Biografia di Dalida in Italiano
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La carriera di Dalida è distinta in due tranches: dal ’56 al ’70 incide, per l’etichetta Barclay quasi tutte cover francesi di canzoni originariamente composte in altre lingue; nonostante l’enorme successo di vendita e d’immagine riscontrato, in tutto il mondo (incide in varie lingue) una volta passata, nel ’70, all’etichetta fondata dal fratello minore Bruno (la Orlando), Dalida si discosta dal repertorio prettamente commerciale e vive una seconda giovinezza, gli “anni di luce”.

Dagli anni ’70 alterna covers di grandissimo successo (superiore a quello delle versioni originali in quasi tutti i casi) a canzoni che parlano delle sue sofferenze di donna (dava continuamente spunti ai suoi collaboratori per la stesura di nuovi testi (in tutta la carriera lei stessa ne ha scritti tre) ed a scatenate canzoni disco (le prime in Francia).

Negli anni Orlando cambia profondamente anche la “donna”, Yolanda, impegnata in un’estenuante ricerca: d’amore, man mano che si accumulano i lutti e le delusioni, e di un’identità unitaria, una sintesi tra la persona e l’artista.

Entrambe le ricerche non avranno successo.

 

NOTE BIOGRAFICHE

Nata come Iolanda Cristina Gigliotti (il nome sarà in seguito francesizzato in Yolanda) il 17 gennaio del 1933 a Il Cairo da genitori di origine calabrese, è la seconda di tre figli (Orlando e Bruno sono i suoi fratelli); perde precocemente il padre (primo violino dell’Opéra de Il Cairo, uomo violento e volgare, da lei mai amato), e sviluppa prestissimo la voglia di primeggiare, per rifarsi dai complessi dovuti allo strabismo (conseguenza

dell’incompetenza del medico di famiglia che consiglia ai suoi genitori di tenerle bendati entrambi gli occhi per 40 giorni per curare un’infiammazione contratta a dieci mesi): dopo tre interventi la situazione migliora ma Yolanda è costretta a portare gli occhiali.

GLI ANNI ’50 Il fratello più piccolo e la cugina Rosy assecondano le sue ambizioni, vedendo in lei una piccola star già dai tempi delle recite scolastiche (entrambi rivestiranno per lei un ruolo importante sia affettivamente che professionalmente a partire dagli anni ’60); partecipa a due concorsi di bellezza, diventando Miss Egitto nel ’54.

Questa vittoria le procura qualche ruolo di doppiatrice, due ruoli in film egiziani di non eccelso livello ed alimenta i suoi sogni hollywoodiani; la madre ed il fratello maggiore, la coté tradizionalista della sua famiglia, non possono opporsi alla forza di un sogno, ed il 24 dicembre ’54 Yolanda vola a Parigi, pensando ad una carriera cinematografica (sotto lo pseudonimo di “Dalila”, ben presto cambiato in Dalida).

Invece della macchina da presa l’aspetta la canzone; si presenta ad un’audizione per nuovi talenti in cui viene notata da tre personaggi-chiave del mondo della musica francese: Eddie Barclay, editore, Bruno Coquatrix, impresario dell’Olympia, e Lucien Morisse, direttore della celebre Radio Europe N° 1.

Nel ’56 il primo enorme successo arriva con Bambino, versione francese di Guaglione: la carriera di Dalida inizia trionfalmente; si fa conoscere ben presto in Italia, suo paese d’origine; inizia a frequentare Morisse (che ha alle spalle già un matrimonio fallito), primo grande amore della sua vita (dopo due storielle adolescenziali a Il Cairo); nel ’57 il primo disco d’oro per “Bambino” (a fine carriera i dischi d’oro saranno 55) e il primo ruolo rilevante in un film, Brigade des moeurs, seguito nel ’58 da Rapt au deuxième bureau.

