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ANCHE LA NATURA CI PORTA IN EUROPA

La tutela della biodiversità: come la intende l’Unione Europea

a cura di Federica Tarducci

Tratto da Verde ambiente anno 14 n.° 1 genn-febb.98

La rete natura 2000

In Italia abbiamo 508 aree naturali protette, per una superficie che raggiunge quasi il 7% del territorio nazionale. In questo giardino, già così ricco, fanno oggi "capolino" i neonati Siti di Importanza Comunitaria e le Zone di Protezione Speciale, previsti dalla direttiva "Habitat". L’Italia ha emanato il regolamento d’attuazione. E anche con loro stiamo andando in Europa.

In attuazione della direttiva europea 92/43, più conosciuta come direttiva "Habitat", oltre 2.300 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), terrestri e marini, sono state proposti dall’Italia per la costituzione della Rete ecologica Natura 2000. Questi rappresentano circa il 10% del territorio nazionale e più di 1.000 ricadono al di fuori di aree protette già istituite. La loro individuazione è frutto del progetto Bioitaly, attivato dal Ministero dell’ambiente in collaborazione con le Regioni e Province autonome.

Oggi, con l’emanazione del DPR 8 settembre 1997, n. 357, regolamento di attuazione della direttiva, viene definito un nuovo quadro di riferimento nella politica di conservazione della biodiversità. Molti sono infatti gli aspetti innovativi introdotti dal regolamento, sia nel contesto normativo generale, sia nei ruoli e nei compiti di Stato e Regioni.

La rete ecologica Natura 2000

Emanata dalla Comunità Europea nel maggio 1992, la direttiva ha come fine la conservazione degli habitat naturali e delle specie animali e vegetali giudicate importanti, nel territorio europeo, per la salvaguardia della biodiversità. Per quanto riguarda gli uccelli fa riferimento ad una precedente direttiva, la 79/409 - recepita dalla legge quadro sulla tutela della fauna selvatica, più nota come legge sulla caccia -  che già prevedeva la istituzione di Zone di Protezione Speciale per la tutela di queste specie.

Per la conservazione della biodiversità la direttiva stabilisce di costituire a livello europeo la Rete ecologica di Zone Speciali di Conservazione e Zone di Protezione Speciale, denominata Natura 2000, formata dalle aree in cui si trovano gli habitat e le specie di interesse per la conservazione.

La direttiva istituisce anche uno strumento finanziario per la sua attuazione, il LIFE, con il quale ogni anno dal 1992 vengono finanziati numerosi interventi per il conseguimento degli obiettivi di conservazione della natura; dal 1996, finanzia solo interventi che ricadono nei Siti di Importanza Comunitaria o nelle Zone di Protezione Speciale.

Di conseguenza, il LIFE privilegia le nuove professionalità nate nel settore ambientale; vengono infatti premiati interventi che utilizzano tecniche a basso impatto, come l’ingegneria naturalistica, per la ricostituzione, ad esempio, di isolotti nell’ambito di zone umide naturali o artificiali adatte alla nidificazione di uccelli acquatici.

In Italia l’attuazione della direttiva, anche se iniziata con ritardo, ha comunque consentito che le Regioni individuassero entro il giugno 1995, nell’esecuzione del progetto Bioitaly -  cofinanziato dall’Unione Europea con il LIFE e dal Ministero dell’ambiente - le aree da tutelare. Per queste aree, i SIC e le ZPS, dovevano essere fornite oltre alla perimetrazione, tutta una serie di informazioni relative ad esempio all’elenco delle specie presenti e alla consistenza, se conosciuta, delle loro popolazioni, o all’estensione percentuale degli habitat rispetto alla superficie dell’area. Il Ministro dell’ambiente ha successivamente trasmesso tutti questi dati all’Unione Europea. Queste informazioni sono state poi integrate e precisate successivamente fino al dicembre 1996.

Per la definizione degli habitat da individuare sul territorio, la direttiva fa riferimento al sistema CORINE Biotopes, un progetto comunitario che ha consentito di classificare in modo omogeneo in tutta Europa gli ambienti naturali e seminaturali, dalle praterie d’alta quota agli ambienti umidi, dalle foreste di latifoglie alle praterie marine di Posidonia oceanica.

Da sottolineare il fatto importante che questo è lo stesso sistema di classificazione che dovrà essere utilizzato per la realizzazione della Carta della Natura  - prevista dalla legge quadro sulle aree protette -  e che quindi, come si vedrà meglio più avanti, i dati risultanti dal progetto Bioitaly sono entrati a far parte di Carta della Natura.

Per quanto riguarda l’iter attuativo, al momento è in corso la verifica scientifica dell’elenco dei Siti di Importanza Comunitaria, tramite appositi seminari organizzati dalla Commissione europea. In quella sede verranno validati in sede tecnica quelli proposti dai diversi Stati membri per la stesura dell’elenco definitivo.

Una volta concluso l’esame da parte dell’apposita commissione in sede comunitaria, il Ministro dell’ambiente dovrà designare le Zone Speciali di Conservazione che insieme alla Zone di Protezione Speciale andranno a costituire la Rete Natura 2000.

Ora che abbiamo visto i principali contenuti e ripercorso, almeno per sommi capi, le azioni attuate fino ad oggi, cerchiamo di mettere a fuoco quali grandi novità porta il recepimento della direttiva Habitat e quali cambiamenti determinerà nelle politiche di gestione del territorio.

Misure di conservazione mirate ai valori presenti

Il primo elemento innovatore è costituito dal riconoscimento di un forte legame fra l’oggetto della tutela e le relative misure di conservazione che devono essere adottate.

La direttiva non definisce infatti norme generali, a cui poi è possibile in seguito derogare, se opportuno, con i piani ed i regolamenti, ma prevede siano adottate misure conformi alle esigenze ecologiche degli habitat o delle specie presenti in ciascuna area - come ad esempio il divieto di calpestio o di raccolta di alcune piante - e, all’occorrenza, appropriati piani di gestione. Si vuole quindi intervenire dove effettivamente sono presenti gli elementi (specie e habitat) con azioni mirate alla loro tutela.

Le prime misure di tipo cautelativo, per evitare il degrado degli habitat, dovranno essere prese rapidamente dalle Regioni e Province autonome, entro il termine di tre mesi dalla redazione dell’elenco definitivo dei Siti di Importanza Comunitaria, che si prevede per il maggio prossimo.

Le competenze nella designazione delle Zone Speciali di Conservazione, ovvero delle aree da proteggere ai sensi della direttiva, sono del Ministro dell’ambiente, che deve procedere con un decreto entro il termine massimo di sei anni.

