|
MAPPA |
Cultural Voice |
Zone Consigliate |
||
|
Personaggi Musica Significativa Filosofia Università Storia Arte Cinema
|
Giovanni Della Casa Prima di farvelo leggere vorrei avvisare che tale testo è stato scritto attorno al 1500 da un uomo di Chiesa, quindi molte cose sono sicuramente superate e un po' ...' bacchettone', scritte in maniera antica. Ma io trovo comunque questo lavoro di gran merito.
(brutto ceffo, ma pazienza....) TRATTATO NEL QUALE,
SOTTO LA PERSONA D'UN VECCHIO IDIOTA Galateo [I] Conciosiacosaché tu incominci pur ora quel viaggio del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito, cioè questa vita mortale, amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando un luogo e quando altro, dove io, come colui che gli ho sperimentati, temo che tu, caminando per essa, possi agevolmente o cadere, o come che sia, errare: accioché tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con la salute dell'anima tua e con laude et onore della tua orrevole e nobile famiglia. E percioché la tua tenera età non sarebbe sufficiente a ricevere più prencipali e più sottili ammaestramenti, riserbandogli a più convenevol tempo, io incomincerò da quello che per aventura potrebbe a molti parer frivolo: cioè quello che io stimo che si convenga di fare per potere, in comunicando et in usando con le genti, essere costumato e piacevole e di bella maniera: il che non di meno è o virtù o cosa a virtù somigliante; e, comeché l'esser liberale o constante o magnanimo sia per sé sanza alcun fallo più laudabil cosa e maggiore che non è l'essere avenente e costumato, non di meno forse che la dolcezza de' costumi e la convenevolezza de' modi e delle maniere e delle parole giovano non meno a' possessori di esse che la grandezza dell'animo e la sicurezza altresì a' loro possessori non fanno: percioché queste si convengono essercitare ogni dì molte volte, essendo a ciascuno necessario di usare con gli altri uomini ogni dì et ogni dì favellare con esso loro; ma la giustizia, la fortezza e le altre virtù più nobili e maggiori si pongono in opera più di rado; né il largo et il magnanimo è astretto di operare ad ogni ora magnificamente, anzi non è chi possa ciò fare in alcun modo molto spesso; e gli animosi uomini e sicuri similmente rade volte sono constretti a dimostrare il valore e la virtù loro con opera. Adunque, quanto quelle di grandezza e quasi di peso vincono queste, tanto queste in numero et in ispessezza avanzano quelle: e potre'ti, s'egli stesse bene di farlo, nominare di molti, i quali, essendo per altro di poca stima, sono stati, e tuttavia sono, apprezzati assai per cagion della loro piacevole e graziosa maniera solamente; dalla quale aiutati e sollevati, sono pervenuti ad altissimi gradi, lasciandosi lunghissimo spazio adietro coloro che erano dotati di quelle più nobili e più chiare virtù che io ho dette; e, come i piacevoli modi e gentili hanno forza di eccitare la benivolenza di coloro co' quali noi viviamo, così per lo contrario i zotichi e rozzi incitano altrui ad odio et a disprezzo di noi. Per la qual cosa, quantunque niuna pena abbiano ordinata le leggi alla spiacevolezza et alla rozzezza de' costumi sì come a quel peccato che loro è paruto leggieri, e certo egli non è grave, noi veggiamo nondimeno che la natura istessa ce ne castiga con aspra disciplina, privandoci per questa cagione del consorzio e della benivolenza degli uomini: e certo, come i peccati gravi più nuocono, così questo leggieri più noia o noia almeno più spesso; e, sì come gli uomini temono le fiere salvatiche e di alcuni piccioli animali, come le zanzare sono e le mosche, niuno timore hanno, e non di meno, per la continua noia che eglino ricevono da-lloro, più spesso si ramaricano di questi che di quelli non fanno, così adiviene che il più delle persone odia altrettanto gli spiacevoli uomini et i rincrescevoli quanto i malvagi, o più. Per la qual cosa niuno può dubitare che a chiunque si dispone di vivere non per le solitudini o ne' romitorii, ma nelle città e tra gli uomini, non sia utilissima cosa il sapere essere ne' suoi costumi e nelle sue maniere grazioso e piacevole; sanza che le altre virtù hanno mestiero di più arredi, i quali mancando, esse nulla o poco adoperano; dove questa, sanza altro patrimonio, è ricca e possente, sì come quella che consiste in parole et in atti solamente. [II] Il
che accioché tu più agevolmente apprenda di fare, dèi sapere che a te
convien temperare et ordinare i tuoi modi non secondo il tuo arbitrio, ma
secondo il piacer di coloro co' quali tu usi, et a quello indirizzargli; e
ciò si vuol fare mezzanamente, percioché chi si diletta di troppo
secondare il piacere altrui nella conversazione e nella usanza, pare più
tosto buffone o giucolare, o per aventura lusinghiero, che costumato
gentiluomo. Sì come, per lo contrario, chi di piacere o di dispiacere
altrui non si dà alcun pensiero è zotico e scostumato e disavenente.
