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Capitolo Due

Diari di Guerra: Blog

in Palestina, Iraq

e Libano

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

CAPITOLO DUE

Diari di Guerra: Blog in Palestina, Iraq e Libano

 

 

1. Cronache da un paese che non c’è:  la blogosfera palestinese

 

16 juillet 2006, 7h30


Après avoir essayé en vain de dormir, je décide de me lever, et je me précipite vers la maison de mes amis. Ils n’étaient pas blessés mais la scène était choquante. Fawaz était effrayé, incapable de se concentrer, son frère et les enfants étaient traumatisés, il m’a montré le jardin, où de vieux arbres ont été complètement détruits. Les vitres de leur édifice et le jardin étaient couverts par les ruines et les débris du ministère des affaires extérieures. Pourquoi diable frapper le même bâtiment deux fois dans la même semaine, il ont fait la même chose avec le bâtiment du ministère de l’intérieur, près de chez mon amie Hoda

C’est une punition collective massive, systématique, planifiée et terrifiante.

Dal Blog From Gaza, with Love, di Mona el-Farra, medico.[1]

 

           Lo scenario della blogosfera palestinese, seppur non particolarmente consistente, si presenta nel complesso come un esperimento originale ed efficace di diffusione di notizie, idee, dibattiti e racconti. Tutta la blogosfera proveniente dai Territori Occupati Palestinesi e da Israele, che conta un numero di siti che si aggira intorno ai 150, offre un quadro piuttosto eterogeneo, in relazione alla provenienza sociale, geografica e al retroterra culturale e religioso dei singoli blogger. Esiste tra l’altro un folto numero di blog scritti da palestinesi emigrati, che spesso fanno ritorno al loro paese d’origine, o da esiliati, soprattutto in Giordania, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Si potrebbero poi annoverare all’interno di questa blogosfera anche tutti quei blogger – giornalisti, volontari, semplici viaggiatori – provenienti da altre parti del mondo che con passione descrivono i loro viaggi e la loro permanenza in Palestina, o ancora tutti coloro che hanno deciso di aprire spontaneamente un blog a sostegno della causa palestinese.

 

1.1 Caratteristiche

Per l’anomala e difficile situazione che questo popolo vive, la blogosfera palestinese presenta tutta una serie di caratteristiche che la differenziano dalle altre blogosfere del mondo arabo. Innanzitutto i membri al suo interno sono piuttosto compatti tra loro, visti gli obiettivi, gli ideali e le opinioni estremamente radicati in comune. Per iniziativa di alcuni dei blogger palestinesi più rappresentativi si è tra l’altro creata, di recente, una comunità virtuale, denominata PalestineBlog.org, che funge anche da blog-aggregator, raccogliendo quotidianamente i post dai vari blog divisi per argomento. Gli autori di questi blog hanno una forte consapevolezza della loro comunità e soprattutto del loro ruolo: far conoscere al mondo le atrocità a cui è sottoposto il popolo palestinese. Nondimeno essi si rivolgono a questo stesso popolo affinché, attraverso una vera e propria “nuova educazione”, esso comprenda il ruolo attivo che deve avere nel determinare il proprio futuro. Questi blogger dichiarano dunque apertamente la loro avversione alla politica di Israele, anche se non in tutti i casi si dichiarano sostenitori della lotta armata, quindi dei vari gruppi politico-militari come Hamas ed Hezbollah. La blogosfera palestinese si divide in effetti tra chi promuove un vero e proprio boicottaggio di Israele, dunque tra chi è a favore di un maggiore attivismo politico-militante, e chi, pur in una sincera rabbia, propende per posizioni più moderate e pacifiche. Accomuna tutti i blog un sentimento di sconforto, di rabbia, di frustrazione da un lato, e dall’altro di solidarietà, attaccamento alla propria terra e speranza.

È altrettanto importante notare il fatto che rispetto a ciò che accade in altri paesi come Egitto, Siria o Iran, la blogosfera palestinese non vive su di sé il problema della censura. Dunque, da un punto di vista strettamente comunicativo, essa non nasce come necessità di eludere la mancanza di libertà di espressione e mira piuttosto alla diffusione di idee ed alla conoscenza di una realtà considerata troppo poco approfondita dai media tradizionali. Per questo motivo sono nati anche alcuni siti di informazione indipendente creati da gruppi di palestinesi e non, che sono cresciuti via via d’importanza sulla rete. Molto interessante la rivista online dall’eloquente titolo Electronic Intifada - Palestina’s weapon of mass instruction.[2]E.I.”, che conta tra i suoi collaboratori un palestinese che si occupa di diritti umani e blogger egli stesso di un diario virtuale, Arjal el-Hassed, offre numerosi reportage dalle zone di guerra, alcune inchieste indipendenti sulla politica israeliana e una serie di rubriche dai contenuti molto vari. Per capire l’importanza assunta da questo network, basti pensare che altrettanto successo hanno ormai riscosso i corrispettivi Electronic Iraq e Electronic Lebanon.

Ciò che certamente accomuna la blogosfera palestinese a quelle della maggior parte dei paesi arabi è l’origine culturale e sociale dei blogger. A parte i pochi giornalisti  di maggior fama (Arjal el-Hassed, appunto, Laila el-Haddad e qualche altro), il popolo dei blogger si compone di gente colta, benestante che può, per così dire, permettersi uno sguardo più distaccato dalla cruda realtà che difficilmente li tocca di persona, in modo da poterla descrivere accuratamente ed attraverso una lingua, l’inglese, che altrimenti sarebbe inaccessibile. Una certa differenza si coglie infine nella condizione sociale ed economica tra i blogger che scrivono dai territori occupati, da Ghaza e dalla Cisgiordania, e coloro che risiedono invece all’interno dello stato di Israele, in particolare a Gerusalemme ed a Betlemme. Questa differenza si riflette prevedibilmente sulle tematiche trattate.

