’altro hanno visto la partecipazione diretta dei blogger, tant’è vero che gli stessi candidati si sono aperti alle critiche ed alle proposte dei blogger aprendo una propria pagina virtuale, come ha fatto lo stesso Moeen.[36] Alla notizia della sconfitta di Moeen e della vittoria al secondo turno di Ahmadinejad su Rafsanjani i blogger hanno reagito con sconcerto e indignazione, scatenando un dibattito riguardo alle cause di questa inaspettata vittoria e presagendo con rassegnazione un futuro incerto e oscuro per il proprio paese. In un articolo intitolato “Perchè noi blogger iraniani ci siamo sbagliati sulle elezioni” Nema Milaninia riassume efficacemente le conclusioni a cui sono giunti i blogger: They [the bloggers] are
overshadowed by the fact that the vast majority of Iranians do not have
access to the Web. Rather, as with most countries, bloggers represent the
views of a very limited demographic group: affluent and otherwise privileged
individuals who already have access to independent foreign news sources.
Bloggers alone, therefore, are incapable of representing the way most
Iranians think. The failure by bloggers, reporters and analysts to accurately
predict the election results is largely due to our
"Tehran-centricism." As the country's large metropolitan capital,
Tehran is the focal point of most news coming out of Iran. The vast majority
of journalists, including bloggers, focus on the ambitions and struggles
facing Tehran's disgruntled youths, rather than Iran's disgruntled poor.
While almost no blogger or news agency gave significant attention to
Karroubi's campaign promise to give every Iranian an $80 monthly stipend if
elected, that strategy almost placed him in the top two. In the end, Karroubi
finished behind Ahmadinejad by less than 1 percent of all votes. Similarly,
few bloggers anticipated that military groups like the Islamic Revolutionary
Guards Corps, and paramilitary groups, like the Basij, would come out in such
large numbers to support Ahmadinejad.[37] La questione dell’arricchimento dell’uranio per la presunta costruzione di armi nucleari da parte del regime iraniano è stata altrettanto centrale nei blog persiani più recenti, specialmente su quelli in lingua inglese. Su questo argomento le opinioni tra i blogger sono piuttosto contrastanti, nonostante si assista con il passare del tempo ad una propensione a favorire l’arricchimento dell’uranio per uso civile e militare, come ci dice ancora Hoder: The U.S. is behaving more
and more like a reckless imperial force in search of new sources of energy
and new markets to expand to economically. Therefore, even if Iran becomes
the most peaceful, secular and progressive, yet still independent state on
the planet, the U.S. would be unable to tolerate it. The U.S. would seek new
excuses to topple Iran's government and install their favorite instead. For
this reason, I believe Iran needs to produce nuclear weapons as a defensive
mechanism, to deter the U.S. today and the ever-expanding and equally
energy-hungry China tomorrow. Moreover, a nuclear Pakistan has always been a
threat to Iran and a source of instability.[38] Vorrei concludere con le parole di Acepaminophen: Ci sarà un giorno in cui ogni cosa verrà messa a
posto... Non ci sarà censura a filtrare i blog... Se mostreranno una donna
velata in TV... Spareranno alla Tv... Poi tu e io... passeggeremo in strada
fino al tramonto, con una bottiglia di champagne... Sarà così... sempre che
tua madre ce lo permetta![39] 2. Voci dalla Scatola di Sabbia:
diari virtuali sauditi Sono passati appena due anni dall’arrivo sulla scena virtuale dei blog dall’Arabia Saudita, notoriamente uno dei paesi più inaccessibili dell’intera area mediorientale, eppure è notevole l’importanza che la blogosfera saudita ha già assunto per i giovani sauditi. I diari virtuali hanno rappresentato per i giovani, ma soprattutto per le giovani di questo difficile paese un’opportunità per potersi esprimere in libertà, conoscersi e introdurre il mondo ad una realtà quotidiana fino ad ora sostanzialmente sconosciuta ed impenetrabile dall’esterno. Pur trattandosi della voce di una stretta minoranza di giovani studenti e benestanti, essa rappresenta comunque una porta aperta ed una possibilità di dialogo con un paese con cui difficilmente si potrebbero trovare altri punti di contatto. Il numero di diari virtuali sauditi impallidisce di fronte all’enorme quantità di blog provenienti dal vicino Iran. Con i suoi 300 siti, la blogosfera saudita presenta tuttavia un background socio-politico che