Nel 1935 James Whale realizzò per la Universal quello che è ritenuto da molti il suo capolavoro: “La moglie di Frankenstein”,

Nel film  il diabolico Dottor Praetorius, interpretato da Ernest Thesiger, convince (o meglio costringe) Colin Clive-Henry Frankenstein a collaborare con lui nella creazione di una compagna per la creatura-Boris Karloff da lui ritrovata. Quando però la sposa (interpretata da Elsa Lanchester) si trova faccia a faccia con il mostruoso compagno che le è predestinato, si ritrae inorridita con un grido terrificante che esprime tutto il suo ribrezzo.

Si tratta di un film visionario e audace, con dei momenti davvero memorabili (come la sequenza delle bamboline tenute sottovuoto da Pretorius) e che ha notevoli punti di forza nelle splendide scenografie e nella fotografia espressionistica. La sceneggiatura approfondisce il tema della solitudine della creatura: solo un vecchio eremita cieco (e quindi inconsapevole della sua mostruosità) lo accetta facendogli provare per breve tempo il calore dell’amicizia; anche la sposa generata per lui da Frankenstein e Pretorius lo respinge terrorizzata non appena lui la sfiora. 

Anche chi non ha mai visto il film in questione ha sicuramente presente l’immagine della sposa con la famosa acconciatura da “Nefertiti futurista” (citata più volte in modo parodistico anche in film successivi, come in “Frankenstein Junior”  e  “The Rocky Horror Picture Show”), e la sequenza del suo urlo causato dalle fattezze terrificanti del compagno predestinatole si imprime nella memoria in modo indelebile.  Si tratta per la Lanchester di una parte di pochi minuti complessivi (anche se Elsa compare anche nel prologo del film nelle vesti di Mary Shelley), ma che basta a renderla immortale nella memoria di tutti i cinefili; a dire il vero per il ruolo della “sposa” James Whale aveva pensato in un primo momento a Brigitte Helm , il robot Maria di “Metropolis”. Anche in questo film, come già aveva fatto per Karloff in Frankenstein, James Whale non mette il  nome dell’attrice nei titoli di testa accanto alla dicitura “the bride”, ma lo sostituisce con un punto interrogativo.

Nel film di Bill Condon del 1998 “Demoni e dei”, che ripercorre gli ultimi mesi di vita di James Whale, è proprio “La moglie di Frankenstein” che viene più volte evocato e mostrato: infatti il titolo originale “Gods and Monsters” cita il famoso brindisi di Pretorius “A un nuovo mondo… di dei e di mostri!”  Il film di Condon è incentrato sulla tragica fine del grandissimo e geniale Whale: emarginato dallo star system hollywoodiano per la sua ostentata omosessualità, si uccise (ma la sua morte è avvolta da un alone di mistero) nel 1957, annegando nella propria piscina.

 

La figura di Dracula era così forte che, nonostante il successo del film di Browning, per diversi anni i produttori Universal non se la sentirono di realizzare un sequel. Nel 1936 uscì invece “La figlia di Dracula”, diretto da Lambert Hillyer, che era stato regista anche di “The invisible ray”.

E’ la storia di Maria Zaleska (interpretata da Gloria Holden), figlia del Conte Dracula che, arrivata a Londra poco dopo che il padre è stato ucciso da Van Helsing, ne trafuga il cadavere e lo brucia, cercando invano di liberarsi dalla sua condizione vampiresca: Maria è infatti combattuta fra l’irresistibile brama di sangue e il rimorso per il suo stato (un personaggio con numerose analogie con il Louis descritto da Anne Rice in “Intervista col vampiro”). Il desiderio di trovare una cura per la sua condizione la porta dallo psichiatra Garth (Otto Kruger) di cui si innamora. Nel frattempo, tentata dal subdolo Sandor (Irving Pichel), il servo che nutre verso di lei un attaccamento possessivo e una gelosia morbosa, si abbandona ai suoi istinti sanguinari e colleziona numerose vittime (che ipnotizza con lo sguardo e con un grosso anello) non facendo, a differenza del padre, distinzioni fra uomini e donne: proprio queste velate allusioni omosessuali hanno creato al film non pochi problemi con la censura.

Si tratta di un film sorretto da buoni dialoghi e soprattutto ricco di atmosfera e suggestivo, grazie alla splendida fotografia di George Robinson; in esso viene accentuato l’elemento della sensualità del vampiro e del suo fascino ipnotico.

 

Nel 1939 Boris Karloff tornò a vestire panni e elettrodi della creatura in “Il figlio di Frankenstein”, diretto da Rowland V. Lee.

In questa pellicola, che ha dato molti spunti a Mel Brooks per il suo “Frankenstein Junior” (chi non ricorda la famosa scena della partita a freccette con l’ispettore dal braccio meccanico?) Wolf Frankenstein (figlio primogenito di Henry) è interpretato da Basil Rathbone, mentre l’ispettore (colmo di desiderio di vendetta per il mostro che da bambino gli ha fatto perdere l’uso del braccio) da Lionel Atwill. Il ruolo del barone era stato proposto a Peter Lorre che aveva però rifiutato; del cast faceva parte in un ruolo secondario anche Dwight Frye, ma le scene in cui compariva furono tagliate al momento del montaggio finale.

Il titolo di questo film rivela il tentativo di rimediare ad un abuso linguistico che si era creato e che continua a persistere tuttora. In  “La moglie di Frankenstein” il nome dello scienziato veniva implicitamente ereditato dal mostro da lui creato, tant’è vero che si dice che quando Whale sul set chiamava “Frankenstein!” era sempre Karloff e mai Clive a rispondere…

La produzione aveva deciso di filmare in Technicolor, ma il trucco di Pierce non rese come ci si aspettava; si può dire che fu una fortuna, dato che la fotografia tutta basata sugli stridenti contrasti fra bianco e nero è uno dei punti di forza del film. Per il resto non ci sono spunti originali da segnalare, se non la posizione di predominanza che viene assunta dal gobbo Ygor-Bela Lugosi. A dire la verità la produzione aveva pensato di limitare al minimo il ruolo di Lugosi, per riuscire a girare le sue scene in una sola settimana e tagliare drasticamente il suo compenso, ma Lee si impuntò trovando la cosa oltraggiosa e pretese di sviluppare il personaggio di Ygor.

La frase di lancio del film era: “The Menace of Basil Rathbone! The Fright of Boris Karloff! The Horror of Bela Lugosi! The hate of Lionel Atwill!”, che fa già presagire la tendenza a compensare la mancanza di originalità di trame e sceneggiature con l’espediente di concentrare più star di grosso calibro (e soprattutto più mostri possibile) che arrivò al parossismo negli anni successivi.

 

 

 Introduzione

 

 Parte prima: il vampiro e la creatura

 

 Parte seconda: dall’Egitto con furore

 

 Parte quarta: tutti insieme appassionatamente

 

 

 

 

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