 

 

1.2 Contenuti

I blog in Palestina sono stati e sono, sin dalla loro nascita, specchio della causa palestinese. Di essa riflettono tutte le caratteristiche, ne sono divenuti la voce più forte e al tempo stesso un luogo prediletto per dibatterne i contenuti e le modalità. Da sempre l’ideologia della lotta per la liberazione della Palestina è stata profondamente influenzata da correnti politiche esterne: così è anche per i giovani blogger palestinesi, che non esitano ad accostare la figura di Che Guevara a quella del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, o che utilizzano indistintamente come mito John Lennon o Gandhi. Un sincretismo diffuso come si è visto anche in altre parti del web mediorientale.

La possibilità di proporre qualsiasi argomento e poterlo commentare con estrema semplicità ha fatto sì che i blog potessero diventare luogo di scambio di opinioni, o forse più spesso nel caso della Palestina, di esperienze, al pari quasi dei luoghi di discussione virtuali “tradizionali”, i forum. Per la loro natura aperta e immediata i blog hanno introdotto nella discussione sulla causa palestinese anche partecipanti esterni, provenienti da ogni parte del mondo. Certo, non mancano i blog palestinesi in arabo, presenti soprattutto all’interno del grande portale pan-arabo Maktoob, ma al contrario delle altre blogosfere essi non si differenziano così profondamente da quelli scritti in inglese o in francese. Così, nei blog di stampo politico, che in effetti sono la maggior parte, si discute della brutalità dell’ancora attuale attacco di Israele su Ghaza, ancora prima dell’elezione di Hamas - e le opinioni sono quasi sorprendentemente contrastanti - del Muro, della guerra in Libano; si discute sulle modalità di lotta contro Israele, di come boicottarlo, di come resistere, in definitiva; si diffondono video, fotografie, immagini, logo che simboleggiano la lotta. Tra i giovani, nei quali la rabbia verso le ingiustizie e l’odio per Israele si sentono maggiormente, il linguaggio è particolarmente diretto e poco spazio viene lasciato alla riflessione politica vera e propria. Ecco come il giovane blogger di A palestinian candle sarcasticamente enumera i vantaggi dei blocchi ai checkpoint che separano Israele dalla Palestina:

It's always an excuse why i'am late!

Chance to meet plenty of new people...

Chance to meet israeli civilians,,,,most of them in my age are   soldiers serving in the melitary service,,,,

Chance to feel important when more than 3 machines are chiking my body cells, burce, books.

A good reminder that my land is still under occupation.

A good reminder of my brothers and sisters who are caged in the Israeli jails [3]

Ben più radicale e solenne il tono di Adham Khalil nel suo Free Free Palestine!:

What I and my people have faced forces me to imagine that I will be killed by Israeli army occupation, but I don't know where and when it will happen. After this picture formed in my mind, I started imagining myself as a Palestinian martyr in which I see my family and my friends carrying my corpse in my funeral shouting “God is great, God is the greatest,” mixed with Palestinian national songs [4]

Per quanto riguarda invece i blogger dalle tendenze più moderate, è forte in loro la consapevolezza di quanto insufficienti ed errate siano le informazioni che circolano nel mondo riguardo ai paesi arabi e musulmani, e per questo si lanciano nella promozione di un Islam liberale e moderato, contro ogni forma di islamofobia.

Riporto le parole dal blog Saracen: Arabian Knight:

We as Arabs and Muslims are being misrepresented in many media outlets worldwide, and indeed, we have taken a great fall, but many of us are already on our feet. On the other hand, those who you view in the media are not representative of the whole group of MidEasterners and Muslims. There are a lot of us out there, willing to take the extra yard in order to show the world that we really are not what you see on television... Far from it. [5]

 

Questi blogger si fanno così sostenitori di alcune campagne di informazione che si incontrano in molte altre parti del mondo virtuale arabo a favore di una rivalutazione dell’Islam e dei paesi arabi (come per la campagna tramite banner[6] di “This blog is anti torture”).[7] Purtroppo queste voci non sembrano avere grande eco né da una parte del mondo né dall’altra, né nella sfera virtuale né in quella reale.

Nei blog di impronta più personale si raccontano tra le altre cose le proprie piccole disavventure di una vita all’interno di un territorio occupato, o, come nel caso di From Gaza with love o di Nursing Notes from Palestine, si dà testimonianza delle molte difficoltà, come la mancanza di acqua e di elettricità, incontrate dai medici e dagli infermieri nel soccorrere i feriti palestinesi durante gli attacchi. Riporto ancora un esempio dall’ottimo blog From Gaza with love riguardo alle difficoltà sanitarie legate agli attacchi israeliani della scorsa estate:

Thousands of children suffer from post traumatic stress syndrome symptoms. They are going back to school next Saturday but there is no water, no electricity, no proper sewage system, no entertainment, no cash to buy food. The borders are closed; just opened rarely to let in some medications and humanitarian aid for the UNRWA. Public health has been greatly affected. An increasing number of families rely on aid to for food so many children do not have well balanced meals. Middle East Children's Alliance distributed 500 school bags and stationeries for kids of Gaza.[8]

Alcuni blogger si specializzano nel proporre opere di giovani artisti che vogliono dare il loro contributo alla causa (+Randomness[9], Almanara Square[10]), altri sono veri e propri poeti che vogliono esporre i loro versi sempre dedicati alla terra amata. È il caso del blog Poetry 4 Palestine[11], di Hayam Noir, poeta che compone sorprendentemente in inglese ma che non raggiunge particolari velleità artistiche se non quella di rappresentare una testimonianza originale. A parte le note Mona el-Farra e Laila el-Haddad, che vedremo fra poco, il panorama femminile dei blog palestinesi mostra una tendenza più personalizzante-evasiva, generalmente più pacifista e meno aggressiva della controparte maschile. Dalia, da Ramallah, ad esempio, si dice sconcertata dalla vittoria di Hamas alle elezioni e si chiede cosa succederà adesso che è andato al potere un partito così radicale. Tra i blog più noti si annoverano anche quelli di alcuni gruppi di giovani come KabobFest[12], che dà uno sguardo acuto e satirico sulle questioni, o Voices from the Bethlehem Ghetto[13], che si concentra sulle conseguenze devastanti della costruzione del Muro intorno a Betlemme.