GLI ANNI ’60 La carriera prosegue trionfalmente: supportata dal fratello Bruno (conosciuto come Orlando, nome con cui aveva iniziato una promettente carriera di cantante prima di interromperla per dedicarsi nel ‘66 a curare l’immagine della sorella) e dalla cugina Rosy che le fa da segretaria, Dalida scala le classifiche di vari paesi, principalmente l’Italia e la Francia; si esibisce trionfalmente all’Olimpia nel ’61 e nel ’64 (anno in cui riceve un disco di platino) e recita in altri quattro film senza troppo clamore (anche in Italia, in “Ménage all’italiana” con Tognazzi nel ’65 e in “Io ti amo” con Alberto Lupo nel ’68).

La vita privata è invece complessa e tribolata.

Dalida sposa Morisse nell’aprile del ’61, dopo sei anni di vita in comune, proprio nel momento in cui non lo ama più; tre mesi dopo scappa con Jean Sobieski, giovane, instabile e bellissimo pittore franco-polacco, col quale vive un anno di sconvolgente passione; Morisse tenta inutilmente di vendicarsi sfruttando la sua potenza per boicottarne la riuscita professionale, poi i due si riavvicinano.

Finiti i fuochi d’artificio con Sobieski, Dalida vive quasi quattro anni in compagnia di Christian de la Mazière, innamorato più dell’artista acclamata in ogni parte del mondo che della donna; de la Mazière, terminata nel ’66 la storia, resterà tra gli amici più cari di Dalida.; i dirigenti della RCA, etichetta che la distribuisce in Italia, le portano a cena nell’ottobre ’66 un giovane e tormentato cantautore italiano, Luigi Tenco; tra lui e Dalida è amore a prima vista, e matura la decisione di una partecipazione insieme a Sanremo.

Quando prendono parte al Festival, con “Ciao amore ciao”, la loro storia d’amore non è ancora granchè pubblicizzata, per scelta; ma Dalida e Luigi hanno già fissato per aprile la data delle nozze; Tenco si uccide sparandosi ad una tempia dopo aver saputo dell’eliminazione della canzone (lascia un biglietto in cui sostiene di “averlo fatto per protestare contro le giurie”, ma nessuno crede più a questa tesi) ed un mese dopo, depistando il suo entourage, Dalida tenta di raggiungere l’amato con una dose di barbiturici.

Si salva, dopo cinque giorni di coma, per una serie di fatalità benevole: si chiude definitivamente il periodo della prima Yolanda.

Dalida risale la china pian piano: in Italia la sua fama tocca il culmine con la vittoria a Canzonissima il 6 gennaio 1968 (canta Dan Dan Dan). Nello stesso mese Dalida decide di non tenere il bimbo che porta in grembo, frutto della relazione con un giovanissimo italiano, il ventiduenne Lucio; l’aborto segna la rottura tra i due che si manterranno per alcuni anni in contatto epistolare.

Sempre nel ’68, Dalida è terza al Cantagiro con “Un po’ d’amore”, eseguita davanti a 70.000 spettatori all’Arena di Verona. Nel ’69 le medaglie ed i riconoscimenti non si contano più: arriva in dicembre la Medaglia della Presidenza della Repubblica, rilasciatole da De Gaulle: ancora oggi Dalida rimane l’unica donna ad averla ricevuta. Nello stesso ’69 è costretta ad operarsi per un polipo alle ovaie e resta sterile: un nuovo dramma intimo si aggiunge a quelli già esistenti; nel ’70, durante una trasmissione radiofonica, ammetterà comunque, e con toni sereni, di non poter avere più figli.

GLI ANNI ’70 “Gli anni di luce”: Dalida cambia etichetta (passando alla Orlando, fondata dal fratello minore Bruno), cambia repertorio (smette col commerciale, comincia una scalata internazionale che la porterà ad incidere in otto lingue, canzoni di generi molto diversi); diventa una pioniera della “disco” e vero oggetto di culto per due generazioni. Non mancano gli episodi di mitomania: cinque ragazzine, le “vestali”, scappano di casa per andare a vivere all’esterno di casa sua, all’11bis rue d’Orchampt, rovistando persino tra i suoi rifiuti; nel ’77 in Québec uno squilibrato che si è sentito “tradito” da una sua canzone aggredisce a martellate il fratello Orlando e l’art director Angelelli che l’accompagnano all’uscita di un teatro).