Per poter riconoscere questa tipologia di aree protette comunitarie anche in ambito nazionale, il Comitato per le aree naturali protette, nell’ultima seduta del 2 dicembre 1996 - ultima nel vero senso del termine, in quanto un decreto delegato della "Bassanini", l’ha abolito, trasferendo le competenze alla Conferenza Stato-Regioni - ha inserito le Zone Speciali di Conservazione e le Zone di Protezione Speciale nella classificazione delle aree protette nazionali, insieme ai parchi, le riserve dello Stato e alle altre tipologie già riconosciute (vedi box). Questo è il primo passo per quando, una volta realmente istituite, potranno essere inserite nell’Elenco ufficiale per le aree protette, che è condizione per l’accesso ai finanziamenti dello Stato.

Successivamente alla designazione delle Zone Speciali di Conservazione, è alle Regioni che è demandato il compito di adottare entro sei mesi "le misure di conservazione necessarie che implicano all’occorrenza, appropriati piani di gestione". Per i siti che ricadono in aree protette, valgono ovviamente le misure per queste già previste.

Il regolamento richiede anche un controllo delle azioni intraprese attraverso il monitoraggio sullo stato di conservazione delle specie e degli habitat, le cui linee guida dovranno essere definite con decreto del Ministro dell’ambiente.

Le aree di collegamento ecologico funzionale

Altra grande novità è rappresentata dal riconoscimento dell’importanza delle aree di connessione ecologica fra i siti, che non sono quindi pensati come sistemi chiusi ma come nodi di una rete. Le aree di connessione, essenziali per i movimenti migratori e lo scambio genetico fra popolazioni, devono essere gestite secondo direttive dal Ministro dell’ambiente di intesa con la Conferenza Stato Regioni.

Il regolamento prevede inoltre che le aree di collegamento siano definite nell’ambito delle linee fondamentali di assetto del territorio, previste dalla legge quadro sulle aree protette, sorta di "regole" generali da rispettare in sede di pianificazione, determinate in base alla Carta della Natura.

Il Comitato, che ha fra l’altro stabilito di utilizzare per la Carta della Natura la stessa classificazione degli habitat della direttiva, anche per il suo valore di standard a livello europeo, ha definito i criteri per una valutazione della qualità naturalistica del territorio e ha posto le aree di importanza comunitaria nella categoria di maggior valore, insieme alle zone umide e alle aree di maggior pregio ambientale dei parchi nazionali e regionali (vedi box). Le aree di importanza comunitaria sono quindi ora parte integrante del contesto normativo nazionale in materia di conservazione della natura.

La valutazione di incidenza

Uno degli articoli che avrà forse gli effetti più sensibili nella gestione del territorio è quello che introduce la valutazione di incidenza. Si tratta di una relazione d’impatto ambientale che deve essere redatta per ogni tipo di piano o programma, compresi ad esempio i piani forestali e quelli faunistico-venatori che interessano i Siti di Importanza Comunitaria; questo naturalmente a meno che il piano o progetto non appartenga già ad una delle categorie di opere per le quali la normativa vigente prevede la Valutazione di Impatto Ambientale, altrimenti si procede secondo le procedure previste da quest’ultima.

Il regolamento d’attuazione della direttiva elenca una serie di parametri di riferimento, piuttosto sintetici per la verità, da intendersi come requisiti minimi per la stesura della relazione. Una indicazione più precisa sui contenuti, sul modello di quella che esiste per la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, sarebbe certamente un utile strumento per la sua applicazione. Di particolare importanza, naturalmente, valutare gli effetti sulle specie o habitat che hanno determinato l’individuazione dell’area.

Introduzioni e reintroduzioni di specie

Fra gli allegati della direttiva vengono presentati anche due elenchi, uno relativo alle specie di animali e piante che necessitano di una protezione rigorosa e l’altro a quelle il cui sfruttamento potrebbe essere oggetto di misure di gestione. Per le prime è fatto divieto di qualsiasi tipo di disturbo, dalla caccia al prelievo, alla raccolta, nel caso di piante. Significative anche le misure sulle reintroduzioni - immissioni di specie una volta presenti ma attualmente scomparse nell’area - che devono essere autorizzate dal Ministero dell’ambiente. Ancora più rilevante il divieto di introdurre specie estranee alla nostra flora e fauna nell’ambiente naturale, se si pensa, per fare solo un esempio, a cosa è successo fino ad ora con i vari pesci gatto e siluri nelle nostre acque interne, che gravemente hanno alterato le comunità ittiche dei nostri fiumi, o alle vongola delle Filippine (Tapes philippinarum), che nell’Adriatico settentrionale ha soppiantato la nostra vongola (T. decussatus), avendo maggiori capacità di adattamento alle mutevoli condizioni dell’ambiente lagunare.

Da oggi, eventuali introduzioni possono essere autorizzate solo se viene provato che non arrecano danno alla flora e alla fauna selvatiche locali, valutazioni queste che in passato non sono praticamente quasi mai state fatte.

Particolare attenzione, anche per quanto riguarda i progetti finanziabili con il LIFE, viene posta alle azioni di eradicazione delle specie alloctone, cioè estranee alla nostra flora e fauna.

Gli interventi di rinaturalizzazione, a cui si è accennato più sopra, già oggetto di finanziamenti LIFE hanno interessato, per esempio, anche l’espianto di specie quali l’ailanto Ailanthus altissima, albero australiano a rapido accrescimento e forte adattabilità ecologica che tende ad invadere e soppiantare la vegetazione spontanea; come sta accadendo anche a Pianosa, isola che dal 1996 fa parte del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano, in cui questa specie, per adesso limitata all’intorno del piccolo centro abitato, sta facendosi strada con prepotenza nelle belle formazioni a ginepro fenicio presenti lungo tutta la costa dell’isola.

La gestione e valorizzazione della Rete ecologica europea

Per le aree individuate, una volta definito l’elenco a livello comunitario, dovrà essere fatto un grosso lavoro, soprattutto per l’adozione di misure di salvaguardia e le eventuali misure di gestione.

Si presentano infatti due possibilità: o farle parte di parchi o riserve, o istituire le due nuove tipologie di aree protette, peraltro già previste dal Comitato, come si è visto più sopra.

Dobbiamo quindi immaginare di attribuire a queste aree protette finalità, strumenti operativi nonché individuare regole che consentano il perseguimento degli obiettivi per i quali esse sono state istituite.