 

 

1.3 Il blog Raising Yousuf di Laila el-Haddad

La giovane Laila el-Haddad è certamente tra i più interessanti e maturi protagonisti della blogosfera palestinese. Apparso sulla rete ormai due anni fa, il suo blog ha ottenuto velocemente una notevole fama all’interno e fuori dalla rete, essendo anche apparso più volte sulla stampa internazionale. Laila el-Haddad, che si presenta spesso anche come Umm Yousuf, è giornalista per la parte inglese del  noto canale satellitare Al-Jazeera e per il Guardian Unlimited.[14] 28 anni, originaria della Striscia di Ghaza, si muove tra il Medio Oriente e gli Stati Uniti, dove ha studiato e dove adesso risiede parte della sua famiglia. Ha intitolato il suo blog al figlio Yousuf di due anni, sempre presente nei suoi continui spostamenti e protagonista assoluto dei molti racconti di Raising Yousuf.

Dalla lettura dei numerosi interventi che compongono il blog, si coglie senza troppe difficoltà la profonda differenza nel bagaglio culturale, derivato principalmente dall’esperienza giornalistica all’estero, tra questa giovane giornalista e numerosi altri blogger palestinesi. L’idea stessa che sta alla base del blog mostra un progetto ben preciso per la descrizione di questa realtà, oltre che, naturalmente, delle vicende della vita personale dell’autrice. In modo decisamente innovativo, Laila el-Haddad ha scelto infatti – almeno per una buona parte del blog - di raccontare, discutere e commentare le problematiche della realtà della vita dei palestinesi di Ghaza attraverso piccoli aneddoti che riguardano la crescita del piccolo Yousuf: dai primi passi all’affetto del nonno, passando attraverso i viaggi in frontiera e la stessa vita di guerra, il tutto osservato dal punto di visto del figlio di due anni. In un inglese estremamente fluido, Umm Yousuf si dimostra capace di raccontare con ironia e sensibilità gli aneddoti apparentemente più insignificanti della sua vita personale a favore di un’immagine personalizzata e al tempo stesso acuta ed innovativa della realtà della vita nella Striscia. Anche tra le pagine più recenti di questo diario virtuale, seppur maggiormente dedicate alle drammatiche vicende della guerra in Libano e composte non più direttamente da Ghaza ma dagli Stati Uniti dove Laila si è ricongiunta al marito esiliato, è possibile notare ancora questa scelta stilistica. A titolo di esempio vorrei riportare la narrazione di un piccolo episodio con protagonista Yousuf, risalente al maggio del 2005:

Today we went to my father’s farm, and on the way we stopped by a local souk in the Central Gaza Strip. I bought him two little chicks to play with (they later died, I’m sorry to say…though through no fault of my little chick-choker thank you very much). He chased after them gleefully, waving his hands, screaming “jaja..jaja!” (chicken! Chicken!)…

I can only imagine the fear that overtook  those poor birds, rest their souls. Later than evening, Israeli helicopter gunships appeared overhead from the nearby Nezerim settlement, on their way to target Palestinian fighters in Khan Yunis. I didn’t notice until yousuf began pointing to the sky  asking (confirming?) “jaja? Jaja?”. *sigh*…how do you explain this one to a one-year-old?[15]

I racconti sulla vita del giovane Yousuf nei post degli ultimi mesi vengono sempre più inevitabilmente tralasciati per dare spazio alla cronaca quotidiana delle dure condizioni in cui i cittadini di Ghaza vivono a causa degli attacchi da parte dell’esercito israeliano. Raising Yousuf si avvicina così a quel genere di blog incentrato sul citizen journalism, che come si accennava, ha avuto molto spazio nelle blogosfere delle zone di guerra. Un genere giornalistico nuovo, indipendente e spontaneo nato dalla semplice voglia di raccontare e di far conoscere al mondo la propria condizione.

In Raising Yousuf c’è dunque ampio spazio anche per riflessioni sulla realtà politica e sociale dell’occupazione della Striscia, sulla politica estera di Israele, in generale su tutte le tematiche più discusse sul Medio Oriente, dall’Iraq alla recente guerra israelo-libanese, dalle elezioni palestinesi nel 2005 alla politica estera americana. Si trova anche spazio per una ritratto più o meno dettagliato della condizione esistenziale del “palestinese senza stato”, prigioniero in una terra che non gli appartiene. Pienamente fiducioso, tuttavia, di poter trovare in un futuro, la pace e la libertà che gli sono state sottratte.


2. La rinascita parte dai blogger: diari virtuali in Iraq

 

La blogosfera irachena rientra tra le realtà che senza dubbio permettono al meglio di comprendere gli stimoli e le novità apportate alle comunicazioni nel mondo arabo dai diari virtuali. I blog in Iraq hanno permesso al popolo iracheno di far conoscere al resto del mondo tutto ciò che dai media tradizionali non è mai o quasi mai emerso, vale a dire il loro punto di vista su una realtà che sono loro stessi a vivere e ad affrontare. Credo che la novità più rivoluzionaria riguardo questo fenomeno sia il fatto che gli iracheni abbiano potuto mettersi in contatto nella maniera più diretta possibile con il resto del mondo: interloquendovi personalmente. Hanno potuto raccontare di persona quello che succedeva attorno a loro, rispondere ai tanti quesiti posti dai loro coetanei provenienti dagli Stati Uniti e dagli altri paesi coinvolti in questo conflitto; denunciare condizioni terribili, tragedie inumane, dolore; ma, dall’altro lato, hanno mostrato giorno per giorno, mese per mese, che la vita degli iracheni dalla fine del regime di Saddam Hussein è proseguita nonostante tutto; che è reale l’orrore, ma che esiste anche un altro aspetto delle loro vite, la normalità, la quotidianità. È questo il messaggio fondamentale che la blogosfera irachena, per quanto abbastanza eterogenea, vuole lanciare unanime al mondo.

