Nel frattempo eravano
iniziati gli anni 40, e da qualche anno un giovane attore di nome Creighton
Chaney cercava disperatamente di sfondare, e non riusciva ad ottenere una
scrittura solo perché rifiutava orgogliosamente di adottare il nome di suo
padre come passaporto per la celebrità. Le dure leggi dello star system lo
portarono ad accantonare questa pretesa, e così nel 1941 un altro mostro del
folklore, ovvero il licantropo, arrivò sui grandi schermi, e il nome che
giganteggiava nei titoli di testa de “L’uomo lupo” era quello di Lon
Chaney Jr. (a dire il vero la Universal aveva già prodotto nel 1935 un film di
argomento “licantropesco”, “Il segreto del Tibet”, diretto da Stuart
Walker).
La trama è la
seguente: Larry Talbot, di ritorno al castello di
famiglia nel Galles dopo diversi anni trascorsi in America, si reca a visitare
una sera un accampamento di zingari.
Udendo delle grida provenire dal bosco, accorre in aiuto di una ragazza
aggredita da un lupo, riuscendo ad uccidere con il suo bastone dal pomo
d’argento l’animale, ma non ad evitare di essere morso: il lupo responsabile
del contagio di Talbot era in realtà lo zingaro licantropo Bela (il nome
dovrebbe essere indicativo di quale grande attore in declino interpretasse
questa parte).
Il film, diretto da Robert Waggner (che, guarda caso, è il nome
del personaggio del dottore in “L’ululato” di Joe Dante) non ha però come punto
di forza l’interpretazione del figlio dell’”uomo dai mille volti”, ma va
ricordato per la sceneggiatura di Curt Siodmak, autore fra l’altro della famosa
poesia “Anche l’uomo che ha puro il suo cuore,
ed ogni notte si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce
l’aconito, e la luna piena splende la sera”, per la splendida fotografia di
Joseph Valentine e soprattutto per il celeberrimo make-up di Jack Pierce, che
costringeva Chaney a lunghe ed estenuanti sedute di trucco in cui peli di yak
gli venivano applicati sulla faccia pochi alla volta; la pellicola veniva
impressionata in momenti successivi per dare l’idea della trasformazione
successiva, sopra ad un fondotinta rosso brillante che però sullo schermo
appariva grigio scuro. Un’altra cosa rimarchevole è la presenza carismatica
della zingara Maleva, la madre di Bela che ammonisce Talbot sul suo destino,
interpretata da Maria Ouspenskaia.
Purtroppo
l’involuzione di questo periodo aureo era ormai cominciata, e i film successivi
ebbero ben poco di originale… Le carte che vennero vanamente giocate per
superare questo impasse furono due: tirare la mummia fuori dal suo sarcofago e
organizzare improbabili quanto ridicoli meeting di mostri.
Nel 1940 uscì “The Mummy’s hand”, che inaugurò il cosiddetto “ciclo di Kharis” (che verrà ripreso
dalla Hammer negli anni 60): la mummia non è più il sacerdote Im-ho-tep, ma il
principe Kharis, condannato ad essere sepolto vivo a guardia della sua amata
principessa Ananka, e dopo la profanazione della tomba non assume un aspetto
umano, ma resta nelle sue bende come un automa, mantenuto in vita e controllato
da un sacerdote del dio Karnak attraverso un elisir estratto da delle magiche
“foglie di Tana” (che evocano in un certo senso il fiore tibetano Mariphasa
Lupina Lumini che sono antidoto per la trasformazione a licantropo nel film “Il
segreto del Tibet”). Detto per inciso, anche se nella valle del Nilo esiste un
luogo che si chiama Karnak, nella mitologia egizia non c’è nessun dio con
questo nome. Analogamente, la reincarnazione non fa parte delle credenze
dell’antico Egitto.
Questo
film ed i successivi furono realizzati in economia, riciclando diverse scene
del film del 1932, quindi per il ruolo di Kharis fu scelto Tom Tyler, un attore
che aveva abbandonato i ruoli da cowboy per via dell’artrite, proprio per via
della sua vaga somiglianza con Karloff. Il sacerdote Adhoneb è interpretato da
George Zucco, l’archeologo Banning da Dick Foran.
Due anni dopo la Universal assegnò le bende di Kharis a Lon Chaney
Jr., che l’anno prima aveva raggiunto la notorietà ne “L’uomo lupo” e sugli
schermi uscì “The Mummy’s Tomb”.