l’avvicina per più aspetti alla situazione dell’Iran. Pur essendo due nazioni molto diverse nell’assetto politico, nella cultura e nella religione, esse condividono alcuni aspetti e problematiche nell’ambito sociale, come la totale mancanza di libertà di espressione o le rigide restrizioni morali-religiose che impediscono il contatto in pubblico tra i due sessi, a favore di una società fortemente polarizzata e discriminatoria nei confronti della donna. Inoltre, anche se con misure e mezzi molto diversi, i due regimi fanno entrambi utilizzo della censura su Internet per reprimere il dissenso politico dei blog o per contenerne “l’immoralità”. In confronto al governo iraniano, tuttavia, la famiglia degli al-Sa’ūd al comando nel Regno Saudita sembra utilizzare mezzi meno efficaci e durevoli e in ogni caso non è mai arrivata all’arresto di un blogger come si è visto per il regime degli ayatollah. La censura in Arabia Saudita, realizzata dall’Internet Server Unit della Città per la Scienza e la Tecnologia del Re Abdulaziz, si è limitata alla sospensione di alcuni diari virtuali dal contenuto troppo “immorale” come quello di Saudi Eve, e al blocco temporaneo di provider come Blogger, di Wikipedia e di altri portali di informazione indipendente arabi o internazionali. La diversa reazione dei due regimi all’emergere del fenomeno blog può forse essere spiegata attraverso alcune osservazioni: si può supporre che il regime iraniano possegga mezzi di censura più potenti ed efficaci di quelli della dinastia saudita; ma soprattutto è da notare che la blogosfera saudita rappresenta un fenomeno molto più recente e dalle dimensioni notevolmente più ridotte. Pur essendo molto attivi nella sfera dei diritti per le libertà di espressione su Internet, nessuno dei suoi protagonisti risulta inoltre essere attivo nel campo politico. Si può osservare anche il fatto che, in linea generale, i blogger sauditi provengano da un contesto culturale molto diverso da quello iraniano: pur criticando aspramente il wahhabismo e pur sentendosi alienati dalle restrizioni della società, gli autori di questi diari virtuali, per la maggior parte, avvertono comunque un legame più o meno forte con la cultura tradizionalista del paese in cui vivono. In altre parole, essi non lottano contro la natura dittatoriale del regime, ma ne criticano l’eccessivo estremismo e l’utilizzo errato della religione come mezzo per giustificare le proprie scelte politiche e sociali. Del resto bisogna ricordare che quella saudita è una società ancora oggi molto conservatrice e fortemente attaccata alla religione. In questo contesto i blogger sauditi si distinguono in categorie piuttosto ben definite, tanto da essersi riuniti in veri e propri schieramenti che soltanto in periodi molto recenti sono giunti ad una parziale riconciliazione. Da una parte si distingue più o meno nettamente la blogosfera in lingua inglese, che fa capo ad uno dei primi blogger sauditi giunti sulla rete, Ahmed di Saudi Jeans.[40] Ahmed segue da protagonista l’evoluzione e la crescita della blogosfera saudita, gestendo anche un blog-aggregator (Saudi Blogs)[41] ed entrando direttamente a contatto con lo schieramento opposto, il versante più conservatore e vicino al regime, i cui blog sono scritti esclusivamente in arabo. La disputa sembrerebbe essere nata in seguito all’iniziativa di un blogger, Mohammed al-Mussa’ed, fondatore di una Official Community for Saudi Bloggers.[42] All’apertura del sito si legge che sono invitati nella comunità blogger che scrivono in lingua araba, che trattano argomenti “favorevoli” all’Islam e che siano di origine saudita. L’indignazione, le accuse di asservimento al regime e di incoraggiamento all’estremismo religioso sono arrivate ben presto dagli altri blogger sauditi, che anzi sospettano che dietro la sospensione del blog di Saudi Eve ci sia proprio l’iniziativa di al-Mossa’ed. “Essere liberal non vuol dire essere laico”, si difende Ahmed dalle accuse di empietà verso l’Islam rivoltegli dall’OCSAB. Così il dibattito si è reso accesissimo da una parte e dell’altra della blogosfera saudita. L’episodio, al di là dei dettagli, aiuta a comprendere le contraddizioni e i cambiamenti in atto all’interno della società saudita: pur essendo ancora profondamente ancorata alle sue tradizioni, in essa è riscontrabile, tra le fasce più giovani della popolazione, una certa apertura alla novità, dovuta al contatto diretto o indiretto con l’occidente. Si tratta della classe dei giovani sauditi benestanti che hanno la possibilità di viaggiare per