Le finalità sono ovviamente la tutela di quegli habitat e di quelle specie per le quali queste aree sono state individuate. Per quanto riguarda le misure di tutela e gestione, si rende necessario un coordinamento nazionale, raccordato poi a livello comunitario, per le strategie e i criteri generali da seguire a livello locale. Responsabile nei confronti dell’Unione Europea è infatti il Ministro dell’ambiente, che è tenuto ad informare la commissione sull’efficacia delle azioni intraprese.

Dovranno essere quindi individuati i principali reali fattori di disturbo e le eventuali forme di gestione necessarie per le categorie di beni che si vogliono tutelare, così da poter definire misure mirate, non generiche ma neppure troppo specifiche, questo anche per rendere possibile l’attività di sorveglianza.

E’ importante poi sottolineare il ruolo ed i compiti che le regioni, nella loro autonomia e in sede di Conferenza Stato-Regioni, dovranno assumere nell’attuazione della direttiva. E ancora, evidenziare quale rilievo possa rivestire la messa in opera di strumenti di supporto tecnico-scientifico, peraltro già previsti nella norma, alle scelte di gestione, data anche la necessità di un confronto costante con le amministrazioni interessate, gli operatori economici e le popolazioni locali, rispetto all’attuazione di quanto previsto dalla direttiva.

La necessità di una maggiore presenza a livello europeo

Non sono molte le specie endemiche italiane presenti negli allegati della direttiva, e mancano molti degli habitat anche importanti e ben rappresentati nel Paese. Questo significa non poter motivare l’inserimento di alcune aree perché in sede comunitaria non sono riconosciuti importanti gli elementi in esse presenti.

Anche per queste ragioni, è fondamentale una forte presenza a livello comunitario nei seguiti della direttiva. Una presenza che garantisca l’attenzione al nostro enorme patrimonio di biodiversità, per adesso penalizzato da una non sufficiente rappresentatività delle specie e degli habitat italiani.

Nei futuri aggiornamenti degli allegati, previsti dalla direttiva, dovremo quindi assicurarci l’inserimento degli elementi di nostro interesse, così come sono emersi da un grosso lavoro di integrazione degli elenchi fatto dal Ministero dell’ambiente con le Regioni.

Partecipare alla Rete Natura 2000 significa infatti entrare a far parte di un circuito europeo in cui le Zone Speciali di Conservazione e le Zone di Protezione Speciale saranno luoghi d’elezione e di attenzione in cui l’Unione Europea investirà notevoli risorse finanziarie.

Per il nostro Paese, il cui patrimonio naturale e storico architettonico - con le città d’arte, gli itinerari storico-archeologici, gli scenari naturali, il Paesaggio - determina e caratterizza la qualità del nostro vivere e rappresenta inoltre una delle maggiori fonti di attrattiva per il turismo internazionale, la conservazione e valorizzazione del bene-natura attraverso una attenta politica delle aree protette, così come dei beni storico-culturali, è un percorso quasi obbligato nello scenario del III millennio.

E’ necessario quindi oggi compiere un grosso sforzo per migliorare la nostra capacità progettuale. Far rivivere il Paesaggio italiano, anche con l’aiuto dei fondi dell’Unione Europea, può costituire una grande occasione e nuove e aggiuntive opportunità per sviluppo e occupazione.

Progettualità che deve utilizzare al meglio le risorse che al nostro Paese tornano dall’Unione Europea grazie alla diversità e unicità delle sue coste, delle sue montagne e delle sue colline, ridisegnate per secoli dalla mano dell’uomo. Progettualità per ricostruire ciò che si è in parte perduto seguendo un modello di sviluppo non a misura dei beni che realmente possediamo, e che sono Storia, Arte, Paesaggio e Natura. Progettualità per far rivivere boschi e corsi d’acqua, ma anche piccoli borghi, vecchie mulattiere, antiche pievi e piccole botteghe di artigiani, oggi marginalizzati dai grandi circuiti economici.

Il sistema delle aree protette nazionali e regionali, e le aree europee della Rete Natura 2000, dovranno essere il primo nucleo per sperimentare strategie di sviluppo sostenibili, in cui la naturale vocazione del territorio italiano ad una alta qualità del vivere trovi spazi, tempi e occasioni per esistere ancora.

Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della direttiva 79/409/CEE: è un territorio idoneo per estensione e/o per localizzazione geografica alla conservazione delle specie di uccelli di cui all'allegato I della direttiva 79/409/CEE, concernente la conservazione degli uccelli selvatici, tenuto conto delle necessità di protezione di queste ultime nella zona geografica marittima e terrestre a cui si applica la direttiva stessa.
Zona Speciale di Conservazione (ZSC) ai sensi della direttiva 92/43/CEE: è un Sito di Importanza Comunitaria designato dagli Stati membri mediante un atto regolamentare, amministrativo e/o contrattuale in cui sono applicate le misure di conservazione necessarie al mantenimento o al ripristino, in uno stato di conservazione soddisfacente, degli habitat naturali e/o delle popolazioni delle specie per cui il sito è designato.
Sito di Importanza Comunitaria (SIC) un sito che, nella o nelle regioni biogeografiche cui appartiene, contribuisce in modo significativo a mantenere o a ripristinare un tipo di habitat naturale di cui all'allegato I o una specie di cui all'allegato II (della direttiva 92/43/CEE "Habitat") in uno stato di conservazione soddisfacente e che può inoltre contribuire in modo significativo alla coerenza di Natura 2000 di cuji all’articolo 3, e/o che contribuisce in modo significativo al mantenimento della diversità biologica nella regione biogeografica o nelle regioni biogeografiche in questione (alpina, continentale o mediterranea)

Per le specie animali che occupano ampi territori, i Siti di Importanza Comunitaria corrispondono ai luoghi, all’interno dell’area di ripartizione naturale di tali specie, che presentano gli elementi fisici o biologici adatti alla loro vita e riproduzione.

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Sviluppo sostenibile

ARENA 2000

2/1/2000 Villorba, Padova

Gerhard Scherhorn*

CHE COSA E' UNO STILE DI VITA CAPACE DI FUTURO (SOSTENIBILE)?

"Benessere", nella lingua tedesca, indicava prosperità e benessere (salute), assenza di necessità e convivenza pacifica in una comunità.

Solo nel ventesimo secolo la parola è stata legata al significato materiale, alla crescita e alla spesa di beni e servizi, al ben"avere" o, come si può anche dire, al "benessere di beni".

A partire dagli anni '60 viene via via riconosciuto, che questo restringimento non regge più.