Sul totale della blogosfera irachena, che conta circa 200 siti, mi sono concentrato su quelli che mi sono sembrati i più interessanti ed originali, all’incirca una ventina. La storia di questa blogosfera è molto particolare e relativamente recente poiché strettamente legata alle vicende che hanno sconvolto il paese. Si può dire che essa sia nata, se si esclude il caso di Salam Pax, intorno alla fine del 2003, con la fine della guerra, la caduta del regime di Saddam e la diffusione su larga scala di Internet. Con il passare degli anni, visto il successo dei primi blogger, i diari virtuali sono costantemente aumentati e se ne è ampliata la varietà. Come per il resto del mondo arabo, i blog più conosciuti sono scritti in larga parte in inglese, a testimonianza, ancora una volta, di uno scopo ben preciso, di un pubblico consapevolmente scelto. Esiste tuttavia una realtà del tutto nascosta persino ai blogger iracheni più importanti, quella della comunità virtuale di Asdiqa’ al-Dimuqratiyya (“amici della democrazia”), interamente in lingua araba, che conta un numero molto più alto di blog : si parla di circa 1.500 diari virtuali. Una realtà totalmente sommersa e piuttosto chiusa, che tuttavia testimonia il largo successo di questo portale e, si presume, nasconda una fitta rete di comunicazione e di scambio di idee interna all’Iraq e al mondo arabo.[16]

 

 

2.1 Salam Pax

Fondatore, protagonista ed emblema dell’intera blogosfera irachena, Salam al-Janabi, in arte Salam Pax, è l’unico blogger iracheno che abbia mai avuto un reale e forte riscontro sulla stampa, nei media e nell’opinione pubblica mondiali. Gli archivi del suo primo blog, Where is Raed?, sono stati raccolti nel 2003 in un volume, tradotto anche in italiano.[17] Trent’anni, architetto, di Baghdad, ha collaborato negli scorsi anni con Bbc, The Guardian e Internazionale, continuando a mantenere costantemente aggiornato il suo diario virtuale.

Where is Raed? ha preso vita nel settembre del 2002, con largo anticipo quindi rispetto al resto dei blog iracheni. Le sue pagine raccontano con cura, dettaglio e passione il prima, il durante e il dopo della guerra in Iraq. In un linguaggio irriverente, ironico e pungente Salam fa vivere al lettore la storia che ha sconvolto il suo paese attraverso il suo occhio attento e perspicace, rivelando una realtà che pochi altri hanno saputo descrivere in maniera così lucida, obiettiva e ironica.

Vorrei riportare alcuni esempi per cogliere nel modo più efficace lo stile descrittivo e i contenuti di questo eclettico personaggio.

Nel primo periodo del suo blog, Salam Pax utilizza il suo spazio virtuale più che altro per parlare delle sue passioni e delle sue vicende personali, riuscendo comunque a discutere di questioni più o meno delicate legate al regime di Saddam: tratta per esempio dell’inspiegabile sparizione di alcuni individui, dei problemi legati alla propria omosessualità, o ancora analizza le vicende che hanno poi portato all’invasione americana. Un post di dicembre del 2002 esorta così:

there are three things you can do whenever you like in Iraq:
- get seriously ill
- get arrested
- get exicuted

Il diario di Salam si trasforma in intenso warblog nei mesi degli attacchi:

9:29 pm March 24 (day4) Tonight we didn’t notice any news channel reporting anything from fairford about the B52s, but then again the bombardment hasn’t stopped the whole day. Last night’s bombardment was very different from the nights before. It wasn’t only heavier but the sound of the bombs was different. The booms and bangs are much louder

Infine nel lungo dopoguerra, in Where is Raed e nel nuovo Shut up you fat whiner!, avvicinandosi in contenuti e genere ai blog dei suoi connazionali virtuali, Salam si dedica soprattutto all’analisi della situazione politica interrogandosi sul futuro dell’Iraq. Questi i suoi dubbi sugli effetti positivi della guerra, dubbi che rispecchiano tra l’altro larga parte del pensiero dei blogger iracheni (tratto dal volume Baghdad Blog):

Saddam se n'è andato, grazie a voi. Ne valeva la pena? Certo che sì. Tutti noi sapevamo di essere giunti al punto in cui non ci saremmo mai liberati di lui senza un intervento straniero; solo avrei desiderato che la cosa fosse stata preparata meglio.

 

 