Adunque, conciosiaché le nostre maniere sieno allora dilettevoli, quando
noi abbiamo risguardo all'altrui e non al nostro diletto, se noi
investigheremo quali sono quelle cose che dilettano generalmente il più
degli uomini, e quali quelle che noiano, potremo agevolmente trovare quali
modi siano da schifarsi nel vivere con esso loro e quali siano da
eleggersi. [III] Percioché
non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o
fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non
pure il farle et il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella
imaginazione altrui con alcuno atto suol forte noiar le persone. E perciò
sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in
qual parte del corpo vien lor voglia. Similmente non si conviene a
gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto
degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né
pure, quindi tornando, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi
ad onesta brigata, conciosiaché la cagione per la quale egli se le lava
rappresenti nella imaginazion di coloro alcuna bruttura. E per la medesima
cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come
occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a' compagni e
mostrarla loro. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa
puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanzia, pure
accostandocela al naso e dicendo: [IV] E
sappi che in Verona ebbe già un Vescovo molto savio di scrittura e di
senno naturale, il cui nome fu messer Giovanni Matteo Giberti, il quale
fra gli altri suoi laudevoli costumi si fu cortese e liberale assai a'
nobili gentiluomini che andavano e venivano a-llui, onorandogli in casa
sua con magnificenza non soprabondante, ma mezzana, quale conviene a
cherico. Avenne che, passando in quel tempo di là un nobile uomo, nomato
Conte Ricciardo, egli si dimorò più giorni col Vescovo e con la famiglia
di lui, la quale era per lo più di costumati uomini e scienziati. E
percioché gentilissimo cavaliere parea loro e di bellissime maniere,
molto lo commendarono et apprezzarono; se non che un picciolo difetto avea
ne' suoi modi; del quale essendosi il Vescovo - che intendente signore era
- avveduto et avutone consiglio con alcuno de' suoi più domestichi,
proposero che fosse da farne aveduto il Conte, comeché temessero di
fargliene noia. Per la qual cosa, avendo già il Conte preso commiato e
dovendosi partir la matina vegnente, il Vescovo, chiamato un suo discreto
famigliare, gli impose che, montato a cavallo col Conte, per modo di
accompagnarlo, se ne andasse con esso lui alquanto di via; e, quando tempo
gli paresse, per dolce modo gli venisse dicendo quello che essi aveano
proposto tra loro. Era il detto famigliare uomo già pieno d'anni, molto
scienziato et oltre ad ogni credenza piacevole e ben parlante e di
grazioso aspetto, e molto avea de' suoi dì usato alle corti de' gran
signori: il quale fu e forse ancora è chiamato M(esser) Galateo, a
petizion del quale e per suo consiglio presi io da prima a dettar questo
presente trattato. Costui, cavalcando col Conte, lo ebbe assai tosto messo
in piacevoli ragionamenti; e di uno in altro passando, quando tempo gli
parve di dover verso Verona tornarsi, pregandonelo il Conte et
accommiatandolo, con lieto viso gli venne dolcemente così dicendo: [V] Ora, che crediamo noi che avesse il Vescovo e la sua nobile brigata detto a coloro che noi veggiamo talora a guisa di porci col grifo nella broda tutti abbandonati non levar mai alto il viso e mai non rimuover gli occhi, e molto meno le mani, dalle vivande? E con ambedue le gote gonfiate, come se essi sonassero la tromba o soffiassero nel fuoco, non mangiare, ma trangugiare: i quali, imbrattandosi le mani poco meno che fino al gomito, conciano in guisa le tovagliuole che le pezze degli agiamenti sono più nette? Con le quai tovagliuole anco molto spesso non si vergognano di rasciugare il sudore che, per lo affrettarsi e per lo soverchio mangiare, gocciola e cade loro dalla fronte e dal viso e d'intorno al collo, et anco di nettarsi con esse il naso, quando voglia loro ne viene? Veramente questi così fatti non meritarebbono di essere ricevuti, non pure nella purissima casa di quel nobile Vescovo, ma doverebbono essere scacciati per tutto là dove costumati uomeni fossero. Dee adunque l'uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, percioché ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dee mangiare, non pare polito costume. I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna condizione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e' mangia, né porsi le mani in alcuna di quelle parti del corpo che si cuoprono, né pure farne sembiante, sì come alcuni trascurati famigliari fanno, tenendosele in seno, o di dirieto nascoste sotto a' panni; ma le deono tenere in palese e fuori d'ogni sospetto, et averle con ogni diligenza lavate e nette, sanza avervi sù pure un segnuzzo di bruttura