Poiché porta con sé il fatto di credere ancora ad una crescita del benessere, nonostante la nuova produzione venga ottenuta attraverso danni all'ambiente, pericoli per la salute, peggioramento del clima sociale. Nei Paesi più industrializzati è proprio questo il caso: a partire dagli anni settanta il benessere netto non cresce più, nonostante il prodotto interno lordo cresca – crescono solo i costi sociali del benessere, i costi della produzione e del consumo scaricati sulla collettività.

Da una parte ci sono le spese "di riparazione", i costi del benessere che vengono pagati.

Essi vengono fatti, per riparare i danni che la produzione o il consumo di beni hanno provocato – danni alla salute, ai mezzi di trasporto (attraverso gli incidenti stradali), agli edifici (disastri creati dal cambiamento climatico), all'ambiente naturale, alle opere d'arte e ai monumenti che vengono erosi dalle piogge acide, all'acqua dei fiumi e dei mari, alle falde acquifere, al terreno coltivabile, all'atmosfera, al clima. Quello che viene speso per riparare questi danni, fa crescere sì il prodotto interno lordo, ma non il benessere, e diminuisce le chance di una vita futura. Nel migliore dei casi ripristina il livello di benessere che già si era precedentemente raggiunto.

Dall'altra ci sono i costi non pagati , cioè tutti quei danni che non vengono riparati, ma sopportati, ad esempio, l'urbanizzazione, l'allungamento della distanza dal luogo di lavoro, il traffico, lo smog estivo, il peggioramento dell'aria nelle città, l'inquinamento da rumore, lo stress, la diminuzione delle riserve di materie prime, ecc. Anche questi costi innalzano il prodotto interno lordo, perché il loro valore viene aggiunto al suo calcolo, anche se dovrebbe essere invece detratto, MA essi diminuiscono quello che rimane al reale benessere per le persone e alle chance di futuro.

Con l'aiuto dell'INDICE DI BENESSERE ECONOMICO SOSTENIBILE, elaborato da Cobb, è stato stimato in più paesi (USA; Germania, Inghilterra, Olanda, Austria, ecc) che i costi del benessere si sono sviluppati proporzionalmente al prodotto interno lordo. Il risultato complessivo è: la loro quota rispetto al prodotto lordo, negli stati industrializzati, è cresciuta sempre più e a partire dagli anni '70 sono cresciuti solo i costi del benessere, ma il benessere netto non più. Ciò sta ad indicare che la crescita del prodotto interno lordo significa solo distruzione aggiuntiva (e nel caso migliore recupero), ma ciò che aiuta il reale benessere degli uomini non può più essere accresciuto. Alexander Max-Neef lo ha espresso in un'ipotesi base: Da un certo livello di produzione in poi, non serve più l'ulteriore crescita del prodotto lordo, perché questo finisce interamente in costi per la collettività e quindi del futuro.

Da qui consegue una prima considerazione:

Lo sforzo di innalzare il benessere materiale ha messo gli stati industrializzati in un vicolo cieco. Si recano da soli danno, e costringono i paesi del Sud a fare altrettanto e a potenziare i danni complessivi. Una riflessione sul concetto di "benessere" porterebbe fuori dal vicolo cieco.

Inoltre bisogna riconoscere che lo star bene include anche il giusto utilizzo di tempo e spazio.

BENESSERE di TEMPO si ha quando c'è tempo sufficiente non solo per il guadagno di denaro (lavoro retribuito) e per comprare, ma anche per le relazioni sociali, per la collaborazione ai compiti della società, per le attività creative, per gustare la natura e l'arte, per le attività fisiche e il riposo. Per tutto questo vengono utilizzati anche dei beni, ma non una quantità sempre maggiore di beni, altrimenti l'acquisto e l'uso dei questi assorbe le energie e la consapevolezza, e il tempo diventa poco. Benessere materiale e di tempo allo stesso tempo si può ottenere solo se si mantiene una certa misura nel desiderio di beni.

BENESSERE DI SPAZIO si ha quando c'è abbastanza spazio per respirare, passeggiare, viaggiare, giocare, abitare, e quando lo spazio è sano e salubre: aria, acqua e terreno liberi da sostanze dannose, rumore e desertificazione, abitazioni e strade non sono abbandonate né affollate, c'è spazio per giocare per i bambini, per gli adulti spazio per comunicare, c'è spazio per l'ambiente di esistere. Anche il benessere di spazio richiede beni, anch'esso è messo in pericolo se per la loro produzione e il loro consumo lo spazio vitale viene limitato.

Così possiamo formulare un secondo risultato:

Poiché l'accumulo di sempre più beni materiali (beni e servizi comprati) porta le persone ad aver bisogno di tempo e di spazio.

Noi abbiamo però bisogno di tempo libero e di uno spazio sano, per riconoscere che il senso del ben"essere" sta nei beni immateriali (attività decise da sé e piene di senso, relazioni sociali soddisfacenti e ricche di aiuto, conoscenze illuminanti e significative), che noi stessi produciamo, e abbiamo bisogno di tempo e di spazio per comportarci di conseguenza.

Se le cose stanno così, perché non ci limitiamo, ragionevolmente e sistematicamente, ad un livello medio di benessere materiale?

Perchè anche al di sopra di questo livello è possibile accrescere la qualità della vita attraverso un po' di più di beni, comperando tempo e spazio.

Chi ha molto denaro può pagare i servizi e vivere in riserve protette.

Tuttavia solo alcuni ricchi potrebbero essere ricchi a sufficienza per gustare un simile oligarchico stile di vita. E tuttavia questo stile di vita possono sognarlo tutti…

Questo sogno è allo stesso tempo il prodotto e la forza motrice della società industriale.

La maggior parte dei consumatori sognano una ricchezza e un comfort che non possono avere, poiché i modelli di consumo che vanno in giro per il mondo sostengono e rinforzano il sogno di uno stile di vita oligarchico.

Se la sua irrealizzabilità non è riconosciuta (e quando lo è viene rimossa), questo perpetua la produzione industriale e la rende distruttiva.

Nel nostro modello di consumo non siamo ancora arrivati alla democrazia, né per l'uguaglianza, né per la fratellanza, e di conseguenza neppure per la libertà, perché sogniamo ancora l'ascesa, il primato, i privilegi.

L'idea democratica sta all'opposto. Essa richiede che poco alla volta tutte le persone siano libere dalla necessità di beni e giungano a gustare il benessere di tempo e di spazio. Da uno stile di vita democratico non ci si può aspettare altro che un benessere materiale medio, anche se poi nella realtà ci sono alcune differenziazioni.