2.2 Tratti generali della blogosfera irachena

Intorno alla figura di Salam si è creata una vera e propria cerchia di blogger amici e collaboratori che, incoraggiati dall’iniziativa e dal successo dell’amico, hanno aperto i loro blog e riscosso altrettanto successo. Personaggi come Riverbend, Zeyad, Omar e Mohammed (i due coordinatori di Iraq The Model), lo stesso Raed a cui il blog di Salam è dedicato, possono essere considerati altrettanti pionieri della blogosfera irachena. Questi e gli altri blogger emersi tra il 2004 e il 2005, nonostante sviluppino opinioni piuttosto discordanti, si può dire abbiano lo stesso punto di partenza, gli stessi obiettivi e gli stessi sentimenti. Tutti, come si accennava prima, si sono resi conto, subito dopo la fine del conflitto, che i mezzi di comunicazione arabi e mondiali danno una quantità di informazioni riguardo alla situazione in Iraq del tutto insufficiente se non addirittura errata, che rischia di creare un’immagine distorta e pericolosa. Un’immagine fatta solo di violenza, morte e odio, mentre la realtà, dicono i blogger compatti, è molto più complessa e variegata. Titoli di blog come “Truth About Iraq” o “New points of view about the future of Iraq” nient’altro testimoniano che questo preciso obiettivo. Tocca alla gente comune, dunque, raccontare la quotidianità, il “nonostante tutto”. Giovani e giovanissimi a decine bloggano su come trascorrono le loro giornate a Baghdad, a Mosul o a Bassora; affrontano gli argomenti più disparati, dal calcio ai videogame, dallo Star Academy made in Iraq ai loro viaggi nei paesi vicini. Baghdad Girl, quindici anni, adora i gatti e ogni giorno inserisce una foto nel suo blog; l’anonimo blogger di Then Some! ci rende partecipi della sua passione per la chitarra e per i manga giapponesi. Con questo non si vuole dire che questi blogger abbiano dimenticato la situazione del paese in cui vivono. Al contrario, molti post sono dedicati alla descrizione della quotidiana convivenza con la guerra, dalle esplosioni che si sentono troppo spesso, ai vicini di casa rimasti uccisi in un attentato, alla continua mancanza di corrente. Lo stesso autore di Then Some! indica nel suo profilo personale come paese di provenienza nientemeno che “Hell... or somewhere close”. I più giovani tra i blogger riportano anche testimonianze valide e preziosissime sulle condizioni in cui versano le loro scuole, attraverso racconti e fotografie.[18]

Abbiamo visto che lo scopo principale dei blogger iracheni è quello di portare alla luce una nuova realtà, rimasta oscurata per troppo tempo. Essi sembrano rendersi conto quindi dell’ignoranza dilagante riguardo alle informazioni sul loro paese. Rivolgendosi ai visitatori dei loro blog, tra l’altro in stragrande maggioranza americani, essi cercano di fornire quante più informazioni possibili sulla storia, sulla cultura e sulla religione del loro paese. Ecco che allora il blogger Hammorabi dedica molti dei suoi interventi alla storia dell’antica Babilonia, in A Man from Mosul viene fornita una presentazione panoramica della propria città, A free Writer spiega che cos’è il ‘Eid di fine Ramadan e sottolinea come molti versetti del Corano predichino la pace e la convivenza.

Molti blogger si spingono oltre, arrivando a descrivere gli anni trascorsi sotto la feroce dittatura di Saddam Hussein. I diari virtuali si trasformano così in racconti di ricordi da una realtà che sembra adesso lontanissima. In Iraq at a Glance A.Y.S., dentista di Baghdad, ricorda ad esempio le atroci condizioni a cui era sottoposto l’esercito, denunciando le terribili punizioni corporali che si subivano qualora si decidesse di fuggire. E ancora gli orrori della guerra contro l’Iran, “combattuta solo per Saddam, non certo per gli iracheni”[19], e la condizione delle donne vedove senza possibilità di mantenimento autonomo. Riverbend ricorda come anche a scuola ci fosse mancanza totale di libertà di espressione, Omar di Iraq The Model fa notare come i salari fossero sotto Saddam di appena 1 o 2 dollari al mese.

 

2.3 Contesto e Dibattiti

Sui blog iracheni si segue, giornalmente, lo sviluppo del pensiero degli iracheni riguardo alla situazione che stanno vivendo. Si può dire infatti che i blog nascono non soltanto come desiderio di far conoscere al mondo ciò che loro ritengono essere la verità, ma anche come sincero e spontaneo sfogo di ciò che essi sentono interiormente, che vogliano essi esprimere rabbia, speranza, incredulità o rassegnazione. Ecco cosa dice Riverbend, giovane informatica di Baghdad, in seguito all’attacco kamikaze al palazzo dell’Onu nell’agosto del 2003:

Nothing is moving forward- there is NO progress and this is just an example. The media is claiming Al-Qaeda. God damn, we never HAD Al-Qaeda before this occupation... fundamentalists kept their heads down. Now they are EVERYWHERE- they 'represent' the Iraqi people on Bremer's puppet council...[20]

Iraq The Model esprime sentimenti di tutt’altro tipo:

I can understand the fear of the middle east dictators from the ongoing changes in Iraq, as for them the new born democracy and freedom in Iraq is like a terrifying monster or a highly contagious disease that should be contained, but what I do not understand is the rejection of some of the people of the advanced world.[21]

Nelle discussioni che ruotano attorno alle vicende politiche e militari si possono trovare gli spunti più interessanti per una riflessione sulla condizione degli iracheni. Il loro punto di vista sull’intervento militare americano, sulla presa al potere del governo provvisorio di al-Chalabi e sulla nascita del parlamento, sulle prime elezioni democratiche, sull’aumento della violenza, della criminalità insieme all’ascesa del fondamentalismo; e ancora sulla gestione della sicurezza da parte dell’esercito americano, sulle dispute tra le diverse etnie e correnti religiose, sull’influenza politica e militare dei paesi vicini... Sono tutti questi gli argomenti trattati con grande interesse e attenzione dai blogger. Ed è su questo piano che si incontrano le maggiori divergenze nelle opinioni. Nella parte che ci interessa, quella della blogosfera in lingua inglese, bisogna tuttavia notare alcuni punti fondamentali che accomunano la  quasi totalità degli autori dei diari virtuali. Che siano essi a favore o contro l’occupazione americana, il punto di partenza è essenzialmente lo stesso: il desiderio inequivocabile di pace e democrazia; il rifiuto netto di qualsiasi forma di fondamentalismo a favore di un Islam moderato e un paese laico; il rispetto più ampio possibile delle diversità etniche e religiose; la consapevolezza di una necessità urgente di indipendenza e autosufficienza. Da queste considerazioni si può facilmente intuire come il popolo di blogger provenienti dall’Iraq faccia parte di un ceto sociale e culturale ben preciso: quello della classe benestante e acculturata, che molto spesso ha trascorso lunghi periodi all’estero dove ha potuto ampliare il proprio punto di vista grazie al confronto con le altre culture e naturalmente imparare altre lingue. Il blogger iracheno medio, si può affermare, fa parte di un ambiente aperto e stimolante. Viene da chiedersi, senza dubbio, se il resto del popolo iracheno condivida le posizioni del suo rappresentante “virtuale”: in ogni caso i blogger sostengono di esprimere opinioni diffuse in tutto il paese.