lunghi periodi in paesi come gli Stati Uniti, il Canada o il Regno Unito, ed in misura minore degli studenti e delle studentesse che abitano nei grandi centri come Riadh o Jedda, che utilizzano maggiormente Internet e che hanno conosciuto la cultura occidentale in maniera più frammentaria attraverso soggiorni all’estero, Internet e le televisioni satellitari. Anche queste due categorie sono distinte piuttosto nettamente. In particolare, tra i giovani che hanno vissuto all’estero, in larghissima parte di sesso femminile, si nota un distacco netto con la propria cultura d’origine, di cui mantengono un attaccamento alla religione piuttosto superficiale. Le adolescenti e le giovani che scrivono sui loro diari virtuali sembrano aver assorbito quasi totalmente la cultura dei paesi che le hanno ospitate, ne condividono gli interessi e ne utilizzano correntemente la lingua e lo slang. Nei loro blog, a contenuto prevalentemente personale, la critica al regime riguarda prevedibilmente la discriminazione nei confronti delle donne; spesso si fa anche accenno all’arretratezza culturale della società e alla mancanza di svaghi e divertimenti. Ecco le parole di UberGirl87, 19 anni, che vive a Riadh: I am sick of males staring
at my chest, and while we're on the subject; if you want to jerk off, get
your self a TV and watch some LBC, damn it. It is seriously disturbing
that anything in a Abaya gives you a boner.I am sick of having nothing
to do all the time. This can't be healthy! I am sick of having to be
paranoid on the rare occasions that I do leave the house. I'm always on the
lookout for Muttawas [la polizia religiosa di regime, nda], or some
drunk perverts who are planning on assauliting me, like in the Nahdha video.
Those images have mentally scarred me. I'm not even exaggerating! I'm
absolutely sick of this Godforsaken town. We're stuck in the year 1804.[43] Le parole di Bissa, studentessa delle scuole superiori, sono ugualmente intrise di rabbia e insofferenza nei confronti della società retrograda che la circonda. Bissa sottolinea tra l’altro due aspetti contraddittori di questa società, descrivendo la repressione sessuale del regime e le conseguenze che ha sulla giovane popolazione maschile: Yes, two main things that
must be demolished from the face of this Per queste scrittrici dunque Internet e i blog rappresentano principalmente una distrazione ed uno sfogo rispetto ad una società con cui condividono ormai ben poco. Da notare tuttavia, in questi blog come nella totalità della blogosfera saudita, un forte attaccamento alla propria nazione, e in particolare alla sua gloriosa importanza dovuta alla religione. Un amore che spessissimo si traduce in una denuncia sull’ignoranza e sulla parzialità delle informazioni che circolano in occidente riguardo all’Arabia Saudita. Una giovanissima blogger della regione del Najd, sul suo blogger intitolato semplicemente Proud 2b [to be] Saudi enuncia: The consideration of the world to the Saudi society that
they fanatic and terrorist it does not make me happy. I want to write so that
I correct the idea, The Saudi women have all of their rights they do not need
anyone of defend their rights.[44] In Proud 2b Saudi, blog come molti in arabo e in inglese, l’anonima scrittrice prosegue fornendo dettagliate descrizioni sulla storia, sulla geografia e sulla cultura dell’Arabia Saudita, dimostrando il suo interesse nel cercare un pubblico desideroso di maggiori e più veritiere notizie sul proprio paese. L’orgoglio di appartenenza al proprio paese si realizza tra i blogger con sfumature molto diverse. È interessante notare come esso è frequente sia tra le donne che tra i blogger di sesso maschile, in cui tuttavia l’amore per la patria viene spesso accompagnato da argomentazioni più dettagliate e critiche sulla vita politica del paese. Nel panorama delle donne blogger, tuttavia, alcuni casi dimostrano una più forte presa di posizione ed una maggiore consapevolezza della condizione vissuta. La più famosa donna blogger, riconosciuta come la più importante nella blogosfera saudita, Farah, fondatrice tra l’altro insieme ad Ahmed del già citato Saudi Blogs, sfortunatamente ha da poco chiuso e reso inaccessibile il suo blog, pertanto non è possibile uno studio sulla sua personalità e sul suo diario. Altre blogger tuttavia offrono tratti più maturi e spunti di riflessione interessanti. Tra le più agguerrite nei confronti delle sopraffazioni del regime troviamo Jo, con il suo A Thought In The Kingdom Of Lunacy. Il suo blog, aggressivo e irriverente, è marcatamente di carattere politico. Esso è incentrato non soltanto sulle discriminazioni alle donne come politica di governo – si parla del divieto di guidare, di lavorare e di uscire non accompagnati da un uomo – ma anche dell’arretratezza culturale e dell’oscurantismo contro i quali lei stessa si ritrova a combattere quotidianamente. Molto interessante è, ad esempio, il racconto di una conversazione sulla recente guerra in Libano, in cui al dispiacere espresso dalla cugina per le vittime libanesi del conflitto, una ragazza che partecipa alla conversazione risponde: “Why are you upset over Lebanon? They're Shi'ite. Let them die, a7san (good)”.