Il modello dello stile di vita oligarchico al contrario porta ad una società di privilegiati e di marginalizzati, che deve distruggere se stessa perché i favoriti non sono mai saturi (soddisfatti) e gli svantaggiati non possono essere liberati dalla necessità. La terza osservazione recita dunque:

Un misurato benessere materiale significa più qualità della vita perché la rinuncia al desiderio di beni inutili ottimizza il benessere di tempo e di spazio. Per riconoscere che cosa è inutile, dobbiamo considerare realmente, ed evitare, i costi del benessere – la distruzione dell'ambiente, i pericoli per la salute, la limitazione dei beni immateriali attraverso l'eccesso di quelli materiali -. Per questo l'azione comune è necessaria. Creare e mantenere il benessere di spazio è un compito della collettività. Il clima e le risorse possiamo proteggerle solo insieme. Anche il benessere di tempo non si può accrescere con l'azione individuale, quando gli altri insistono nell'accumulo di sempre più beni. Anche solo per accorciare l'orario di lavoro è necessario il consenso della ditta e dei colleghi. In ogni caso è perlomeno necessaria la consapevolezza della collaborazione con gli altri e spesso anche l'esperienza dell'agire insieme. Senza comunità il singolo può solo "scendere", ma questo implicherebbe una rinuncia ai beni e alle risorse in quantità tale che solo a pochi sarebbe possibile.

Questa è allora la quarta considerazione:

Qui sta un grosso ostacolo, poiché la disponibilità ad agire collettivamente è stata scoraggiata ampiamente dai sistemi di socializzazione delle società industriali. Fino al primo medioevo è stata sempre presente. Poiché le relazioni di proprietà e di produzione non impedivano a nessuno di usare le terre incolte, anche quando esse appartenevano al re, ad un altro signore o alle istituzioni ecclesiastiche.

"I boschi e i pascoli erano così abbondanti che in un modo o nell'altro tutti potevano accedervi" (Massimo Montanari, LA fame e l'abbondanza, Roma 1993, capitolo 1, paragrafo 6).

Poi però vennero privatizzati dai proprietari terrieri, e il pensiero della proprietà collettiva – soprattutto la preoccupazione per la natura come bene collettivo- andò perso.

Ma la capacità di "essere insieme" (con le persone, con la natura) – e il bisogno di essere insieme- è innato negli esseri umani, quindi anche il sentimento di comunità può essere nuovamente scoperto. "Per un appartenente del nostro modo di vivere in società la punizione peggiore è l'isolamento" si dice in medicina (Randolph M. Nesse & George Wiliams, Perché ci ammaliamo, Monaco 1997).

Naturalmente non esiste "lo" stile di vita sostenibile. Esso può invece avere molte forme. Ma esse hanno alcuni elementi comuni. Non può essere diversamente. Poiché l'ottimizzazione di benessere di tempo – spazio e beni significa una certa misura nel desiderio di beni, quindi presuppone che esista la sazietà. La tendenza della società industriale è di negare la sazietà dei bisogni materiali. Questo viene notoriamente raggiunto, in modo tale che i consumatori vengono distolti dal chiedersi prima di un acquisto "mi serve veramente questa cosa?". Noi dimentichiamo questa domanda quando compriamo beni nella inconsapevole speranza di compensare con essi un bisogno immateriale.

I bisogni immateriali di fondo degli uomini sono il bisogno di competenza, di appartenenza (comunanza, essere insieme) e di senso. Ad essi non viene data risposta nella società industriale, e dietro questa mancanza c'è una logica, poiché la conseguenza è che compriamo più beni di quelli di cui abbiamo davvero bisogno. Se vogliamo evitare questo, dobbiamo assicurarci che i bisogni immateriali vengano soddisfatti. Perciò la quinta osservazione:

Competenza significa occuparsi dell'ambiente naturale e sociale autonomamente, in maniera creativa ed efficace. Da questo bisogno nasce il desiderio di essere protagonisti del proprio agire; esercitare delle attività che valorizzano le proprie capacità, che si ritengono interessanti e importanti; esplorare il proprio ambiente; risolvere i problemi attraverso la propria personale riflessione e azione; sentire il proprio corpo; fare qualcosa con le proprie mani; produrre o riparare beni da sé; essere attivi artigianalmente o artisticamente; gustare la professionalità e l'arte…

Appartenenza significa sentire il legame interiore con l'umanità e la natura e provarne gioia. Da questo bisogno nasce la disponibilità ad aiutare, l'esperienza di amore per la natura, la protezione dell'ambiente, l'impegno di gruppi ambientalisti contro la distruzione ambientale, la responsabilità per le generazioni future e il legame con le passate generazioni, il desiderio di un commercio giusto, la difesa dei consumatori, la difesa dei pazienti…

Senso significa provare che il proprio esistere è far riferimento a qualcosa che non è se stessi, ma un legame più alto, un compito più grande.

Questo bisogno richiama il desiderio di esercitare la giustizia, trasmettere la vita e le conoscenze, gestire responsabilmente e sobriamente le proprie energie vitali (Joe Dominguez & Vicky Robin, La borsa o la vita, New York 1992).

Se si prende tutto questo insieme, diventa chiaro, che stili di vita sostenibili non possono rimanere limitati ad una dimensione privata. Anche se è del tutto normale che sia in questa dimensione che inizia il cambiamento della vita, sarebbe senza senso che lì rimanesse.

Capace di futuro (sostenibile) non deve essere solo la vita privata, ma anche la professione e la politica. Se noi abbiamo iniziato nella nostra piccola cerchia, non dovremmo mancare di allargare sempre il cerchio.

Questo significa anche nel senso contrario, che è ragionevole iniziare dal poco, non pretendere troppo da sé subito, ma all'inizio proporsi un obiettivo e raggiungerlo. Anche quando sembra piccolo. Solo quando lo avremo consolidato, seguiranno i passi successivi, quando sarà giunto il loro tempo.

Gerhard Scherhorn è responsabile della sezione "Nuovi stili di benessere" dell’Istituto di Wuppertal in Germania. Collabora con i Bilanci di Giustizia per il monitoraggio sulla qualità della vita delle famiglie aderenti all’operazione.

