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Diaria, Quaderno secondo6 Il rapinatore è giovane, bello, con degli occhi malesi che bucano lo schermo e i vetri delle macchine. Desselmann lo guarda, come si guarda un distributore di sigarette che abbia restituito più del dovuto, come un colonnello guarderebbe i suoi occhiali neri, prima di essere ucciso dalla folla, o dalla rivoluzione. E' contento Desselmann, perchè il finale si preannuncia scomodo, ma comunque sobrio. Klaus saluta il rapinatore e cerca di vendergli una macchina da cucire (sempre la stessa: una macchina da cucire piena di graffi, sfuggita al bombardamento di Dresda, e sorridente della disfatta tedesca (seppur tardiva). 7
Klaus, Klaus. Dannato, prosciugato Klaus. Rattrappito nella sua poltrona in pelle scura, mentre la pipa lancia segni di sconforto all'orizzonte bianco della carta assorbente, e i vicini di scrivania non muovono un muscolo. Attendono, forse, ma cosa? Fuori, cominciano a piovere piccoli biscotti dolci, tanti, ma tanti, che picchiano sui vetri come grandine molliccia. Klaus si sente stanco, e malato, sebbene in quel momento abbia solo sedici anni, (solo in quel momento, ricordando la prima volta che aveva visto piovere dei dolci simili, bretoni, alla finestra, poco lontano da casa di Sw***) sedici anni e un terribile mal di denti, costretto a guardare fuori dalla finestra la borghese dimora di fronte, con la vecchia malata alla finestra, servitori (una, in particolare, attiva e imperante, ottima cuoca, si capiva dalle mani), e un bambino malaticcio che si guardava intorno, sperduto, in attesa forse di un'illuminazione, forse della madre. Si ricorda, Klaus, che la madre del bambino lo trattava freddamente, senza alcuna considerazione. I dolci alla finestra continuano intanto a piovere, e alle narici di Klaus sale l'acre odore della mensa, quando andava a scuola, e i primi giochi, e i canti di natale. Desselmann lo risveglia, colpendolo ripetutamente con un birillo pesante. - forza, dannazione, forza. - Desselmann, ogni volta che la vedo, mi sembra di cadere in un vile romanzo americano anni cinquanta. - grazie per la considerazione, nipote, so bene quanto le pesino i miei modi da petroliere texano, ma ognuno ha le sue, e poi, io ho comunque studiato alla scuola... -sì, sì, lo so, alla Chateaubriand, la scuola francese, lo dice sempre... - e se davvero cadesse in un vile romanzo americano, adesso entrerebbe da quella porta (indica con il dito la pesante porta in mogano sul fondo) una pupa in abito rosso. La porta, rispondendo al richiamo, si apre con uno scricchiolio in la. Ecco la donna anni cinquanta. Ha una pesante gamba di legno, che trascina lentamente lungo l'assito, disegnando degli strani punti e virgola grazie alla scarpetta con sottilissimo tacco che veste la gamba sana, e avendo entrambi i piedi inzaccherati sino alla caviglia di scurissima china. Punta dritto verso Klaus, ma all'ultimo momento, si tramuta in fata banshee, e dannata per l'eternità, diventa una piuma di gallo quadrupede. Desselmann trasalisce senza convinzione (forse chiedendosi se si dica trasalisce o trasale...controllerà poi con calma nel vocabolario, molto presto). 8 La
scrittura è di nuovo cambiata, dopo diversi giorni strappati o
illeggibili. E' probabilmente la stessa dell'intervento di Monsiuer Bouvard,
ma potrebbe anche essere il suo gemello siamese. D'ora in poi, tutti i
testi con questa grafia saranno messi in cornici riconoscibili.
Desselman osserva ancora il rapinatore.