Sulla totalità dei blog analizzati ho riscontrato, sorprendentemente, pochissimi blogger che si dimostrano totalmente avversi all’evolversi delle vicende del dopoguerra iracheno. È interessante notare che pochissimi blogger utilizzino la parola “occupazione” per indicare la presenza militare americana sul suolo iracheno. Tra questi la giovane già citata Riverbend rappresenta il caso più interessante. Il suo blog si presenta come un vero e proprio diario di guerra: i suoi racconti sulle difficoltà del dopoguerra, dalla mancanza di elettricità alla criminalità e al fondamentalismo in crescita sono estremamente coinvolgenti e appassionanti. Riverbend, ma anche qualche altra donna come Ishtar, raccontano come dopo la fine della guerra esse facciano fatica ad uscire di casa senza velo senza raccogliere continui sguardi e commenti dei passanti e di come hanno perso il lavoro senza alcun preavviso. Ecco cosa dice Riverbend in proposito quando esce dall’ufficio da cui l’hanno appena licenziata:

I turned my back, walked down the stairs and went to find E. and my cousin. Suddenly, the faces didn’t look strange- they were the same faces of before, mostly, but there was a hostility I couldn’t believe. What was I doing here? E. and the cousin were looking grim, I must have been looking broken, because they rushed me out of the first place I had ever worked and to the car. I cried bitterly all the way home- cried for my job, cried for my future and cried for the torn streets, damaged buildings and crumbling people.[22]

Spiega ancora che la sua è una situazione molto comune in Iraq, che anzi spesso ha sentito storie anche peggiori di impiegati uccisi o scomparsi. Si legge disillusione e rabbia nelle sue descrizioni del nuovo governo di al-Chalabi e di al-Jafaari:

The Puppet: Ibraheim Al-Jaffari

[...] Ibraheim Al-Jaffari makes me uncomfortable. He isn’t very direct or coherent. He speaks in a suspiciously low voice and has a shifty gaze that never seems to settle on the camera.23

Decisamente diversi sono i sentimenti espressi da molti altri personaggi della blogosfera irachena. Il già citato blog Iraq The Model fa da capofila agli iracheni ottimisti che vedono nel dopoguerra il ritorno, dopo vent’anni di dittatura, alla libertà di espressione e al benessere comune:

You ask me not to feel gratitude to those who set me free, ask for what is more realistic.I say it with all my heart: may Allah bless America, UK, Italy, Spain, Australia, Poland and Ukraine. For through the sacrifices of their sons and daughters on this land, smile has found it's way to our faces. You have to be proud for what you have done.[23]

Il nemico da combattere secondo questi blogger è sempre il terrorismo e gli estremisti religiosi che impediscono la crescita della democrazia. Dal blog Mesopotamian, a proposito della battaglia di Falluja e dell’opposizione dei suoi abitanti:

[...] the dancing peasants of Fallujah, these are ignorant people who know nothing and can't see past their noses. We are disturbed by this level of ignorance which cannot distinguish friend from foe, and lumps everybody under generic classifications which bear no rhyme or logic behind them.[24]

In Iraq at a glance si sottolinea invece, nel post “Freedom is a responsability”, come il vuoto di potere e la troppa libertà avutasi in seguito alla caduta del regime abbia creato negli iracheni un pericoloso senso di anarchia.

I blog iracheni diventano spontaneamente anche il terreno più fertile per il delicato dibattito sulla nascita della democrazia. Molti blogger cercano di individuare le difficoltà che ne impediscono lo sviluppo. Abu Khaleel nel suo Rapid Democracy in Iraq affronta con efficace metodicità e sinteticità le questioni più importanti:

1. There are no national, credible political figures or parties. This is no coincidence! It has been the active policy of the past regime for more than three decades to achieve just that!

2. Although there was a national census in 1997, this is rejected by many of the present political forces. Furthermore, it did not include the Kurdish north as that area was not under the control of the central government at that time.

3. There is such a wide spectrum of ethnic, religious and sectarian diversity stressed and distorted by decades of violent oppression that a national consensus seems almost impossible if engineered from the top.

4. There is an extremely wide diversity of "life-styles" ranging from people truly living in the 21st century to people literally living in the dark ages. [...]

The only possible way to achieve some form of democracy quickly and non-violently is through local representation using the smallest possible wards. The proposed solution to the dilemma of democracy and leadership is to establish a wide-base, local government-oriented democracy as quickly as possible (in a time-scale of weeks) from the bottom up.[25]

L’ottimismo e la fiducia nel futuro dell’Iraq che si registrano nella stragrande maggioranza dei blog, sembrano attenuarsi con il passare del tempo e con il deterioramento della stabilità e della sicurezza. Il continuo susseguirsi di attentati, la debolezza del governo iracheno di fronte all’emergere del fondamentalismo e i continui errori da parte dell’esercito americano hanno creato una sfiducia crescente tra i blogger iracheni, che, a parte qualche eccezione, si mostrano oggi piuttosto rassegnati nei confronti della presenza americana e della capacità di autonomia del governo iracheno.