A cura di Bilanci di Giustizia. Per informazioni: tel. 041-5381479, lunedì-martedì-giovedì dalle 15.00 alle 19.00;

email: [email protected]; web: www.citinv.it/associazioni/BDG/INDEX.HTML

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Per comprendere da cosa trae origine questo lavoro alleghiamo un estratto del

Trattato che istituisce la

Comunità Economica Europea

(reso esecutivo con la legge di ratifica ed esecuzione 14 ottobre 1957 n. 1203)

Titolo XVI AMBIENTE

Articolo 130R

I. La politica della Comunità in materia ambientale contribuisce a perseguire i seguenti obiettivi:

- salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell'ambiente;

- protezione della salute umana;

- utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali;

- promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell'ambiente a livello regionale o mondiale.

2. La politica della Comunità in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni della Comunità. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell'azione preventiva, sul principio della correzione, anzitutto alla fonte, dei danni causati all'ambiente, nonché sul principio "chi inquina paga". Le esigenze connesse con la tutela dell'ambiente devono essere integrate nella definizione e nell'attuazione delle altre politiche comunitarie.

In questo contesto, le misure di armonizzazione conformi a tali esigenze comportano, nei casi appropriati, una clausola di salvaguardia che autorizza gli Stati membri a prendere, per motivi ambientali di natura non economica, misure provvisorie soggette ad una procedura comunitaria di controllo.

3. Nel predisporre la sua politica in materia ambientale la Comunità tiene conto:

- dei dati scientifici e tecnici disponibili;

- delle condizioni dell'ambiente nelle varie regioni della Comunità;

- dei vantaggi e degli oneri che possono derivare dall'azione o dall'assenza di azione;

- dello sviluppo socioeconomico della Comunità nel suo insieme e dello sviluppo equilibrato delle sue singole regioni.

4. Nel quadro delle loro competenze rispettive, la Comunità e gli Stati membri cooperano con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali competenti. Le modalità della cooperazione della Comunità possono formare oggetto di accordi, negoziati e conclusi conformemente all'articolo 228, tra questa ed i terzi interessati.

Il comma precedente non pregiudica la competenza degli Stati membri a negoziare nelle sedi internazionali e a concludere accordi internazionali.

130 S

I. Il Consiglio, deliberando in conformità della procedura di cui all'articolo 189 C e previa consultazione del Comitato economico e sociale, decide in merito alle azioni che devono essere intraprese dalla Comunità per realizzare gli obiettivi dell'articolo 130 R.

2. In deroga alla procedura decisionale di cui al paragrafo 1 e fatto salvo l'articolo 100 A, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo e del Comitato economico e sociale, adotta:

- disposizioni aventi principalmente natura fiscale;

- le misure concernenti l'assetto territoriale, la destinazione dei suoli, ad eccezione della gestione dei residui e delle misure di carattere generale, nonché la gestione delle risorse idriche;

- le misure aventi una sensibile incidenza sulla scelta di uno Stato membro tra diverse fonti di energia e sulla struttura generale dell'approvvigionarnento energetico del medesimo.

Il Consiglio, deliberando alle condizioni stabilite nel primo comma, può definire le materie cui è fatto riferimento nel presente paragrafo sulle quali le decisioni devono essere prese a maggioranza qualificata.

3. In altri settori il Consiglio, deliberando in conformità della procedura di cui all'articolo 189 B e previa consultazione dei Comitato economico e sociale, adotta programmi d'azione generali che fissano gli obiettivi prioritari da raggiungere.

Il Consiglio, deliberando alle condizioni previste dal paragrafo 1 o, secondo i casi, dal paragrafo 2, adotta le misure necessarie all'attuazione di tali programmi.

4. Fatte salve talune misure di carattere comunitario, gli Stati membri provvedono al finanziamento e all'esecuzione della politica in materia ambientale.

5. Fatto salvo il principio "chi inquina paga", qualora una misura basata sul paragrafo 1 implichi costi ritenuti sproporzionati per le pubbliche autorità di uno Stato membro, il Consiglio stabilisce, nell'atto recante adozione di tale misura, disposizioni appropriate in forma di

- deroghe ternporanee e/o

- sostegno finanziario del Fondo di coesione da istituire entro e non oltre il 31 dicembre 1993 in conformità dell'articolo 130 D.

130T

1 provvedimenti di protezione adottati in virtù dell'articolo 130 S non impediscono ai singoli Stati membri di mantenere e di prendere provvedimenti per una protezione ancora maggiore. Tali provvedimenti devono essere compatibili con il presente trattato. Essi sono notificati alla Commissione.

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Se sei veramente interessato ai temi trattati in queste pagine leggi e vai a vedere

Cos'è l'Ecolabel

Il sistema Ecolabel, istituito con Regolamento (CEE) 880/92, è uno strumento di politica ambientale ed industriale a carattere volontario volto ad incentivare la presenza sul mercato di prodotti "puliti".

L'etichetta ecologica europea attesta, infatti, che il prodotto su cui è apposta ha un ridotto impatto ambientale nell'intero suo ciclo di vita, offrendo ai consumatori - sempre più consapevoli dell'importanza della preservazione del patrimonio naturale e disponibili a svolgere un ruolo attivo nella salvaguardia dell'ambiente - un'informazione immediata sulla sua conformità a rigorosi requisiti stabilit a livello comunitario.

In un mercato complesso, in cui il consumatore si trova in una situazione di difficoltà nel valutare obiettivamente le caratteristiche del prodotto, l'Ecolabel rappresenta una fonte di informazione attendibile valida in tutta Europa, e può rappresentare un importante fattore di sviluppo e confronto concorrenziale.

L'uso dell'etichetta Ecolabel viene concesso, in Italia, dal Comitato Ecolabel-Ecoaudit - Sezione Ecolabel Italia.

Può presentare domanda chi produce o commercializza per la prima volta in Italia un prodotto rientrante in un gruppo per il quale sono stati stabiliti i criteri ecologici dalla Commissione europea con apposita decisione. In ogni caso non può essere concesso l'uso dell'etichetta a prodotti alimentari, farmaceutici, bevande, sostanze e preparati pericolosi, o fabbricati con processi che possono nuocere all'uomo o all'ambiente.

°La concessione dell'etichetta passa attraverso la valutazione delle proprietà ecologiche generali del prodotto e la verifica della rispondenza ai criteri previsti, la delibera dell'Organismo Competente, che viene notificata alla Commissione europea, e la stipula di un contratto sulle condizioni d'uso.

L'etichetta è assegnata per un periodo di produzione determinato che non può comunque superare il periodo di validità dei criteri (tre anni), salvo proroga dei criteri stessi.