In questo caso la mummia viene portata in America da un sacerdote,
interpretato da Turhan Bey, e rapisce una ragazza per renderla sacerdotessa di
Karnak, ma viene ucciso dalla folla inferocita (con sequenze prese dai film di
Frankenstein) con il fuoco, come nel film precedente.
Il 1944
vide la nascita di ben due film sulla mummia, entrambi di durata molto breve e
sempre con Lon Chaney Jr. nel ruolo di Kharis. Nel primo, “The Mummy’s ghost”, il sacerdote, interpretato da
John Carradine, tenta di donare la vita eterna ad una giovane studentessa che è
la reincarnazione di Ananka, ma Kharis lo uccide e si inabissa nella palude
tenendo fra le braccia la donna, che improvvisamente mostra tutti i segni del
suo millenario invecchiamento. Pur trattandosi di un b-movie, la scena finale
ha avuto numerosi estimatori.
Si dice che Chaney tenesse una fiaschetta sotto le bende e vi
attingesse con una cannuccia durante le riprese e che la bella Ananka-Ramsay
Ames, sentendolo un po’ barcollante, aveva il terrore che cadesse nelle scene
in cui la portava in braccio. “The Mummy’s curse”, sempre del 1944, è ambientato 25 anni dopo il precedente,
quando la palude viene prosciugata e ricompaiono Kharis ed Ananka
(ringiovanita). Il sommo sacerdote è interpretato da Peter Coe, che però passa
in secondo piano di fronte alla discreta prova recitativa di Martin Kosleck
nella parte del sacerdote giovane. Questo film dura solo 60 minuti e rivela
tutta l’insofferenza di Lon Chaney Jr. nell’interpretare un ruolo che non aveva
mai amato.
Nel 1942 la Universal
si era aggrappata nuovamente ad un altro mostro di sicuro appeal sul pubblico,
e sugli schermi era arrivato “Il terrore di Frankenstein”, diretto da Erle C.
Kenton (regista anche del bellissimo “L’ isola del Dr. Moreau”, prodotto dalla
Paramount). In questo film compare nuovamente Bela Lugosi nelle vesti di Ygor
ma il mostro non è più Boris Karloff (e si vede!) bensì Lon Chaney Jr. Il
soggetto non ha niente di originale e si limita ad introdurre un figlio
secondogenito del barone Frankenstein ed ad enfatizzare il legame di empatia
fra il mostro e Ygor, dato che il gobbo vuole unire la propria mente con il
corpo della creatura e alla fine riesce a far trapiantare nella testa del
mostro il proprio cervello.
Chi nel 1936 era rimasto
sorpreso nell’apprendere che Dracula aveva una figlia, nel 1943 rimase del
tutto disorientato al comparire sul grande schermo de “Il figlio di Dracula”. In questo film,
diretto da Robert Siodmak, (fratello dello sceneggiatore Curt) un Lon Chaney Jr.
con baffetti e, ahimè, completamente fuori ruolo, interpreta la parte del Conte
Alucard (ovvero Dracula letto all’incontrario): non risulta però chiaro se tale
Alucard sia il figlio di Dracula come il titolo suggerisce, oppure Dracula
stesso, o che tipo di parentela abbia con la contessa Zaleska che di Dracula
era la figlia effettiva. Per di più il povero Alucard fa tutto sommato una
magra figura: arrivato in Louisiana uccide il proprietario di una piantagione e
ne vampirizza la figlia, ma l’obiettivo della ragazza è quello di condividere
l’eterna condizione di “non morta” non con lui, bensì con il suo fidanzato
ufficiale.
Nello stesso anno Bela Lugosi indossò i panni del mostro di Frankenstein, (esattamente 12 anni dopo averli spezzantemente rifiutati) in “Frankenstein contro l’uomo lupo”, diretto da Roy William Neill. La trama è alquanto paradossale: Larry Talbot, interpretato ancora da Lon Chaney Jr., si risveglia dalla morte e si rende conto con disappunto di essere un mostro immortale. Recatosi disperato dalla zingara Maleva per trovare un rimedio alla sua disperata situazione, ottiene il suggerimento di andare dal Dr. Frankenstein. Arrivato al castello del barone Talbot apprende che egli è morto, ma scopre la creatura ibernata in una lastra di ghiaccio. Studiando le carte lasciate dal defunto scienziato e con l’aiuto di un medico viene tentato l’esperimento di collegare i due mostri con una serie di fili elettrici per realizzare uno scambio di energia… Probabilmente lo spettatore smaliziato di oggi sorride di fronte a simili situazioni, ma esse venivano, in quel momento, proposte e recepite con la massima serietà!