in alcuna parte. E quelli che arrecano i piattelli o porgono la coppa, diligentemente si astenghino in quell'ora da sputare, da tossire e, più, da starnutire, percioché in simili atti tanto vale, e così noia i signori, la sospezzione, quanto la certezza; e perciò procurino i famigliari di non dar cagione a' padroni di sospicare, percioché quello che poteva adivenire così noia come se egli fosse avenuto. E se talora averai posto a scaldare pera d'intorno al focolare, o arrostito pane in su la brage, tu non vi dèi soffiare entro (perché egli sia alquanto ceneroso), percioché si dice che mai vento non fu sanza acqua; anzi tu lo dèi leggiermente percuotere nel piattello o con altro argomento scuoterne la cenere. Non offerirai il tuo moccichino comeché egli sia di bucato a persona: percioché quegli a cui tu lo proferi no 'l sa, e potrebbelsi avere a schifo. Quando si favella con alcuno, non se gli dee l'uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso, percioché molti troverai che non amano di sentire il fiato altrui, quantunque cattivo odore non ne venisse. Questi modi et altri simili sono spiacevoli e vuolsi schifargli, percioché posson noiare alcuno de' sentimenti di coloro co' quali usiamo, come io dissi di sopra. Facciamo ora menzione di quelli che, sanza noia d'alcuno sentimento, spiacciono allo appetito delle più persone quando si fanno. [VI] Tu
dèi sapere che gli uomini naturalmente appetiscono più cose e varie,
percioché alcuni vogliono sodisfare all'ira, alcuni alla gola, altri alla
libidine et altri alla avarizia et altri ad altri appetiti; ma, in
comunicando solamente infra di loro, non pare che chiegghino, né possano
chiedere né appetire, alcuna delle sopradette cose, conciosiaché elle
non consistano nelle maniere o ne' modi e nel favellar delle persone, ma
in altro. Appetiscono adunque quello che può conceder loro questo atto
del comunicare insieme; e ciò pare che sia benivolenza, onore e sollazzo,
o alcuna altra cosa a queste simigliante. Per che non si dee dire né fare
cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro
co' quali si dimora. Laonde poco gentil costume pare che sia quello che
molti sogliono usare, cioè di volentieri dormirsi colà dove onesta
brigata si segga e ragioni, percioché, così facendo, dimostrano che poco
gli apprezzino e poco lor caglia di loro e de' loro ragionamenti, sanza
che chi dorme, massimamente stando a disagio, come a coloro convien fare,
suole il più delle volte fare alcun atto spiacevole ad udire o a vedere:
e bene spesso questi cotali si risentono sudati e bavosi. E per questa
cagione medesima il drizzarsi ove gli altri seggano e favellino e
passeggiar per la camera pare noiosa usanza. Sono ancora di quelli che così
si dimenano e scontorconsi e prostendonsi e sbadigliano, rivolgendosi ora
in su l'un lato et ora in su l'altro, che pare che li pigli la febre in
quell'ora: segno evidente che quella brigata con cui sono rincresce loro.
Male fanno similmente coloro che ad ora ad ora si traggono una lettera
della scarsella e la leggono; peggio ancora fa chi, tratte fuori le
forbicine, si dà tutto a tagliarsi le unghie, quasi che egli abbia quella
brigata per nulla e però si procacci d'altro sollazzo per trapassare il
tempo. Non si deono anco tener quei modi che alcuni usano: cioè cantarsi
fra' denti o sonare il tamburino con le dita o dimenar le gambe; percioché
questi così fatti modi mostrano che la persona sia non curante d'altrui.
Oltre a-cciò, non si vuol l'uom recare in guisa che egli mostri le spalle
altrui, né tenere alto l'una gamba sì che quelle parti che i vestimenti
ricuoprono si possano vedere: percioché cotali atti non si soglion fare,
se non tra quelle persone che l'uom non riverisce. Vero è che se un
signor ciò facesse dinanzi ad alcuno de' suoi famigliari, o ancora in
presenza d'un amico di minor condizione di lui, mostrerebbe non superbia,
ma amore e dimestichezza. Dee l'uomo recarsi sopra di sé e non
appoggiarsi né aggravarsi addosso altrui; e, quando favella, non dee
punzecchiare altrui col gomito, come molti soglion fare ad ogni parola,
dicendo: [VII] Ben vestito dee andar ciascuno, secondo sua condizione e secondo sua età, percioché, altrimenti facendo, pare che egli sprezzi la gente: e perciò solevano i cittadini di Padova prendersi ad onta quando alcun gentiluomo viniziano andava per la loro città in saio, quasi gli fosse aviso di essere in contado. E non solamente vogliono i vestimenti essere di fini panni, ma si dee l'uomo sforzare di ritrarsi più che può al costume degli altri cittadini, e lasciarsi volgere alle usanze; come che forse meno commode o meno leggiadre che le antiche per aventura non erano, o non gli parevano a-llui. E se tutta la tua città averà tonduti i capelli, non si vuol portar la zazzera, o, dove gli altri cittadini siano con la barba, tagliarlati tu: percioché questo è un contradire agli altri, la qual cosa (cioè il contradire nel costumar con le persone) non si