L’autore di Iraq at a Glance in un post di dicembre del 2005 afferma rassegnato:

We got out of Saddam’s prison and got in a new one with a ‘democratic’ door.. Dreams will never come true as long as Islam is ruling countries and fundamentalists are leading them. Iraq is far away from being free.[26]

Alcune storie di blogger diventano tragedie familiari come quella del dott. Hanoudi, che nel suo The Hanoudi Letters, racconta del figlio trentasettenne colpito erroneamente dall’esercito americano, entrato in coma irreversibile:

My son Nazar was 37 years old, when he was working with an American military unit in this city as a contractor since the end of the war.  He was helping them with minor repairs of their facilities, and providing them with food, water and medicines nothing big or covert, everything above board and in friendship.  On the morning of March 29, 2004, he was stupidly and un-provocatively shot by an American soldier, the facts about the incident and the circumstances under which it happened are still unexplained to us by anybody.[27]

Molto altro vi sarebbe da scrivere sulla blogosfera irachena, che purtroppo questa breve presentazione non consente di analizzare nel complesso. Molte altre storie, come quelle raccontate da curdi iracheni (Kurdo’s World, Kardox)[28], o quelle di famiglie con padre, madre e figli blogger (A Family from Mosul, Family in Baghdad)[29] sono state in questa sede necessariamente tralasciate.

Vorrei concludere riportando questo intervento da Glimpse of Iraq del blogger Ibrahim Al-Shawi, che parla del popolo iracheno:

The way these people have dealt with, and survived, the impossible situations they have found themselves in during the past decades is simply magnificent! It never ceases to amaze me that, through noise and apparent chaos, these people find a way to live, and even thrive, through catastrophic situations.[30]


3. La guerra si discute via web: blogger israeliani e libanesi a confronto durante il conflitto israeliano-libanese

 

“Probabilmente questa è la guerra più bloggata che si sia mai vista” è il commento di Lisa Goldmann, giornalista freelance israeliana, sul suo blog On the face.[31] Su questo blog e sul portale di GlobalVoicesOnline, Lisa ha seguito con molta attenzione il modo in cui le blogosfere israeliana e libanese hanno vissuto e raccontato questo conflitto.[32] Si tratta di un evento mai verificatosi  prima d’ora, quello per il quale i giovani di due paesi hanno la possibilità di mettersi in contatto direttamente l’uno con l’altro nel momento stesso in cui i due paesi stanno combattendo tra loro. Da un lato e dall’altro del confine si raccontano le sensazioni vissute e ci si mette a confronto diretto con il punto di vista dell’altro; si scambiano fotografie di edifici colpiti dagli attacchi; si ricevono gli auguri e le preghiere dai visitatori di tutto il mondo; si dà vita a scontri ma soprattutto, a incontri.

Su LebaneseBloggers[33], che raccoglie un buon numero di diari virtuali provenienti da tutto il Libano, nella pagina dedicata al mese di luglio 2006 si leggono giorno dopo giorno i drammatici racconti dei giovani libanesi sconvolti da una guerra per loro inaspettata quanto inaccettabile.

Raja racconta ora per ora l’escalation dell’inizio della guerra, dall’incursione delle milizie Hezbollah alla distruzione del primo checkpoint sul confine da parte dell’esercito israeliano, per arrivare al bombardamento dell’aeroporto di Beirut e dei numerosi ponti. Un’altra blogger, Doha, prosegue il lavoro di costante aggiornamento sull’evolversi delle vicende e afferma sbigottita:

Has this region learned absolutely nothing from the last 50 plus years? Have all the past wars and deaths gone in vain? What kind of a civilization is this where leaders trivialize the lives of their citizens for their own personal causes? What kind of a civilization is this where people cheer army warfare?[34]

C’è sgomento e terrore per la sorte dei familiari nelle parole di Doha quando viene a conoscenza dell’attacco al porto di Tripoli:

 

OH MY GOD!!! THAT'S MY HOME CITY. MY FAMILY IS IN THE CAR RIGHT NOW LEAVING THE CITY UP TO THE MOUNTAINS. THEY WERE SCARED WHEN I LAST CALLED THEM. I SHOULD CALL THEM RIGHT NOW TO DOUBLE CHECK ON THEM. YA ALLAH!!!!!

I racconti dei LebaneseBloggers ricevono molti commenti dai loro conterranei ma anche dai loro corrispettivi virtuali israeliani. Il dialogo risulta difficile in questi momenti concitati, piovono insulti e minacce, o al meglio si spiegano le motivazioni dell’attacco:

All time Hizbulla, disturb Israel peacfull life, we dont have choice, then to fight Hizbulla.....[35]

Dall’altra parte del fronte il conflitto è raccontato con altrettante cura e intensità. In un blog creato appena qualche giorno dopo dall’inizio delle ostilità si legge il racconto quotidiano di una famiglia di Haifa rinchiusa nei bunker durante il lancio dei missili di Hezbollah:

I woke up a few minutes before 9 in the morning and looked out the window for some reason, then the siren started.

So I got dressed, went stright into my brothers room and picked my him and moved away from outside walls. We heard the bombsgo off in the distance and turned on the TV.[36]

I blogger israeliani mostrano altrettanto sbigottimento di fronte all’escalation delle violenze e cercano di spiegare le loro ragioni sulla legittimità dell’attacco israeliano, lamentando tra l’altro una poca affidabilità dei media arabi e mondiali:

            Hezbollah is on the run, and now Israel has a great opportunity to finish that organization.

              [...] It's just weird how unreliable foreign media is.36

Il web non dà soltanto la possibilità di scontrarsi ma anche di incontrarsi e discutere sulle soluzioni da trovare, sulla possibilità di trovare la pace e la serenità in Medio Oriente.