Nella riproposizione
delle vicende di vampiri, licantropi, scienziati e creature, si stava
procedendo verso una ripetizione meccanica di stereotipi impegnati in trame
assolutamente prive di realismo e proposti con caratterizzazioni sempre più
macchiettistiche. Il paradossale incontro fa la creatura di Frankenstein e
l’uomo lupo ebbe un’evoluzione quasi comica
in “House of Frankenstein”, del 1944, che vedeva riuniti (o meglio
accozzati) tutti i mostri della passata gloriosa tradizione Universal: il
vampiro (John Carradine), lo scienziato pazzo (Boris Karloff), la creatura
(Glenn Strange), il licantropo (Lon Chaney Jr.), il gobbo (J. Carroll Naish),
ovviamente con Lionel Atwill nelle consuete vesti di ispettore di polizia. Lo
slogan di lancio del film diceva “All monsters together!” ed effettivamente non
c’è altro da aggiungere. Chi pensava (o sperava) che questo mostruoso happening
restasse un caso isolato si sbagliava: l’anno dopo, tanto per par condicio fra
i due mostri capostipiti della saga Universal, uscì “House of Dracula” . La trama è a dir
poco ridicola: il Conte Dracula, interpretato sempre da John Carradine, si reca
dal Dottor Edelmann (Onslow Stevens) per essere curato dalla propria condizione
vampiresca, che il dottore vede associata ad una malattia del sangue… Nel
frattempo bussa alla porta dello studio del dottore (che ha, manco a farlo
apposta, una governante gobba) il licantropo Lon Chaney, anche lui per trovare
un rimedio alle fastidiose trasformazioni da uomo a bestia. L’uomo lupo in
seguito ritrova Frankenstein nel consueto stato di ibernazione ed il Dr.
Edelmann cerca di rinvigorirlo con la usuale dose di elettricità ad alto voltaggio.
C’è ben poco altro da dire al riguardo, se non che questo non è stato il
momento di massima degradazione dei mostri Universal: il vero canto del cigno
fu il loro incontro con gli esponenti di punta della comicità popolare di
quegli anni, ovvero Abbott & Costello (sui lidi nostrani Gianni e Pinotto).
Il duo comico si trovò ad affrontare Dracula, il mostro di Frankenstein e
l’uomo lupo ne “Il cervello di Frankenstein” (Abbott & Costello meet
Frankenstein, 1948) per poi proseguire con gli incontri con l’uomo invisibile
(1951), Dr. Jeckyll e Mr. Hyde (1953) e la Mummia (1954).
Sembrava che questa
involuzione avesse ucciso, meglio di quanto potessero fare paletti di legno o
pallottole d’argento, i terribili mostri che un tempo sembrava troppo ardito
proporre al pubblico e che invece ora si prestavano a comparsate farsesche,
avendo perso del tutto la propria dignità e il proprio pathos per ridursi ad un
livello di autoparodia.
Gli anni ‘50 videro il
dominio assoluto del genere fantascientifico, che cercava di esorcizzare le
paure socio-politiche del momento incarnandole nella minaccia di esseri alieni
o creature bestiali dalle dimensioni esorbitanti, e poteva quindi sembrare che
il genere horror fosse definitivamente e irrimediabilmente defunto.
Un aneddoto racconta
che al momento dell’uscita di “Il cervello di Frankenstein” un cronista chiese
a Bela Lugosi se Dracula non fosse morto, ridotto com’era ad una ridicola e
grottesca caricatura di se stesso. Il nostro aristocratico Bela sorrise e
rispose: “No. Dracula non può morire.”
Per uno scherzo
ironico del destino Bela non potè vedere quanto avesse ragione, la morte lo
portò via nel 1956, solo un anno prima che in Inghilterra, nei leggendari set
hammeriani di Bray, Terence Fisher desse il primo ciak di una pellicola che
avrebbe dimostrato che l’horror, così come Dracula, è immortale…

Bibliografia:
Teo Mora, “Storia del cinema dell’orrore vol.1”, ed.
Fanucci
Fabio Giovannini, “Mostri”, ed. Castelvecchi
“Il cinema
fantastico”, supplemento a “Ciak”-Marzo 2001
Parte
prima: il Vampiro e la Creatura
Parte seconda: dall’Egitto con furore
Parte
terza: mogli e figli e parenti vari….