La storia di Dracula veniva già da tempo rappresentata con successo a teatro nell’adattamento di John Balderston del romanzo di Bram Stoker. I progetti iniziali del giovane Laemmle erano molto ambiziosi: un grosso budget era stato stanziato e per la parte del conte transilvanico era stato ovviamente scelto Lon Chaney; “l’uomo dai mille volti” però morì di cancro alla gola pochi mesi prima dell’inizio delle riprese dopo che, ironia della sorte, nel suo primo e unico film sonoro aveva dimostrato di possedere una voce bella e versatile. Inoltre il contraccolpo economico che aveva raggiunto anche Hollywood in seguito alla Grande Depressione portò la produzione ad abbassare il tiro e a concentrarsi sulla rappresentazione teatrale, che da mesi riscuoteva grande successo. Per la parte di Dracula fu dunque ingaggiato l’attore di origine ungherese Bela Lugosi, che aveva incantato le platee con il suo accento mitteleuropeo (Lugosi conosceva pochissimo l’inglese, ed aveva imparato le battute memorizzando il loro suono), mentre Edward Van Sloan divenne Abraham Van Helsing sul set dopo esserlo stato sul palcoscenico.

Forse per paura che una storia del terrore potesse rivelarsi un flop il film fu fatto uscire il giorno di San Valentino del 1931, accompagnato dalla frase di lancio “La più strana storia d’amore mai vista”. “Dracula” ebbe invece un impatto clamoroso sul pubblico: lunghe code fuori dalle sale, gente che si sentiva male durante la proiezione, ecc… Il ritorno economico fu enorme ed incoraggiò la Universal a proseguire su questa orrorifica strada; del film fu realizzata anche, girando nottetempo sugli stessi set, una versione in lingua spagnola che, per alcuni critici, è addirittura superiore a quella originale.

La sceneggiatura si ispira abbastanza fedelmente al romanzo di Stoker: il vampiro incarnato da Lugosi è aristocratico, seducente, è un essere che suscita insieme attrazione e repulsione e rappresenta, come nelle intenzioni dello scrittore irlandese, la metafora della sensualità incontrollabile (tabù dell’età vittoriana); è quindi ben diverso dal raccapricciante e calvo conte Orlok che in “Nosferatu” incarnava la paura della peste e del contagio.

Il film si avvale della regia statica e “teatrale”di Tod Browning e della fotografia di Karl Freund, che per accentuare l’espressione magnetica del conte ne evidenziò gli occhi con un fascio di luce. Notevole l’interpretazione di Dwight Frye (un altro attore di solida formazione teatrale) nei panni del servile e allucinato Renfield, mentre David Manners è un Johnatan Harker scialbo e totalmente incapace di competere con il prorompente fascino seduttivo del conte transilvanico.

Nella versione originale di Dracula a Van Helsing-Van Sloan era riservato, durante i titoli di coda, un monologo, che nell’adattamento teatrale era declamato invece da Bela Lugosi:

“Quando sarete tornati a casa stasera, e avrete spento le luci, e avrete paura di scostare le tende temendo di vedere un volto alla finestra… Non abbiate paura e ricordatevi che, dopo tutto…  queste cose accadono davvero”.

Una curiosità: nella versione teatrale Dracula si spostava dal suo maniero non affrontando i flutti con la sua cassa nella stiva della nave “Vesta”, ma in aereo: l’immaginario collettivo era stato fortemente colpito poco tempo prima dalla trasvolata oceanica compiuta da Lindbergh.

 

La strada del terrore era stata aperta ed era pronta ad essere battuta, un nuovo mostro era in procinto di incutere terrore negli spettatori, e pochi mesi dopo “Dracula” la Universal mise in cantiere “Frankenstein”, basato anche questa volta su una solida fonte letteraria, il romanzo sul “Prometeo moderno” di  Mary Shelley.

Edward Van Sloan fa un po’ da “trait d’union” fra i primi due grandi capolavori horror targati Universal: all’inizio del film infatti appare su un proscenio teatrale, uscendo da dietro il sipario, recitando la famosa introduzione-avvertimento:

“Buonasera. Il signor Carl Laemmle pensa che sarebbe scorretto presentare questo film senza un amichevole avvertimento. Stiamo per narrarvi la storia di Frankenstein, uno scienziato, che cercò di creare un uomo a sua immagine e somiglianza, senza tenere conto di Dio. E’ una delle storie più strane mai raccontate. Tratta dei due più grandi misteri della creazione, la vita e la morte. Penso che vi farà rabbrividire. Forse vi spaventerà.

Potrebbe anche terrorizzarvi. Così, se pensate che non vi importi sottoporre i vostri nervi a questa tensione, è la vostra occasione per… Bene, vi abbiamo avvertito.”

Il film in realtà si basa non tanto sul romanzo che Mary Shelley concepì in seguito alla famosa scommessa a casa di Lord Byron sul lago di Ginevra nel 1816, quanto piuttosto ancora una volta sull’adattamento teatrale che ne era stato tratto da Peggy Webling.

