MARX UP

1° Maggio 2000

La forza internazionale del nuovo secolo

 

Siamo, ci dicono alcuni, nell’era della new economy e della rivoluzione di "Internet". Nella fase del passaggio "dall’atomo al bit", ci spiegano altri. Caratterizzata dal progressivo spostamento dal ruolo centrale del manufatto verso quello dei servizi, basati sulla conoscenza e prodotti "immateriali" ad alto contenuto intellettuale. Una ragione in più per salutare l’avvento di quella società "postindustriale" da molti teorizzata come naturale superamento del conflitto storico tra capitale e lavoro.

Il Duemila è arrivato. E certo ha portato con sé anche l’espandersi di quei fenomeni legati alla maturazione imperialistica e al dominio indiscusso del capitale finanziario. Il quadro sociale che si presenta col sorgere del nuovo secolo non è però quello del tramonto della lotta di classe, del venir meno di rapporti di produzione imperniati sulla valorizzazione del capitale attraverso il lavoro salariato, lo sfruttamento e la produzione di plusvalore. Tutt’altro.

Lo scenario è piuttosto quello di un capitalismo sempre più diffuso e internazionalizzato. Al cui interno un esercito crescente di produttori salariati condivide, ad ogni latitudine, la comune realtà di contraddizione, precarietà ed incertezza che inevitabilmente accompagnano questo caotico modo di produzione.

Vale per le decine di migliaia di ingegneri aerospaziali della Boeing a Seattle. Tecnici iperspecializzati, che non sono certo "middle class" quando difendono con lo sciopero il loro posto di lavoro, minacciato dai continui processi di ristrutturazione.

Vale, nondimeno, per gli 8mila operai indonesiani che a Tangerang, 50 km da Giakarta, hanno preso d’assalto una delle ditte subappaltatrici della Nike, per strappare aumenti salariali e il riconoscimento di una pur primitiva forma di rappresentanza sindacale.

N~ differente è la spinta che ha animato lo sciopero ad oltranza di oltre i Smila lavoratori immigrati marocchini a El Ejido, nell’Andalusia meridionale. Per lottare contro i salari da fame e gli attacchi xenofobi, culminati con una vera e propria caccia ai "moros", cui hanno partecipato anche lavoratori locali con buste paga tre volte superiori.

Sono i molteplici volti di una classe che è tanto più numerosa quanto ancora inconsapevole e divisa. Oltre un miliardo di salariati. Una forza lavoro sempre più globalizzata, stretta da legami oggettivi sempre più forti. Una merce sempre più mobile in un mercato sempre più integrato nel quale spariscono nazionalità e confini.

Intervenendo nella polemica relativa ai flussi migratori, il direttore di Confindustria, Innocenzo Cipolletta, ha ribadito di recente sul "Corriere della Sera" una posizione tanto ovvia quanto ormai popolare nel mondo imprenditoriale e politico. Gli immigrati sono una risorsa necessaria e irrinunciabile. Dall’autorevole rappresentante del capitale è venuta anche una singolare lezione "internazionalista". "Io sono" ha affermato "per la libera circolazione delle persone: se esiste per le merci a maggior ragione la legge del mercato deve essere valida per gli uomini e per le donne... e un ambizione del genere umano e non si può sopprimere. le merci non possono essere considerate superiori alle persone".

Non giureremmo sul grado di considerazione che il capitale nutre nei confronti delle persone.Sappiamo però con certezza che, oggi più che mai, la forza lavoro è una merce.

Il capitalismo mondializzato del XXI secolo non ha prodotto soltanto la grande rete del world wide web.

Ha dato vita anche alla grande rete umana del mercato globale. Affinché non rimanga solo una merce internazionale le occorre una coscienza internazionalista.

È questo il compito storico di una classe giovane all’alba del nuovo secolo. Per questo, mai come adesso, la giornata internazionalista del Primo Maggio appartiene al futuro.

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