| Il castello di Otranto | ||||
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Il Castello di Otranto, scritto e pubblicato da Horace Walpole nel 1764, è il primo testo ufficiale della narrativa gotica nella storia della letteratura. Sebbene opere precedenti possiedano alcuni elementi “neri”, è soltanto con l’opera di Walpole che questi elementi, insieme ad altri nuovi, vanno a confluire in uno scritto che fissa i topos di un nuovo genere letterario. Attraverso un'ingegnosa commistione di elementi provenienti da diversi generi letterari (castelli gotici, sotterranei labirintici, vergini perseguitate, agnizioni, spettri e visioni), egli getta le basi, e le costanti tematiche, del romanzo nero. In quest’opera vengono
per la prima volta sintetizzate le nuove tendenze culturali e sociali
che emergono prepotentemente attorno al 1750 e che, grazie anche a quest’opera,
si sarebbero diffuse ampiamente in seguito. In un momento in cui l'Europa
risente sempre più intensamente i fermenti che sarebbero culminati nella
Rivoluzione Francese, le classi più agiate avvertono maggiormente la paura
della loro vicina rovina. Infatti, sebbene si possano rintracciare nel
romanzo gotico degli sviluppi “sovversivi”, è fondamentale avere ben presente
le sue origini reazionarie. È l’incapacità di Walpole di accettare È lo stesso Walpole a far risalire a un sogno la genesi della propria opera: “I waked one morning…from a dream, of which all I could recover was, that I had thought myself in an ancient castle (a very natural dream for a head filled like mine with Gothic story) and that on the uppermost bannister of a great staircase I saw a gigantic hand in armour”1. A tal proposito è significativa l'osservazione di Jørgen Andersen, studioso danese, sul rapporto che lega l’autore e il Piranesi2. Già nel quarto volume dell’opera di Walpole Anecdotes of Painting in England (1771), l’autore esprime la sua ammirazione per il maestro italiano e raccomanda agli artisti inglesi di studiare “i sublimi sogni del Piranesi”. Ma ciò che colpisce e invece l’individuazione, da parte di Andersen, di un particolare presente in alcune tra le tipiche scene di imponenti arcate e di maestose rampe di scale del Piranesi: un trofeo sormontato da un elmo piumato sospeso minacciosamente sui piccoli uomini sottostanti. È più che lecito pensare che sia qualcuna di queste acqueforti a provocare il sogno che lo spinse a scrivere The Castle of Otranto. Anche Mario Praz, nel saggio introduttivo all’opera condivide la sua opinione: «nella sproporzione tra le possenti moli dedalee di Piranesi e le piccole figure umane ai loro piedi, può vedersi il germe dell’idea dominante del Castello di Otranto». Paradossale può apparire, a questo punto, scoprire che la dimensione onirica, surreale e misteriosa è quasi completamente assente da queste pagine. Purtroppo, l’influenza del Piranesi si ferma alla sola ispirazione onirica e non si insinua nell’opera, in cui non vi è presente del terrore reale: «non c’è un’atmosfera di sospensione e di orrore nel castello che come Strawberry Hill è soltanto rococò mascherato da gotico»3
Nella prima prefazione all’opera Walpole illustra le origini della scrittura del manoscitto, facendolo risalire al sedicesimo secolo, mentre situa il tempo dei fatti ivi riportati all'epoca delle crociate. Successivamente egli decanta lo stile e le abilità di scrittura del presunto autore, il canonico italiano Onophrio Muralto. Ognuno di questi dettagli spazio-temporali è volto ad aumentare la veridicità del manoscritto, rendendo più facile al lettore la sua accettazione. La prima prefazione dell’opera però, è di grande interesse per un altro motivo: l'autore presenta la sua opera come se questa fosse una messa in scena, egli si propone come il regista che allestisce la performance dei suoi attori in cinque atti (o capitoli). Anche il luogo dell'azione ci viene descritto, nella didascalia, in modo teatrale: «The chamber on the right hand; the door on the left hand; the distance from the Chapel to Conrad’s apartment […] ». Nella seconda prefazione a The Castle of Otranto Walpole, oltre a rivendicare la paternità sull'opera, interviene nella polemica che vede contrapporsi il romance e il novel, il realismo e la fantasia. L’autore distingue due tipi di romance: quello antico e quello moderno. Nel primo dominano l'immaginazione e l'improbabilità, nel secondo, invece, le leggi della natura. Nonostante lo scrittore inserisca la sua opera all'interno del romanzo moderno, egli tenta una conciliazione tra le forme, giungendo a una sorta di compromesso tra i due, ponendo come modello del romance moderno William Shakespeare. Proprio in queste pagine, egli difende energicamente l'autore elisabettiano dalle accuse di Voltaire, che lo ritiene un genio barbaro indifferente alle leggi della scrittura. Da Shakespeare Sir Horace Walpole riprenderà alcune regole del dramma e, soprattutto, la fusione di diversi stili e livelli di scrittura: il tragico e il comico, l'alto e il basso. In The Castle of Otranto si trovano nobili personaggi insieme a personaggi minori, domestici e subalterni (anche se il ruolo di questi ultimi è limitato ad evidenziare il valore e la grandezza dei primi) e tutti si esprimono e si comportano conformemente alla loro classe sociale.