dee fare, se non in caso di necessità, come noi diremo poco appresso, imperoché questo innanzi ad ogni altro cattivo vezzo ci rende odiosi al più delle persone. Non è adunque da opporsi alle usanze comuni in questi cotali fatti, ma da secondarle mezzanamente, acciò che tu solo non sii colui che nelle tue contrade abbia la guarnaccia lunga fino in sul tallone, ove tutti gli altri la portino cortissima poco più giù che la cintura. Percioché, come aviene a chi ha il viso forte ricagnato, che altro non è a dire che averlo contra l'usanza, secondo la quale la natura gli fa ne' più, che tutta la gente si rivolge a guatar pur lui; così interviene a coloro che vanno vestiti non secondo l'usanza de' più, ma secondo l'appetito loro, e con belle zazzere lunghe, o che la barba hanno raccorciata o rasa, o che portano le cuffie o certi berrettoni grandi alla tedesca; ché ciascuno si volge a mirarli e fassi loro cerchio, come a coloro i quali pare che abbiano preso a vincere la pugna incontro a tutta la contrada ove essi vivono. Vogliono essere ancora le veste assettate e che bene stiano alla persona, perché coloro che hanno le robe ricche e nobili, ma in maniera sconcie che elle non paiono fatte a lor dosso, fanno segno dell'una delle due cose: o che eglino niuna considerazione abbiano di dover piacere né dispiacere alle genti, o che non conoscano che si sia né grazia né misura alcuna. Costoro adunque co' loro modi generano sospetto negli animi delle persone con le quali usano che poca stima facciano di loro; e perciò sono mal volentier ricevuti nel più delle brigate, e poco cari avutivi. [VIII] Sono
poi certi altri che più oltra procedono che la sospezzione, anzi vengono
a' fatti et alle opere sì che con esso loro non si può durare in guisa
alcuna, percioché eglino sempre sono l'indugio, lo sconcio et il disagio
di tutta la compagnia, i quali non sono mai presti, mai sono in assetto né
mai a-llor senno adagiati. Anzi, quando ciascuno è per ire a tavola e
sono preste le vivande e l'acqua data alle mani, essi chieggono che loro
sia portato da scrivere o da orinare o non hanno fatto essercizio, e
dicono: [IX] Ritrosi
sono coloro che vogliono ogni cosa al contrario degli altri, sì come il
vocabolo medesimo dimostra; ché tanto è a dire a ritroso quanto a
rovescio. Come sia adunque utile la ritrosia a prender gli animi delle
persone et a farsi ben volere, lo puoi giudicare tu stesso agevolmente,
poscia che ella consiste in opporsi al piacere altrui, il che suol fare
l'uno inimico all'altro, e non gli amici infra di loro. Per che, sforzinsi
di schifar questo vizio coloro che studiano di essere cari alle persone,
percioché egli genera non piacere né benivolenza, ma odio e noia: anzi
conviensi fare dell'altrui voglia suo piacere, dove non ne segua danno o
vergogna, et in ciò fare sempre e dire più tosto a senno d'altri che a
suo. Non si vuole essere né rustico né strano, ma piacevole e domestico,
percioché niuna differenza sarebbe dalla mortìne al pungitopo, se non
fosse che l'una è domestica e l'altro salvatico. E sappi che colui è
piacevole i cui modi sono tali nell'usanza comune, quali costumano di
tenere gli amici infra di loro, là dove chi è strano pare in ciascun
luogo straniero, che tanto viene a dire come forestiero; sì come i
domestici uomini, per lo contrario, pare che siano ovunque vadano
conoscenti et amici di ciascuno. Per la qual cosa conviene che altri si
avezzi a salutare e favellare e rispondere per dolce modo e dimostrarsi
con ogniuno quasi terrazzano e conoscente. Il che male sanno fare alcuni
che a nessuno mai fanno buon viso e volentieri ad ogni cosa dicon di no e
non prendono in grado né onore né carezza che loro si faccia, a guisa di
gente, come detto è, straniera e barbara: non sostengono di esser
visitati et accompagnati e non si rallegrano de' motti né delle
piacevolezze, e tutte le proferte rifiutano. [X] L'esser
tenero e vezzoso anco si disdice assai, e massimamente agli uomini,
percioché l'usare con sì fatta maniera di persone non pare compagnia, ma
servitù: e certo alcuni se ne truovano che sono tanto teneri e fragili,
che il vivere e dimorar con esso loro niuna altra cosa è che impacciarsi
fra tanti sottilissimi vetri: così temono essi ogni leggier percossa, e
così conviene trattargli e riguardargli. I quali così si crucciano, se
voi non foste così presto e sollecito a salutargli, a visitargli, a
riverirgli et a risponder loro, come un altro farebbe di una ingiuria
mortale; e se voi non date loro così ogni titolo appunto, le querele
asprissime e le inimicizie mortali nascono di presente: [XI] Nel
favellare si pecca in molti e varii modi, e primieramente nella materia
che si propone, la quale non vuole essere frivola né vile, percioché gli
uditori non vi badano e perciò non ne hanno diletto, anzi scherniscono i
ragionamenti et il ragionatore insieme. Non si dee anco pigliar tema molto
sottile né troppo isquisito, percioché con fatica s'intende dai più.