[45] Nel blog di Jo i racconti sulle difficoltà della vita delle donne si alternano ad attente critiche nei confronti della politica estera del proprio governo e di quello degli Stati Uniti, considerati una minaccia crescente per l’autonomia e la sicurezza dell’Arabia Saudita come del Medio Oriente. Un blog di genere totalmente diverso ma altrettanto interessante è quello della già citata Saudi Eve, che incarna perfettamente la personalità di giovane donna saudita formatasi attraverso un mélange di culture occidentale e orientale, che condivide i valori di libertà e democrazia dell’occidente ma che è allo stesso tempo legata alla propria tradizione e alla propria religione. Il suo blog è di impronta molto personale; in esso riflessioni sulla propria personalità si alternano a poesie d’amore, a considerazioni sul confronto tra diverse culture e ad una sincera fede realizzata attraverso semplici preghiere in cui si predica la pace e il rispetto tra gli uomini. Da notare, sorprendentemente, la disinvoltura della scrittrice nel trattare tematiche delicate come il sesso, per le quali è probabile che il blog sia stato censurato dalle autorità di controllo del regime.[46] Il panorama maschile dei blog sauditi si presenta considerevolmente più ristretto a quello femminile per quanto riguarda la sua parte in lingua inglese, mentre sembrano in maggioranza i blog maschili in lingua araba. Come anticipato, questi ultimi sono per lo più incentrati su tematiche religiose, anche se non mancano le eccezioni, nelle quali i blogger si avvicinano maggiormente, nei contenuti e nelle idee di fondo, alla controparte in inglese. Diversi blog in arabo, ad esempio, si incentrano su tematiche più personali, come quelli di Lair[47] e di Mwadif[48]. Gli spunti di riflessione più interessanti tra i blog in inglese si traggono senz’altro dai blog Saudi Jeans e The Religious Policeman. Il blog del più volte citato Ahmed rappresenta forse l’esempio più maturo e interessante raggiunto tra i blogger sauditi, per il fatto che in esso si riuniscono felicemente le tematiche personali a quelle di critica socio-politica vera e propria, a favore di un’immagine personalizzata e vivida dell’odierna società saudita. Ahmed, studente in farmacia alla King Saud University di Riyadh, dà sin dall’apertura del suo blog l’idea di quelli che saranno i suoi contenuti, indicando come titolo del diario virtuale Saudi Jeans, indumento che, come ci spiega egli stesso, ha un significato particolare, di trasgressione, in Arabia Saudita, e per il quale spesso ha avuto difficoltà nell’accedere a luoghi pubblici come l’università. Ahmed è di fede sciita della Regione Orientale. Molte pagine del suo blog sono quindi dedicate alla discriminazioni nei confronti degli sciiti e alla sua esperienza personale a riguardo, sulla sua incapacità di adattamento alla realtà di una grande città di fede sunnita. La maggior parte degli interventi sembra essere dedicata in ogni caso alla critica sulla rigidità delle regole imposte dal governo e sulla strumentalizzazione della religione da parte dei wahhabiti. Uno ad uno Ahmed, raccontando le proprie esperienze personali, analizza i divieti o gli obblighi imposti dallo stato attraverso l’azione feroce della muttawa, la polizia religiosa preposta al rispetto delle regole imposte dalla versione wahhabita della Shari’a. Si passa dalla mancanza dei cinema al divieto dei cellulari con fotocamere, dagli obblighi nel vestiario per uomini e donne agli orari di apertura per soli uomini dei centri commerciali. Ecco come Ahmed descrive l’azione della polizia riguardo al rispetto degli orari delle preghiere: Here in Riyadh,
you will be forced to pray, and all shops are forced to close their doors
during the prayer time, whether you like it or not, and no matter you are
Muslim or not. When prayer time comes, everybody should disappears. What I