Le informazioni assunte nel corso della valutazione di un prodotto per l'assegnazione dell'etichetta sono riservate. Una volta presa la decisione di assegnazione non sono più considerate riservate le informazioni riguardanti il nome del prodotto, il fabbricante o l'importatore e le ragioni che hanno motivato la decisione.

Gli oneri per il richiedente consistono nei costi per le analisi, che debbono essere eseguite presso laboratori abilitati, Ð nel pagamento del diritto di istruttoria e, una volta concessa l'etichetta, dei diritti d'uso e dei costi per le verifiche.

L'Organismo Competente può proporre alla Commissione europea nuovi gruppi di prodotti.

Comitato Ecolabel - Ecoaudit
Sezione Ecolabel
c/o ANPA - Via Vitaliano Brancati, 48 - 00144 ROMA
tel. (06) 50072968 - 50072274/2273 - FAX 50072048
Segreteria Comitato: tel. (06) 50072907 - fax 5018684

http://www.geocities.com/CapitolHill/Senate/7880/880.htm oppure

http://www.geocities.com/CapitolHill/Senate/7880/ecolabel.htm

visita anche Introduzione all'E.M.A.S.

http://www.pin.rete.toscana.it/tasti/attivitaext/S_I/Ambiente/Autocert/emas.htm

Regolamento 1836/93/CEE

Sull'adesione volontaria delle imprese del settore industriale a un sistema comunitario di ecogestione e audit

http://www.pin.rete.toscana.it/tasti/attivitaext/S_I/Ambiente/Autocert/CEE_93_1836.htm

Il gruppo di lavoro Vi ringrazia della cortese attenzione dedicata. Tornate a visitare questo sito in costante aggiornamento, e se ritenuti utili, diffondetene i contenuti citando la fonte.

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Alcuni numeri di riferimento per l’agricoltura

in Provincia di Siena dati 1990/1991.

a cura di Luca Robustelli

 

Superfice territoriale in kmq. = 3821,22

Superfice impermeabilizzata in kmq. = 81

Superfice agricola in kmq. = (S.A.T. 3474,8) - (S.A.U. 1954,49)

Superfice a boschi in kmq. = 1281

Superfice ripartita per colture fruttifere espresse in ha.

Vigneto = 16.947- Oliveto = 12.889 - Vivaio = 57 -Meleto = 78 - Pescheto = 77 - Altri = 31

Superfice ripartita per seminativi espresse in ha.

Frumento = 47.815 - Orzo = 13.671 - Avena 6.412 -Riso = 113 - Granoturco = 5.086

Barbabietola = 1.428 -Girasole = 8.835 - Foraggere = 23.624

Totale seminativi = 138.957 ha

Capi di bestiame

bovini 22.584 - ovini 143.005 - caprini 3.806 - suini 86.030 - equini 2400 - pollame 578.178

Percentuale provinciale della superfice agricola = 54,8 % di cui

Colture erbacee = 34,5 % colture arboree = 8,7 % pascoli = 11,6 %

Percentuale provinciale della superfice forestale = 41%

Da questi dati possiamo capire l’importanza del corretto uso del suolo agricolo e forestale poichè si parla del 95,8 % della superfice del territorio provinciale, in modo particolare in relazione alla buona gestione delle acque.

Un altro dato importante è riferibile alle tonnellate/anno di azoto rilasciato ai corpi idrici che nella nostra provincia, seconda in Toscana, si attesta sui 4921 T/anno, per il fosforo 612 T/anno.

Nella nostra provincia inoltre vengono acquistati 116.829 Kg./anno di diserbanti e 1.241.758 di altri fitofarmaci per un totale complessivo di 1.358.587 kg/anno sparsi sul territorio.

Per avere altri numeri interessanti dello sviluppo socio-economico puoi visitare Il Mondo in cifre cliccando http://www.manitese.it/pavar/cifre.htm

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L'assetto strutturale degli agroecosistemi ai fini

della regolazione del ciclo dell'acqua, della

conservazione del suolo e della sua fertilità

a cura di Luca Robustelli

Tratto da ECOLOGIA PER L’AGRICOLTURA Teoria e Pratica

di Fabio Caporali

L'acqua, come ingrediente principale del processo di fotosintesi e come ottimo solvente per gli elementi nutritivi, è il fattore limitante più importante per l'accrescimento delle piante e quindi per l'esercizio dell'agricoltura. L'agricoltura usa l'acqua per convertirla in biomassa mercantile; l'acqua che ha attraversato l'ambiente agrario ritorna poi ai siti naturali di ricevimento (rete idrica superficiale e acque del sottosuolo). E’ evidente il valore dell'acqua come risorsa naturale utile all'agricoltura per l'espletamento dei processi di crescita colturale; è altrettanto evidente che l'acqua restituita dagli agroecosistemi deve poter conservare intatto il suo valore di risorsa naturale, cioè dei requisiti qualitativi che la contraddistinguono e ne permettono gli usi consueti.

E’ veramente preoccupante constatare come in molte zone l'agricoltura pregiudichi la qualità dell'acqua, qualifìcandosi come sorgente "diffusa" di inquinamento poiché capace di compromettere la risorsa su scala regionale e nazionale (Der Rat von Sachverstandigen. 1985). Nella veste di principale utilizzatrice del territorio, la prerogativa dell'agricoltura dovrebbe invece essere quella di mantenere e rigenerare le risorse naturali che utilizza. Da questa considerazione emerge il ruolo polifunzionale che l'agricoltura potrebbe convenientemente svolgere a favore del territorio e della società, qualora venisse indirizzata e sostenuta per raggiungere uno stato di piena compatibilità ambientale.

Negli ambienti mediterranei il controllo del ciclo dell'acqua è decisamente preminente ai fini della conservazione del suolo e della sua fertilità; inoltre, essendo l'acqua uno dei principali veicoli di trasporto di sostanze in ambiente terrestre, il controllo del suo ciclo diventa essenziale per evitare il trasferimento di terreno, di elementi nutritivi nativi e applicati, di fitofarmaci, ecc., al di fuori degli agroecosistemi. Come è noto, attraverso le sistemazioni agrarie (modellamento delle pendici, formazione dei campi, realizzazione delle affossature, viabilità, ecc.) si "costruiscono" gli agroecosistemi agendo sul componente fondamentale, il suolo, col fine di rallentare il deflusso delle acque ed evitare il loro ristagno; scongiurare l'erosione e favorire l'infiltrazione; operando comunque per consentire una migliore utilizzazione dell'acqua da parte delle colture.