“Darla dirladada”, “Paroles Paroles” con Alain Delon e “Il venait d’avoir dix-huit ans” e la lunghissima (7’40’’) “Gigi l’amoroso” sono i tre suoi più grandi successi nella prima metà del decennio; nel ’76 lancia la versione disco di “J’attendrai”, e nel ’77 monopolizza le radio mediorentali con successi come “Salma ya Salama” e “Helwa ya Baladi”; questi sono anche gli anni dei grandi show all’americana, come l’esibizione al Carnegie Hall di New York nel 1978. Insomma la fama di Dalida non consce confini: incide in otto lingue (francese, italiano, inglese, tedesco, spagnolo, arabo, ebraico e giapponese) e nel ’78 realizza il primo videoclip della storia della musica francese (“Génération 78”, composto da 16 brani).

Alla sua immagine non giova la frequentazione dei comizi socialisti di François Mitterrand, suo intimo amico (amante secondo qualcuno): cominciano a chiamarla “la Pantera Rosa” , la cantante-simbolo della nouvelle vague socialista; gli attacchi dei giornali si faranno più forti dopo l’elezione di Mitterrand alla Presidenza della Repubblica, nel 1981.

In Italia il suo nome, così in voga nel decennio precedente, comincia ad essere dimenticato da tutti, compresi i giornali che parlano di lei solo per raccontare i tormenti della vita privata.

Nel ’70 l’ex marito di Dalida, Lucien Morisse (nel frattempo risposatosi e padre di due bambini) si toglie la vita con un colpo di pistola; un anno dopo muore Giuseppina, madre della cantante; a questa serie di dispiaceri Dalida tenta di reagire buttandosi nel campo della ricerca interiore: fa un viaggio in Nepal per studiare la religione indù in un ashram, legge molti testi specifici, mantiene una fitta corrispondenza con un santone indiano.

Questa ricerca, durata quattro anni e alla quale l’avevano iniziata il suo medico Guy Pitchal e lo scrittore Arnaud Desjardins (per qualche tempo suo compagno all’inizio del decennio), la lascia più fragile di prima.

Finita la storia con Desjardins, che ha una moglie e due figli, Dalida si lega allo stravagante Richard Chanfray, conosciuto come Conte di St-Germain.

Accanto a lui rinasce in Dalida il desiderio di maternità: si sottopone a ricerche, a nuovi esami, ma non c’è niente da fare.

A quest’uomo dagli umori mutevoli (e dall’adolescenza inquieta, passata tra cattive compagnie e carcere) resterà legata per ben nove anni, fra alti e bassi, gioie e sofferenze; St-Germain vive con lei nella villa di Montmartre e finisce in galera nel ’76 dopo aver sparato all’addome ad un uomo portoghese che entrambi rincasando avevano trovato in camera da letto (l’uomo era solo un amico della loro tata che lo aveva invitato a dormire approfittando dell’assenza dei datori di lavoro); uscito di lì perde la poca ragione che gli rimane, e la loro storia naufraga lentamente.

St-Germain tenta vari mestieri, senza fortuna, nel periodo della sua relazione con Dalida: persino il cantante quasi per imitare l’amata, con la quale nel ’75 incide una canzone, “Et de l’amour… de l’amour”.

ANNI ’80 Questi sono per Dalida gli ultimi anni, caratterizzati da canzoni disco (come “Femme est la nuit” “Laissez-moi danser” “Il faut danser reggae”, creazioni di Toto Cutugno, e “Confidences sur la fréquence”)e manifesti del suo male di vivere continuamente intrisi di richiami alla morte, al suicidio: lei stessa rilascia continuamente dichiarazioni dalle quali è sin troppo evidente che la voglia di vivere l’ha pian piano abbandonata (“Non ho scelto di vivere, sceglierò la mia morte” è una delle tante).

