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Diaria Secondo Quaderno

Diaria

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- Sapete, Desselmann, sapete, è arrivato l'inverno. E c'è tutta la gente con il naso arrossato, che si guarda intorno, e si chiede com'è, come può essere che è tornato anche stavolta.

- Forse a qualcuno piace, l'Inverno.

- Desselmann, non foste mio zio, e non aveste fatto quello che avete fatto, vi avrei già giudicato un idiota. A nessuno piace l'inverno.

- Forse a qualcuno piace. Qualcuno che si ricorda di quando era giovane, bambino, ricorda l'attesa della neve, e i regali ndi natale. Io, per esempio, ricordo il presepe. Per noi era fondamentale. Senza presepe, non credo sarei riuscito a vivere.

Con evidente disprezzo, Klaus si versa da bere. - Forse non siete mio zio.

- Avete ogni diritto di pensarlo, nipote.

- State cercando di provocarmi? Non siamo molto lontani dal risultato. (Un poco di silenzio) Potreste farvi male.

- Se crede che puntandomi uno stecco da spiedino alla gola riesca a spaventarmi, o peggio, a farmi dire le cose come secondo lei è meglio, è in errore.

- Era un modo come un altro di provarci, comunque.

- Non faccia lo scemo. E' solo uno spiedino.

- Già, disse così anche Mariantonietta.

- ...crede che fare il giacobino la aiuti a diventare importante?

- Non lo faccio per quello.... è...che ho ancora dei principi, IO.

- Ah.... mi scusi, allora.... se ha dei principi....se LEI ha dei principi...

- crede di avere l'esclusiva? bastano un paio di guantini e un grembiule, per lei, e siamo già alla giustizia sociale.

Un Cliente entra nella stanza, fa un cenno ai due. Entrambi lo ignorano.


2 (10 novembre)

 

- Quella donna...

- come dite, Klaus?

- niente, fantasticavo ancora sul passato...

- Ah, Klaus - si avvicina abbassando il tono di voce - non dovreste occuparvi troppo del passato, potrebbe nuocervi...- poi, di nuovo a voce alta- Avete visto, splende il sole, oggi.

Il cliente alza lo sguardo da ciò che stava leggendo, nelle lenti dei suoi occhiali si intravedono gocce di pioggia. Poi mostra tutti i denti (come si sa, i Clienti hanno molti più denti del normale) - già, proprio bello, oggi.

Ma Klaus non sta ascoltando. Pensa invece a una casa rossa lungo il confine, alla dimenticanza, e a un vecchio libro di poesie che ha perduto su un treno, senza mai più cercarlo. Finalmente, si sente vecchio.


3 (11 Novembre)

 

Il cliente, stanco di aspettare, ha deciso di mettersi comodo sul canapé, e adesso dorme il sonno dei giusti. Klaus giocherella con un camaleonte invisibile, mostrandosi e nascondendosi con le mani il volto. Desselmann si guarda intorno, ha smesso di fantasticare, ma non gli basta: vorrebbe anche riposare, sebbene la malattia non glie lo permetta.

- Che giorno è, oggi?

- La vigilia.

- Di nuovo, la vigilia?

- Desselmann, sa bene che è SEMPRE la vigilia. Non fosse oggi, sarebbe la vigilia domani, e così via.

- sono stanco di vigilie...

- Desselmann...zio.... sapete meglio di me che il mondo va così, non ci possiamo fare niente....

Il Cliente ha smesso di dormire, adesso fa delle strane bolle con la bocca. Una ha la forma del cavallo di Garibaldi, come si vede nella statua dell'eroe dei due mondi, a Bologna. Poi lo trasforma nel destriero del Campidoglio. Poi in un cavalluccio marino. Con lo spiedino, Klaus lo fa saltare in mille gocce. Confusione generale. Poi Desselmann, solo davanti al pubblico

Sapete, doveva essere un

romanzo, una storia,

ma l'inverno, tutto questo andare e

venire di correnti, ci ha reso stupidi

e poi aulici, idealisti. Volevamo fosse un noir

ma di tutti i colori è il mondo oggi,

tranne che

del nostro

colore

Klaus, d'improvviso, dal retro

sabbia da gallinaccio

Il cliente vola sopra il pubblico, urlando (come ne Anche gli uccelli uccidono), sbattendo le braccia lentamente, si alza sempre più, sino a scomparire dentro il cielo dipinto del teatro.