Bela Lugosi doveva esserne il protagonista nel ruolo della creatura, ma il suo carattere superbo ed altezzoso lo spinse a rifiutare una parte in cui non avrebbe dovuto proferire parola ma solo qualche suono inarticolato. Anche il regista prescelto, James Florey, si tirò da parte, preferendo realizzare insieme a Lugosi “Murders in the rue Morgue” (in italiano “Il dottor Miracolo”), un film tratto da un racconto di Edgar Allan Poe.

Il soggetto di “Frankenstein” finì nelle mani di James Whale, un regista di origine inglese, che convinse la produzione a realizzare il film; un aneddoto racconta che Whale scelse come interprete del mostro Boris Karloff, un attore che già da anni interpretava ruoli minori da “villain”, perché vedendolo in una stanza rimase affascinato dalla forma della sua testa…. Una scelta davvero azzeccata, perché l’immagine della creatura-Karloff è un’icona cinematografica che tutti conoscono, anche e soprattutto per merito di un’altra figura chiave dei classici horror Universal: il truccatore Jack Pierce. Egli lavorò per mesi, disegnando centinaia di schizzi e bozzetti, ma alla fine ne sottopose uno solo, quello definitivo, all’approvazione dei reponsabili della Universal. Ogni giorno sul set sottoponeva Boris Karloff a sedute di trucco di 4 ore, e Karloff da parte sua contribuì non poco: suggerì l’idea degli strati di cera sulle palpebre e si fece rimuovere un ponte dentario per rendere le guance più incavate.

Pierce escogitò vari stratagemmi per rendere perfetta la figura del mostro: maniche della giacca accorciate per far sembrare le braccia sproporzionatamente lunghe e due paia di pantaloni con pezzi di ferro dentro per far apparire i suoi movimenti rigidi e goffi. Karloff portò per tutta la vita sul collo i segni indelebili lasciati dagli elettrodi (prese di corrente fissate con adesivi), ma si può dire che ne valse la pena: l’immagine della Creatura ideata da Pierce e da lui interpretata è diventata il Frankenstein per eccellenza, definito addirittura da qualcuno “il mostro più famoso della storia del cinema”.

Per la parte di Henry (nel libro Victor) Frankenstein, Whale volle Colin Clive, che aveva già recitato con lui nella trasposizione filmica del dramma teatrale “Jouney’s end”: Clive ebbe una carriera molto breve, (morì infatti di malattia nel 1937), ma il suo grido “It’s alive!” è entrato nella leggenda. Il ruolo del professore saggio Dottor Waldman, il paladino della Ragione che tenta invano di distogliere il suo allievo Henry Frankenstein dai suoi audaci e insensati propositi di generare la vita, fu assegnato ancora una volta ad Edward Van Sloan.

Molte scene del film furono tagliate perché ritenute troppo “forti”, come quella in cui la creatura uccide Fritz (un’altra ottima interpretazione di Dwight Frye), il servitore di Henry Frankenstein che lo perseguita, oppure quando, buttando in acqua una bambina credendo di giocare, ne causa la morte per affogamento.  Anche la frase pronunciata da Clive-Frankenstein “Ora so come ci si sente ad essere Dio!” cadde sotto le implacabili forbici dei censori.

In questo film comincia ad affiorare il gusto “umoristico” di Whale, che emergerà in modo più netto nei suoi film successivi.

 

Whale tornò a dirigere Karloff l’anno successivo in “La vecchia casa buia”, film di cui nel 1963 è stato fatto un remake, sicuramente non all’altezza dell’originale, diretto da William Castle e prodotto dalla leggendaria Hammer.

Karloff interpreta ancora una volta un personaggio dai tratti animaleschi: è infatti il maggiordomo di casa Femm (la dimora di una inquietante e misteriosa famiglia dove, in una notte di tempesta, trovano riparo dei malcapitati passanti), un bruto privo dell’uso della parola, dedito all’alcool e violento. Si tratta di un ruolo che gli permette di riproporre quegli atteggiamenti bestiali che l’anno prima l’avevano fatto assurgere a stella di prima grandezza nel firmamento hollywoodiano; comunque, per sgombrare il campo da ogni malinteso, il film si apre con un cartello contenente la seguente precisazione: “Karloff, il maggiordomo pazzo di questo film, è lo stesso Karloff che interpretò il ruolo della mostruosa creatura del dottor Frankenstein. Lo precisiamo allo scopo di prevenire controversie, anche se queste rappresentano comunque un tributo alla sua grande versatilità”.

 

Nello stesso anno un altro mostro destinato in seguito ad infestare frequentemente gli schermi cinematografici fece la sua prima apparizione: la Universal produsse infatti “La mummia”…

 

 

 Introduzione

 

 Parte seconda: dall’Egitto con furore

 


 Parte terza: mogli e figli e parenti vari…

 

 Parte quarta: tutti insieme appassionatamente

 

 Galleria immagini

 

 

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