La grazia proletaria del giovane lo lascia estasiato. In lui, come una
reminiscenza degli anni giovanili immolati sull’altare di Onan,
rivede il ragazzo che fu, l’anima inquieta, il nerbo, il furore,
la noia. E ricorda il nonno scomparso, Desselman, e il fratello di lui,
Desselman, e il figlio e il nipote di questi, Desselman di nome e Klaus
di fatto… ma non il Klaus che ora è qui, nel negozio di spilli,
suo nipote e compare, che questi è sì Desselman, ma del
ramo spurio dei Desselman di Mainz, emigrati in gran parte nella città
palatina solo dopo l’incendio e il sacco del vescovo Nassau, quindi
molto prima che i Desselman di Anversa, e con loro i Desselman di Costanza
e quelli di Strasburgo, si riunissero a Karlsbad, al tempo delle elezioni
dell’Asburgo. Questi Desselman, come del resto i Pannartz della
stesa città, che per breve tempo mescolarono le loro sorti con
quelle dei progenitori di Klaus (e qui si intenda ora il Klaus che oggettivamente,
sui corporis, condivide gli spazi angusti della bottega con il nostro
Desselman, il Desselman primo e definitivo, l’UrDesselman che ci
interessa ai fini di questo dramma incerto e crudo), erano in realtà
forestieri e, in qualche modo, parvenues, gente anche troppo magontina;
quindi erano universalmente poco considerati nella comunità piccola
e operosa della Karlsbad appena riformata e all’interno stesso della
famiglia Desselman, di cui erano ramificazione sì isonominale e
coeva, ma frutto di tali e tante compromissioni causalistiche con la genìa
informe dei Lümbeck e dei Van Doren di Anversa (quando ancora non
erano i Van Doren di Liegi e i Lümbeck di Francoforte, affermati
usurai i primi, ottimi stampatori di libri all’Indice i secondi,
e quindi più ricchi) da non godere del diritto essenziale alla
posterità del ceppo Desselman e Manuzberg. Quindi non vale la pena
di parlarne. Il nostro Klaus Desselman, se proprio lo si vuole chiamare
con nome è cognome, è invece figlio di un rizoma ben più
diretto e chiaro, certificato e scritto in un numero imprecisato, e del
resto poco frequentato, di manoscritti e diari e serie storiche parrocchiali
che testimoniano, anche al di là di una prevedibile imprecisione
contabile, della sicura discendenza dei Desselman odierni (si intenda,
ça va sans dire, dei Desselman carolobadensi). Quale sorpresa quindi,
vale la pena di ricordarlo, quando l’improvvido redattore di queste
note decise di dare autorevolezza formale alla propria opera recandosi
a far visita al gentilissimo bibliotecario di SaintfelixStraße a
Wiesbaden (ché lì i Desselman trascorrono, da tempo immemorabile,
le caldissime estati in cui la casa di Swansee diventa rovente e inutilizzabile;
sempre lì che generazioni di giovani Desselman, e di rampolli delle
famiglie amiche dei Rauchenberg e degli Sweynheim, hanno scelto di maritarsi
e battezzare i propri figli, registrandone quindi la sacra adesione all’ecumene
cristiano in una regione cui da sempre gli dei guardano con occhio propizio).
Il timido impiegato, anche lui erede di un’onesta famiglia di bibliotecari
le cui origini risalgono al tempo della guerra dei trentanni, sostenne,
competentissimo, la assoluta estraneità dei Desselman di Mainz,
o almeno della loro linea di discendenza diretta, dai Desselman di Karlsbad
e delle loro numerose filiazioni, soprattutto nel contado (essendo abitudine
consolidata dei Desselman quella di destinare i figli di più indomita
inclinazione fracassona all’onorevole carriera della zappa). Il
bibliotecario sbagliava: ammettiamo che la moltiplicazione a rizoma della
famiglia di Klaus (quello buono, quello col piede nella bottega) sembra
assumere, a volte, una fisionomia apparentemente uroborica, capace di
scoraggiare anche il più generoso degli speleologi delle incerte
vie della filiazione germanica; e tuttavia neghiamo che non possano esistere,
anche in forma approssimata, anche secondo logiche apparentemente astruse
ma non meno valide e onorevoli (secondo i termini del costume e della
norma borghese), dei legami anche meno che vaghi tra i due gruppi famigliari,
o nuclei o comunità che dir si voglia, che qui per brevità
abbiamo riassunto sotto i nomi approssimativi e solo parzialmente indicativi
di Desselman e Desselman (essendo i primi, come ormai si sarà capito,
i Desselman vetrai e viticoltori, e i secondi i Desselman della rinomata
impresa di calzature Desselman&Röntgen&Desselman). Nessuno
potrà d’ora in poi negare l’assunto e inficiare la
prosecuzione dell’opera, che vede così riconosciuta la propria
