<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="1252"%> Jaime A: punk - hardcore
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15 Agosto

- Caime… dai smettila di scrivere… noi andiamo a tuffarci nel laghetto… ti decidi a venire?!?
- Ma l’acqua dev’essere freddissima! - dico io, noto per essere portatore (sano) di maglioni di lana, anche ad agosto.
–…OK arrivo…-

Ormai sono abituato a sentirmi chiamare Caime, con la “C”. E’ comunque il male minore, come direbbe Niccolò (Fabi ovviamente). Il mio è un nome spagnolo, e va pronunciato con la jota, una specie di h raspata in gola, tipica di quella lingua. Chi non lo sa mi chiama invece Giaìme, mettendoci un non so che di dolciastro che non sopporto proprio… Giaìme! Buono per dare un titolo ad una canzone! Oppure ad un film, o ad una stupida band musicale di american pop, non certo adatto a chiamare me!!

Devo riconoscere che la colpa dei miei problemi evolutivi e di personalità, è almeno in parte attribuibile all’eccentricità che i miei genitori hanno esibito nella scelta del mio nome.

Mio padre, archeologo, storico dell’era antica e praticamente tifoso dell’età aurea dell’impero romano, avrebbe voluto chiamarmi Nerva oppure Marco Aurelio, i nomi del primo e dell’ultimo Imperator di quell’epoca (be’ per lo meno il nome di Vespasiano, l’imperatore degli orinatoi pubblici, non era stato considerato).

Ha invece prevalso mia madre, di origini castigliane, che per me voleva un nome spagnolo, per compensare il fatto che come prevede la legge italiana avrei ereditato soltanto il cognome paterno e non anche quello materno come sarebbe avvenuto in Spagna.

- Carino! – esclamo quando alzando gli occhi dal mio quaderno mi trovo di fronte al tatuaggio che Eos ha sul ventre, cinque centimetri a destra dell’ombelico.

E’ un piccolo drago nero, stilizzato e racchiuso dentro ad un sole… e tutt’intorno al tatuaggio c’è una ragazza stupenda dentro ad un costume nero, un po’ succinto. A fare da contrasto con il tessuto (c’è poco tessuto per la verità) del due pezzi scuro, una pelle chiarissima levigata e senza traccia delle simpaticissime lentiggini che Eos ha intorno al naso.

(Una piccola precisazione: questo è il mio racconto, la scelta dei personaggi è mio appannaggio e mi riservo il diritto di fare intervenire tutte le ragazze stupende di cui io abbia voglia!).

Alzo lo sguardo e mi accorgo che anche Ada ed Alice si sono già tolte i vestiti (vedi commento precedente!) ed il panorama si è improvvisamente arricchito di biancheria intima, egregiamente riempita.

Ada si aggiusta le mutandine e poi si tuffa, poi anche Alice entra in acqua, poi una mano viene sbandierata ad un palmo dal mio naso e vengo deipnotizzato da Eos:

-Orsù è tempo che ti spogli.
-Che signorina impertinente!
-Ebbene sì, signor “devo scrivere tutto ora e non posso nemmeno parlarvi”. Ora ti togli questa bella magliettina color zerbino alla quale manca solamente la scritta “welcome”, poi ti levi anche questi bei pantaloni formato ippopotamo e vieni a fare il bagno con i boxer di Omer Simpson che di sicuro stai indossando!
-Niente Simpson, mi spiace. Ho i boxer di Robin Hood versione Disney. Vanno bene uguale?
-Uhm… vediamoli. Se sono troppo osceni te li togliamo…

Ammiro il suo fisico prorompente, reso aggraziato da un pancino appena pronunciato e penso che sto per togliermi la maglietta ed essere deriso.

-Da domani vado in palestra, giuro- dico angosciato guardandomi i pettorali raminghi.
-Non preoccuparti: sono troppo orripilata dai tuoi boxer per fare caso ad altro- mi risponde con un sorriso che vorrei mordere.

Si allontana e si tuffa, sinuosa.

