ALESSANDRO
CALORI
Capitano gentiluomo
di MASSIMILIANO
GOATTIN
I tifosi della Lazio continuano
a ringraziarlo per il suo gol più
famoso: quello di tre anni fa con la
maglia del Perugia alla sua squadra
del cuore, la Juventus, con cui “regalò”
ai biancocelesti uno scudetto praticamente
già cucito sulle maglie bianconere.
Un episodio che certamente resterà
negli annali, anche se “non è
stato il più importante della
mia carriera calcistica”: parola
di Alessandro Calori, il trentasettenne
difensore centrale capitano del Venezia.
Un giocatore esperto e umile, una persona
pratica che guarda la realtà
delle cose senza credere alla sfortuna,
e soprattutto un vero professionista,
che sta dimostrando ancora tutta la
sua classe, nonostante all’inizio
della stagione il suo destino sembrasse
lontano dalla laguna.
Alessandro,
che significato ha per te indossare
la fascia di capitano a Venezia, dopo
quelle a Udine, Perugia e Brescia?
E’ sempre una bella sensazione,
che ti carica di ulteriori responsabilità:
per prima cosa, infatti, devi dare l’esempio
agli altri. Inoltre devi sempre mostrare
un atteggiamento positivo in qualsiasi
situazione, e poi devi aiutare i più
giovani a crescere. Mi sembra di mettercela
tutta per fare bene questi compiti anche
qui in laguna.
Quali
sono le prospettive stagionali, dopo
un avvio di campionato non troppo felice?
L’obiettivo principale resta la
salvezza, anche se reputo il Venezia
una squadra di metà classifica.
Quello di serie B è un campionato
difficile, in cui dovremo lottare sino
alla fine per non retrocedere. Il fatto
che poi quest’anno sia allargato
a 24 squadre, lo rende ancora più
logorante ed estenuante: con 46 partite
in calendario cambierà inevitabilmente
la gestione della rosa e subentrerà
il turnover. I risultati delle prime
giornate non ci hanno premiato, pur
giocando qualche buona partita e disputando
un buon precampionato.
Pensi
che, in qualche modo, l’incertezza
della questione societaria abbia pesato
sul vostro rendimento?
Assolutamente no: è da più
di un anno che si parla della lotta
tra Carrano e Dal Cin, e la situazione
non deve riguardare noi giocatori. Noi
l’abbiamo lasciata fuori dallo
spogliatoio e siamo rimasti concentrati
solo per le vicende calcistiche, anche
se è innegabile che un po’
la viviamo sulla nostra pelle. Vedremo
cosa succederà a novembre, nel
frattempo dobbiamo continuare ad onorare
al meglio la maglia arancioneroverde.
Stiamo prendendo la strada giusta: tutti
noi ci impegniamo al massimo durante
la settimana e la domenica sfoderiamo
sempre entusiasmo, grinta e voglia di
fare bene. Mi auguro che presto arrivino
i risultati.
In
Coppa Italia, invece, va tutto a meraviglia…
Siamo riusciti a conquistare il terzo
turno battendo l’Empoli, che è
pur sempre una squadra di serie A. Una
soddisfazione che speravamo di poter
provare, dopo il 2-0 dell’andata:
al ritorno siamo stati bravi ad andare
subito in gol e a controllare la partita.
Ora ci aspetta il Parma dell’ex
Prandelli e del bomber Adriano, una
squadra giovane e molto forte. Batterla
non sarà facile, ma noi affronteremo
questa sfida emozionante con spirito
positivo.
Il
prossimo giugno scade il tuo contratto
col Venezia: che progetti hai per il
futuro?
A dir la verità non ho ancora
pensato a cosa farò dopo giugno:
non so se dare l’avvio al calcio
giocato, visto che ho già 37
anni, oppure continuare un altro anno
con la maglia del Venezia, se la società
mi vorrà ancora. Il mio erede
in laguna potrebbe essere Giubilato:
David è un giovane dalle buone
prospettive che mi piace molto. Di certo
prima o poi mi piacerebbe intraprendere
la carriera di allenatore: un sogno,
questo, che non ho mai nascosto.
Qual
è il ricordo più bello
delle tue venti stagioni dal calciatore
professionista?
Sicuramente quando sono tornato da ex
ad Udine, dopo otto anni con la maglia
bianconera. I tifosi mi hanno accolto
con affetto vero e sincero: un’emozione
bellissima, che vale molto di più
della partita con l’Ajax, e del
gol “fatale” alla Juventus.
In tutti questi anni mi sono sempre
posto degli obiettivi, che mi hanno
portato varie soddisfazioni: come la
finale Intertoto a Parigi e il miglior
piazzamento in serie A con il Brescia,
e il terzo posto e la Coppa Uefa con
l’Udinese, che non erano stati
raggiunti neanche ai tempi di Zico.
E
a Venezia?
L’anno scorso non ci eravamo potuti
preparare, e ci davamo per spacciati
già prima dell’inizio del
campionato. Siamo riusciti a smentire
molte persone, salvandoci all’ultima
giornata: davvero una gran bella soddisfazione,
visto che ero arrivato dalla A in laguna
in un clima di gran confusione, e che
sulla panchina sedesse un allenatore,
Gianfranco Bellotto, di cui non condividevo
certe scelte. La massima serie è
completamente diversa dal campionato
cadetto: quest’ultimo è
meno tecnico e più aggressivo,
comunque sempre difficile.
Ci
puoi svelare il tuo segreto di eterna
giovinezza?
Dopo vent’anni non sono ancora
stanco perché ogni nuova partita
mi emoziona. Mi piace molto giocare
a calcio: scendere in campo, sentire
il sapore dell’erba e calciare
il pallone insieme ai tuoi compagni
è una sensazione bellissima,
che mi mancherà quando appenderò
le scarpe al chiodo.
Ma per quel giorno c’è
ancora da aspettare: parola di capitano.
Tratto dal
mensile VE.Sport
n. 101, novembre 2003