Vuolsi diligentemente guardare di far la proposta tale che niuno della
brigata ne arrossisca o ne riceva onta. Né di alcuna bruttura si dee
favellare, comeché piacevole cosa paresse ad udire, percioché alle
oneste persone non istà bene studiar di piacere altrui, se non nelle
oneste cose. Né contra Dio né contra' Santi, né dadovero né
motteggiando si dee mai dire alcuna cosa, quantunque per altro fosse
leggiadra o piacevole: il qual peccato assai sovente commise la nobile
brigata del nostro messer Giovan Boccaccio ne' suoi ragionamenti, sì che
ella merita bene di esserne agramente ripresa da ogni intendente persona.
E nota che il parlar di Dio gabbando non solo è difetto di scelerato uomo
et empio, ma egli è ancora vizio di scostumata persona, et è cosa
spiacevole ad udire: e molti troverai che si fuggiranno di là dove si
parli di Dio sconciamente. E non solo di Dio si convien parlare
santamente, ma in ogni ragionamento dee l'uomo schifare quanto può che le
parole non siano testimonio contra la vita e le opere sue, percioché gli
uomini odiano in altrui eziandio i loro vitii medesimi. Simigliantemente
si disdice il favellare delle cose molto contrarie al tempo et alle
persone che stanno ad udire eziandio di quelle che, per sé et a suo tempo
dette, sarebbono e buone e sante. Non si raccontino adunque le prediche di
frate Nastagio alle giovani donne, quando elle hanno voglia di scherzarsi,
come quel buono uomo che abitò non lungi da te, vicino a San Brancazio,
faceva. Né a festa né a tavola si raccontino istorie maninconose, né di
piaghe né di malattie né di morti o di pestilenzie, né di altra
dolorosa materia si faccia menzione o ricordo: anzi, se altri in sì fatte
rammemorazioni fosse caduto, si dee per acconcio modo e dolce scambiargli
quella materia e mettergli per le mani più lieto e più convenevole
soggetto. Quantunque, secondo che io udii già dire ad un valente uomo
nostro vicino, gli uomini abbiano molte volte bisogno sì di lagrimare
come di ridere: e per tal cagione egli affermava essere state da principio
trovate le dolorose favole che si chiamarono tragedie, accioché,
raccontate ne' teatri (come in quel tempo si costumava di fare), tirassero
le lagrime agli occhi di coloro che avevano di ciò mestiere; e così
eglino, piangendo, della loro infirmità guarissero. Ma, come ciò sia, a
noi non istà bene di contristare gli animi delle persone con cui
favelliamo, massimamente colà dove si dimori per aver festa e sollazzo, e
non per piagnere: ché, se pure alcuno è che infermi per vaghezza di
lagrimare, assai leggier cosa fia di medicarlo con la mostarda forte, o
porlo in alcun luogo al fumo. Per la qual cosa in niuna maniera si può
scusare il nostro Filostrato della proposta che egli fece piena di doglia
e di morte a compagnia di nessuna altra cosa vaga che di letizia:
conviensi adunque fuggire di favellare di cose maninconose, e più tosto
tacersi. Errano parimente coloro che altro non hanno in bocca già mai che
i loro bambini e la donna e la balia loro: [XII] Male
fanno ancora quelli che tratto tratto si pongono a recitare i sogni loro
con tanta affezzione e facendone sì gran maraviglia che è un isfinimento
di cuore a sentirli; massimamente ché costoro sono per lo più tali che
perduta opera sarebbe lo ascoltare qualunque s'è la loro maggior
prodezza, fatta eziandio quando vegghiarono! Non si dee adunque noiare
altri con sì vile materia come i sogni sono, spezialmente sciocchi, come
l'uom gli fa generalmente. E comeché io senta dire assai spesso che gli
antichi savi lasciarono ne' loro libri più e più sogni scritti con alto
intendimento e con molta vaghezza, non perciò si conviene a noi idioti, né
al comun popolo, di ciò fare ne' suoi ragionamenti. E certo di quanti
sogni io abbia mai sentito riferire (comeché io a pochi soffera di dare
orecchie), niuno me ne parve mai d'udire che meritasse che per lui si
rompesse silenzio, fuori solamente uno che ne vide il buon messer Flaminio
Tomarozzo, gentiluomo romano, e non mica idiota né materiale, ma
scienziato e di acuto ingegno. Al quale, dormendo egli, pareva di sedersi
nella casa di un ricchissimo speziale suo vicino, nella quale poco stante,
qual che si fosse la cagione, levatosi il popolo a romore, andava ogni
cosa a ruba, e chi toglieva un lattovaro e chi una confezzione, e chi una
cosa e chi altra, e mangiavalasi di presente; sì che in poco d'ora né
ampolla né pentola né bossolo né alberello vi rimanea che vòto non
fosse e rasciutto. Una guastadetta v'era assai picciola, e tutta piena di
un chiarissimo liquore, il quale molti fiutarono, ma assaggiare non fu chi
ne volesse. E non istette guari che egli vide venire un uomo grande di
statura, antico e con venerabile aspetto, il quale, riguardando le scatole