uniformità e coerenza strutturale agli occhi anche più attenti
e sediziosi. E a chi negherà che Klaus sia nipote diretto dello
zio Desselman, o almeno un parente alla lontana, come si suol dire,mal
gliene incolga. Scrittura diversa. Nervosa. Il giovane rapinatore è come tutti gli altri, si guarda intorno, ma i suoi occhi cercano soltanto una cosa. Sono ormai tutti così, pensa Desselmann, accarezzando l'enorme gatto che occupa lo stanzino sul retro. Il rapinatore fruga con le pupille a destra e a manca, infaticabile. Desselmann, non visto, leva la pesante catena dal collo del siamese, che gratta con la testa sul muro, assottigliandolo ancora un poco (fra non molto cadrà, per forza). Poi, il rapinatore trova ciò che vuole, un ritratto, che sembra solo il solito ritratto antico di istitutrice (quei ritratti che tutti possiedono, della vecchia cara badante austriaca, e noi poco più sotto, in marinaretta e con un treno di legno al guinzaglio). Solo pochi sanno che quello è un finto ritratto della cugina Clotilde. Il ragazzo lo prende e si avvicina alla gola di Desselmann, per terminare la transazione. I rapinatori sono sempre uguali, e così Desselmann porge la giugulare e sente, con il solito piacere che produce la paura, il freddo e scontato sibilare della lama sul collo. Si ricorda di quando gli toccava ammazzare l'agnello per Pasqua, e di come era duro suo padre, a fargli scegliere soltanto il preferito, non un altro, il preferito e basta. Ma il rapinatore si accorge del gatto, quasi nello stesso momento in cui quello lo ha visto. I due si rotolano sul pavimento del negozio, tutto diventa soltanto pioggia di spille.
Mi scrive, forse da un castello sui Carpazi (ma sono influenzato dalle mille letture di questi giorni, non saprei), un amico filologo. Ci siamo già incontrati, dice, in un simposio sull'arte della collazione nella filologia tedesca del terzo dopo guerra. Io osservo la lettera, ma proprio non ricordo, e tutto mi sembra strano (fuori dalla biblioteca Marciana, piove come sangue, o una sostanza che non ho mai visto). Quando torno al mio lavoro, mi accorgo che una terza scrittura si è presentata, quasi dal nulla. E' molto, molto curata, da mani esperte nell'arte calligrafica, credo. Talmente accurata da sembrare una donna, non fosse che la firma non conferma il sospetto. La traduzione e l'analisi di questi quaderni manoscritti divengono ogni giorno più estenuanti. U.S. |
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-Klaus,non
avevamo anche noi uno di quei graziosi carillon di legno con le bambole
che uscivano da un balconcino? -no -Tu dici no ma sono certo che ne avevamo uno ai tempi di Praga -No ti sbagli. Hai del tabacco sulla barba. Le colluttazioni non ti sono salutari -Ah Klaus sei un moralista un moralista. quanti hanni hai Klaus? venticinque trenta? te ne davo forse qualcuno di meno ma del resto non sono più i tempi di Praga allora le parole portavano dei cappellini sulle consonanti, tutto un altro dire. alcuni grani di polvere aleggiano sullo spicchio di luce che divide i due, sul salottino dalle poltrone in velluto damascato. due figure in porcellana ballano una polka all'angolo della biblioteca. si ascoltano solo i riflessi delle cose, tutto è immobile come se fossero le due di pomeriggio (ovvero quando tutto-si sa- è terribilmente immobile) -no. non posso rinunciare al pensiero di avere ancora quel carillon. semplicemente lo desidero. Desselmann si passa due dita sulle labbra poi tira fuori dal taschino un orologio in metallo con disegnati due cacciatori nell'atto di sparare. -Klaus,tu sai che il ritardo comporta uno spostamento in avanti di tutti gli eventi del giorno? Klaus da parte sua osserva il rapinatore disteso a terra, gli occhi spalancati che fissano un pupo siciliano con l'elmo e la spada. un cerchio di sangue scuro gli fa da cornice al volto rimbaudiano. -a che ora doveva morire quest'uomo dunque? -circa sette minuti fa. è davvero immorale. Il ritardo è un fatto del tutto immorale. I tempi di Praga sono finiti del resto. Desselmann accende la pipa. una voluta di fumo verde spande l' odore dolce di una mela. By Mr Maurice Utz |
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E perchè poi quel By così anglofilo? sono sicuro che l'autore detestava gli inglesi. Non può quindi essere un amico inglese a scrivere (dai Diari dell'Autore : "Odio gli inglesi per ciò che hanno fatto, ma ancor più per ciò che riusciranno a fare.) un amico burlone che gioca con qualche "words" di inglese, forse. Mistero. |
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