know, the Holy Quran says the good things are clear, and the bad things are
clear, and there is no obligation in this religion.[49] Da notare come le posizioni di Ahmed non siano dichiaratamente contrarie al regime degli al-Sa’ūd, ma si incentrino piuttosto su una generale critica della società saudita e sul rifiuto di un’interpretazione radicale del Corano. Molti post sono dedicati al già citato dibattito riguardo alla blogosfera saudita, mentre molto interessante per l’analisi delle blogosfere arabe risulta essere l’opinione di Ahmed sulla questione linguistica che vede opporsi i blog in inglese a quelli in arabo. Ahmed sostiene infatti in un suo post che, come risulta per la blogosfera saudita, in tutto il mondo arabo si osservi una netta distinzione, nei contenuti e nelle idee, tra i blog in inglese e quelli in arabo, una distinzione tanto netta da rendere incomunicabili le due parti. In particolare, distinguendo tra A e B i due gruppi, Ahmed afferma: [...] most
members of group A are liberals who look to West with admire, and tend to
criticize the situation in their countries harshly. They have little or no
HTML knowledge, and they like to start blogging using a free service such as
Blogger. In the other hand, most members of group B are expert programmers
who look to West in suspicious, and write their blogs with Islamic sense. Of
course, there are some exceptions in both sides, but I can't study every
individual case in this article. [50] L’articolo ha scatenato un acceso dibattito che ha visto protagonisti blogger da tutta l’area del Golfo Persico. In un’ultima istanza vorrei analizzare il caso di un altro blogger che ha sollevato con forza la sua voce nella blogosfera, l’autore di The Religious Policeman.[51] Rimasto tuttora anonimo, l’autore di questo blog, di origine saudita, si rifugia da qualche tempo a Londra, dove si è recato evidentemente per i contenuti troppo critici del suo diario virtuale. La sua voce rappresenta in effetti nella blogosfera saudita l’unico esempio di critica aperta e radicale al regime degli al-Sa’ūd. Al-Hamedi al-Anezi, [52] come si fa soprannominare, ha tenuto aggiornato – fino al Giugno di quest’anno – le pagine della propria pagina personale aggiungendo quasi quotidianamente per due anni commenti, notizie e riflessioni sulla politica interna ed estera del regime saudita. La sua personalità appare come quella di un giornalista indipendente, musulmano dalle posizioni decisamente progressiste, dalla mentalità e dalle idee molto vicine a quelle di un radicale di sinistra in Europa. Le sue descrizioni del regime dei sauditi e del governo sono estremamente lucide e cariche di sarcasmo e cinismo. Dai progetti economici di “saudizzazione” delle imprese, per le quali, afferma “al-Anezi”, sono stati compiuti licenziamenti senza riguardo in nome della necessità di “saudizzare” la manodopera, alla feroci repressioni della muttawa sulle donne e sui riformisti favorevoli alla nascita di un parlamento, per arrivare alle recenti vicende legate alle note vignette danesi sul Profeta, il Religious Policeman decostruisce e ridicolizza una ad una le azioni intraprese dalla famiglia al-Sa’ūd negli ultimi due anni. A titolo di esempio riporto la cinica descrizione della pratica delle esecuzioni pubbliche: After all, we're not allowed
cinemas or piano bars or concert halls or theatres, so what better way to
spend Friday, after Friday prayers in the mosque, than a really good Public
Execution. Bring all the family, it's
entertainment for all ages.[53] Per comprendere la radicalità del suo pensiero riporto, in conclusione, ancora un esempio in cui risponde alla domanda postagli in un commento, se odia o meno l’Arabia Saudita: I don't hate
Arabia; it is my country. I detest the name "Saudi", because it
implies that the Saud family own it, instead of it belonging to God and the
people. How would you feel about "The Bush States" or "Windsor
Britain"? That aside, it is an ambivalent relationship. I love the sense
of family and community in the country, but I don't like its backwardness,
and the way it is used by royal and religious elites for their own ends.[54] |
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[1] Questo studio vuole dare uno sguardo globale al fenomeno dei blog in Iran. Data l’immensa quantità di materiale disponibile, verranno trattati gli elementi ritenuti più interessanti e riportati solo gli esempi più significativi. Tale ricerca non vuole dunque in alcun modo essere esauriente sull’argomento trattato, per il quale sarebbe opportuno uno spazio molto più ampio.