Dalida frequenta assiduamente François Mitterrand, che per la terza volta tenta la scalata all’ Eliseo (dopo le sconfitte patite nelle Presidenziali del ’65 ad opera del Generale De Gaulle ed in quelle del ’74 ad opera di Giscard-d’Estaing): il suo appoggio pubblico le crea numerosi attacchi da tutta la stampa, specialmente dopo l’elezione del politico socialista nel giugno del 1981.

L’amicizia tra Dalida ed il nuovo presidente nel giro di poco tempo scema: Mitterrand non gradisce una foto in cui Dalida bacia calorosamente Chirac, uomo di destra e sindaco di Parigi, durante il compleanno di un comune amico, e soprattutto una battuta infelice in uno sketch a cui Dalida partecipa (l’attore Thierry LeLuron, che interpreta Chirac, le dice “Le sue gambe sono lunghe come un settenato di Mitterrand…”); la stessa, attaccata da tutte le parti resta per un anno lontana dalla Francia in tournée, tra la disperazione dei suoi fans.

Nello stesso 1981, dopo anni di dissapori, Dalida mette alla porta Richard St-Germain: sapendo però dell’incapacità lavorativa dello stesso si offre di trovargli un alloggio e di pagargli l’affitto per un anno; Richard le tenta tutte per restare nella villa di Montmartre, rifiuta ogni soluzione propostagli fino a quando Dalida non gli dà più alternativa: “O questo, o la strada”.

St-Germain trova una nuova compagna e s’indebita fino al collo: nel luglio del 1983 con la sua nuova fiamma la fa finita asfissiandosi col tubo di scappamento della loro auto.

Per Dalida è una nuova tragedia, la morte la tocca ancora da vicino e farcisce come detto le sue canzoni: “A ma manière”, “Bravo”, soprattutto “Mourir sur scène”, “Pour en arriver là”, “Téléphonez-moi” sono da una parte un modo per ringraziare il pubblico (“Il pubblico è la mia famiglia e le canzoni sono i miei bambini”), dall’altra un grido d’allarme.

Altre tre storie infelici turbano ulteriormente la sua vita: con Max, un giovane cantante amico di Orlando che glielo aveva presentato negli anni ’60, poi con un aviatore di nome Karim, che la sfrutta per farsi pubblicità e poi la lascia, quindi con François, un affascinante medico spaventato dalla prospettiva di un legame serio, che preferisce far saltare con delle scusa appuntamenti su appuntamenti piuttosto che parlare chiaro.

Nel 1986 per Dalida sembra cominciare una nuova carriera, quella cinematografica (in fondo il suo primo sogno): diretta dall’egiziano Youssef Chahine, recita ne “Le sixième jour”, interpretando il ruolo principale (una giovane nonna nel Cairo colpito dal colera nel ’46).

Per esigenze di copione (il film è girato in due lingue, francese e arabo) Dalida reimpara l’arabo e doppia se stessa in questa lingua: una fatica immane per una donna stanca della vita ed enormemente provata dalla sofferenza interiore. Alla prima del film, proiettata a Choubrah (suo quartiere natale), Dalida è accolta come una regina dalla folla; la critica esalta la sua interpretazione, ma ancora una volta il successo non la rende felice. Tornata a Parigi, mentre François continua a giocare coi suoi sentimenti, Dalida passa dall’insonnia all’ipersonnia, da rari momenti di serenità a crisi depressive sempre più acute, che mettono in allarme tutte le persone che le sono attorno.

Orlando, Rosy, Jacqueline (sua donna di servizio, in passato addetta solo alla scelta degli abiti), Graziano (ristoratore e suo grandissimo amico: ancora oggi il suo ristorante, a pochi metri dalla casa di Dalida, è una vera galleria di sue foto) si rendono conto che la vita le sta pian piano sfuggendo di mano e non sanno che fare.