Purtroppo il nostro Paese presenta tre caratteristiche naturali negative ai fini del controllo dei ciclo dell'acqua:

a. regime pluviometrico difforme, con alta intensità di precipitazione stagionale in autunno e primavera e spiccata aridità estiva;

b. superfici acclivi, che originano elevati coeffìcienti di deflusso;

c. suoli facilmente soggetti ad erosione idrogeologica.

Per contrastare l'azione negativa di questi tratti naturali è necessario costruire sistemi agrari a prova di run-off (ruscellamento) e di erosione, oltre che efficienti nel grado di intercettamento, di conservazione e di utilizzazione dell'acqua di precipitazione.

L'attenzione rivolta a questi problemi dagli agronomi illuminati del secolo scorso e della prima metà di questo secolo, si legge ancora sulle pendici collinari e montane di molte zone del nostro territorio nazionale, ricche di opere sublimi di sistemazioni agrarie (girapoggio, cavalcapoggio, a spina, ecc.) mirate a correggere sfavorevoli condizioni naturali attraverso l'applicazione dell'ingegno e del lavoro umano. Il terrazzamento, ad esempio, opera di sistemazione largamente diffusa in tutto il mondo nelle zone ad antica tradizione agricola, trasforma la pendenza naturale delle pendici; modifica positivamente il ciclo dell'acqua, aumentandone l'infiltrazione e riducendone lo scorrimento; ostacola l'azione erosiva, producendo un nuovo profilo di suolo coltivabile con la deposizione di sedimenti, operata dagli agenti naturali, ma guidata dall'ingegno umano.

Nei tradizionali paesaggi agrari rinomati per la loro bellezza e attitudine produttiva, come quello collinare toscano del Chianti, muri a secco e ciglioni erbiti avevano permesso di strutturare il territorio agrario, disseminato tra i boschi cedui e di alto fusto, in campi terrazzati atti ad ospitare contemporaneamente, ed in maniera saggiamente ordinata, colture erbacee e colture arboree. L'unità colturale del paesaggio agrario chiantigiano era rappresentata dalla "pianella", un campo usualmente largo 9,6 m (16 braccia), variamente delimitato da filari di viti, spesso maritate all'acero ed allevate a palo o a testuccio, e da filari di olivi allevati a vaso. "La pianella costituiva l'elemento di base, un vero e proprio modulo di un paesaggio agrario variegato e complesso che, per la ripetitività dei motivi, la ricchezza dei colori, l'armonia delle forme, l'aspetto ordinato, risultava estremamente piacevole alla vista" (Gianfrate, 1989). La collocazione della coltura arborea in singoli filari sul margine vallivo del campo non era casuale: è questa una posizione strategica sotto differenti profili. Oltre che intercettare il flusso idrico del campo e gli elementi nutritivi in esso contenuti ai fini della sua produzione e difendere dal ruscellamento e dall'erosione stabilizzando il suolo, il filare isolato gode naturalmente del cosiddetto " effetto di bordo ", cioè di quell'effetto riscontrato usualmente nei filari di margine delle colture specializzate, che comporta una maggiore resa produttiva per ridotta competizione intraspecifica e per un migliore stato fitosanitario.

Purtroppo la prassi agricola odierna, non attenta a queste fini soluzioni di grande valenza agronomica ed ecologica, e grossolanamente orientata verso uno stile tecnologico aggressivo - eccessiva semplificazione degli ordinamenti colturali; separazione tra colture arboree e colture erbacee; allargamento dei campi coltivati; lavorazioni più frequenti, profonde e condotte a rittochino, ecc. - sta cancellando dal nostro territorio queste insigni testimonianze di simbiosi tra uomo e natura. La rilevanza dei mutamenti verificatisi e la loro repentineità si apprezzano totalmente considerando che nel Chianti, a tutto il 1965, la superficie viticola promiscua ammontava a circa 8.300 ha e quella specializzata a poco più di 1.500 ha, mentre nel 1986 i vigneti specializzati coprivano circa 5.900 ha e quelli tradizionali solamente 510 (Gianfrate, 1989).

Nella prospettiva della meccanizzazione integrale delle operazioni colturali, seminativi ed arboreti vengono oggi realizzati secondo il giusto criterio di far lavorare le macchine nel modo più agevole possibile, col massimo risparmio di tempo e con le massime condizioni di sicurezza ma, purtroppo, adoperando spesso macchine non progettate per adeguarsi al disegno sistematorio preesistente. Pertanto, trascurando tutti i valori in esse insiti, le pendici collinari sono state "ridisegnate" ricusando le classiche ed ortodosse sistemazioni "di traverso", a campi piccoli con policoltura, in favore di quelle a "rittochino", a campi grandi con monocoltura. Il primo modello sistematorio, seguendo con la disposizione dei campi e dei filari le curve di livello, conferisce una componente orizzontale al decorso delle acque meteoriche rallentandone il moto; il secondo, invece, caratterizzato dalla disposizione di campi, delle fìle o dei filari secondo le linee di massima pendenza, rende agibili alle macchine anche le pendici più ripide esponendole, con le lavorazioni, al rischio dell'erosione. Lo scorrimento superficiale delle acque può aprire tra i fìiari solchi di erosione, dove fiumi di fango trasportano il terreno a valle, assieme ai composti chimici distribuiti (concimi, fitofarmaci, ecc.), trattenuti dagli elementi colloidali dei terreni in complessi di adsorbimento.

La ristrutturazione degli agroecosistemi su base industriale ha in definitiva introdotto notevoli elementi di perturbazione nell'assetto dei suoli agrari, con il risultato di accelerare piuttosto che ritardare i ritmi di deflusso idrico e di " aprire " considerevolmente i cicli degli elementi nutritivi. Per sanare simili situazioni occorre reimpostare un'attiva difesa del suolo e della sua fertilità, basata sul rispetto delle due regole fondamentali per il buon governo del ciclo dell'acqua:

a. eseguire sistemazioni e lavorazioni in modo da rallentare al massimo il deflusso delle acque;

b. tenere il suolo coperto dalla vegetazione colturale per il maggior tempo possibile.

Occorre rivalorizzare il documentato ruolo della vegetazione dentro e fuori i campi coltivati ai fini dell'intercettamento dei flusso idrico e degli elementi minerali. Tradurre in pratica questo criterio significa complicare la struttura degli agroecosistemi, arricchendoli di elementi vegetazionali a funzione polivalente (siepi) tra i campi coltivati, ed organizzando dentro i campi coltivati una collocazione e sequenza di colture idonee a mettere a frutto in maniera più integrale le risorse native del sistema (acqua, radiazione solare, azoto atmosferico).


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