[2] http://deltangestan.com
[3]We Are Iran, Nasrin Alavi,
Portobello Books Ltd, 2005. È possibile scaricare un estratto del volume alla
pagina: http://www.softskull.com/files/WeAreIran_SampleChapterLo.pdf#search=%22we%20are%20iran%22
[4] http://www.ahmadinejad.ir
[5] www.khamenei.ir
[6]L’indirizzo del suo blog è http://www.hoder.com
[7] Il rapporto Internet Filtering in Iran è consultabile al sito: http://www.opennetinitiative.net/studies/iran .
[8] Vari articoli e lettere si trovano sul blog Free Ganji alla pagina: http://freeganji.blogspot.com/
[9] La campagna più attiva è considerata ReleaseGanji ed è visitabile al sito: http://releaseganji.net/ .
[10] Commitee to Protect Bloggers, http://ctblog.daria.be/
[11] http://stop.censoring.us/
[12]
http://lbahram.blogspot.com/2002_08_01_lbahram_archive.html
[13] http://dentist.blogspot.com/2004_01_01_dentist_archive.html , 8 Gennaio 2004.
[14] http://iranian-girl.blogspot.com/, 18 0ttobre 2005.
[15] http://www.webneveshteha.com, 12 Febbraio 2004.
[16] http://awathiva.persianblog.com, 14 Febbraio 2003.
[17] http://python.persianblog.com, 20 Luglio 2003.
[18] http://acetaminophen.persianblog.com, 24 Marzo 2003.
[19] http://atash3.blogspot.com, 25 Maggio 2003.
[20] Il suo articolo è consultabile al sito: http://www.badjens.com/rediscovery.html
[21] http://hoder.com/weblog/archives/cat_israel_visit.shtml, 29 Aprile 2006.
[22] http://mani.wordpress.com/2006/07/31/akbar-mohammadi-death/, 31 Luglio 2006.
[23] http://carry-me.blogspot.com/, 25 Febbraio 2004
[24] http://tehranonline.blogspot.com, 25 Giugno 2003.
[25] http://land-of-persia.blogspot.com/2004_09_01_land-of-persia_archive.html, 10 Settembre 2004.
[26] http://www.persianblog.com/
[27] http://ainazcartoon.persianblog.com
[28] http://mohy.persianblog.com
[29] http://sokhanetaazeh.persianblog.com
[30] http://saberi.persianblog.com/
[31] http://telemedicine.blogfa.com/
[32] http://lean.persianblog.com/
[33] http://quranblog.blogsky.com/
[34] http://khameneimarjataghlid.persianblog.com/
[35] http://hoder.com/weblog/archives/007401.shtml, 15 Giugno 2003.
[36] http://drmoeen.ir
[37]http://news.pacificnews.org/news/view_article.html?article_id=32bb498ec49e9d314476713cdf9ab35a
[38]ttp://blog.washingtonpost.com/postglobal/hossein_derakhshan/2006/08/nuclear_iran_needed_for_defens.html
[39] http://acepaminophen.persianblog.com
[40] http://saudijeans.blogspot.com
[41] http://www.saudiblogs.org
[42] OCSAB, http://www.ocsab.com
[43] http://ubergirl87.blogspot.com/2005_10_01_ubergirl87_archive.html, 31 Ottobre 2005.
[44] http://proud-2b-saudi.blogspot.com/2005_07_01_proud-2b-saudi_archive.html, 7 Luglio 2005.
[45] http://classic-diva.blogspot.com/2006_07_01_classic-diva_archive.html, 31 Luglio 2006.
[46] Sarebbe interessante approfondire la ricerca sul modo in cui le giovani blogger saudite affrontano questo argomento, per capire come esso viene vissuto e come, si può supporre, i blog e Internet rappresentino un nuovo strumento di approccio e di conoscenza di fronte ad una realtà che nega ogni contatto con il sesso.
[47] http://lair.ws/ar
[48] http://mwadif.blogspot.com/
[49] http://saudijeans.blogspot.com/2004/09/great-religion-bad-people.html, 21 Settembre 2004.
[50] http://saudijeans.blogspot.com/2005/02/great-divide-observations-on-arab.html, 17 Febbraio 2005.
[51] http://muttawa.blogspot.com
[52] Lo pseudonimo è una provocazione alla muttawa essendo al-Hamedi al-Anezi il nome del capo della stessa Polizia Religiosa.
[53] http://muttawa.blogspot.com/2004_03_01_muttawa_archive.html, 30 Marzo 2005.
[54] http://muttawa.blogspot.com/2005/12/religious-policeman-faq.html