Si sottopone, nel 1985, a due ulteriori interventi oculari al termine dopo quali il suo strabismo scompare totalmente; nonostante la gioia di avere debellato questo difetto, nell’agosto del 1985 al culmine di una crisi depressiva tenta di suicidarsi ingerendo un tubetto di barbiturici nella sua residenza estiva di Porto Vecchio (Corsica); quasi in coma, è salvata da una lavanda gastrica; vergognandosi molto di questo suo gesto, chiede al fratello di mantenere il più stretto riserbo, ed in effetti poche persone ne verranno a conoscenza.

Pochi mesi prima della morte Dalida cambia il testamento (lascia tutta l’eredità al fratello minore); si esibisce per l’ultima volta il 29 aprile 1987 in Turchia, appena tre giorni prima di mettere in atto il suo piano.

La sera del 2 maggio dà un giorno di riposo a tutto il personale sostenendo di dover andare a teatro: dice a Jacqueline che ha intenzione di rientrare verso le tre e le chiede di non svegliarla prima delle 17 del giorno successivo; partita la governante, Dalida fa il giro dell’isolato con la macchina e rientra a casa dopo aver imbucato una lettera (il destinatario è Orlando, al quale Dalida scrive “Quando lunedì ti arriverà questa lettera io non sarò più di questo mondo. Questa lettera sarà il nostro segreto…”).

Una volta in camera, indossa un pigiama, si strucca, si pettina, indossa gli occhiali da lettura al posto delle lenti a contatto e ingerisce il contenuto di 6 tubetti di sonniferi (120 pasticche) con un bicchiere di whisky; su un biglietto che appoggia sul Buddha d’oro che ha sul comodino lascia appena due righe (“La vita mi è insopportabile, perdonatemi…”

e si corica in posizione quasi fetale, con la schiena contro due cuscini e spegne la luce, cosa che non faceva mai, terrorizzata dall’idea di dormire al buio.

Jacqueline, a cena con gli amici, rientra verso mezzanotte e si mette a dormire; l’indomani non osa disturbare la padrona prima dell’ora convenuta, poi verso le diciassette entra nella camera e trova Dalida, già fredda , sul letto col bicchiere ancora in mano… Secondo il medico, Dalida si è spenta alle 11 del mattino.

Parenti, amici e la stampa sono avvertiti in breve tempo: il 7 maggio alla chiesa della Madeleine di Parigi migliaia di persone le rendono l’ultimo omaggio, ma tra queste non c’è Mitterrand, grande amico perduto…

Dalida riposa vicino a casa sua (all’esterno della quale gli amci hanno apposto una targa in suo onore), nel cimitero di Montmartre; sulla sua tomba (la più fiorita di Francia, si dice) lo scultore Alain Aslan, su commissione del fratello Orlando (che nel ’92 ha perso il fratello maggiore, l’Orlando “vero”…) ha scolpito una statua della cantante a grandezza naturale (1,68 m); lo steso Aslan nel ’97 ha realizzato il busto in rame di Dalida che domina la piazza a lei intitolata, inaugurata il 24 aprile a Montmartre.

Sempre nel 1997, in ottobre, viene stappata la prima bottiglia della Cuvée Dalida, vino prodotto con le uve “montmartroises”; nel 1987 viene coniata una moneta con la sua effigie e nel ’97 è la volta di due carte telefonica con la sua immagine.

Dalida è più presente che mai nella storia contemporanea della musica francese: le compilation di suoi successi remixati (“Comme si j’étais là”, “A ma manière”, “L’an 2005”, “Le Reve Oriental”, “Come se fossi qui”…) scalano in fretta le classifiche e movimentano le serate di molte discoteche.

L’8 marzo 1999, una serata speciale dedicata a Dalida dal canale francese ARTE, batte ogni record d’ascolto della rete con 8 milioni di telespettatori, che hanno seguito un documentario sulla sua vita (“Le grand voyage”), seguito da un’intervista al regista Chahine ed al film “Le sixième jour”, l’ultimo di Dalida, girato dal cineasta egiziano.

Verso la pagina di Leonardo


 


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