et il vasellamento dello spezial cattivello e trovando quale vòto e quale
versato e la maggior parte rotto, gli venne veduto la guastadetta che io
dissi: per che, postalasi a bocca, tutto quel liquore si ebbe tantosto
bevuto, sì che gocciola non ve ne rimase; e dopo questo se ne uscì
quindi, come gli altri avean fatto: della qual cosa pareva a M[esser]
Flaminio di maravigliarsi grandemente. Per che, rivolto allo speziale, gli
addimandava: [XIII] E, quantunque niuna cosa paia che si possa
trovare più vana de' sogni, egli ce n'ha pure una ancora più di loro
leggiera, e ciò sono le bugie: però che di quello che l'uomo ha veduto
nel sogno pure è stato alcuna ombra e quasi un certo sentimento, ma della
bugia né ombra fu mai né imagine alcuna. Per la qual cosa meno ancora si
richiede tenere impacciati gli orecchi e la mente di chi ci ascolta con le
bugie che co' sogni, comeché queste alcuna volta siano ricevute per verità;
ma a lungo andare i bugiardi non solamente non sono creduti, ma essi non
sono ascoltati, sì come quelli le parole de' quali niuna sustanza hanno
in sé, né più né meno come s'eglino non favellassino, ma soffiassino.
E sappi che che tu troverai di molti che mentono, a niun cattivo fine
tirando né di proprio loro utile, né di danno o di vergogna altrui, ma
percioché la bugia per sé piace loro, come chi bee non per sete, ma per
gola del vino. Alcuni altri dicono la bugia per vanagloria di se stessi,
milantandosi e dicendo di avere le maraviglie e di essere gran baccalari.
Puossi ancora mentire tacendo, cioè con gli atti e con l'opere; come tu
puoi vedere che alcuni fanno, che, essendo essi di mezzana condizione o di
vile, usano tanta solennità ne' modi loro e così vanno contegnosi e con
sì fatta prorogativa parlano, anzi parlamentano, ponendosi a sedere pro
tribunali e pavoneggiandosi, che egli è una pena mortale pure a vedergli.
Et alcuni si truovano, i quali, non essendo però di roba più agiati
degli altri, hanno d'intorno al collo tante collane d'oro e tante anella
in dito e tanti fermagli in capo e su per li vestimenti appiccati di qua e
di là, che si disdirebbe al Sire di Castiglione: le maniere de' quali
sono piene di scede e di vanagloria, la quale viene da superbia,
procedente da vanità; sì che queste si deono fuggire come spiacevoli e
sconvenevoli cose. E sappi che in molte città - e delle migliori - non si
permette per le leggi che il ricco possa gran fatto andare più
splendidamente vestito che il povero, percioché a' poveri pare di
ricevere oltraggio quando altri, eziandio pure nel sembiante, dimostra
sopra di loro maggioranza; sì che diligentemente è da guardarsi di non
cadere in queste sciocchezze. Né dee l'uomo di sua nobiltà né di suoi
onori né di ricchezza e molto meno di senno vantarsi; né i suoi fatti o
le prodezze sue o de' suoi passati molto magnificare, né ad ogni
proposito annoverargli, come molti soglion fare: percioché pare che egli
in ciò significhi di volere o contendere co' circostanti, se eglino
similmente sono o presumono di essere gentili et agiati uomini e valorosi,
o di soperchiarli, se eglino sono di minor condizione, e quasi rimproverar
loro la loro viltà e miseria: la qual cosa dispiace indifferentemente a
ciascuno. Non dee adunque l'uomo avilirsi, né fuori di modo essaltarsi,
ma più tosto è da sottrarre alcuna cosa de' suoi meriti che punto
arrogervi con parole; percioché ancora il bene, quando sia soverchio,
spiace. E sappi che coloro che aviliscono se stessi con le parole fuori di
misura e rifiutano gli onori che manifestamente loro s'appartengono,
mostrano in ciò maggiore superbia che coloro che queste cose, non ben
bene loro dovute, usurpano. Per la qual cosa si potrebbe per aventura dire
che Giotto non meritasse quelle commendazioni che alcun crede per aver
egli rifiutato di essere chiamato maestro, essendo egli non solo maestro,
ma, sanza alcun dubbio, singular maestro, secondo quei tempi. Ora, che che
egli biasimo o loda si meritasse, certa cosa è che chi schifa quello che
ciascun altro appetisce mostra che egli in ciò tutti gli altri o biasimi
o disprezzi; e lo sprezzar la gloria e l'onore, che cotanto è dagli altri
stimato, è un gloriarsi et onorarsi sopra tutti gli altri, conciosiaché
niuno di sano intelletto rifiuti le care cose, fuori che coloro i quali
delle più care di quelle stimano avere abondanza e dovizia. Per la qual
cosa né vantare ci debbiamo de' nostri beni, né farcene beffe, ché
l'uno è rimproverare agli altri i loro difetti, e l'altro schernire le
loro virtù; ma dee di sé ciascuno, quanto può, tacere, o, se la
oportunità ci sforza a pur dir di noi alcuna cosa, piacevol costume è di
dirne il vero rimessamente, come io ti dissi di sopra. E perciò coloro