Manfred, principe usurpatore
d’Otranto, ha una figlia chiamata Matilda e un figlio chiamato Conrad,
per il quale aveva progettato un matrimonio con la figlia del marchese
di Vicenza, Isabella. Poco prima delle nozze, però, cade un gigantesco
elmo su Conrad, che ne rimane schiacciato. Il tempo della storia narrata è fatto risalire nella prefazione alle Crociate, ma quello che noi percepiamo è un Medioevo fiabesco, è il mondo immobile e acronico delle favole. La dimensione temporale si dissolve quasi, mentre quella spaziale diventa chiaramente dominante. D'altronde, è già chiaro dal titolo dell'opera quanto questa dimensione sia importante. Quasi l'intera storia si svolge all'interno del castello che, in effetti, diventa importante quanto il suo padrone. Il crollo del castello e il crollo morale del suo proprietario, anche se illegittimo, accadono contemporaneamente. Il Castello di Otranto verrà ricostruito, Manfred risanerà il suo animo nel monastero. Il soprannaturale è il motore dell'intero intreccio; quello presente in quest'opera , tuttavia, non è un soprannaturale che incute terrore o timore, bensì stupore e meraviglia. Per Walter Scott ciò è dovuto al fatto che i fenomeni sono descritti con troppa precisione, troppo dettagliatamente4. Certo è che, in questo modo, Walpole riesce a rendere gli eventi più spettacolari: «la spettacolarità dell'avvenimento, sottolineato da parole come spectacle, spectators, performance e dal predominio dello sguardo, dell'immagine, evidenzia il carattere teatrale di questa messa in scena dell'orrore. Il dramma, come in una tragedia classica, si svolge in cinque atti - cinque capitoli - in un crescendo di suspence, nell'azione, fino alla catarsi conclusiva. Il lettore è sempre guidato nel coinvolgimento attraverso lo sguardo di alcuni protagonisti, gli attori di questo dramma che rispetta le regole dell'unità, nel tempo (tre giorni e due notti), nello spazio (il castello-luogo chiuso) e nell'azione»5. È, infatti, attraverso gli occhi del tirannico Manfred che vediamo per la prima volta l'elmo che schiaccia mortalmente suo figlio ed è pure attraverso la sua percezione che non ci sentiamo intimoriti, ma piuttosto incuriositi davanti ad un grandioso spettacolo. La struttura della narrazione non osserva un semplice schema unilineare, ma piuttosto segue quello dell'incastro secondo il modello del racconto nel racconto. Questo tipo di struttura, che solitamente inserisce testimonianze o racconti in prima persona, verrà ripresa successivamente da diversi autori gotici, tra i quali lo stesso Beckford, che però utilizzerà lo schema in modo più complesso ed organico. «Come il castello, il romanzo si apre all'interno, diventando anch'esso una struttura complessa dove i personaggi si inseriscono e raccontano la propria storia o la propria confessione in prima persona [...]. Ma a differenza dei romanzi successivi, di Beckford o di Lewis, labirintici, a spirale, qui i personaggi si dispongono come tante figurine collocate simmetricamente sul palcoscenico fisso di un teatro, che recitano le loro ariette, tanti a solo sulla scena della storia»6. In effetti, i diversi personaggi del racconto rimangono piuttosto stereotipati, i loro processi psicologici sono interamente rivelati da Walpole che non lascia il lettore all'oscuro di nulla. I personaggi positivi sono troppo perfetti per riuscire a sopravvivere oltre il diciottesimo secolo e già alla fine del Settecento sono praticamente scomparsi dalle opere letterarie, lasciando il posto a figure complesse ed enigmatiche, il cui fascino risiede proprio nella loro ambiguità: «The youths are too pure and move too much in the light to be truly romantic. It is for this reason that the hero's future is less assured than that of his dark complexioned enemy, to whom he is finally driven to secede some of the most significant traits of his outward appearence»7.
"Il Castello di Otranto non è un capolavoro - Walpole non fu in effetti un grande creatore - ma fu senz'altro un romanzo destinato a produrre i suoi frutti. [...] quel che importa è che spalancò le cataratte dei romanzi "gotici" e dell'"orrore", da quelli della Reeve e quelli della Radcliffe, a quelli di Monk Lewis e tanti altri ancora, compresa Mary Shelley. Questi a loro volta spianarono la strada a romanzi fantastici più genuini, come i romanzi di Waverley allo stesso modo in cui Strawberry Hill aprì il sentiero che avrebbe condotto ad Abbotsford e ad altre più autentiche resurrezioni. Ciò rivela la personalità più vera di Walpole, che era quella di un sognatore, di un visionario minore, non della statura ma della specie di Beckford, la cui Fonthill superò Strawberry allo stesso modo in cui le sue Visioni e il suo Vathek sorpassarono il Castello di Otranto»8.
The Castle of Otranto può anche non essere un'opera eccelsa, i personaggi possono non essere particolarmente interessanti, la costruzione può anche peccare d'ingenuità. Tuttavia, nessuno di questi motivi può togliere il merito a Horace Walpole di aver creato un nuovo modello letterario e di aver aperto la strada ad un genere di romanzo che tuttora esercita il suo fascino su milioni di persone.
1- H.
Walpole, Correspondence, ed.. by W. S. Lewis, New Haven, Yale U.
P., 1937 2- J. Andersen,
Giant Dreams, Piranesi’s influence in England, in English Miscellany
3, Roma, 1952 3- M. Praz,
Introduzione a "Il castello di Otranto " di Horace Walpole, Milano,
Rizzoli, 1988 4- W. Scott,
Introduzione a The Castle of Otranto, 1826 5- G. Franci,
La messa in scena del terrore, Ravenna, Longo Editore, 1982 7- E. Railo,
The Haunted Castle, London, Routledge and Sons, 1927 8- B. Dobré,
Horace Walpole, in Restoration and Eighteenth-Century Literature,
Chicago, 1963 |
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