4: [La pagina è strappata in più punti, si nota solo la data, 12-13 novembre. (Forse è una scusa per non aver scritto nulla. Lui è solito giocare queste bassezze)]

5: [Inconfondibile diversa scrittura, imputabile a un nuovo redattore. Dopo molte ricerche, ho capito di chi si tratta: l'Ingegniere umanista, monsieur Bouvard, per intenderci.]

Nessuna parola, nessun rumore. Solo un arco iridescente di stoffa e granelli
sierosi di caglio lasciati dal cliente, sfumato nel cielo del teatro.

Poi, improvviso, entra il Belgio!

Le figure di cinquantamila minatori italiani e dei loro figli bilingui si confondono con le poche cose del negozio. Le fuliggini, gli scialli, le schisciette piccanti e odorose di pecora. I mille rancori regionalisti di un
paese inesistente si mescolano a quelli dei due protagonisti. Nella folla, rombante di catarri silicotici, si distingue la voce implorante di Desselman.

- Non fu l'estate del '24, mio Dio? Non fu quello l'anno in cui cercaste il contatto con il povero cugino Manfred?

Klaus, severamente:
- Manfred, caro zio, avrebbe dovuto pensare meglio al suo portamento. La cugina Clotilde, la sposa prediletta, quella che avevo amato per tutta la mia giovinezza, la ebbe in dono al suo diciottesimo compleanno. E io. (adirato) e IO! (si palpa il muscolo tra pollice e indice della mano destra).
- Nella casa di Swansee?
- Nella casa di Swansee, sì.

Di nuovo silenzio. Si sente, in tutta la sala, il fruscio leggero di una brezza lacustre. I minatori e la loro prole fissano, macabri, il pubblico delle prime file. Nell'aria, umidori. Klaus afferra un gabbietta di legno per uccellini. Il coro dei cinquantamila, lentamente, va a formare una scenografia umana multicolore. Gli abiti scuri e sdruciti scoprono giacche e pantaloni multicolori che, schiacciati contro le pareti, vanno a formare un ideale paesaggio d'autunno, in Carinzia. Geki.
Klaus, riflessivo:
- Era il fiore della mia gioventù


Desselman lo interrompe. Da qui in poi il dialogo prende un ritmo contrappuntistico.


- Il fiore di una disperata solitudine.
- Non potete capire.
- Capisco fin troppo bene.
- Voi sapevate?
- Fu lei a confessarlo, un giorno in cui il bordello del paese era chiuso.
- Dio dio Dio dIo.


Esce di scena tenendosi ancora la mano destra. La gabbietta, sul tavolo, riempie la scena.

[sotto, appuntato con matita fina, di nuovo un brano con la scrittura vecchia]

Klaus sta bevendo adesso una grappa, come quelle serbe. Si guarda intorno, avendo intravisto un uccello alla finestra, si accorge che è un rarissimo esemplare di un volatile di cui non ricorda il nome. Si volge per dirlo a Desselmann, ma quello è sparito, nascosto completamente dietro una coltre di fumo nero. Sembra un notaio a cui siano andate a fuoco tutte le carte, e di cui si scorgano soltanto delle Church's consunte (da una macchia di fango si intuisce la ricca villa in campagna costruita dal ricco signore, la governante un po' grassa che piangerà con lui quando, tornato a casa, darà la notizia della loro rovina. A ben guardare, i due scopriranno di essere soli al mondo, disperati, e senza un soldo, si innamoreranno e dopo un breve fidanzamento si sposeranno in una chiesa di campagna, poco lontana da S***. Lui verrà assunto in una ditta di vernici come contabile, conoscerà tale Aron Hector Schmitz, ma non saprà mai nulla sulla sua doppia vita. Lei lo lascerà per un commerciante di scarpe all'ingrosso, derubato di tutte le scarpe sinistre poco tempo dopo, poi arrestato e inviato al confino a Licata, senza sapere mai se fosse in Sicilia o in Calabria).

Klaus, infastidito dalla misura esagerata della metafora, farà aria con la mano, allontanando il fumo. Desselmann, ricomparso, mostrando la lingua, dirà qualcosa sul tempo. In quel momento, entra un rapinatore.

 

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