che si dilettano di piacere alla gente si deono astenere ad ogni poter
loro da quello che molti hanno in costume di fare, i quali sì
timorosamente mostrano di dire le loro openioni sopra qual si sia
proposta, che egli è un morire a stento il sentirgli, massimamente se
eglino sono per altro intendenti uomini e savi. [XIV] E perciò le cirimonie, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, sì come quelli che il nostrale non abbiamo, però che i nostri antichi mostra che non le conoscessero, sì che non poterono porre loro alcun nome; le cirimonie, dico, secondo il mio giudicio, poco si scostano dalle bugie e da' sogni, per la loro vanità, sì che bene le possiamo accozzare insieme et accoppiare nel nostro trattato, poiché ci è nata occasione di dirne alcuna cosa. Secondo che un buon uomo mi ha più volte mostrato, quelle solennità che i cherici usano d'intorno agli altari e negli ufficii divini e verso Dio e verso le cose sacre si chiamano propriamente cirimonie: ma, poiché gli uomini cominciaron da principio a riverire l'un l'altro con artificiosi modi, fuori del convenevole, et a chiamarsi padroni e Signori tra loro, inchinandosi e storcendosi e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa e nominandosi con titoli isquisiti, e basciandosi le mani come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate, fu alcuno che, non avendo questa nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò cirimonia, credo io per istrazio, sì come il bere et il godere si nominano per beffa trionfare. La quale usanza sanza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia, trapassata in Italia: la quale, misera, con le opere e con gli effetti abbassata et avilita, è cresciuta solamente et onorata nelle parole vane e ne' superflui titoli. Sono adunque le cirimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intenzion di coloro che le usano, una vana significazion di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno, posta ne' sembianti e nelle parole, d'intorno a' titoli et alle proferte. Dico vana, in quanto noi onoriamo in vista coloro i quali in niuna riverenza abbiamo, e talvolta gli abbiamo in dispregio; e non di meno, per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro lo Ill(ustrissi)mo signor tale e lo Ecc(ellentissi)mo signor cotale, e similmente ci proferiamo alle volte a tale per deditissimi servidori, che noi ameremmo di diservire più tosto che servire. Sarebbono adunque le cirimonie non solo bugie, sì come io dissi, ma eziandio sceleratezze e tradimenti; ma, percioché queste sopraddette parole e questi titoli hanno perduto il loro vigore, e guasta, come il ferro, la tempera loro per lo continuo adoperarli che noi facciamo, non si dee aver di loro quella sottile considerazione che si ha delle altre parole, né con quel rigore intenderle. E che ciò sia vero lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno, percioché, se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare, sanza altra considerazione aver de' suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo, e chiamiamolo gentiluomo e signore a talora che egli sarà calzolaio o barbiere, solo che egli sia alquanto in arnese: e, sì come anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del Papa o dello 'mperadore (i quai titoli tacer non si potevano sanza oltraggio et ingiuria del privilegiato, né per lo contrario attribuire sanza scherno a chi non avea quel cotal privilegio), così oggidì si deono più liberalmente usare i detti titoli e le altre significazioni d'onore a titoli somiglianti, percioché l'usanza, troppo possente signore, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati. Questa usanza adunque, così di fuori bella et appariscente, è di dentro del tutto vana, e consiste in sembianti sanza effetto et in parole sanza significato, ma non pertanto a noi non è lecito di mutarla: anzi, siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondarla: ma vuolsi ciò fare discretamente. [XV] Per la qual cosa è da aver considerazione che le cirimonie si fanno o per utile o per vanità o per debito; et ogni bugia che si dice per utilità propria è fraude e peccato e disonesta cosa, comeché mai non si menta onestamente; e questo peccato commettono i lusinghieri, i quali si contrafanno in forma d'amici, secondando le nostre voglie, quali che elle si siano, non accioché noi vogliamo, ma accioché noi facciamo lor bene, e non per piacerci, ma per ingannarci. E quantunque sì fatto vizio sia per aventura piacevole nella usanza, non di meno, percioché verso di sé è abominevole e nocivo, non si conviene agli uomini costumati, però che non è lecito porger diletto nocendo: e se le cirimonie sono, come noi dicemmo, bugie e lusinghe false, quante volte le usiamo a fine di guadagno, tante volte adoperiamo come disleali e malvagi uomini: sì che per sì fatta cagione niuna cirimonia si dee usare. [XVI] Restami