Il mio alluce destro sfiora il liquido chiaro, che sembrerebbe acqua ma di certo non può esserlo, è troppo fredda. Sento la mia voce dire:
-Avrei dovuto portarmi una muta da sub o una pelle l’orso bianco!
-Ma sentilo l’orsicida! Magari anche una pelle di cucciolo di foca potrebbe fare al caso tuo- risponde Ada le cui labbra sono però livide dal freddo.
-Poche palle, quest’acqua è a temperatura foca e io preferisco stare sulle rocce a temperatura ramarr...

Non faccio a tempo a finire la frase che alcune paia di mani (due? tre?…) mi sbilanciano e buttano in acqua (è davvero acqua, ma come può essere così fredda? Non dovrebbe ghiacciare a zero gradi?!?). Un braccio cerca di trattenere il mio faccino barbuto sott’acqua.

Dunque, questa è la situazione: è il quindici di agosto, pomeriggio. Tutti gli abitanti del ridente paese di Trescore B., entro i cui confini cittadini il sottoscritto ha il privilegio di resiedere, sono emigrate in destinazioni più o meno esotiche. Tutti tranne me e tre ragazze, adorabili e sorprendentemente belle (soprattutto ora che tutte stanno svestite e bagnate vicino a me).

Alle dieci di questa mattina passeggiavo sconsolato sul viale alberato di fronte a casa mia con la prospettiva di passare un’altra merdosa giornata solitaria a lottare contro il caldo e le zanzare. Una macchina sconosciuta (l’unica rimasta in paese presumibilmente) si ferma interrompendo la mia meditazione riguardante la causa della sconfitta notturna (contro le zanzare). Dal finestrino del posto di guida spunta la testa di Ada, anticamente mia compagna d’asilo (nei mezzani è stata anche la mia ragazza per un giorno! Me ne sono vantato per anni con gli amici). Dopo qualche minuto, impietosita dal racconto delle mie pene decide di invitarmi a passare il resto della giornata con lei e le sue amiche, in Val di Scalve - Dove?!? - chiedo io visibilmente scosso dal nome suggestivo della località.

- Dalle parti di Schilpario- risponde lei, divertita dalla mia ignoranza e dalla mia espressione ebete. -Alice conosce un posticino… un piccolo torrente forma delle cascate e sotto di queste si allarga un laghetto, protetto da una valletta. Non esultare, per valletta intendo una piccola valle. Ti va di venirci?-

-Ci devo pensare un attimo- rispondo, anche se ho già deciso di sì, sto salendo in macchina e le sto facendo segno di partire.

Mi presento poi ad Alice che conoscevo solo di vista e poi, sul sedile anteriore, vedo Eos: un raggio di sole, occhi grandi da cartone animato, un viso illuminato e quelle adorabili lentiggini…

Da quanto non la vedevo?

-Dai usciamo adesso!!!
-Tu rimani!
-E’ passata mezz’ora, voglio andare al sole!
-Siamo appena entrati!
-Guardatevi, avete freddo anche voi!
-Perché non ci scaldi!?
-Perché ho più freddo di voi! Esco. Lasc…!
-Anneghiamolo!

-Alt!- Intimo io, minacciandole e tenendole a distanza con il mio pericolosissimo dito indice. Poi srotolando un’immaginaria pergamena:

-Udite Udite: chi di voi verrà sorpresa nell’atto di trattenermi in acqua verrà privata del reggiseno!
-Sporco sessista!!
-Anneghiamolo!!!
-Che si beva il laghetto!!
-Giuuuuuuuuù!

Battaglie d’acqua, schizzi di gioco.

Corpi ed energie in movimento.

Grida leggere, colori di luce, intensità.

E poi stesi sulle rocce scaldati dal sole.

Libertà, condivisione, perfezione…

Mi piace ricordare quei minuti come una serie di immagini.

Come una musica in crescendo che copre tutto. Come se fosse il finale di un film. Come se tutto fosse già successo. Come se fosse il momento dei titoli di coda.

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