Bash, di Beirut e Lilu, di Tel Aviv, hanno aperto un blog insieme chiamandolo semplicemente ArabIsraeliPeace. Eccone un estratto:

For the sake of our children and our common destiny, let us not allow those who derive their very identities by their hatred of one another to dictate our lives anymore.[37]

L’iniziativa di Ami, ebreo americano, è andata sui giornali di tutto il mondo. Il suo blog si chiama Hello Lebanon, Hello Israel, e alla sua apertura Ami propone di utilizzare questo spazio per creare un dialogo pacifico e costruttivo tra i due popoli. E così succede. V. John, ad esempio, invita alla riflessione affermando:

It is true that Hezbollah started the conflict at this stage...but have we asked WHY did they do so? What reason/motive did they have to kidnap soldiers?If so, did we discuss those reasons? Did Israel take them into considerations and at least tried to eliminate them?[38]

Elie, dal Libano:

Most Lebanese people are really ired of all the violence and aggression from all sides. Our only desire is ultimately to live in peace where no one feels oppressed or persecuted, and I hope one day we'll reach that goal.

Sono i ragazzi israeliani a incoraggiarla, a spronare il popolo libanese alla ribellione, ad assicurare che le intenzioni di Israele non sono quelle di danneggiare la popolazione libanese e a scusarsi delle vittime innocenti di questa guerra:

you must arise and go out to the streets, you are the young in your country you need to make a revolution, be brave (Smadari)

 

Just dropped in to say sorry for all the innocent life that are lost, for the mess, the wounded, the dead, the scared childrens and the worried mothers. (Gabi)

Infine Shahar, arruolato nelle forze di difesa israeliane, scrive dal confine israelo-libanese:

I'm an IDF soldier stationed at the Lebanonis border, but got back home for a funeral of someone I knew. [...] I don't want to start arguing about who's right and who's wrong, the finaly word is that it's not right that civilians get hurt in the process, from both sides. I'm sending you my best wishes from here, and hope that you and your family will be strong and be alright until this horrible situation will be over.

 

 

 

 

 



[1]http://fromgaza.blogspot.com/2006_07_01_fromgaza_archive.html

[2]www.electronicintifada.net

[3] http://eman86.blogspot.com , 11 Agosto 2006.

[4] http://nagyelali.blogspot.com, 16 Agosto 2006.

[5] http://saracenarabianknight.blogspot.com, 9 Settembre 2006.

[6] Il banner (“striscia”)  è principalmente una forma di promozione pubblicitaria, molto diffusa in Internet, che consta di un’immagine che sponsorizza un prodotto o un servizio, posta ai lati delle pagine web. Il sistema è stato allargato a molti altri campi tra cui quello appunto della diffusione delle campagne umanitarie.

[7] http://www.tortureawareness.org

[8] http://fromgaza.blogspot.com, 28 Agosto 2006.

[9] http://www.phalasteen.com/randomness

[10] http://almanarasquare.blogspot.com

[11] http://poetry4palestine.blogspot.com

[12] http://kabobfest.blogspot.com

[13] http://bethlehemghetto.blogspot.com

[14] Per una lista di articoli pubblicati da Leila el-Haddad è possibile visitare la pagina web di Wikipedia a lei dedicata: http://en.wikipedia.org/wiki/Laila_el-Haddad .

[15] http://a-mother-from-gaza.blogspot.com/2005_05_01_a-mother-from-gaza_archive.html, 18 Maggio 2005.

[16] Il link al portale Asdiqa’ al-Dimuqratiyya è: http://fodhome.friendsofdemocracy.net .

[17] Baghdad Blog,  Sperling & Kupfer, 2003.

Salam Pax ha di recente realizzato anche un cortometraggio, scaricabile  a questo link:

http://news.bbc.co.uk/media/video/39555000/rm/_39555003_blogger_salampax_10nov_vi.ram

[18] Il più interessante dei blog di questo tipo è certamente quello di Hnk, intitolato Iraqi Girl:

http://iraqigirl.blogspot.com/2006_08_01_iraqigirl_archive.html

[19] http://iraqataglance.blogspot.com/2003_11_01_iraqataglance_archive.html, 8 Novembre 2003.

[20] dal blog Baghdad Burning alla pagina: http://riverbendblog.blogspot.com/2003_08_01_riverbendblog_archive.html

[21] http://www.iraqthemodel.blogspot.com/2003_11_01_iraqthemodel_archive.html, 23 Novembre 2003.

[22] http://riverbendblog.blogspot.com/2003_08_01_riverbendblog_archive.html 24 e 26 Agosto 2003.

[23] http://www.iraqthemodel.blogspot.com/2003_11_01_iraqthemodel_archive.html, 27 Novembre 2003.

[24] http://messopotamian.blogspot.com/2003_11_01_messopotamian_archive.html, 8 Novembre 2003.

[25] http://iraqdemo.blogspot.com, 21 Giugno 2004.

[26] http://iraqataglance.blogspot.com

[27] http://www.thehanoudiletter.com/nazars-story.html, 29 Maggio 2005.

[28] http://kurdo.blogspot.com e http://kardox.blogspot.com

[29] http://mosulfamily.blogspot.com e http://afamilyinbaghdad.blogspot.com

[30] http://glimpseofiraq.blogspot.com, 28 Maggio 2004.

[31] http://ontheface.blogware.com/blog/_archives/2006/7/18/2134966.html

[32] I materiali acquisiti per questo argomento sono vastissimi. Non vi insistiamo in quanto prenderli in considerazione avrebbe sbilanciato la struttura della tesi.

[33] http://lebanesebloggers.blogspot.com

[34] http://lebanesebloggers.blogspot.com/2006_07_01_lebanesebloggers_archive.html , 13 Luglio 2006.

[35] Commento di David-Israel al post  Projections And The Wild Card.

[36] http://israelibunker.blogspot.com/2006_07_01_israelibunker_archive.html , 16 Luglio 2006.

[37] http://arabisraelipeace.blogspot.com

[38] http://www.notes.co.il/benbasat/20968.asp

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