a dire di quelle che si fanno per debito e di quelle che si fanno per
vanità. Le prime non istà bene in alcun modo lasciare che non si
facciano, percioché chi le lascia non solo spiace, ma egli fa ingiuria; e
molte volte è occorso che egli si è venuto a trar fuori le spade solo
per questo, che l'un cittadino non ha così onorato l'altro per via, come
si doveva onorare, percioché le forze della usanza sono grandissime, come
io dissi, e voglionsi avere per legge in simili affari. Per la qual cosa
chi dice «voi» ad un solo, purché colui non sia d'infima condizione, di
niente gli è cortese del suo, anzi, se gli dicesse «tu», gli torrebbe
di quello di lui e farebbegli oltraggio et ingiuria, nominandolo con
quella parola con la quale è usanza di nominare i poltroni et i
contadini. E, se bene altre nazioni et altri secoli ebbero in ciò altri
costumi, noi abbiamo pur questi, e non ci ha luogo il disputare quale
delle due usanze sia migliore, ma convienci ubidire non alla buona, ma
alla moderna usanza, sì come noi siamo ubidienti alle leggi eziandio meno
che buone per fino che il Comune o chi ha podestà di farlo non le abbia
mutate. Laonde bisogna che noi raccogliamo diligentemente gli atti e le
parole con le quai l'uso et il costume moderno suole e ricevere e salutare
e nominare nella terra ove noi dimoriamo ciascuna maniera d'uomini, e
quelle in comunicando con le persone osserviamo. E, non ostante che
l'Ammiraglio, sì come il costume de' suoi tempi per aventura portava,
favellando col re Pietro d'Aragona gli dicesse molte volte «tu», diremo
pur noi a' nostri re «Vostra Maestà» e «La Serenità V(ostra)», così
a bocca come per lettere: anzi, sì come egli servò l'uso del suo secolo,
così debbiamo noi non disubidire a quello del nostro. E queste nomino io
cirimonie debite, conciosiaché elle non procedono dal nostro volere né
dal nostro arbitrio liberamente, ma ci sono imposte dalla legge, cioè
dall'usanza comune; e nelle cose che niuna sceleratezza hanno in sé, ma
più tosto alcuna apparenza di cortesia, si vuole, anzi si conviene
ubidire a' costumi comuni e non disputare né piatire con esso loro. E
quantunque il basciare per segno di riverenza si convenga dirittamente
solo alle reliquie de' santi corpi e delle altre cose sacre, non di meno,
se la tua contrada arà in uso di dire nelle dipartenze: [XVII] Ma ci è un'altra maniera di cirimoniose persone, le quali di ciò fanno arte e mercatanzia, e tengonne libro e ragione: alla tal maniera di persone un ghigno, et alla cotale un riso; et il più gentile sedrà in su la seggiola et il meno su la panchetta: le quai cirimonie credo che siano state trapportate di Spagna in Italia, ma il nostro terreno le ha male ricevute e poco ci sono allignate, conciosiaché questa distinzione di nobiltà così appunto a noi è noiosa e perciò non si dee alcuno far giudice a dicidere chi è più nobile o chi meno. Né vendere si deono le cirimonie e le carezze a guisa che le meretrici fanno, sì come io ho veduto molti signori fare nelle corti loro, sforzandosi di consegnarle agli sventurati servidori per salario. E sicuramente coloro che si dilettano di usar cirimonie assai fuora del convenevole, lo fanno per leggierezza e per vanità, come uomini di poco valore, e percioché queste ciance s'imparano di fare assai agevolmente, e pure hanno un poco di bella mostra, essi le apprendono con grande studio; ma le cose gravi non possono imparare, come deboli a tanto peso, e vorrebbono che la conversazione si spendesse tutta in ciò, sì come quelli che non sanno più avanti e che sotto quel poco di polita buccia niuno sugo hanno et a toccarli sono vizzi e mucidi, e perciò amerebbono che l'usar con le persone non procedesse più adentro di quella prima vista: e di questi troverai tu grandissimo numero. Alcuni altri sono che soprabondano in parole et in atti cortesi per supplire al difetto della loro cattività e della villana e ristretta natura loro, avisando, se eglino fossero sì scarsi e salvatichi con le parole come sono con le opere, gli uomini non dovergli poter sofferire. E nel vero così è, che tu troverai che per l'una di queste due cagioni i più abondano di cirimonie superflue, e non per altro: le quali generalmente noiano il più degli uomini, percioché per loro s'impedisce altrui il vivere a suo senno, cioè la libertà, la quale ciascuno appetisce innanzi ad ogni altra cosa.
|
Gruppo di teatro, di vita, di passioni Chiamarlo il "Nobil Giuoco' è poco ma può portare alla pazzia? In questo caso... "Scacco alla Regina"!
La musica che non muore mai
Victor Victoria Cafe, grande comunità virtuale
*J R Web Sites*
|